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copertina libro

    * Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud

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Discussione: Lansing, Alfred - Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud

  1. #1
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    Predefinito Lansing, Alfred - Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud

    Uno dei migliori libri che si possa leggere su questo tema: cosi' direi di Endurance, questo gioiello della letteratura d'avventura.
    Endurance di Lansing e' un libro epico scritto come meglio non si poteva: scrittura lineare, veloce, avvincente, tiene il passo con le incredibili avventure dell'equipaggio della Endurance e del suo Capitano.
    Endurance e la sua esperienza appartengono al romanticismo: c'e' qualcosa di romantico , infatti, il questa brama di scoperta, di esplorazione, ma sopra ad ogni cosa, e' romantico l'intendimento del volere dell'uomo. Gli eroi dell'Endurance sono i modelli di una tenacia di resistenza sopra ogni misura: Shakleton non solo e' il Capitano dell'esplorazione, ma e' la traccia madre di un significato che raramente si trova in un gruppo di uomini: l'essere davvero insieme.
    Il miracolo di questo equipaggio, non e' tanto avere fatto quello che e' poi passato alla storia, ma quello di essere stati un unica volonta' comune.
    Tenaci, caparbi, risoluti, determinati, resistenti, dotati della piu' ferrea volonta', gli uomini dell'Endurance rimarranno esempio rarissimo di cosa significhi essere fedeli in nome di un " tutto".
    Per certi versi, anche se con ambientazioni e dimensioni d'avventura completamente diverse, mi hanno ricordato la ritirata di Ney e dei suoi 2000 uomini dalla campagna Napoleonica di Mosca. In entrambi i casi il sentimento supremo e' stato quello di un volere" assoluto, quasi sussurrato da un profondo irrazionale.
    Ultima modifica di elisa; 05-25-2010 alle 04:11 PM. Motivo: format titolo

  2. #2
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    su questo bisogna scrivere molto, moltissimo e ancora non sara' abbastanza.
    Schakleton: qualcosa di piu' di un esploratore.

    Questione di " carattere".

  3. #3
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    Predefinito scheda.

    La conquista del Polo Sud da parte di Amundsen, il 14 dicembre 1911, insieme al dolore degli inglesi per la perdita di Scott, convinsero Shackleton a vedere nell'attraversamento dell'Antartide l'unica spedizione ancora possibile e significativa per la nazione britannica: dal Mare di Weddell al Mare di Ross toccando il Polo, centoventi giorni di marcia, 3300 chilometri con slitte trainate dai cani eschimesi.
    Un'impresa del genere appare però, a molti, difficilmente realizzabile, e per i possibili finanziatori scarsamente appetibile.


