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Il responsabile delle risorse umane

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Discussione: Yehoshua, Abraham B. - Il responsabile delle risorse umane

  1. #1
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    Predefinito Yehoshua, Abraham B. - Il responsabile delle risorse umane

    Gerusalemme, a causa di un attentato al mercato da parte di un terrorista kamikaze, una donna senza nome giace all'obitorio, unico dato certo il cedolino dello stipendio del più grande panificio industriale di Israele. Un giornalista, soprannominato serpente, fa un articolo accusando il datore di lavoro di insensibilità umana, in quanto non si è accorto che una sua dipendente mancasse dal lavoro.
    Da qui parte una storia bellissima, dove il protagonista, che è il responsabile delle risorse umane, si prende l'onere di accompagnare la donna, Julia, che è l'unica ad avere un nome in tutto il romanzo, fino al suo lontanissimo paese di origine, perchè venga sepolta.
    Tutto ruota intorno alla ricerca e al viaggio, al senso di colpa e al recupero di rapporti individuali che abbiano un senso e un significato. Alla fine del viaggio si capirà che ogni gesto di responsabilità di ognuno permette il cambiamento e che Gerusalemme appartiene a tutto il mondo ed è una città di cui tutti siamo responsabili, così come le vicende che ci accadono quotidianamente sotto gli occhi.
    Un altro capolavoro di uno scrittore israeliano che ha una scrittura avvincente come un giallo ma nello stesso profonda e affascinante.
    Consigliato a tutti!

  2. #2
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    Condivido il giudizio di Elisa.

    Aggiungo che la bellezza dei libri di Yehoshua sta nella narrazione del quotidiano di persone qualsiasi, non eroi letterari, non personaggi lontani, ma davvero uno di noi.

    Il responsabile delle risorse umane è chiamato dal proprietario dell'azienda a porre riparo in modo formale, egli compie il suo dovere, scrupolosamente ma senza convinzione, via via che svolgerà la sua indagine, "conoscerà" Julia, se ne sentirà attratto e coinvolto, fino a sentire egli esso l'esigenza di dare alla donna una sepoltura dignitosa, non solo funzionale a salvare l'immagine aziendale.
    Un invito a porre attenzione ad una società sempre più omologata e globale, dove però l'individuo è sempre più solo e identificato tramite un numero di posizione, una matricola, un codice.

  3. #3
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    Ho trovato l'idea centrale di questo romanzo interessante. Però, non mi ha convinto molto il modo in cui vengono rappresentati i sentimenti e le motivazioni del protagonista, "il responsabile delle risorse umane".
    Immagino che certi comportamenti dovrebbero rappresentare lo stato di conflitto interiore del personaggio, ma in alcuni passaggi, il tutto mi è parso poco coerente.
    Mi è piaciuta l'idea di inserire brevi paragrafi, in cui testimoni esterni raccontano il loro incontro con i protagonisti della storia.
    Un romanzo discreto nel complesso ma che non mi ha particolarmente coinvolto .

  4. #4
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    Volevo chiedervi se vi siete fatti un'idea di quale fosse il paese nativo di Julia Regajev.

    Pur non nominandolo mail l'autore ci da una serie di indizi:
    - E' un paese dell'ex URSS
    - E' piu povero di Israele
    - E' caratterizzato da un clima rigido, con inverni freddissimi
    - Alcuni abitanti (tra cui Julia) hanno un volto "asiatico" tanto che Julia viene definita quasi una "Tartara".

    Io ho pensato a uno di questi:

    - Kazakistan
    - Russia (meridionale o siberiana)
    - Uzbekistan
    - Ucraina

  5. #5
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    anche Armenia, Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan...
    opto per le prime due, considerato che parla sempre di uno Stato "lassù"... secondo me inteso anche come posizione geografica...

    ma in realtà non credo sia importante, forse lo stesso Yehoshua non voleva indicarne uno preciso, ma descrivere solo la situazione...
    un libro meraviglioso, che parla di relazioni umane e di responsabilità. Di responsabilità e non senso di colpa, come ho letto in tante recensioni sui giornali, credo che il fulcro di queste vicende sia un'indagine sull'umanità. Una rivendicazione dell'importanza dell'individuo, chiunque esso sia, qualunque lavoro faccia, con tutta la sua dignità.

    per me è un 5/5, fino a due mesi fa non sapevo nemmeno dell'esistenza di questo scrittore: ora vorrei ordinare tutti i suoi libri!

