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Terroni

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Discussione: Aprile, Pino - Terroni

  1. #1
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    Predefinito Aprile, Pino - Terroni

    In occasione dei festeggiamenti per i 150 dell'Unità d'Italia, mi piacerebbe che molta gente leggesse questo libro.

    Che differenza c'è tra un massacro epico come quello sul Sand Creek

    http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Sand_Creek

    e quello dimenticato di Pontelandolfo e Casalduni?

    http://www.pontelandolfonews.com/index.php?id=151

  2. #2
    Sud e magia
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    Ci sono i libri di Giustino Fortunato, di Gaetano Salvemini, c'è questo libro di Aprile, ma nessun testo ha l'immediatezza di Massimo Troisi riguardo all'Unità d'Italia, espressa a Non stop nel lontano 1977.


  3. #3
    Sud e magia
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    Non c'era internet qualche anno fa, non vivevo in un centro ove ci fossero delle biblioteche e dunque la mia conoscenza storica si è formata soprattutto sui libri di Camera e Fabietti.
    E fino a qualche anno fa io ero convinto che al Sud fossimo tutti analfabeti prima che arrivasse Garibaldi a portarci il Regno illuminato dei Savoia. Ero convinto che l'aggettivo: borbonico, fosse sinonimo di arretratezza, di indisciplina, di povertà e di miseria, di sfruttamento delle masse contadine, ero convinto che i briganti fossero da sempre una delle peggiori piaghe del mezzogiorno, ero convinto che fossero delle belve feroci e come scrivono Camera e Fabietti a pag. 918 del loro libro la guerriglia condotta da queste "bestie" fu coraggiosamente sedata dai valorosi militi dell'esercito piemontese e dai carabinieri. Non c'è paese al sud che nelle sue caserme non abbia una lapide che ricorda il Valor Militare di qualche eroico carabiniere che ha perso la vita per la gloria dell'Unità d'Italia. Tra l'altro Camera e Fabietti scrivono che i caduti da una parte e dall'altra fossero in totale 7000, più 2000 fucilazioni (queste ovviamente sebbene non specificato erano tutte da una sola parte). Ero convinto che il processo unitario fosse irreversibile e consideravo sciocchi coloro che vi si opponevano. E perché opporsi poi? Con i nuovi regnanti saremmo stati tutti meglio.

    Poi arriva Internet e scopro Salvemini, Fortunato, Russo, Sonnino e Franchetti. Scopro che solo a Pontelandolfo e Casalduni i morti furono oltre 2000, che a Gaeta c'è una fossa comune con altri 2000 morti, che nel 1863 si parlava di 15000 morti fucilati (ma non erano 2000?).
    Poi scopro che l'agricoltura del Meridione non era arretrata, ma esportava nel resto d'Europa, scopro che i cantieri di Pietrarsa furono copiati mattone su mattone da Kaliningrad e Kalininigrad fu copiato dalle mirabolanti officine di Kronstadt. Officine di Pietrarsa che i nuovi padroni d'Italia smontarono pezzo per pezzo. Scopro che il maggiore impianto siderurgico d'Europa si trovava in uno sperduto luogo calabrese e dava lavoro a 3000 persone, ma i nuovi padroni decisero che non avendo vie di comunicazione sul mare era meglio trasferirle sulla costa, difatti furono trasferite a Terni che ha uno dei mari più belli d'Italia.

    Anch'io come Giustino Fortunato sono per l'Unità d'Italia, ma perché l'abbiamo pagata con sangue e soldi.
    E' difficile accettare di essere chiamati ladri da coloro i quali ti hanno fregato il portafoglio.

    E' ciò che ho trovato scritto sul libro di Pino Aprile.




    Anche il mio borgo contava circa 15000 anime verso la fine dell'800, ora siamo meno di un terzo.
    Ultima modifica di Baldassarre Embriaco; 05-31-2010 alle 08:01 PM.

  4. #4
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    Citazione Originariamente scritto da Baldassarre Embriaco Vedi messaggio
    Non c'era internet qualche anno fa, non vivevo in un centro ove ci fossero delle biblioteche e dunque la mia conoscenza storica si è formata soprattutto sui libri di Camera e Fabietti.
    E fino a qualche anno fa io ero convinto che al Sud fossimo tutti analfabeti prima che arrivasse Garibaldi a portarci il Regno illuminato dei Savoia. Ero convinto che l'aggettivo: borbonico, fosse sinonimo di arretratezza, di indisciplina, di povertà e di miseria, di sfruttamento delle masse contadine, ero convinto che i briganti fossero da sempre una delle peggiori piaghe del mezzogiorno, ero convinto che fossero delle belve feroci e come scrivono Camera e Fabietti a pag. 918 del loro libro la guerriglia condotta da queste "bestie" fu coraggiosamente sedata dai valorosi militi dell'esercito piemontese e dai carabinieri. Non c'è paese al sud che nelle sue caserme non abbia una lapide che ricorda il Valor Militare di qualche eroico carabiniere che ha perso la vita per la gloria dell'Unità d'Italia. Tra l'altro Camera e Fabietti scrivono che i caduti da una parte e dall'altra fossero in totale 7000, più 2000 fucilazioni (queste ovviamente sebbene non specificato erano tutte da una sola parte). Ero convinto che il processo unitario fosse irreversibile e consideravo sciocchi coloro che vi si opponevano. E perché opporsi poi? Con i nuovi regnanti saremmo stati tutti meglio.

