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Furore

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Discussione: Steinbeck, John - Furore

  1. #16
    The Fool on the Hill
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    Citazione Originariamente scritto da Brethil Vedi messaggio
    Il mistero è svelato, grazie Mame!
    Anche se non capisco perchè non si possa dare una svecchiata alle traduzioni
    Si dà, si dà.... Ne ho già svecchiate io tre. Il problema sono i diritti d'autore. Se l'autore non è morto da almeno settant'anni, bisogna pagare i diritti alla casa editrice che lo ha già tradotto o alla casa editrice che gestisce i diritti d'autore o agli eredi. C'est l'argent, come sempre. Considera anche che con l'avvento di internet, le nuove traduzioni non sono soltanto più aggiornate, ma anche più corrette, perché la gamma di conoscenze oggi a disposizione di un traduttore è immensa rispetto a quella di traduttori anche solo di trent'anni fa, e tante castronerie possono essere emendate.
    Questo però non risolve il problema del parlato nei romanzi. Anche oggi la perdita nella resa è grande.

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  • #17
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    uno dei libri più belli e toccanti e strazianti che abbia mai letto.
    indimenticabile.

  • #18
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    Un romanzo intenso, una saga familiare sui generis considerando che in realtà l'arco temporale del racconto è brevissimo (circa nove mesi...) e che uno dei requisiti di una saga è quello di rappresentare la storia di più generazioni. I personaggi della famiglia Joad sono però così ben delineati che alla fine del romanzo si ha la stessa sensazioni di familiarità con i protagonisti che si può provare alla fine dei Buddenbroock o de La casa degli spiriti (per non citare sempre Cent'anni di solitudine...).

    Molto piacevole l'idea di alternare capitoli generici sulla situazione americana di quel periodo alle vicende dei Joad. Le pagine scorrono velocemente e la trama è appassionante. Il finale rappresenta una delle scene più drammatiche ma allo stesso tempo piene di speranza che abbia mai letto. Che dire... Da leggere!

  • #19
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    Non esiste giudizio morale in Steimbeck.
    Fosse solo per questo bisogna leggerlo o rileggerlo.

  • #20
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    Citazione Originariamente scritto da alessandra Vedi messaggio
    Questo romanzo, molto intenso e di grande spessore, ambientato negli Stati Uniti degli anni 30, racconta le vicissitudini della famiglia Joad, costretta dalla siccità e dai latifondisti a emigrare dall'Oklahoma verso la California in cerca di fortuna. E' una storia, tutto sommato, tremendamente attuale, un romanzo che secondo me dovrebbe essere letto quasi come obbligo sociale, poichè la maestria di Steinbeck porta il lettore a vivere in prima persona l'odissea dei più deboli e a rifletterci su.
    La storia è magistralmente costruita e i personaggi sono così "vivi" da poterli percepire quasi fisicamente. Indimenticabile il personaggio di Tom, la "mente" della famiglia, uscito dal carcere per aver commesso un omicidio e reso più saggio da questa esperienza, e quello della mamma, una donna fenomenale che inaspettatamente prenderà in mano la situazione e trasmetterà il suo coraggio e la sua dignità, che non verrà mai a mancare nel corso della storia, al resto della famiglia, la quale, giunta nell'Ovest dopo tante peripezie, troverà una situazione ben più drammatica di quella sperata.
    Mi è rimasto impresso il personaggio un po' bislacco di Casy, che ha dismesso i panni di predicatore per aver compreso che la virtù è sostanza e non forma e che molti dei peccati condannati dalla chiesa non sono tali in quanto non danneggiano alcun essere umano; mi è parsa quasi una voce fuori campo, come se, attraverso questo personaggio, l'autore avesse voluto comunicare in maniera più diretta il suo pensiero, lanciando un chiaro messaggio: è necessario lottare fino all'ultimo per conquistare i propri diritti, pur pagando un prezzo molto alto.
    Scena finale struggente, disperata e tenera allo stesso tempo.
    E' un libro che mi ha trasmesso rabbia e indignazione, ma che secondo me lascia aperto uno spiraglio di speranza.
    Un capolavoro.

    QUOTO QUOTO QUOTO - l'ho letto negli anni 70 e lo rileggerò sicuramente

  • #21
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    Che dire? Dopo queste recensioni, a sfida finita non potrò che leggere questo libro, piena di mille aspettative!

