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Discussione: Cechov, Anton Pavlovic

  1. #1
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    Predefinito Cechov, Anton Pavlovic

    Il 29 gennaio ricorrono 150 anni dalla nascita di Anton Cechov.

    "I libri sono le note, mentre la conversazione è il canto." (da Reparto numero 6)

    Enciclopedia:
    "Anton Pavlovic Cechov.
    Nato a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba.
    Frequentò il liceo nella città natale.
    Nel 1879 Cechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all'attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L'isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Cechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell'Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l'espulsione di Gor'kij.
    Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d'arte di Mosca.
    In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
    Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni."

    Io amo racconti di Cechov e ogni tanto li rileggo. In memoria di Cechov vi propongo leggere il suo racconto bellissimo, secondo me, e' molto cechoviano:
    Lo scherzuccio


    И un luminoso mezzogiorno d'inverno... Il gelo и forte, la neve scricchiola e a Nаden'ka, che mi dа il braccio, i riccioli sulle tempie e la lanugine sul labbro superiore si coprono di una brina argentea.
    Ci troviamo sulla cresta di una montagnola di ghiaccio. Dai nostri piedi fino al piano si distende una superficie levigata, nella quale il sole si mira come in uno specchio. Accanto a noi c'и una piccola slitta foderata di panno scarlatto.
    " Scivoliamo giщ, Nadezda Petrтvna! " supplico. " Una volta sola! Vi assicuro, resteremo interi, non ci faremo male! "
    Ma Nadezda ha paura. Tutto lo spazio che va dalle sue piccole soprascarpe di gomma fino al fondo della montagna di ghiaccio, le sembra un precipizio spaventoso, incommensurabilmente profondo. Le si ghiaccia l'animo e le manca il respiro se soltanto guarda giщ, se soltanto le offro di sedere nella slitta; che mai sarebbe se si arrischiasse a volare nel baratro? Morrebbe o perderebbe la ragione.
    " Vi supplico! " dico io. " Non bisogna aver paura! Rendetevi conto: и una debolezza, una viltа! "
    Nаden'ka alla fine cede ed io dal suo volto capisco che si rassegna, pur convinta che c'и pericolo per la vita. La faccio sedere tutta pallida e tremante nella slitta, le cingo col braccio la vita e mi precipito insieme con lei nell'abisso.
    La slitta vola come un proiettile. L'aria tagliata ci batte in viso, mugola, fischia negli orecchi, ci punge di rabbia fino a farci male, ci vuole strappare dalle spalle la testa. La resistenza del vento toglie il respiro. Come se il diavolo ci avesse preso fra le sue zampe e con un muggito ci trascinasse all'inferno. Le cose intorno si confondono in una lunga striscia vertiginosamente fuggente... Ecco ancora un attimo e, sembra, saremo perduti!
    " Io vi amo, Nadja! " dico sottovoce.
    La slitta rallenta la sua corsa sempre piщ; il muggito del vento e il ronzio dei pattini non sono ormai cosм terribili. non manca piщ il respiro, e, finalmente, siamo in fondo. Nаden'ka non и nй viva nй morta. И pallida, respira appena... L'aiuto ad alzarsi.
    " Per nulla al mondo verrт un'altra volta! " dice, guardandomi con gli occhi sbarrati, pieni di orrore. " Per nulla al mondo! Per poco non son morta! "