    Poi arriva Internet e scopro Salvemini, Fortunato, Russo, Sonnino e Franchetti. Scopro che solo a Pontelandolfo e Casalduni i morti furono oltre 2000, che a Gaeta c'è una fossa comune con altri 2000 morti, che nel 1863 si parlava di 15000 morti fucilati (ma non erano 2000?).
    Poi scopro che l'agricoltura del Meridione non era arretrata, ma esportava nel resto d'Europa, scopro che i cantieri di Pietrarsa furono copiati mattone su mattone da Kaliningrad e Kalininigrad fu copiato dalle mirabolanti officine di Kronstadt. Officine di Pietrarsa che i nuovi padroni d'Italia smontarono pezzo per pezzo. Scopro che il maggiore impianto siderurgico d'Europa si trovava in uno sperduto luogo calabrese e dava lavoro a 3000 persone, ma i nuovi padroni decisero che non avendo vie di comunicazione sul mare era meglio trasferirle sulla costa, difatti furono trasferite a Terni che ha uno dei mari più belli d'Italia.

    Anch'io come Giustino Fortunato sono per l'Unità d'Italia, ma perché l'abbiamo pagata con sangue e soldi.
    E' difficile accettare di essere chiamati ladri da coloro i quali ti hanno fregato il portafoglio.

    E' ciò che ho trovato scritto sul libro di Pino Aprile.




    Anche il mio borgo contava circa 15000 anime verso la fine dell'800, ora siamo meno di un terzo.

    Quoto tutto perchè , semplicemente, risponde alla realtà dei fatti. Però , ci sono delle cose che non mi tornano ...
    Mi sembra che si sottovaluti il fatto che quando arrivò il buon Peppino Garibaldi in Sicilia, non portò "la rivoluzione" ma in qualche modo approfittò (ci contava) di un clima da guerra civile che aveva accesso speranze e aspirazioni contrapposte.
    E non si trattava del movimento di soli gruppi mazziniani o filo sabaudi.
    Ci sono piccoli particolari, di cui si parla poco, ma secondo me significativi :
    1) Ho letto in più di un occasione che le truppe borboniche sarebbero state poco preparate ad affrontare i veterani garibaldini perchè provate solo in occasionali campagne anti-brigantaggio ( Ma allora c'erano già "briganti" che richiedevano l'intervento dell'esercito per essere affrontati ? )
    2) Quando Pisacane sbarca a Sapri, le autorità borboniche per aizzare i contadini parlano di una banda di "briganti" (perchè non di "piemontesi" o "stranieri" ? Evidentemente l'idea di una grossa banda di briganti non era qualcosa di remoto o inattuale )
    3) A Bronte in Sicilia nel 1860 i contadini massacrano i possidenti appena vengono a conoscenza delle prime vittorie di Garibaldi.
    4) Più che per conservare il trono a Francesco II, molti contadini si ribellano appena vengono confiscate (in ossequio alla politica anticlericale che il governo aveva già applicato in Piemonte pochi anni prima) le terre delle chiesa , spesso sottoposte agli "usi civici" con diritti di uso per i contadini. Senza quelle terre, messe all'sta e ben presto accaparrate da possidenti di ogni orientamento politico, tanti contadini poveri si trovarono in gravi difficoltà.
    5) Ho letto una volta un libro che riportava la testimonianza di un capitano dei carabinieri, che partecipò alla repressione del brigantaggio in basilicata, che in sostanza dice ( pur con tutte le cautele dettate dalla "convenienza" ) : " Ok, questi briganti saranno "belve feroci" e i contadini che li sostengono "corrotti" dal passato malgoverno, però quì c'è gente che appartiene alle classi dirigenti (galantuomini) che non si fanno scrupolo di fomentare lo scontro. Tanti possidenti hanno addirittura dei gruppi di guardie del corpo (squadriglieri) che escono ed entrano dalla bande di briganti !! "
    6) In diverse occasioni alti ufficiali borbonici sembra che più che alle cariche dei garibaldini, non abbiano saputo resistere alla valuta straniera che gli veniva offerta. Il problema è che , per interesse o per convinzione, passarono d'altra parte non pochi generali sparsi, ma moltissimi ufficiali ( non una maggioranza schiacciante nelle marina borbonica ad esempio).
    Inoltre già 2 o 3 anni prima della spedizione dei mille c'era stata una rivolta dei soldati svizzeri arruolati nell'esercito. In crollo dello stato borbonico non era stato qualcosa di così improvviso ...
    7) anche questo , secondo me, rende bene l'idea del vero clima del momento http://www.forumlibri.com/forum/show...l=1#post141094

    ... e molto altro ancora ...

    Alla fine i filo borbonici non avevano interesse a denunciare la guerra sociale e civile in atto per mostrare una realtà di unione e solidità dello stato infranta solo dalla violenza venuta dall'esterno e dal tradimento all'interno.
    I filo sabaudi per contro attribuivano il brigantaggio e le tensioni sociali ad un generico malgoverno e all'arretratezza culturale delle popolazioni senza voler incidere nella struttura di potere di quella parte di classe dirigente che li aveva appoggiati (E come faceva timidamente notare il capitano dei caribineri, anche per il 1860, era inaccettabile il sistema gestito da tanti "galantuomini" )
    Ultima modifica di lettore marcovaldo; 05-31-2010 alle 09:31 PM.