  • #22
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    Per la scelta di questo romanzo sono debitrice verso un certo saggio di L. Zoja, dedicato alla figura del padre nella società e cultura occidentali. Ed è in parte con questo filtro che ho affrontato la lettura di questo meraviglioso romanzo. Va da sé che le chiavi di lettura sono molte (ecco ciò che fa di un romanzo un bel romanzo), quella economica, quella sociale, quella politica, quella umana e anche quella psicologica. C’è tutto in questo bellissimo testo, parimenti denso nella prosa e nel contenuto.
    La storia è quella di una famiglia di mezzadri in fuga dai moderni trattori, con cui, in termini di produttività, non riescono a tenere il passo. In fuga verso l’ovest e la solatia California con le speranze di far soldi, come secoli prima lo erano stati gli Europei, come nei decenni seguenti lo saranno milioni di immigrati nel paese della libera iniziativa che tanto sembra premiare i suoi figli. Di iniziativa qui non ne manca: è quella della disperazione, quella delle pance vuote, quella dei ventri gonfi delle future madri, quella dei capifamiglia ormai esautorati.
    Steinbeck fa una critica spietata del sistema, ma se c’è una critica che posso fare a lui è che sembra non proporre una qualche soluzione, per quanto fantasiosa. Trovo che il limite delle denunce sociali, da sempre, sia quello di limitarsi alla pars destruens senza aggiungerci una pars construens.
    Per quanto mi riguarda, sono stata molto colpita dal ritratto negativo che viene fatto delle figure maschili: gli archetipi del maschio si infrangono tutti come altrettante onde su alte scogliere. Il padre non ha più il suo ruolo, il figlio conserva la sua valenza di maschio solo nella violenza (per quanto ampiamente giustificata), il predicatore nella lussuria (e quando vorrà far bene vedremo come andrà). Ne escono trionfatrici, pur nella loro miseria, le donne: le donne che sono sempre madri anche quando non lo sono, le donne che sanno sempre cosa fare, le donne che prendono le decisioni, le donne che salvano le vite.
    L’ultima scena ha una potenza assolutamente mai percepita prima. Il finale più bello della mia storia di lettrice.
    L'ultimo nutrimento del padre viene dalla madre.

  • #23
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    Ho appena finito di divorare questo splendido romanzo, che manda Steinbeck nell'olimpo dei miei autori preferiti.
    Altri romanzi storici/di denuncia non sono riusciti a coinvolgermi quanto questo. Qui gli avvenimenti non sono troppo romanzati, così come accade in realtà, anche in una situazione difficile ci sono dei punti positivi; i personaggi mi sono piaciuti tutti molto, ma apprezzo in particolare la figura della mamma, il punto di riferimento di tutta la famiglia, la donna che, grazie alla sua capacità di adattarsi, alla sua forza interiore, dà a tutti la speranza per il domani.

    Citazione Originariamente scritto da Bobbi Vedi messaggio
    Steinbeck fa una critica spietata del sistema, ma se c’è una critica che posso fare a lui è che sembra non proporre una qualche soluzione, per quanto fantasiosa. Trovo che il limite delle denunce sociali, da sempre, sia quello di limitarsi alla pars destruens senza aggiungerci una pars construens.
    Non c'è una pars construens? Dice continuamente che i poveri devono solo capire che è necessario aggregarsi! Sarebbe stato troppo facile scrivere di un bello sciopero, magari uccidere qualche protagonista, ma lasciando poi la certezza che tutto sarebbe andato meglio... Così è molto più sottile... Per me non è un punto negativo, anzi!

  • #24
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    Non voglio ripetere nulla delle recensioni già scritte qui, tutte perfette (un grazie particolare a Mame per le spiegazioni riguardo alle difficoltà nella traduzione). Vorrei sottolineare alcuni aspetti che ho particolarmente apprezzato:
    • il tono di denuncia feroce nei confronti di un sistema che distrugge le risorse (tutta quella frutta lasciata a marcire...) e stritola il povero, che non vi può mai accedere
    • la forza vitale della donna, madre in vari modi, a cui di fatto è assegnato il compito di spingere in avanti la storia, tenendo viva la speranza (paradossale e simbolica la straziante scena finale)
    • il superamento dei criteri di bene/male, almeno quelli stabiliti dalla morale comune


    Un libro davvero poco comune, da leggere.

    5/5
    Ultima modifica di Spilla; 10-05-2013 alle 05:58 PM.

  • #25
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    Dopo aver letto tutte le recensioni, mi sono decisa ....un capolavoro...che dire, è sicuramente un libro che rimane nella memoria, riallacciandomi al discorso delle edizioni, io ne ho letto una vecchissima, di Bombiani 1956, traduzione (come già detto da Mame) di Carlo Coardi .
    Ho trovato questa umanità dolente, distrutta dall'"anonima" , dalle banche, dai grandi latifondisti, che si sposta in cerca di qualcosa di meglio di una sconcertante attualità, una cosa soprattutto mi ha colpito e mi è piaciuta, ed è riportata diverse volte nel romanzo Le donne senza farsi vedere studiavano i visi dei loro uomini; dopo un poco,i visi degli uomini perdettero la loro perplessità ma acquistarono un'espressione dura, collerica, ostile. Allora le donne capirono che si era salvi, che gli uomini non si davano per vinti!