    Shackleton, impegnato nella raccolta dei fondi necessari dall'estate del 1913, è costretto così ad ammantare di scienza quella che nel suo animo vede come un'azione solamente eroica, venata da un'ingenua speranza romantica mai abbandonata dall'anglo-irlandese, di trovare un giorno tra i ghiacci del polo una qualche fonte di favolosa ricchezza. Del gruppo faranno parte un geologo, un fisico, un metereologo e un biologo, uno schieramento scientifico di tutto rispetto. Tra le decisioni più felici, vi è quella di ingaggiare Frank Hurley, un valente fotografo e operatore australiano, sperimentatore appassionato dell'arte fotografica, che aveva già partecipato nel 1911 con l'Aurora alla missione dell'esploratore australiano Douglas Mawson. La scelta di Hurley si rivelerà decisiva nel costruire la dimensione mitica della Spedizione Transantartica Imperiale, questo il nome altisonante regolarmente depositato dall'accorto Shackleton nella previsione di sfruttarne adeguatamente i diritti fotografici e cinematografici; fu difatti girato anche un film, South: Ernest Shackleton and the Endurance Expedition, oggi conservato al British Film Institute di Londra. Il Daily Chronicle ottenne l'esclusiva giornalistica, mentre Heinemann (aveva già pubblicato nel 1909 il fortunato libro di Shackleton), quella editoriale. Si riuscì a raccogliere la considerevole somma di 60.000 sterline. Tra i principali finanziatori vi erano un magnate della juta, un fabbricante di biciclette e l'ereditiera Janet Stancomb-Wills, proprietaria di una manifattura di tabacco. Diecimila sterline furono offerte dal governo inglese, mentre un contributo quasi simbolico venne dalla Royal Geographical Society, poco fiduciosa nella riuscita dell'impresa.
    Conclusa con successo la campagna promozionale, Shackleton poté finalmente dedicarsi agli aspetti più strettamente organizzativi della spedizione, primo fra tutti l'acquisto della nave che avrebbe dovuto trasportare materiali e uomini nel Mare di Weddel. La scelta cadde su una solida goletta tre alberi da 300 tonnellate, varata nel dicembre del 1912 dai cantieri norvegesi Framnaes di Sandefjord, cantieri specializzati nella costruzione di baleniere destinate alla caccia nei mari artici ed antartici.
    L'Endurance salpò da Londra il 1 agosto 1914, tre giorni prima che la Gran Bretagna dichiarasse guerra alla Germania, un evento tale da mettere in forse l'impresa, ma il governo inglese rimase a fianco della spedizione. Mentre l'Endurance proseguiva il suo viaggio, Shackleton trascorse alcune settimane a Londra per sbrigare le ultime incombenze, raggiungendo poi definitivamente l'equipaggio a Buenos Aires, dove giunse in transatlantico.
    Il 5 dicembre, con gli uomini preoccupati per l'anomala espansione verso nord della cintura di ghiaccio attorno all'Antartide, l'Endurance salpava dal porto di Grytviken nell'Isola della Georgia Australe, e dopo cinque settimane alla continua ricerca di canali d'acqua navigabili, raggiungeva le scogliere di ghiaccio della Terra di Coats, dove risultò però impossibile sbarcare. Scrive Shackleton: "Dopo il blizzard, ci ritroviamo circondati di colpo dal pack, senza un indizio di acqua libera lungo tutto l'arco dell'orizzonte". Il 16 gennaio 1915, nel pieno dell'estate australe, l'Endurance, che rivelò solo ora l'inadeguatezza dello scafo, inadatto a sfuggire alla morsa dei ghiacci, rimase imprigionata dalla banchisa a 100 chilometri dalla baia di Vahsel, il previsto punto d'approdo, costringendo perciò l'equipaggio a rimanere in balia dei movimenti naturali del pack che porteranno la nave, nei dieci mesi seguenti, alla deriva per centinaia di chilometri. Un lungo inverno antartico attendeva Shackleton e il suo equipaggio, decisi comunque a resistere per rivedere la luce.
    L'inizio della primavera riaccese le speranze, ma risvegliò anche la pressione distruttiva del pack, che decideva delle vite di un gruppo di uomini abbarbicati su una nave destinata alla distruzione, alla frantumazione, alla scomparsa. Il 27 ottobre 1915 lo scafo, affondato quattro settimane dopo, deve essere abbandonato, e per l'equipaggio questo significava l'inizio di una terribile battaglia per sfuggire alla morte nella terra bianca.