  5. #5
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    Su alcuni punti ho trovato una risposta nel libro di Aprile, su altri in sincerità non saprei cosa dirti.

    I briganti esistevano anche prima dell'Unità d'Italia, erano frange rurali che vessate dai proprietari terrieri si costituivano in bande per operazioni di guerriglia. Il problema era marginale nel Regno delle Due Sicilie, ma molto vasto nello Stato Pontificio.
    Negli anni successivi all'Unità d'Italia il fenomeno assunse proporzioni molto vaste proprio nel Mezzogiorno, ma ai "soliti" diseredati si aggiunsero anche ex soldati e ufficiali dell'esercito borbonico e molti lealisti.

    E' ormai pacifico che il Piemonte riempì il Meridione di sobillatori, molti focolai di guerriglia contro i Borboni furono accesi da queste persone.

    La codardia degli ufficiali borbonici spiazzò gli stessi soldati dell'esercito del Regno delle Due Sicilie, codardia dovuta, come ben dici, al prezzolamento dei sabaudi, tanto presto avrebbero messo le mani sulla cassa e potevano permettersi queste spese.

  6. #6
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    Citazione Originariamente scritto da Baldassarre Embriaco Vedi messaggio
    Negli anni successivi all'Unità d'Italia il fenomeno assunse proporzioni molto vaste proprio nel Mezzogiorno, ma ai "soliti" diseredati si aggiunsero anche ex soldati e ufficiali dell'esercito borbonico e molti lealisti.
    Ci fu anche il caso di qualche soldato "piemontese" passato con i rivoltosi.

    Citazione Originariamente scritto da Baldassarre Embriaco Vedi messaggio
    E' ormai pacifico che il Piemonte riempì il Meridione di sobillatori, molti focolai di guerriglia contro i Borboni furono accesi da queste persone.
    Beh.. in Sicilia non ci fu bisogno di molti sobillatori. A Palermo la lotta fu ferocissima. A Corleone ci fu una carneficina tra rivoltosi e soldati borbonici. Scontri molto duri anche a Catania. E' un fatto che i generali borbonici temessero di rimanere tagliati fuori dal resto del regno e costretti e correre da una parte all'altra dell'isola per evitare le insurrezioni.

    Citazione Originariamente scritto da Baldassarre Embriaco Vedi messaggio
    La codardia degli ufficiali borbonici spiazzò gli stessi soldati dell'esercito del Regno delle Due Sicilie, codardia dovuta, come ben dici, al prezzolamento dei sabaudi, tanto presto avrebbero messo le mani sulla cassa e potevano permettersi queste spese.
    In alcuni casi come in Calabria sembra proprio che l'accordo sia stato evidente. In molti altri casi bisogna dire che l'insperienza dei comandi borbonici fu clamorosa. In fondo gl ufficiali più alti in grado, con esperienza di guerra "grossa", ( a parte i pochissimi che avevano partecipato in qualche modo alla prima guerra di indipendenza) erano quelli che avevano combattuto durante le guerre napoleoniche e quindi superavano tranquillamente i settanta anni !
    Nella battaglia del Volturno, quando ormai i ranghi dell'esercito erano stati "ripuliti", i borbonici perdono pur avendo più uomini e artiglieria e conoscendo meglio il terreno. In quel caso Garibaldi ,ottiene la vittoria senza aiuti esterni ...

  7. #7
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    Predefinito Fenestrelle, storia di un lager.

    "Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce"

    Questa è l’iscrizione che il visitatore può leggere ancora oggi su un muro della fortezza, entrando a Fenestrelle.

    Fenestrelle è appunto una fortezza ubicata sulle montagne piemontesi dove, dal 1860 al 1870, furono deportati migliaia di meridionali che si opposero all'unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese. Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici, i quali morirono di stenti e vessazioni perpetrati da chi si reputava un liberatore!

    Al tempo si trattava di un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una gigantesca cortina fortificata resa ancor più spettrale dalla naturale asperità dei luoghi e dalla rigidità del clima.

    I prigionieri erano assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce sopravvivevano in condizioni disumane, perfino i vetri e gli infissi venivano smontati al fine di rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

    Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni non superava i tre mesi, anche perché spesso i carcerati venivano uccisi arbitrariamente, o solo per aver proferito ingiurie contro i Savoia. Dunque nessuna spiegazione logica era alla base della loro misera prigionia e molti non erano nemmeno registrati, di conseguenza non si può avere oggi un preciso riscontro del numero dei morti, processati e non, e quindi delle motivazioni logiche di quanto accaduto.

    E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, subito dopo la resa di Gaeta, sarebbero dovuti essere liberati al termine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero, invece, subire un trattamento infame: vennero disarmati, derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

    Infine, i detenuti tentarono di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene tra cui la costrizione di portare al piede palle da 16 chili, ceppi e catene.

    La liberazione, dunque, poteva avvenire solo attraverso la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte.