  • #26
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    Libro bellissimo, scrittura ultraconvolgente e argomento più che attuale! che dire? questi libri dovrebbero girare di più tra i lettori!! (io personalmente di Steinbeck non avevo mai letto nulla, ma soprattutto non lo conoscevo se non di nome per aver vinto il Nobel!!)

  • #27
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    Libro molto intenso, mi è piaciuto perchè fa riflettere. Devo dire che mi aspettavo una reazione da parte degli oppressi e il finale mi ha lasciata in sospeso, sebbene abbia capito il messaggio di speranza.

  • #28
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    Dice che una volta era andato nel deserto per cercare la sua anima, e aveva scoperto che non ce l’aveva un’anima tutta sua. Dice che aveva scoperto che lui aveva solo un pezzetto di un’anima grande e grossa. Dice che il deserto non andava bene, perchè il suo pezzetto di anima non serviva a niente se non stava con tutti gli altri pezzetti, e non faceva un’anima intera. È strano che me lo ricordo. Mi pareva che manco lo stavo a sentire. Ma ora so che uno se sta da solo non serve a niente.

    Un romanzo epico, al quale mi sono accostata con fiducia (per mille motivi, uno fra tutti l'aver già letto e apprezzato Uomini e topi) ma anche con cautela, forse perché non amo particolarmente i romanzi cosiddetti "sociali". No che non li apprezzi... semplicemente, nella letteratura come nella vita, ho una predilizione per una componente più individualista, legata alla natura dell'uomo singolo o comunque dell'uomo in quanto tale, piuttosto che alla sua dimensione comunitaria. Frutto, probabilmente, anche dell'epoca in cui vivo, del benessere in cui sono cresciuta e che ha finito per farmi concentrare molto su me stessa e sulla mia individualità.
    Questo romanzo, invece, ha indubbiamente un respiro "comunitario"... preferisco questo al termine "sociale", appunto perchè il "sociale" spesso si porta dietro una serie di altre cose (nobilissime), che in effetti sono presenti, ma che qui, secondo me, si integrano talmente bene con l'intrinseco valore dell'opera, che a sottolinearle troppo si finirebbe per svilire la ricchezza di quello che è prima di tutto un indiscusso capolavoro letterario. A raccontarci di questo capolavoro sono lo stile pulito, cristallino, la capacità di dar vita a personaggi che, se sono "veicolo" di qualcosa, lo sono solo dopo essere stati prima di tutto se stessi, con la semplicità e la vividezza magnificamente resi dall'uso, nei discorsi diretti, di un linguaggio essenziale e immediato. In questo senso, in questo connubio fra contenuto e resa letteraria, mi ha ricordato un altro capolavoro che è La storia della Morante.

    La socialità in Furore non nasce tanto dalla denuncia politica, quanto dalla dimensione collettiva che sorge spontanea nel momento in cui la necessità, la privazione, l'irrinunciabile bisogno di mantenere integra la propria dignità di persone, spingono questa folla di diseredati a unirsi l'uno con l'altro, a superare gli egoismi individuali per acquisire, con sempre maggior consapevolezza, la dimensione del "noi" che sola può combattere l'aridità e la miseria interiore dei pochi "io" che si spartiscono la ricca California. E quel passaggio dall'io al noi è tutt'altro che semplice, tutt'altro che scontato... seguendo le tribolate vicende della famiglia Joad nel suo viaggio verso la "terra promessa", la prima sensazione è quella di un continuo e inarrestabile sgretolamento.
    Mà − personaggio straordinario, ancestrale − vede i membri della sua famiglia disperdersi, uno dopo l'altro, e si rende conto che tutto sta cambiando. Non si abbatte, quello no... il suo gesto è quello di chi scuote dolorosamente il capo e... non capisce, non capisce..., per poi subito dopo rimboccarsi le maniche e ricominciare daccapo, un passo dopo l'altro, senza farsi troppe illusioni, senza andare troppo in là con l'immaginazione. Radicata a terra, Mà, la Madre Terra. In lei il superamento della dimensione individuale non scaturisce dal di fuori (come accadrà con Tom), ma è qualcosa di radicato dentro, di ancestrale appunto, sebbene si riveli e si rafforzi proprio con l’aumentare delle difficoltà e la necessità crescente, per la famiglia, di un punto di riferimento stabile, di un appiglio cui aggrapparsi per non crollare. Bellissimo il suo rapporto con la figlia, Rose of Sharon: una madre "compiuta" − tenera e forte, amorevole e irriducibile − che protegge e sostiene la figlia che sarà futura madre, e per questo deve imparare prima di tutto ad essere lei stessa roccia. E che ti credi, Rosasharn, che sei l'unica ad aver aspettato un bambino? Smettila di lamentarti e muoviti, vieni ad aiutarci.