  6. #6

    Predefinito

    Yehoshua ormai sta diventando il mio "scrittore da fine sessione d'esami": compro un suo romanzo dopo un esame, e poi a sessione finita aspetto che arrivi un periodo tranquillo, un finesettimana senza nulla da fare, e mi dedico solo alla lettura. Ci sarebbe da aspettarsi un'abitudine simile con i libri del proprio scrittore preferito, e invece no, io ho scelto Yehoshua: che scrive benissimo, ma mi lascia anche sempre insoddisfatta; che mi fa macinare centinaia di pagine in un giorno, ma non esplode mai; che sembra promettere storie meravigliose, ma che in qualche modo si perdono.
    E che scrive libri che in fondo mi piacciono, ma ne riesco a parlare sempre e solo per mezzo di critiche.
    Insomma, questo per me è il periodo della contraddizione, e "Il responsabile delle risorse umane"si trova in perfetta armonia con questo stato di cose: m'è piaciuto eppure mi ha delusa, l'ho divorato e mi è sembrato un viaggio lunghissimo, l'ho trovato distaccato eppure attentissimo a tutte le variazioni dell'umano.
    E la contraddizione è anche qui, nell'umanità richiamata già nel titolo, nell'umanità di cui si dovrebbe essere responsabili, l'umanità che è la grande assente del romanzo. Non ci sono infatti persone, in questo romanzo, ma solo ruoli, rappresentazioni: la moglie, la figlia, il direttore, l'ex marito, il responsabile delle risorse umane; l'unica ad essere propriamente umana, reale, dotata di un nome, è anche l'unica persona ad aver perso la capacità di agire in modo attivo: Julia, una donna straniera con un taglio degli occhi da tartara, un'ingegnere che a Gerusalemme fa le pulizie durante il turno di notte e che perde tragicamente la vita in un attentato al mercato ortofrutticolo. Nessuno si accorge della sua scomparsa, nessuno reclama il suo corpo in obitorio, e i pezzi del puzzle si ricompongono solo quando ormai è tardi: un giornalista minaccia di scrivere un articolo velenoso sulla mancanza di umanità di un panificio che non si accorge della mancanza di una dipendente, ma anche qui non c'è umanità, non c'è sete di rispetto per la vittima, ma solo voglia di lucrare sulla morte di qualcuno. E così il responsabile delle risorse umane, un uomo non cattivo, ma chiuso come una chiocciola, indifferente alla bellezza che gli passa accanto incapace di sfiorarlo, inizia un viaggio un po' folle per difendere il buon nome del panificio e cercare di scoprire qualcosa sull'identità della donna morta.
    E così si incontrano bimbi nascosti sotto la pelliccia della madre, ex mogli infuriate, cinque sorelle estremamente religiose che attraversano i cortili in camicia da notte, medici scorbutici e salme conservate da moltissimo tempo, consoli e militari, figli disperati e madri risolute.
    Si parte per un viaggio che sembra rincorrere l'umanità del pentimento e del risarcimento, ma che si rivela mosso soltanto dalla testardaggine e da punti d'orgoglio egoistici. I personaggi si muovono apparentemente spinti dalla devozione e dalla voglia di fare del bene, ma in realtà le loro motivazioni sono basse e inconsciamente incentrate su tutt'altro: la speranza di cogliere il ricordo di una straordinaria bellezza, la voglia di difendere la propria reputazione, la necessità di scattare la foto giusta e di scrivere l'articolo giusto, e la paura di dover salutare un affetto da soli. Solo nelle ultime pagine, con quel finale forse un po' affrettato ma sicuramente appropriato, tornano l'umanità e l'empatia.
    È un romanzo che mi ha confusa, mi ha fatto girare in tondo fin quasi ad avere la nausea, mi ha fatto sorridere e mi ha quasi commossa. Ma tutte queste cose non le ha fatte fino in fondo, si è sempre fermato ad un passo dalla meta, sempre senza quel finale più deciso, quella riga più sferzante, quel sentimento più approfondito. È un soffio, un peso minimo, ma basta a lasciarmi con uno spiacevole senso di frustrazione, perché sarebbe bastato così poco a renderlo un libro tanto più forte, tanto più*mio*.*
    Mi rassegnerò, prima o poi, al fatto che non devo pretendere da un libro le giustificazioni alle mie motivazioni.

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  8. #7
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    Predefinito @jess

    A me sembra molto bello, interessante e comunque profondo quello che ti ha suscitato questo romanzo. Non ho purtroppo mai letto Yehoshua, ma ogni volta che qualcuno ne scrive leggo sempre cose che invogliano a provarlo.

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