    A scanso di equivoci, io sono per l'Unità d'Italia, quella vera però. Dove ad un km di strada ferrata al Nord ne corrispondesse uno al Sud.
    Ma se Moretti nello spendere 1,2 mld di euro per le ferrovie mi dice che la priorità è il nord, allora qualcosa che non c'è, sussiste ancora.

  8. #8
    Sud e magia
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    Predefinito La verità rafforzal'Unità

    A Pontelandolfo e Casalduni, ogni anno, per l'anniversario della strage, si inscena
    la battaglia fra "briganti" e "piemontesi". Racconta Nicola Bove, presidente della Pro
    Loco di Casalduni che al recupero della storia scomparsa si dedica, ormai a tempo
    pieno, da una ventina di anni: «Gli anziani avvertono i figuranti guerriglieri borbonici:
    "Non andare di là, ci stanno i soldati! "» come se lo scontro fosse vero, e si potesse
    correggere la storia.
    «Ci viene qualche migliaio di persone, dalla Campania, dalla Basilicata, dalla
    Calabria» dice Bove. Ma svicola diplomaticamente sul fatto che i due paesi celebrano
    la giornata della memoria recuperata ognuno per conto suo (da Pontelandolfo
    qualcuno avrebbe chiesto a Casalduni il risarcimento dei danni, perché la rappresaglia
    coinvolse i due paesi, ma i soldati piemontesi in fuga da Pontelandolfo vennero uccisi
    a Casalduni). Bove era commerciante di mobili. Sentì parlare del massacro in alcuni
    convegni, era il 1990. Volle saperne di più. I vecchi ricordavano che «qualcosa di
    brutto era successo»; brandelli slegati di racconti. E poi, documenti incompleti a
    comporre, piano piano, una storia raccapricciante. «Cerchiamo negli archivi
    comunali, parrocchiali dei paesi intorno,» spiega ora lui, aiutato da ragazzi del
    servizio civile «perché qui a Casalduni tutto fu distrutto.» Di Pontelandolfo tre case
    rimasero, di Casalduni nulla. Né si sa quanti furono uccisi. Oggi il paese ha
    millecinquecento abitanti; prima della strage, tremila. Sull'esempio di Bove, anche nei
    centri vicini si organizzano convegni, manifestazioni per ricordare.
    Andiamo a pranzo a Pontelandolfo, in un ristorante di tradizione. Appena entri,
    sulla sinistra, una parete-bacheca, con libri e documenti storici; alcuni si direbbero
    inediti! «Bisogna tradurli» dice l'oste, Gaudenzio Di Mella, un ex autotrasportatore,
    che li recupera e li studia, con l'aiuto di esperti. E bandiere, stemmi. «Il tempo della
    vergogna è finito. Di quella nostra», borbotta il ristoratore. Osservo che un paese
    rinasce se riacquista la memoria. Lui scuote la testa; mi porge un foglio; il tema di un
    allievo delle scuole medie per il centenario dell'Unità, nel 1961: «Tutti i parenti miei
    stanno in America e io pure ci andrò, appena finita la scuola. Il mio paese, qua in
    Italia, è solo provvisorio: il vero Pontelandolfo sta oltre oceano, nel New Jersey degli
    Stati Uniti. Mio zio ha fatto la guerra del Pacifico nei marines e un altro zio sbarcò a
    Salerno e venne pure a trovarci portando ogni ben di Dio. Qua tutti vanno in America,
    per tradizione, e mi hanno raccontato i nonni che una volta Pontelandolfo fu distrutto
    e messo a fuoco perché i paesani erano briganti. Da quella volta tutti furono
    emigranti. Molti fecero fortuna come cittadini americani, però non hanno mai
    dimenticato l'origine e il paese. Per noi New York è più vicino di Milano e sappiamo
    l'inglese meglio dell'italiano. A scuola ci hanno detto che cent'anni son passati
    dall'unità d'Italia. Cent'anni sono tanti e noi non ce ne siamo accorti».
    «L'ho trovato fra le macerie di un edificio pubblico» dice l'oste.
    Ha ragione lui: potranno forse recuperare la memoria, ma l'identità di
    Pontelandolfo è morta con la strage. Nel paese (della subregione sannita in cui i
    Romani deportarono i Liguri irriducibili) si erano stabiliti esuli senesi in fuga dalle
    guerre fra guelfi e ghibellini. Dopo la rappresaglia fu ripopolato, ma da cognomi che
    portarono altre storie, radici di posti diversi, non condivise. Pontelandolfo c'è, ma è
    altro.E non tutti hanno interesse a ristabilire i fatti: ci terreste, se fosse vostro avo
    Achille Jacobelli (usurpatore di terre demaniali; figlio di un delinquente comune
    condannato a morte, ma graziato dai Borbone) che, per ingraziarsi i piemontesi,
    chiede loro di «radere al suolo ogni casa di luoghi infausti come Pontelandolfo e
