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Discussione: Wells, H.G. - La guerra dei mondi

  1. #1

    Predefinito Wells, H.G. - La guerra dei mondi

    Tempo fa vidi il film, che peraltro mi fece alquanto impressione, e così ho scovato il libro.

    A raccontarci la storia in prima persona è uno scrittore filosofo.
    In Inghilterra, in un terreno nei sobborghi di una Londra di fine '800, un giorno scende dal cielo un contenitore cilindrico di grandi dimensioni dal quale sbucano degli esseri intelligenti extraterrestri.
    A seguito di questi ne arrivano altri nei giorni successivi e cominciando ad organizzarsi prendono conquista dei terreni circostanti arrivando fino alla capitale quasi indisturbati. Utilizzano infatti armi di molto superiori rispetto quelle terrestri.
    Lo scopo della loro venuta si scoprirà in seguito è quello di utilizzare gli uomini al pari di bestie da macello per poi cibarsene al momento opportuno.
    Quando ormai il paese è in ginocchio, la salvezza arriverà in maniera del tutto inaspettata...


    La trama, come d'altronde in altri libri di Wells, non è che un contorno a considerazioni e filosofie che si incontrano a volte apertamente a volte in maniera più nascosta.

    Come suo solito inoltre la filosofia che traspare non è certa quella legata alle vicissitudini del singolo, quella meno alta ma sicuramente più d'aiuto nella vita, non sò del tipo: prendi il lato bello della vita, ma una filosofia legata all'umanità ed al suo destino, che, un pò forse come la teologia, lascia spazio a bei discorsi e ad ampi pensieri che poi nella realtà si rivelano sicuramente poco o niente fruttuosi.

    Già la premessa è alquanto schietta perchè l'autore, sotto la penna del personaggio immaginario che vive la vicenda, paragona l'opera dei marziani a ciò che gli uomini bianchi fecero nei confronti degli autoctoni a cominciare dal periodo coloniale, non ovviamente mangiandoli ma sfruttando la loro terra e la loro condizione di sottomessi per trarne vantaggio.

    Ne peraltro si sente di criticare questi esseri per la loro crudeltà, infatti necessità e non altro spinse quest'ultimi verso la Terra e sempre necessità gli incallì il cuore tale da compiere ciò che si erano prefissati.

    La considerazione a mio avviso più bella è quella che fa sul destino futuro dell'uomo.
    Tale considerazione consiste nel focalizzare il turbamento nella venuta di tali esseri e nello stato di prigionia a causa dalla novità della cosa e che nelle generazioni future il perdurare di quella condizione avrebbe portato l'uomo ad accettare passivamente la sua condizione e probabilmente a chiedersi, cito testualmente, "come aveva fatto prima a vivere", affermando in un certo modo come poi non siamo dissimili da pecore e mucche, poichè probabilmente la mente dell'uomo è alla nascita un foglio bianco e sono poi le vicissitudini a farne vittima o carnefice.


    Parlando del libro, ovvero delle sensazioni di lettura, a parte le considerazioni sopra fatte, mi è sembrato nel complesso un pò fiacco e lento.
    Peraltro è chiaro che assolutamente non è un libro di fantascienza e chi lo leggesse puramente per la trama stia ben sicuro di rimanere deluso.

    Nel complesso comunque assomiglia sicuramente all'altro libro di Wells "La macchina del tempo" come tematiche, se è piaciuto quello probabilmente piacerà anche questo.

  2. #2

    Predefinito

    C'e un momento fortissimo in questo libro.
    Il protagonista osserva come si alimentano i mariziani. Invece di mangiare qualcosa loro si facevano iniezioni di sangue.
    E poi propone : prima di rabrividere da ripugnanza, immagianiamoci un lepre che ha ragione. La nostra abitudine di mangiare la carne, che pipugnanza farebbe a lui!

  3. #3
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    Predefinito

    A me non è dispiaciuto ma nemmeno mi ha fatta impazzire.
    Un po lento il ritmo narrativo.
    Il finale lascia un po a desiderare, il protagonista e la moglie si ritrovano come niente fosse dopo un invasione aliena...beh mi è sembrato parecchio forzato in questo punto.

  4. #4
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    Predefinito

    Questo libro non è durato molto. Certamente non è il miglior libro che io abbia letto in vita mia ma di certo mi è piaciuto molto. Che sia entrato nell’immaginario collettivo poi non lo si mette in dubbio, basti pensare agli alieni dei Simpson e alle numerose citazioni che a questo libro vengono tributate in film, serie tv, etc…
    In ogni modo, effettivamente il ritmo è un po’ lento, ma non annoia mai e anzi incuriosisce perché si è spinti, assieme al protagonista, a capire e a voler capire. Le immagini di esodo e di paura mi sono parse ben rese e veramente frenetiche, in più il racconto mi è sembrato “onesto e veritiero”, nei momenti in cui vengono descritti gli episodi bassezza umana, di follia, di stanchezza. Poi l’ultima parte, almeno per i romanticoni come me, non può che essere definita come molto bella: lo stupore del protagonista nel ricordare la brutalità travolgente vissuta, il dolore e le morti, rivedendo quegli stessi luoghi nel momento in cui ritornano alla vita, sorpreso di aver la fortuna di poter tenere ancora per mano la propria moglie.
    Il racconto poi lascia un senso di irrequietezza e insicurezza dinanzi alla enormità delle sorprese che lo spazio potrebbe celare, o che ci cela.

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