"Grande fu, e terribile, l'anno 1918 dopo la nascita di Cristo, il secondo dall'inizio della rivoluzione. Fu ricco di sole in estate, ricco di neve in inverno, e due stelle stettero particolarmente alte nel cielo: la vespertina Venere, stella dei pastori, e il rosso, fremente Marte". Suona così l'incipit di questo romanzo straordinario, uno dei meno conosciuti e più belli del grande scrittore sovietico. Ma dimenticate il Bulgakov de Il Maestro e Margherita o di Cuore di cane: l'ucraino, come un alchimista della Mala Strana di Rodolfo II, compie un ennesimo incantesimo trasfigurandosi in un romanziere realista di talento immenso, immergendoci nell'atmosfera della rivoluzione e della guerra civile.
La scansione temporale è importantissima: la linea narrativa del romanzo infatti inizia alla fine del 1918, per finire nella notte fra il due e tre febbraio 1919. Un periodo nel quale l'Ucraina vive un interregno che vede i bianchi di Skoropadskij avviarsi verso la disfatta; la meteora nazionalista e xenofona di Petljura infuocare per un istante il cielo; le truppe bolsceviche che avendo già conquistato tutta l'Ucraina orientale spingevano alle porte di Kiev, per occuparla alla metà del febbraio 1919. Il tempo dell'azione resta così circoscritto nella dura realtà di oggi, in cui ieri affiora opaco e morente e il domani trapela fra le nebbie di una lontananza fantomatica, misteriosa.
Lo stile della scrittura bulgakoviana si dipana fra mille sfumature: a tratti ieratico, quasi biblico, si alterna a una sincera semplcità tolstoiana quando descrive con simpatia i giovani Turbin (la famiglia protagonista del romanzo). E sono infinite, difatti, le associazioni con Guerra e pace: ora sarcastiche, ora ironiche, ora tragiche, o teneramente commosse.
Un libro davvero bello che consente, se ce ne fosse bisogno, di apprezzare l'immenso talento di Bulgakov.