    Shackleton decise di raggiungere l'Isola di Paulet, 600 chilometri a nordovest, dove sapeva dell'esistenza di un piccolo rifugio, ciò che restava di una spedizione svedese di una decina d'anni prima. Gli enormi blocchi di ghiaccio e i crepacci che potevano risultare fatali ad ogni passo, resero la marcia da subito impossibile. Costretti a rinunciare dopo nemmeno venti chilometri, il gruppo approntò un campo sopra una grossa lastra di ghiaccio, nella speranza che il progressivo liberarsi del mare, nel suo continuo movimento, li conducesse verso l'Isola della Georgia Australe.
    Quando all'inizio d'aprile sulla lastra di ghiaccio non era più possibile rimanere, le scialuppe vennero gettate in acqua per prendere la direzione dell'Isola degli Elefanti, lontana un centinaio di chilometri. Sotto la guida dell'esperto capitano Frank Worsley le scialuppe riuscirono il 14 aprile a sbarcare sull'isola, e approdare finalmente, dopo un anno e mezzo, sulla terraferma.
    Non vi però nessuna possibilità che qualcuno li potesse soccorrere, ed allora l'esploratore anglo-irlandese ordinò di lasciare la maggior parte dei componenti della spedizione sull'isola, per tentare insieme ad altri cinque uomini, tra i quali Worsley, di raggiungere la Georgia Australe a bordo della James Caird. Ancora una volta Shackleton si proponeva di fare l'impossibile: navigare per 1200 chilometri, attraversando le onde oceaniche con una scialuppa lunga sei metri e mezzo e larga due. Seguiranno diciassette giorni che daranno consistenza al peggiore degli incubi oceanici; sferzati dal vento, dalla pioggia gelida e dalla neve, sotto la continua minaccia notturna di affondare a causa di uno impatto con i blocchi di ghiaccio vaganti, lo scarno equipaggio sostenne turni di guardia massacranti, confrontandosi tenacemente con la violenza del mare australe.
    In un passo del suo avvincente libro, Alfred Lansing descrive sulla base di diari e testimonianze dirette le prime ore del 30 aprile 1916, quando erano trascorsi sei giorni dalla partenza della James Caird: "La temperatura era scesa molto vicino allo zero, con un vento freddo che proveniva probabilmente da una banchisa di ghiaccio non molto lontana. Col passare delle ore mattutine, divenne sempre più difficile governare la barca. Un vento a sessanta nodi la spingeva contro le onde di prua, e poi i marosi la sollevavano di poppa minacciando di sbatterla di traverso. A metà mattino, più che procedere, era sballottata da un'onda all'altra. La pompa a mano non bastava a prosciugare tutta l'acqua che la Caird imbarcava. Verso mezzogiorno avvistarono le prime incrostazioni di ghiaccio".
    Il 9 maggio le capacità di Worsley conducevano la James Caird ad approdare su una spiaggia, alla foce di un ruscello la cui acqua fangosa proveniente dalle paludi apparve ai sei uomini assetati quasi miracolosa. Non è tuttavia ancora la salvezza: la Georgia Australe è tagliata da una catena montuosa che nessuno fino ad allora ha mai tentato di superare e che da sola avrebbe giustificato una spedizione. Shackleton, insieme a Worsley e al secondo ufficiale Thomas Crean, si prepararono ad affrontare l'ultimo viaggio, stremati da mesi di privazioni, reduci da una navigazione di centinaia di chilometri, ma animati ancora da un'incredibile tenacia: li attendevano trentacinque ore di cammino, dalla costa occidentale a quella orientale, con crepacci e ghiacciai da superare, sotto la continua minaccia delle terribili bufere australi. "Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicini siamo stati a salvarci", scriveva Shackleton alla vigilia della traversata.
    Gli ultimi passi condussero i tre uomini alla casa del direttore della fabbrica di lavorazione baleniera di Stromness, di fronte agli occhi stupefatti del norvegese signor Sorlle.