    Casalduni» («Bruciate, uccidete, togliete dalla faccia della terra ogni abitante di questi
    paesi»)? O se fosse il sindaco che lascia il paese alla vigilia del massacro, forse
    sapendo e non avvertendo, per porsi al sicuro a Napoli? Quei nomi ci sono ancora; i
    risentimenti pure (il dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, discendente del sindaco,
    ha querelato Antonio Ciano, autore di / Savoia e il massacro del Sud, e ha scritto un
    saggio, per sostenere che le vittime della rappresaglia per l'azione dei briganti furono
    solo tredici).
    «Lei ricorda gli Stormy Six?» chiede l'oste. Come no (è uno dei rari e discutibili
    privilegi dell'età): un complesso musicale fine anni Sessanta. «E ricorda il loro album
    del 1972, Unità?» No. «Racconta quello che accadde. Una delle canzoni è
    Pontelandolfo: "Era il giorno della festa del patrono / E la gente se ne andava in
    processione... Pontelandolfo la campana suona per te / Per tutta la tua gente / Per i
    vivi e gli ammazzati / Per le donne ed i soldati / per l'Italia e per il re".»
    Sono passati centocinquant'anni. E non se ne vuole parlare. «Nel 2008, al festival
    delle Pro Loco a Montesilvano, Pescara, c'erano millecinquecento persone e il nostro
    gruppo folk partecipò, con lo sbandieramento del vessillo borbonico. Si ribellò la
    delegazione piemontese: "Ancora!". "Ma perché, vorreste che cancellassimo la nostra
    storia?" replicai. "Ma la conoscete? Se volete, ci incontriamo e ne parliamo." Ci siamo
    dati appuntamento a Roma.»
    Ogni anno, a Vicenza, il Comune deponeva una corona dinanzi alla lapide che
    ricorda un grande eroe del Risorgimento italiano, medaglia d'oro al valor militare, due
    volte medaglia d'argento: il colonnello Pier Eleonoro Negri. Nel 2004, un tenace
    cacciatore di documenti storici, Antonio Pagano, scoprì che fu lui a guidare l'eccidio
    di Pontelan-dolfo (in un primo tempo, si pensava fosse stato Gaetano Negri, pure lui
    del Sesto Reggimento, altro "sterminatore di briganti", poi sindaco di Milano).
    E ora?
    Ogni anno, il Comune di Vicenza continua a deporre una corona dinanzi alla lapide
    di Pier Eleonoro Negri. In nome del popolo italiano, inclusi Pontelandolfo, Casalduni,
    Campolattaro. I soldati blu per building a country, "costruire un paese", rubarono
    vita e terra agl'indiani. Questo ancora ci indigna. I soldati del Nord Italia, per costruire
    un paese, sterminarono e depredarono il Sud. Questo non vi indigna? Carcere a vita
    per Reder e Kappler e medaglia d'oro per Negri che, come loro e più di loro, fece
    massacrare italiani inermi per rappresaglia. Cosa direste, se il Comune di Vicenza
    deponesse ogni anno una corona d'alloro sulle tombe di Reder e Kappler?
    Ma quanti meridionali avete visto, a Vicenza, a ostacolare la cerimonia? Quanti
    lanci di vernice rosso-sangue segnano sulla lapide il disonore del nobile vicentino?
    Questa è l'accettazione della minorità: al più ti lamenti e non reagisci. Uno
    sterminatore è onorato come eroe, e non lo si impedisce. «Una ventina di anni fa,»
    dice Nicola Bove «l'allo-ra sindaco chiese che a Pontelandolfo fosse assegnata la
    medaglia d'oro, visto il sangue versato per l'Unità. Era presidente della Repubblica
    Sandro Pertini. Fu negata.» Alle vittime no, al massacratore sì. Strano paese, in cui
    non importa come vinci, ma se perdi.
    Quando accetti la minorità, accetti tutto. Lo dico con un'immagine tratta dal
    racconto del filosofo meneghino Ferrari sulla mattanza di Pontelandolfo. I superstiti lo
    accolsero con dignità, lo ospitarono in una delle tre case rimaste. Fra le macerie
    fumanti e i sopravvissuti che vi rovistavano per cercare tracce dei loro cari e beni da
    recuperare, lo condussero da Antonio Rinaldi, già possidente (gli avevano distrutto e
    rubato tutto), liberale e unitarista, come i suoi figli Francesco e Tommaso, che erano
    andati incontro ai bersaglieri, facendosi riconoscere, ma furono ugualmente costretti a
    pagare un riscatto, poi fucilati, finiti alla baionetta (i meridionali pro-Savoia erano
    utili, ma quando non più utili, meridionali come tutti gli altri; trattati alla stessa
    maniera). All'onesto deputato del Nord che gli andava incontro, il padre dei due
    filopiemontesi ricattati e uccisi disse soltanto: «Non domando niente, non mi lamento
    di nulla».