    Dopo un istante ella torna in sй e giа mi guarda negli occhi, come interrogando: sono io che ho detto quelle quattro parole o ho creduto soltanto di udirle nel rumore del turbine? Ed io sto ritto, accanto a lei, fumo e osservo attentamente uno dei miei guanti.
    Ella mi prende sotto il braccio e passeggiamo a lungo presso la montagnola. L'enigma, si vede, non le dа pace. Sono state dette quelle parole, o no? Si o no? Si o no? И una questione di amor proprio, d'onore, di vita, di felicitа, una questione molto grave, la piщ grave del mondo. Nаden'ka impazientemente, tristemente, con uno sguardo penetrante mi guarda furtiva in viso, risponde a sproposito, aspetta ch'io parli. Oh, quale giuoco di espressioni in quel suo caro viso. quale giuoco! Vedo che ella lotta con se stessa, che ha bisogno di dire qualcosa, di domandare, ma non trova le parole. и imbarazzata, non osa, la gioia la turba...
    " Sapete? " dice senza guardarmi.
    " Cosa? " domando.
    " Proviamo ancora una volta... a andar giщ. "
    Montiamo per la scala su fino alla cresta del pendio. Di nuovo faccio accomodare Nаden'ka, pallida, tremante, nella slitta; di nuovo voliamo nel baratro terribile, di nuovo il vento ruggisce e ronzano i pattini e di nuovo nel momento del piщ forte impeto e rumore io mormoro sottovoce:
    " Io vi amo, Nаden'ka! "
    Quando la piccola slitta si arresta, Nаden'ka abbraccia con uno sguardo il monte, lungo il quale un istante prima volavamo, poi osserva a lungo il mio viso, ascolta la mia voce indifferente e vuota di passione, e tutta, tutta, persino il suo manicotto e il suo cappuccio, tutta la sua figurina esprime una perplessitа estrema. E sul suo viso sta scritto: " Che cosa и dunque? Chi ha pronunciato quelle parole? "
    " Mi и parso soltanto? "
    Questo dubbio la inquieta, la impazientisce. La povera fanciulla non risponde alle domande, si rabbuia, и sul punto di piangere.
    " Torniamo a casa? " domando io.
    " A me... a me piacciono queste scivolate, " dice ella arrossendo. " Non vogliamo farne ancora una? "
    A lei " piacciono " quelle scivolate, e intanto sedendo nella slitta, come le altre volte, impallidisce, respira appena per la paura, trema.
    Ci slanciamo giщ per la terza volta e vedo ch'ella mi guarda in viso, fissa le mie labbra. Ma io porto alle labbra un fazzoletto, tossisco e quando siamo a metа della china riesco a bisbigliare:
    " Io vi amo, Nadja! "
    E l'enigma resta enigma. Nаden'ka tace, riflette... L'accompagno dal campo di pattinaggio a casa; ella cerca di camminare adagino, rallenta i passi e aspetta sempre se io non ripeta quelle parole. E io vedo come la sua anima soffre, come ella si fa forza per non gridare:
    " Non puт essere che le abbia dette il vento? E io non voglio che le abbia dette il vento! "
    Il mattino seguente ricevo un biglietto: " Se oggi andate al pattinaggio, passate a prendermi. N. " E da allora ho cominciato ad andare ogni giorno al pattinaggio insieme con Nаden'ka e volando giщ nella slitta ogni volta pronuncio sottovoce le stesse parole: " Io vi amo, Nadja! "