    Non fu, quella dell'Endurance, l'ultima avventura di Ernest Shackleton. Alla metà di settembre del 1921, con alcuni dei più fidati compagni, tra i quali Wild e Worsley, tentò l'esplorazione della Terra di Graham, ma morì improvvisamente a bordo della nave Quest il 5 gennaio 1922, a soli 47 anni. Il suo corpo venne sepolto per volere della moglie Emily nell'Isola della Georgia Australe.

  4. #4
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    Non hai visto che tutti gli altri libri hanno un titolo scritto in un certo modo, la recensione è fatta in un certo modo, etc?

  5. #5
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    se mi spieghi.

  6. #6
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    Ha un autore questo libro?

  7. #7
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    si, ma non e' importante. E' uno sconosciuto. ( Lansing)
    Quello che conta e' Endurance. E'' una nave con il suo capittano e il suo equipaggio.

    Piuttosto, si volesse proprio un autore, metterei: Shackleton- E' lui che ha compiuto l'impresa.

  8. #8
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    E' la cieca fiducia di questi uomini nel loro Comandante ad essere l'aspetto piu' saliente e piu' affascinante di questa avventura.
    La fiducia assoluta, devota, irrinunciabile , e' un sentimento che nasce quasi sempre da qualcosa di irrazionale, di istintivo, di assolutamente imponderabile.
    L'equipaggio della Endurance coglie nel suo capitano un sapere e una esperienza di viaggio impareggiabili: le capacita' di navigazione, la preparazione tecnica, le conoscenze geografiche di Shackleton sono impareggiabili e certe e questo infonde fiducia, ma non basta per assecondare le decisioni piu' difficili e piu' rischiose.
    E allora cos'e' che spinge 28 uomini a seguire ciecamente il loro capitano?
    Un esempio la dice lunga: ad un certo punto , durante l'attraversata a piedi del circolo polare ( la nave era gia' perduta) Shackleton decide dopo una grossa caccia di abbandonare tutti i viveri, buttando a via scorte che in quel momento erano la vera sopravvivenza di tutti gli uomini.
    La decisione appare sconcertante, matta, folle, incosciente, ma dopo un momento di sbalordimento e di incredulita', nessuno degli uomini dell'equipaggio contesta la decisione del Capitano e seduta stante abbandonano tutti i viveri.
    Gli uomini di Shackleton sanno benissimo che l'introspezione psicologica del loro Capitano e' decisamente superiore alla media: il piu' grande requisito di questo irladense, infatti, sta nell'assoluta capacita' intuitiva di conoscere le personalita' e i caratteri del proprio equipaggio e come ogni buon conoscitore di uomini, legge nell'animo di ciascuno a chiare lettere.
    Shackleton sa bene che una certa rilassatezza dei propri uomini sarebbe peggiore di ogni fame e dunque decide di tenere ad alto livello la tensione della loro disperazione. E' una decisione difficilissima da prendere perche' la disperazione potrebbe avere effetti diversi, devastanti, dannosi, na nonostante questo rischio, il Capitano sa che nel caso dei suoi uomini la disperazione, invece, sara' l'arma in piu' per salvarsi.
    Proprio in questo lui si " fida" di loro: si fida della loro volonta' di non soccombere all'estremo sforzo esistenziale e dal canto loro, i marinai, si " fidano" dell'intuito psicologico del Capitano nei loro riguardi.
    Si racconta nei diari che questa decisione fu presa immediatamente senza pensarci neppure tanto: fu l'intuito eccezionale a dettarla.

    Quando Schakleton scelse il proprio equipaggio, i colloqui di assunzione sulla nave furono sbalorditivi: invece di una serie di interrogazioni lunghissime sulla cultura di navigazione ( geografia, tecnica) il Capitano rivolgeva due tre domande delle piu' banali, quasi comiche e a " pelle" d'istinto sceglieva.
    Non sbaglio' un uomo su tutti i ventotto.
    Un equipaggio perfetto.

  9. #9
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    perche' bisogna leggere questo libro? sarebbe facilissimo rispondere: e' un'avventura avvincente, d'altri tempi. E' un romanzo realmente accaduto: e' azione allo stato puro.
    Ma non basta.
    Questo libro non solo e' avventura, ma diventa letteratura.
    La letteratura e' quella cosa che trasmette valore: la si puo' definire come si vuole ma un'opera letteraria non e' solo un insieme di " belle lettere" ma diventa " insegnamento. Un tramando, un archetipo. La letteratura deve diventare una ri-scoperta del perduto, di quello che noi abbiamo lasciato nel tempo.
    Endurance e' tutto questo.
    Innanzitutto i componenti:
    uomini.
    Natura.
    Esplorazione
    Ignoto
    Fedelta'
    Onore.
    Resistenza
    Carattere.