    Qualunque cosa ci facciano sarà meno di quel che ci hanno già fatto; la memoria
    tradita di un eccidio è meno dell'eccidio;
    scatta persino l'immonda gratitudine della
    vittima per il carnefice, ché potrebbe farti più male e si contiene. E l'irrinunciabile,
    subdolo bisogno di giustizia può indurti all'inversione della colpa: Negri è onorato,
    perché meritavi la pena. È stato scritto: «I perseguitati piansero al funerale dei
    persecutori».

  9. #9
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    Predefinito

    La siderurgia calabrese era troppo grande, troppo a Sud. Costituiva elemento di
    squilibrio nei pregiudizi e nei piani. L'industria italiana doveva essere settentrionale.
    Gli altiforni di Mongiana, che erano i più grandi e tecnologicamente più avanzati
    d'Italia, vennero ribattezzati «Cavour» e «Garibaldi» (invece che «San Francesco» e
    «San Ferdinando», dal nome dei re napoletani che li avevano voluti e pagati). E poco
    dopo furono spenti. Le rotaie che servivano al trasporto dei minerali estratti dalle
    miniere della zona furono divelte e vendute a peso, come ferro vecchio. L'intero
    stabilimento fu messo all'asta e ceduto a un ex sarto, garibaldino, poi divenuto
    parlamentare e già coinvolto in una colossale truffa ai danni dello stato. Nel prezzo, il
    maggior valore (i quattro quinti) fu attribuito ai boschi che erano in dote alla fabbrica
    e non agl'impianti. Un inutile, estremo insulto.
    Quando chiuse, Mongiana aveva 1.200 operai, ma nei momenti di maggior
    produzione giunse a 1.500 (nel 1845, tutti gli stabilimenti di Liguria, Piemonte e Val
    d'Aosta insieme, una quindicina, raggiungevano lo stesso numero di addetti dei soli
    impianti di Mongiana e Pietrarsa, ma ne erano distanti per qualità e quantità di ghisa e
    acciai prodotti; come tutta la siderurgia settentrionale, del resto, con l'unica eccezione
    dello stabilimento Rubini a Dongo del Lario, poi passato ai Falck).
    Ufficialmente, Mongiana fu condannata perché le nuove teorie industriali
    ritenevano sorpassati gli impianti siderurgici in zone di montagna e non sul mare, con
    fonti energetiche derivanti da salti idrici e da carbone vegetale. Ma, chiusa Mongiana,
    si iniziò a costruire l'acciaieria di Terni, sempre fra i monti, e ancora più lontana dal
    mare, «spendendo molto di più di quanto sarebbe bastato alla ferriera calabrese per
    essere rimessa in sesto», scrivono Brunello De Stefano Manno e Gennaro Matacena,
    che all'argomento hanno dedicato un prezioso e solido studio, Le Reali Ferriere ed
    Officine di Mongiana. I sostegni alle aziende erano una bestemmia solo se si trattava
    del Sud. E la bontà delle teorie economiche variava con la latitudine.

  10. #10
    Sud e magia
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    Predefinito Pippo Callipo

    Pippo Callipo (conserve alimentari, specie pesce, in particolare tonno, di celebrata
    qualità) in un incontro pubblico con i rappresentanti delle istituzioni regionali e
    nazionali, fece l'elenco degli ostacoli che un imprenditore deve superare al Sud,
    avendo contro non solo la geografia e la mafia che impone appalti, pizzo, e personale
    (con Callipo non ci è riuscita, ma a che prezzo!), ma persino lo stato, per la politica
    che si allea con il malaffare e il governo che sottrae incentivi alla trincea meridionale,
    per devolverli al sofà settentrionale. Ma, mentre ne parlava, quest'omone indomito fu
    tradito dal senso di impotenza e dall'altrui sostanziale disinteresse, mentre lui si
    esponeva pubblicamente, nonostante fosse già sotto tali attacchi mafiosi da prendere
    in considerazione la chiusura e il trasferimento altrove delle sue aziende. E pianse.
    Non cedette, però. Poi, piuttosto che attendere ancora che la politica e lo stato si
    emendassero, si mise in gioco e si candidò alla presidenza della Regione, assoluto
    outsider.
    Gli chiedo di ricordare quel suo cedimento all'emozione. «Quando uccisero il
    vicepresidente della Regione, Fortu-gno,» dice «il ministro dell'Interno, Pisanu, venne
    in Calabria. Ci fu un incontro al Consiglio regionale, a Reggio; intervenni, come
    presidente della Confindustria. Al nostro tavolo, solo i funzionari che avevano
    accompagnato il ministro, impegnato in un'altra riunione, nello stesso edificio.
    "Peccato," dissi "avrei voluto chiedergli cosa devo rispondere a mio figlio, quando lo
    accompagno in aeroporto e lui, prima di partire per l'università, mi chiede
    : Papà, devo
    tornare?"
    .» Fu allora che non riuscì a fermare i singhiozzi.
    Callipo ha costruito un'azienda gioiello, duecento dipendenti, la maggioranza
    donne; il suo nome su un'etichetta è la garanzia migliore. Quale altro orgoglio deve
    trasmettere un padre a un figlio? Ma, contro lo stabilimento, hanno anche sparato
    colpi d'arma da fuoco; e un assessore regionale ha inviato i suoi funzionari alla ricerca
    di una qualsiasi irregolarità. Nelle intercettazioni telefoniche, finite in una indagine
    della magistratura, gl'ispettori riferiscono all'assessore che alla Callipo è tutto
    spaventosamente perfetto, a norma e più, non ci sono appigli. Ma ricevono l'ordine di
    tornare (e lo faranno, inutilmente) e la promessa delle promozioni a direttore per chi
    darà fastidio all'azienda del tonno di Pippo Callipo. Ecco, se sei così, e tuo figlio ti
    chiede se deve tornare, cosa gli dici: «Vieni a rovinarti la vita contro la mafia e la
    politica?».
    E lei cosa rispose a suo figlio?
    «Niente.» E la voce gli si spezza. Ancora. Lo pensi e non lo dici: ma chi te lo fa
    fare, perché? Poi, ti racconta il resto e hai lo stesso la risposta: il figlio ha venticinque
    anni; si è laureato con onore alla Bocconi, ha fatto un prestigioso master in
    management industriale a Barcellona. È tornato, ha chiesto di essere assunto
    nell'azienda del padre. Ha iniziato come operaio, a inscatolare filetti di tonno.
    Ho parlato con Callipo una sola volta in vita mia, per questo libro. Chi crede di
    essere imprenditore, al Nord, veda se ci riesce nelle condizioni in cui devono farlo
    Callipo e i suoi colleghi: devi pagare l'energia elettrica, persino se prodotta in impianti
    del Sud, più cara che al Nord, ma devi sopportare che i tuoi impianti possano
    fermarsi, senza preavviso, per insufficienza della rete; devi accettare che il credito
    bancario sia più costoso del 30 per cento, con tempi di lavorazione più lenti, e che i
    mutui abbiano un sovrattasso di tre punti percentuali; che alle spese di produzione si
    aggiunga, se cedi, il pizzo alla mafia (se basta e si accontenta); che collegamenti e
    trasporti incidano molto di più per arretratezza della rete viaria e inesistenza di quella
    ferroviaria (il più grande porto-container del Mediterraneo, quello di Gioia Tauro non
    smista né in entrata, né in uscita merci della regione o nazionali e ha avuto una
    connessione funzionante con la ferrovia, nonostante esista da decenni, solo nel 2007 e
    a binario unico! L'economista Cersosimo lo ha definito «porto vicinissimo al mondo
    intero, lontanissimo dalla Calabria»); devi aspettarti che il ministro dell'Economia e
    Finanza, Tremonti, tolga le agevolazioni per le aziende del Sud, il credito d'imposta, e
    ne scodelli altre, a favore di quelle del Nord; devi sapere che non potrai contare sul
    tuo governo.