    Presto Nаden'ka si abitua a questa frase come ci si abitua al vino o alla morfina. Non puт vivere senza. И vero, volar giщ in slitta dalla montagnola и spaventoso come prima, ma ora la paura e il pericolo dаnno un incanto speciale alle parole d'amore, alle parole che come prima restano un enigma e fanno languir l'anima. Sospettati sono sempre gli stessi due, io e il vento... Chi dei due le confessi l'amor suo, ella non sa, ma evidentemente ormai poco importa: da quale tazza sм beva и lo stesso, purchй ci si ubriachi.
    Una volta a mezzogiorno mi reco al campo di pattinaggio solo; confuso fra la gente, vedo Nаden'ka che si avvicina alla montagnola, che mi cerca con gli occhi... poi timidamente sale per la piccola scala... И tremendo andar sola; oh. com'и tremendo! Ella и pallida come la neve, trema, va come al supplizio, ma va, senza guardarsi indietro, risolutamente. И chiaro che ha deciso di provare, alla fine: si udranno quelle meravigliose dolci parole, quando io non ci sono? Vedo come, pallida, con la bocca aperta per lo spavento, si siede nella slitta, chiude gli occhi, e dato un addio per sempre alla terra. si muove... Ssssc... ronzano i pattini. Ode Nаden'ka quelle parole? non so... Vedo solo che si alza dalla slitta affaticata, debole. E si vede dal suo volto ch'ella stessa non sa se abbia udito qualche cosa o no. La paura, mentre scivolava giщ, le ha tolto la capacitа di udire, di discernere i suoni, di capire...
    Ma ecco giunge il primaverile mese di marzo. Il sole si fa piщ carezzevole. La nostra montagnola di ghiaccio si oscura, perde la lucentezza e alla fine si scioglie. Noi non andiamo piщ in slitta. La povera Nаden'ka non ha piщ dove udire quelle parole e non c'и piщ nessuno che possa pronunciarle, perchй il vento non soffia piщ ed io mi preparo a partire per Pietroburgo - per molto tempo, probabilmente per sempre.
    Una volta, un paio di giorni prima della partenza, verso il crepuscolo, sono nel giardinetto, che un alto steccato irto di chiodi separa dal cortile della casa dove abita Nаden'ka... Fa ancora abbastanza freddo, sotto il concime c'и ancora della neve; gli alberi sono morti, ma giа si sente nell'aria l'odore della primavera e, disponendosi al sonno, le cornacchie gracchiano in modo assordante. Mi avvicino allo steccato e a lungo guardo attentamente una fessura. Vedo Nаden'ka che esce sulla soglia e volge lo sguardo melanconico, angosciato al cielo... Il vento serale le soffia diritto nel viso pallido, intristito... Questo vento le ricorda l'altro che muggiva intorno a noi, allora, sulla montagna, quando udiva quelle quattro parole, e il viso le si fa triste triste, sulla guancia scorre una lacrima...
    E la povera fanciulla stende tutte e due le braccia come a supplicare questo vento di portarle ancora una volta quelle parole.
    Ed io aspetto un soffio piщ forte e dico sottovoce: " Io vi amo, Nadja! "
    Dio mio, che le succede? Nаden'ka getta un piccolo grido, un sorriso le illumina tutto il volto e stende incontro al vento le mani, gioiosa, felice, tanto, tanto bella.
    E io vado a preparare i bauli...
    Questo и stato molto tempo fa. Ora Nаden'ka ha marito; le hanno dato, o lei lo ha voluto - fa lo stesso - il segretario di un'istituzione nobiliare; e ha giа tre bambini. Quel tempo in cui andavamo insieme a slittare sulla montagnola di ghiaccio, e il vento le portava quelle parole: " Io vi amo, Nadja! " ella non l'ha dimenticato; esso и ora per lei il piщ felice, il piщ commovente e bel ricordo della sua vita...
    Ed io, ora che son piщ vecchio, non capisco piщ perchй ho detto quelle parole, perchй ho scherzato...

