La penna del filosofo bernese Peter Bieri , in arte Pascal Mercier, è riuscita ancora una volta a stupirmi per la capacità di esprimere i sentimenti di un individuo nell’attimo in cui prende coscienza del fallimento della propria vita: ma mentre in Treno di notte per Lisbona l’acquisita consapevolezza è il motore che accende un meccanismo di fuga verso la Vita, una vita diversa e finalmente vissuta, in Partitura d’addio l’incontro casuale tra due uomini, entrambi stroncati all’apice della carriera anche se per motivazioni diverse, è l’occasione per analizzare a fondo gli errori commessi, in modo consapevole o meno, prima che uno dei due, Van Vliet, decida di scrivere la parola fine dopo un’esistenza disastrosa.
Van Vliet si immerge nel fiume dei ricordi partendo da quello che ha scatenato tutti gli eventi successivi: la morte della moglie e la conseguente perdita di interesse per la vita da parte della figlioletta Lea, allora di 8 anni. I ricordi si susseguono con ritmo sempre più incalzante e mostrano un padre che ha sacrificato tutta una vita e la sua stessa dignità per assecondare quello che appare l’unico anelito che tiene Lea legata alla vita: l’amore per la musica. Seguono anni di grande ascesa artistica, importanti concerti e successi accademici per quella che sembra essere diventata l’astro nascente del violino, successi tuttavia accompagnati da una completa chiusura emotiva sia da parte della giovane artista che da parte del padre. La loro esistenza sembra contenuta interamente nel mondo della musica a scapito ovviamente di ogni altro sentimento o emozione: mano mano che procede il racconto/confessione si comprende come il difficile rapporto padre/figlia sia stato caratterizzato da una totale mancanza di comunicazione che ha impedito al padre di comprendere i veri desideri di un’anima fragile come Lea, geniale ma nello stesso tempo folle. Van Vliet si scopre sempre più un padre annientato dal forte senso di responsabilità nei confronti della figlia, che compie pazzie pur di esaudirne i desideri ma che risulta incapace di comprendere i veri moti dell’animo e di donare semplice e disinteressato amore. Neanche a seguito del violento crollo psicologico e della drammatica fine della figlia, Van Vliet riesce a comprendere a fondo le sue mancanze di padre: forse solo dopo essersi completamente messo a nudo di fronte al casuale interlocutore è in grado di acquisire una corretta consapevolezza della sua abissale incapacità capacità di sentire, se stesso e gli altri.

Un bel romanzo, anche se non a livello del precedente.