    una miscela esplosiva.
    Endurance insegna molto di piu' di quello che vuole raccontare. Certo, si arriva a fine volume con l'impressione di avere letto di un manipolo di uomini usciti dalla fantasia di uno scrittore. La sensazione e' questa. Avvinti dalla lettura ( che piu' avvincente non si puo') ci s'immedesima talmente tanto che l'opera in mano diventa uno dei migliori romanzi che si sia mai letto.
    Ma qualche foto qui e li', qualche ricerca in internet, qualche sensazione sottovoce, ci ricorda che quello che leggiamo e' letteratura di viaggio solo per modo di dire.
    I diari di Cook, altri due splendidi volumi, ne sono un esempio perfetto. Diventano trattati di " vita". E nemmeno vlke l'obiezione che scoperte geografiche cosi' lontane hanno perso il loro interesse.
    No, no! niente di piu' falso. Rimangono , anzi, ancor piu' moderne.
    Erano fatte da uomini e basta.

    Endurance e' spirito.

  10. #10
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    Ciao Sergio,
    se vai nel forum piccola biblioteca, c'è 3d che si intitola "come funziona regole per l'inserimento dei libri". Io di solito mi attengo a quello qualuque sia il forum o il 3d in cu sto postando, perchè in questo modo si tiene in ordine il sito da un lato, e, dall'altro, chi è interessato ad un certo testo, con quel tipo di standardizzazione riesce a ritrovare con più facilità quello che sta cercando ed ha tutte le informazioni insieme, senza dover diventare matto a cercare un po' ovunque in giro.

  11. #11
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    grazie Zefiro, anche Elisa gentilmente mi aveva indicato alcuni consigli.
    Probabilmente mi sto ancora sbagliando.

    Ma comunque, in qualsiasi forum o sezione di esso, questa stanza la rintitolerei Endurance e non col nome dell'autore.

    E' come dire Odissea a posto di Omero.
    E' chiaro lo stesso.

  12. #12
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    Ho spostato qui la discussione perchè si parlava del libro.
    sergio se vuoi parlare dell'avventura dell'Endurance puoi aprire una discussione apposita nella sezione Tutta bellezza dove si parla di tutto ciò che è appunto "Bellezza", puoi copiare pari pari i post che hai inserito e quindi mantieni idealmente il tuo progetto di parlare dell'avventura e non del libro.
    Se invece vuoi parlare della letteratura dei viaggi di esplorazione di questo tipo, ce ne sono diversi, puoi intitolare la discussione in modo più specifico e Salotto letterario è la sezione adatta.
    Spesso da una discussione si diramano più discussioni in diverse sezioni e questo non solo arricchisce il forum ma ne permette il recupero nel tempo.


    per quanto riguarda specificatamente l'Endurance posto questa informazione che mi sembra interessante in quanto Filippo Tuena ha scritto un libro molto interessante, recensito da me sul forum, sull'avventura di Robert Scott nel Polo Sud e ne ha curato i diari.

    "Filippo Tuena parla di Ernest Shackleton e Frank Hurley e l'avventura della Endurance (1914-1916). Roma. Casa del Cinema (Villa Borghese). 29 maggio ore 20."

  13. #13
    The Fool on the Hill
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    Citazione Originariamente scritto da sergio Rufo Vedi messaggio
    si, ma non e' importante. E' uno sconosciuto. ( Lansing)
    Quello che conta e' Endurance. E'' una nave con il suo capittano e il suo equipaggio.

    Piuttosto, si volesse proprio un autore, metterei: Shackleton- E' lui che ha compiuto l'impresa.
    Direi proprio di no. L'autore è importante dal momento che questo è un libro SU Shackleton e non DI Shackleton, che scrisse invece il resoconto della sua ultima spedizione con l'Endurance, di cui uscirà presto una nuova traduzione, però in un forum di libri CHI ha scritto il libro dovrebbe avere una certa importanza. Nessun libro si scrive da sé, né si può attribuire un libro alla persona sbagliata. L'Odissea non si è scritta da sola, così come le navi non navigano senza nocchiere.

  14. #14
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    gia' letto Tuena.

  15. #15
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    da chi uscira' l'ultima traduzione del resoconto di Schakleton tipo i Diari di Falcon Scott usciti in forma ridotta uiltimamente?

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