  2. #2
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    Predefinito

    Ho conosciuto ed apprezzato questo autore prima attraverso i suoi racconti (per fortuna me ne mancano ancora da leggere) e poi da qualche mese lo sto approfondendo tramite le sue opere teatrali .
    Ne ho già lette 4: Zio Vanja, Tre sorelle, Il giardino dei ciliegi e Il gabbiano.

  3. #3
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    Predefinito Cechov.

    Riflessioni: (queste sono considerazioni del tutto personali senza alcun serio approfondimento critico delle opere).

    Ho letto quattro commedie (il gabbiano, zio Vanja, tre sorelle, il giardino dei ciliegi) di questo grande autore. Sono molto diverse una dall’altra, e dovrebbero essere commentate e analizzate singolarmente per la varietà dei temi che contengono. Hanno però una cosa molto importante in comune, tanto che la considererei un’opera unica: sono ambientate tutte nella piccola nobiltà russa di campagna dell’ultimo periodo zarista tra proprietari terrieri, alti gradi militari, qualche professionista e artista. Una società crepuscolare, che vive degli antichi splendori e che, per lo più, non si rende conto della storia che avanza e che qualche decennio dopo li travolgerà. E’ una società che vede ancora Mosca come un mito, e che nella maggioranza dei casi, non conosce il significato della parola lavoro. Cechov descrive la vita di tutti i giorni di questa società che si ritrova nei salotti delle grandi magioni di campagna e i rapporti umani tra le persone, tra padroni e servi, genitori e figli, fratelli e sorelle, amici, coniugi, innamorati e amanti e tutto ciò che esiste nella vita reale. E’ un caleidoscopio di fatti e personaggi sempre in movimento; non ci sono supereroi in questi scritti, ma gente comune, con tutti i difetti e le debolezze del genere umano. Ecco, Cechov racconta “la vita”, così com’è nella realtà. Molte discussioni, riflessioni, filosofia spicciola (ma importante) che esce da questi dialoghi potrebbero tranquillamente essere spostati ai giorni nostri senza che apparissero fuori luogo e che la qualità dell’opera ne dovesse risentire. Un personaggio tra le altre cose dice… (….Se per esempio potessimo rendere colti i lavoratori e laboriosi gli intellettuali… ) è piccola filosofia, un utopia, certo, ma quanti benefici ne deriverebbero anche per la per la società attuale!!! . Ci sono pareri diversi sull’evoluzione del mondo: qualcuno dice che fra qualche secolo la vita, in abiti più moderni, sarà sempre la stessa, qualcun altro invece pensa che i sacrifici della società attuale renderanno il mondo futuro completamente migliore e felice per tutti, c’è addirittura un personaggio che (oltre centoventi anni fa!!) si preoccupa dell’esaurirsi delle riserve della madre terra con un’analisi precisa e dettagliata dei motivi che lo determineranno degna del miglio Piero Angela). Uno dei motivi conduttori dominanti in tutta l’opera è però, a mio avviso, il trascorrere inesorabile del tempo, tanto che molti personaggi si accorgono, con sgomento, che il miglior tempo della loro vita è passato senza che loro abbiano veramente vissuto, una sensazione terribile e amarissima. Si dirà che si fatica a trovare un personaggio veramente felice in tutta l’opera e che l’autore non tiene in grande considerazione il vincolo matrimoniale. E’ vero, ma parliamoci chiaro, tolta l’età della spensieratezza chi può sentirsi veramente felice? Ci sono dei momenti nella vita di grande felicità (ma non per tutti) ma sono “momenti”, per il resto è già un risultato notevole trovare la vita “sopportabile”. Credo che di veramente felice ci sia solo una piccolissima parte dell’umanità. Mi sbilancio: ricchi di famiglia con buonissima salute e un quoziente intellettivo molto basso. A suo tempo questo autore era considerato inferiore ai grandissimi romanzieri russi (Tolstoj , Dostoevskij, Turgheniev) ma devo dire che i narratori descrivono gli stati d’animo interiori dei loro personaggi per facilitarne la comprensione al lettore, mentre nella “commedia”, tutto deve trasparire dal dialogo tra i personaggi, e mi sembra più difficile. Dai dialoghi in Cechov (all’apparenza) semplici, lineari, mai sopra le righe, i personaggi escono dalle pagine con grande rilievo e questo lo colloca, per me, tra i più grandi. Non per niente mi sembra che la sua opera sia, ancor oggi, abbastanza rappresentata. Ne consiglio a tutti la lettura, a qualche personaggio del “Forum” addirittura, se potessi, la “imporrei”.

  4. The Following User Says Thank You to Grantenca For This Useful Post:


  5. #4
    Ananke
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    Citazione Originariamente scritto da Grantenca Vedi messaggio
    Riflessioni: (queste sono considerazioni del tutto personali senza alcun serio approfondimento critico delle opere).

