In quali termini uno scrittore ebreo tedesco, esiliato negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo, può rivolgersi a Klaus Eichmann, figlio dell’uomo che aveva pianificato e diretto i campi di sterminio hitleriani?
Attraverso due lettere Anders sviscera la figura dello spietato burocrate dell’olocausto focalizzando l’attenzione sugli aspetti negativi e pericolosi della natura umana in generale.
L’autore conia il termine “discrepanza”, un concetto filosofico per spiegare il divario esistente tra aberranti azioni realizzate e capacità della mente umana di immaginare tali azioni. Ma l’autore non si ferma a questo concetto che potrebbe assumere valore giustificatorio di qualsiasi comportamento o evento. Partendo dal presupposto che nessuno può essere macchiato dalle colpe dei padri (l’origine non è una colpa, come non lo è per i sei milioni di ebrei passati sotto la solerte contabilità di suo padre), l’autore erige Klaus Eichmann a simbolo della possibilità di ciascun uomo di reagire al “mostruoso” attraverso la consapevolezza delle proprie azioni: anche il più piccolo elemento di un ingranaggio è in grado di bloccare l’attività di una macchina……..e il singolo individuo non dovrebbe invocare la parcellizzazione del lavoro a difesa dell’incapacità di capire il risultato finale. Attraverso la comparazione con il mondo industriale, Anders tende a smontare la difesa dei carnefici nazisti (trincerati dietro la banale motivazione di essere semplici esecutori di ordini impartiti e di non sapere il risultato finale del complesso delle loro azioni) e a rivendicare l’importanza dell’uomo come attore principale della storia.
La prima lettera, scritta all’indomani dell’esecuzione di Adolf Eichmann (1962), si conclude offrendo una chance al figlio: la possibilità di essere parte attiva contro ulteriori possibili stermini degli uomini, lottando contro il potere e in particolare contro il riarmo atomico (tematiche cui l’autore ha dedicato una vita, assumendo il ruolo di tenace oppositore del potenziamento nucleare).
La seconda lettera, scritta a distanza di 25 anni dalla prima rimasta inevasa, Anders persevera nella speranza di una presa di coscienza del simbolo/Klaus e, quindi, di tutta l’umanità: il peccato di rimanere ciechi del proprio agire rende tutti dei potenziali “figli di Eichmann”.
Un piccolo saggio dai grandi contenuti: un’opera che aiuta a riflettere.