    Dall'altra parte Tom, la controparte maschile di Mà. Da una parte la forza della compassione, dall'altra quella del "furore"... a rialzare la testa non basta la miseria: serve la rabbia che nasce dalla disperazione, serve quel "Grapes of Wrath," letteralmente "l'uva dell'ira" che "negli animi degli affamati da semi sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia".
    Bello che a incarnare il secondo fulcro di questo romanzo non sia "Pà", ma Tom, il figlio. La madre − perché è la Madre Terra che ci nutre, perché è alla Madre Terra che si torna − e il germoglio, perché è da lui, giovane e forte, che nascerà la nuova pianta, perché la vita continua, perché − come dice Mà alla fine − "è tutto come un fiume, che ogni tanto c’è un mulinello, ogni tanto c’è una secca, ma l’acqua continua a scorrere, va sempre dritta per la sua strada. La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai." E questo, alla fine, lo capirà anche Rose of Sharon, prima tutta racchiusa nella sua dimensione "egoistica" e del tutto naturale: una mamma che contiene e protegge il suo bambino... lui è l'unico bambino che esiste, e lei l'unica madre, fino a quando non si renderà conto anche lei che essere madre racchiude una vocazione molto più grande.... Da qui il finale, così forte, così sconvolgente, di quelli che non puoi dimenticare, sebbene non sia che uno solo dei tanti preziosi "pezzetti" che compongono questo mosaico straordinario, questo ritratto indimenticabile di Storia.

  • #29
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    Intimidito, forse perché fresco di lettura, ecco come mi sento a commentare in poche parole questo libro. L’ho trovato magnifico sia sotto l’aspetto letterario , già a cominciare dal “folgorante” incipit , che sotto molti altri angoli di visione. E’ la “saga” di una famiglia di agricoltori dell’Oklahoma , che viveva in dignitosa povertà e come molte altre famiglie di quei posti e di quei tempi è stata travolta dalla carestia e dal progresso, che, con le meccanizzazione delle lavorazioni agricole ha distrutto la piccola proprietà e la mezzadria favorendo il grande latifondo. Unica alternativa per sfuggire la più nera miseria è la California, il mito dell’ovest, il paese dove ai lati delle strade cresce la più bella e appetitosa frutta che tutti possono cogliere, e dove tutti vivono felici e contenti. E così anche la famiglia Joad, con tutte le sofferenze di chi amava profondamento la sua casa e quel pezzo di terra che gli consentiva di vivere dignitosamente taglia le proprie radici e parte per inseguire “il mito”. Che mito ovviamente non è, anzi….E qui si parla di persone, uomini e donne, persone normali e non super uomini o super donne, dei componenti della famiglia e dei loro incontri. Una descrizione mirabile dove fatti e personaggi sono descritti con una profondità e nitidezza che poche volte ho riscontrato e che restano scolpiti nella memoria del lettore. Sono descritte anche le reazioni e visioni diverse delle varie generazioni (nonni, genitori, figli grandi, figli piccoli) alle medesime calamità e su tutto giganteggia il personaggio della “mamma” in tutti i suoi risvolti, e soprattutto come collante per l’unità della famiglia. E’ un libro che, forse, alle nuove generazioni può apparire “datato” ma che analizza anche comportamenti della società ancora attuali, come la stupidità umana che per l’avidità di tenere alto il prezzo dei prodotti ne distrugge una grande quantità quando ci sono persone, ai lati della strada, che stanno morendo di fame. Voglio dire che leggere questo libro può essere anche una piccola scuola di vita per chi ha l’età della ragione. Ho solo il rimpianto di averlo letto un po’ tardi, ma mi consolo pensando che avrei anche potuto, per ignoranza, non leggerlo mai.

  • #30
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    Abbiamo già discusso, se non ricordo male, in un'altra discussione, della traduzione dello "sconosciuto" Coardi. Ho letto "Furore" un sacco di anni fa (e l'ho riletto nella nuova traduzione di Perroni) ed è stata l'illuminazione che mi ha portato ad eleggere John Ernst Steinbeck Jr. a furor di emozioni il mio scrittore preferito in assoluto!

    Ma mi sono intrufolato per chiedervi questo: nella nuova veste di "Furore" hanno pubblicato anche "La valle dell'Eden". Nuova traduzione anche per questo immenso, bellissimo e biblico romanzo. Ebbene chiedo, vale la pena acquistarlo? Siccome la mia copia è sparita (nessuno si porterà più via libri in prestito da casa mia!) e aveva la traduzione del buon De Angelis, che a me piace, non conosco il motivo della nuova traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tavaglini, che entrambe non conosco. Qualcuno di voi ne ha acquistato una copia di questa ultima edizione Bompiani, cosicché mi possa consigliarne l'acquisto o meno? O ne conosce la qualità?

    Scusate l'off topic.

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