    Ho letto quattro commedie (il gabbiano, zio Vanja, tre sorelle, il giardino dei ciliegi) di questo grande autore. Sono molto diverse una dall’altra, e dovrebbero essere commentate e analizzate singolarmente per la varietà dei temi che contengono. Hanno però una cosa molto importante in comune, tanto che la considererei un’opera unica: sono ambientate tutte nella piccola nobiltà russa di campagna dell’ultimo periodo zarista tra proprietari terrieri, alti gradi militari, qualche professionista e artista. Una società crepuscolare, che vive degli antichi splendori e che, per lo più, non si rende conto della storia che avanza e che qualche decennio dopo li travolgerà. E’ una società che vede ancora Mosca come un mito, e che nella maggioranza dei casi, non conosce il significato della parola lavoro. Cechov descrive la vita di tutti i giorni di questa società che si ritrova nei salotti delle grandi magioni di campagna e i rapporti umani tra le persone, tra padroni e servi, genitori e figli, fratelli e sorelle, amici, coniugi, innamorati e amanti e tutto ciò che esiste nella vita reale. E’ un caleidoscopio di fatti e personaggi sempre in movimento; non ci sono supereroi in questi scritti, ma gente comune, con tutti i difetti e le debolezze del genere umano. Ecco, Cechov racconta “la vita”, così com’è nella realtà. Molte discussioni, riflessioni, filosofia spicciola (ma importante) che esce da questi dialoghi potrebbero tranquillamente essere spostati ai giorni nostri senza che apparissero fuori luogo e che la qualità dell’opera ne dovesse risentire. Un personaggio tra le altre cose dice… (….Se per esempio potessimo rendere colti i lavoratori e laboriosi gli intellettuali… ) è piccola filosofia, un utopia, certo, ma quanti benefici ne deriverebbero anche per la per la società attuale!!! . Ci sono pareri diversi sull’evoluzione del mondo: qualcuno dice che fra qualche secolo la vita, in abiti più moderni, sarà sempre la stessa, qualcun altro invece pensa che i sacrifici della società attuale renderanno il mondo futuro completamente migliore e felice per tutti, c’è addirittura un personaggio che (oltre centoventi anni fa!!) si preoccupa dell’esaurirsi delle riserve della madre terra con un’analisi precisa e dettagliata dei motivi che lo determineranno degna del miglio Piero Angela). Uno dei motivi conduttori dominanti in tutta l’opera è però, a mio avviso, il trascorrere inesorabile del tempo, tanto che molti personaggi si accorgono, con sgomento, che il miglior tempo della loro vita è passato senza che loro abbiano veramente vissuto, una sensazione terribile e amarissima. Si dirà che si fatica a trovare un personaggio veramente felice in tutta l’opera e che l’autore non tiene in grande considerazione il vincolo matrimoniale. E’ vero, ma parliamoci chiaro, tolta l’età della spensieratezza chi può sentirsi veramente felice? Ci sono dei momenti nella vita di grande felicità (ma non per tutti) ma sono “momenti”, per il resto è già un risultato notevole trovare la vita “sopportabile”. Credo che di veramente felice ci sia solo una piccolissima parte dell’umanità. Mi sbilancio: ricchi di famiglia con buonissima salute e un quoziente intellettivo molto basso. A suo tempo questo autore era considerato inferiore ai grandissimi romanzieri russi (Tolstoj , Dostoevskij, Turgheniev) ma devo dire che i narratori descrivono gli stati d’animo interiori dei loro personaggi per facilitarne la comprensione al lettore, mentre nella “commedia”, tutto deve trasparire dal dialogo tra i personaggi, e mi sembra più difficile. Dai dialoghi in Cechov (all’apparenza) semplici, lineari, mai sopra le righe, i personaggi escono dalle pagine con grande rilievo e questo lo colloca, per me, tra i più grandi. Non per niente mi sembra che la sua opera sia, ancor oggi, abbastanza rappresentata. Ne consiglio a tutti la lettura, a qualche personaggio del “Forum” addirittura, se potessi, la “imporrei”.
    Credo che Cechov sia inarrivabile nei suoi racconti... per me i suoi racconti sono dei veri e propri gioiellini, e li preferisco alle sue opere (commedie) teatrali

  6. #5
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    Ho letto solo "Zio Vanja" ma mi basta per confermare la frase di Grantenca che condivido in pieno: è molto difficile riassumere tutti gli aspetti della vita umana e farli trasparire solo dai dialoghi, e Cechov ci riesce in pieno.
    Continuerò a leggerlo.

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