  11. #11
    Sud e magia
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    Predefinito Debito

    Napoli è uno scrigno; re Francesco se ne va a Gaeta lasciando tutto: l'oro del regno,
    opere d'arte, musei ricolmi di tesori, milioni di ducati del patrimonio personale e la
    dote della moglie (quando i Savoia furono costretti all'esilio, nel 1946, diciotto treni
    partirono per la Svizzera: solo bagaglio a mano...). Angela Pellicciari riporta la
    denuncia del deputato Boggio, massone, amico e collaboratore di Cavour: «Somme
    ingenti, somme favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono
    agguantate dalle casse borboniche».
    Che fine fa quella montagna d'oro? E quanto grande era davvero? Francesco
    Saverio Nitti, che ebbe accesso ai documenti, contò più di 443 milioni di lire-oro (dei
    664 di tutta l'Italia messa insieme): quasi metà dello spaventoso deficit del Piemonte.
    Per capire di cosa stiamo parlando, ho chiesto al professor Vincenzo Gulì (è
    l'argomento da lui maggiormente studiato): a cosa corrisponderebbero, oggi? Ecco la
    sua risposta: «A circa duecento miliardi di euro, applicando la rivalutazione e
    l'interesse legale. Se poi si aggiungono i 33 milioni di ducati del conto personale del
    re Borbone si arriva a 270 miliardi di euro. In materia economica, però, è doveroso
    non fermarsi al mero interesse legale. Anche perché il tasso di rendimento per i
    capitali dell'ex regno era stato ben superiore, sino al 1861. Un plausibile raddoppio
    dei soli interessi dei capitali iniziali porta al valore più realistico di circa cinquecento
    miliardi. Non basterebbero le entrate del bilancio statale 2009 ("appena" 463 miliardi
    di euro), per estinguere questo primo debito con i popoli meridionali».
    Riuscite a immaginare la somma (che ti compri con quei soldi)? Io no. Per dire: la
    ricchezza stimata della famiglia Agnelli è di qualche miliardo di euro; quella del
    gruppo Berlusconi di una decina. Ma ne parliamo poi, ché il conto è incompleto: non
    sono considerati i beni che vennero razziati in enti, case, chiese, regge (e quello,
    ormai, lo sanno Dio e i ladri). Ma, soprattutto, non viene calcolato l'oro circolante. Di
    che si tratta? Gli altri stati emettevano carta-moneta, il cui valore era garantito dalle
    riserve in oro accumulate. Il sistema si reggeva sulla convertibilità: quando vuoi, vai
    in banca, gli ridai la loro carta e ti prendi l'oro equivalente. In teoria. Nel regno delle
    Due Sicilie, la moneta in circolazione portava con sé il suo valore: era d'oro. E le
    riserve servivano al ripascimento del circolante che andava fuori dal giro, usato per
    altri scopi o perso. A quanto ammontava quest'altra quantità di oro? «Alcuni parlano
    del doppio dei famosi cento milioni di ducati-oro della riserva; e soltanto la metà
    (dato verificato) sarebbe poi passata per il cambio in lire. Si tratta, quindi, di circa altri
    mille miliardi di euro {e il totale dell'oro sottratto sale a millecinquecento; nda), che
    furono assorbiti dal Nord negli anni seguenti, con il drenaggio fiscale antimeridionale,
    come accadde pure alla nuova ricchezza prodotta a Sud in lire. Bisognerebbe andare a
    vedere le entrate fiscali del bilancio dello stato e la parte versata dal Mezzogiorno; ma
    il tutto sarebbe molto approssimativo. Sono senz'altro superiori altri danni; e lì si parla
    di migliaia di miliardi di euro.»

  12. #12
    Steve Workers
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    Qualche anno fa iniziai a nutrire una certa curiosità a proposito del Regno delle due Sicilie.
    Davo per scontato che questo Regno fosse arretrato e che la mafia provenisse dal fenomeno del brigantaggio. Ricordavo quando la mia insegnante di italiano e storia della scuola media diceva che il gap economico ed industriale tra nord e sud iniziò nel momento in cui mentre al sud permaneva l'esistenza del Regno al nord si sviluppavano i Comuni. Ma questa nozione, che ritenevo vera, da sola non mi soddisfaceva.
    Volevo saperne di più e quindi iniziai ad indagare su internet, anche perchè ignoro tuttora in quale angolo polveroso dello scantinato si possa trovare il Camera-Fabietti.
    La verità alla quale giunsi mi lasciò davvero esterrefatto e Pino Aprile ha il merito, con questo libro, di raccontarla non limitandosi alla semplice descrizione dei massacri e dei furti perpetrati ai danni delle popolazioni del sud, ma raccontando anche tutto quello che è stato fatto, perfino con le leggi, affinchè il gap nord-sud fosse mantenuto ed incrementato (“Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»”, come è scritto sulla copertina del libro in questione). Perchè come disse il bandito El Indio nel film “Per qualche dollaro in più” dopo aver rubato la cassaforte da una banca: “Difficile non è fare un colpo. Difficile è conservare il bottino”.
    E per “bottino”, nel caso dell'Unità d'Italia, si intende non solo i soldi rubati al Regno invaso ma anche lo stato di minorità nel quale il sud è stato premeditatamente gettato per favorire lo sviluppo del nord (il sud non era affatto meno sviluppato del nord) e, appunto, conservarlo. Il libro è ricco di informazioni sulle scelte politiche fatte da 150 anni a oggi per impedire che il gap con il nord fosse colmato, del resto chi ti crea un problema per potersene avvantaggiare non te lo risolverà mai e ti impedirà di risolvertelo.
    Pino Aprile spiega bene come il Risorgimento (del Piemonte indebitato) sia stato fatto per :

    -drenare forti somme di denaro dal ricco Regno borbonico, che aveva il doppio dei soldi di tutti gli altri stati della penisola italiana messi assieme, verso le esangui casse del Regno dei Savoia,

    -strozzare l'economia del sud a vantaggio di quella del nord (aumento delle tasse, chiusura di importanti fabbriche come il polo siderurgico di Mongiana, mafia al potere ecc.)

    -aumentare le infrastrutture, e quindi anche la competitività, ed il tessuto industriale al nord quasi abbandonando il sud affinchè quest'ultimo non potesse fare concorrenza al nord,

    -sfruttare l'aumento della disoccupazione al sud per attrarre lavoratori al nord

    -far credere che i problemi creati siano endemici (“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.”-Antonio Gramsci)

    Insomma, un contributo importante allo sviluppo del nord negli ultimi 150 anni è dovuto proprio alla questione meridionale iniziata con il Risorgimento, evento storico che ha segnato l'arricchimento del nord a scapito del sud.
    Interessante nel libro la cura dell'aspetto psicologico legato a queste vicende. Per esempio il pregiudizio che la causa dei mali del sud siano proprio i meridionali.
    Alla fine del libro l'autore cita due possibili soluzioni della questione meridionale. Ma, per quanto tali soluzioni siano intuibili, non voglio rubarvi la sorpresa. Perchè sono un brigante non un ladro.
    Infine, in un sito ho letto un commento nel quale viene citata la crescita economica annuale del nord, che supera il 2%, contro il misero “ zero virgola” del sud. L' autore del commento conclude dicendo che il problema è sempre il sud. Evidentemente, invece, quel 2% è dovuto anche a quello “zero virgola”.

  13. #13
    Lonely member
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    In genere non prediligo i saggi, ma questo libro mi ha letteralmente trascinato, costringendomi a leggerlo. Forse perchè in fondo parla anche di me e io non lo sapevo, parla di cose che non conoscevo e che invece avrei dovuto conoscere.
    Pino Aprile scrive in maniera molto travolegente, perchè è lui stesso che si fa travolgere, da meridionale, nel mare di cose sconvolgenti che man mano scopre. Come è successo a me.
    Non vorrei che si riducesse tutto al solito, banale, contrasto Nord-Sud perchè non è questo il tema centrale. Sarebbe troppo superficiale dire : il nord ha rubato al sud il suo futuro, perchè ci saranno stati rappresentanti politici del sud ai quali ha fatto comodo lasciare le cose in stallo. E ce ne sono ancora oggi.... Non è semplicemente rivangare il passato che serve, ma conoscerlo per ripartire da qual passato e trasformarlo in qualcosa di buono. E il libro si chiude con una speranza della quale, oggi più che mai, non si può fare a meno.
    E' un libro da leggere, a prescindere dalla vostra posizione geografica, perchè conoscere solo un pezzo di storia significa non conoscerla affatto.

  14. #14
    Steve Workers
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    Benvenuto nel club dei realmente informati (e anche un po' incazzati).
    Saluti

  15. #15
    Sud e magia
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