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La luna e i falò

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Discussione: Pavese, Cesare - La luna e i falò

  1. #31

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    E' l'ultimo romanzo di Pavese e sebbene non sia una autobiografia ci sono moltissimi elementi autobiografici rispetto ad altre sue opere. Il rapporto col passato e la riscoperta dei luoghi della memoria sono gli elementi principali di questo grande romanzo. A me ha lasciato una profonda nostalgia, mi ha riportato al passato, un passato che segna indelebilmente il nostro presente.

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  • #32
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    Tanto per cambiare, questa è una recensione per me difficile da scrivere.
    Lo so, lo dico praticamente all'inizio di ogni mia recensione, ma in questo caso è particolarmente vero. Basti pensare al fatto che solitamente preferisco scrivere le mie opinioni abbastanza "a caldo", entro pochi giorni dalla fine della lettura, mentre in questo caso sono passati più di dieci giorni senza che mi decidessi a scrivere nemmeno una riga. E tutt'ora non sono certa di quali siano le parole più adatte da utilizzare per descrivere le sensazioni che questa lettura mi ha dato.
    È un romanzo verso il quale nutrivo grandissime aspettative, perché sembrava avere tutti gli elementi che di solito fanno entrare un libro nel mio cuore: una scrittura malinconica, una prosa evocativa e delicata, al confine della poesia, riflessioni e ricordi. È un romanzo che parla di ritorni, ritorni al proprio paese, alle proprie origini, al sostrato della propria natura; un ripiegarsi in sé stessi per sovrapporre la propria immagine attuale con quella da cui si era partiti. Ecco, è un romanzo che parla di ritorni, del fare i conti con quello che si è stati, che si è lasciato o si è ritrovato, e io l'ho letto in un momento particolare della mia vita in cui mi sento totalmente "in partenza" (non sto parlando di partenze e ritorni fisici, sia chiaro, è un discorso che resta sul piano emotivo e psicologico). Non credo sia tanto - o per lo meno, non solo -una questione anagrafica, ma più che altro di esperienze e di situazioni: in questo particolae momento della mia vita io mi sento estremamente proiettata verso l'esterno, lontanissima da questo moto di ritorno, di ripiegamento su sé stessi, dunque immagino che non fosse questo il momento adatto per leggere un romanzo del genere. Sicuramente lo prenderò di nuovo in mano più avanti, quando mi sentirò pronta a "tornare".
    Devo dire che per più di tre quarti del romanzo (o meglio, forse dovrei chiamarlo "raccolta di memorie") mi sono annoiata parecchio. Certo, la scrittura di Pavese è veramente qualcosa di bello, ci sono passaggi che sono vera poesia in prosa, ma fra uno di questi momenti e l'altro ho fatto davvero fatica ad appassionarmi alle vicende. Forse perché non si può nemmeno parlare di vere e proprie vicende, perché in realtà si tratta solamente di riflessioni frammiste a ricordi buttati insieme un po' alla rinfusa. Non che in un romanzo io cerchi a tutti i costi una trama ricca e densa, tutt'altro, ma devo dire che in questo caso mi sono annoiata molto. In generale, fatico ad appassionarmi alla vita contadina descritta nei minimi dettagli, e non appena qualche capitolo prendeva una strada interessante, un percorso riflessivo ricco, un ricordo di cui sarei stata curiosa di leggere, ecco che Pavese mette un bel punto, volta pagina e inizia a parlare di tutt'altro.
    Le ultime ottanta pagine circa invece mi hanno stupita in positivo: le ho lette tutte d'un fiato, anche se riflettendoci adesso mi rendo conto che il registro di quelle ultime pagine non era tanto diverso rispetto al resto del romanzo, per cui è altamente probabile che semplicemente io abbia letto questo romanzo in un momento particolarmente instabile per me, e che i miei sbalzi di umore abbiano condizionato fortemente la lettura.
    Credo che comunque la scrittura di Pavese si meriti una seconda possibilità, magari quando sarò certa di essere più calma e di potermi approcciare a degli scritti così intimi e intimisti con un animo più sereno, più aperto ad accogliere emozioni diverse da quelle che mi pervadono in questo determinato momento.

  • #33
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    Personalmente ho un rapporto con la letteratura piuttosto ambivalente. Se da una parte ricerco lo svago e l’immediatezza del piacere, dall’altro anche una crescita che può passare attraverso l’impegno.

    La luna e i falò appartiene senz'altro alla seconda categoria, pur non essendo un romanzo “difficile” in senso stretto.

    E’ uno di quei libri che devi affrontare sapendo che cosa ci sta dietro. Inutile leggerlo se non sai che Pavese, poco dopo la pubblicazione, si suicidò, perché la trama è talmente semplice da poter essere riassunta in tre righe e il senso di nostalgia, di malinconia, di bello rischia di essere travolto dalla noia.

    Bisogna essere nella testa dell’autore e consci del suo momento.

    Nonostante lo spirito cupo di Pavese, io credo che questo sia un romanzo profondamente ottimista. La storia è quella di un giovane che per (ri)trovarsi passa attraverso diverse esperienze, le quali lo riportano, nessuna esclusa, a quel senso di appartenenza che tutti noi dobbiamo avere se non vogliamo vivere come fuscelli in preda ad una tempesta o come rami che crescono alla rinfusa.

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  • #34
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    Devo dire che mi ritrovo nel commento di Jessamine. La tematica della nostalgia per un passato che non può in nessun modo tornare mi è cara, ma questo libro è troppo amaro, troppo privo di aperture al futuro per poterlo ritenere "gradevole". Si ha inoltre la sensazione che all'autore non prema affatto scrivere una storia, quanto accostare pagine di ricordi, scritte magari in momenti differenti, con l'escamotage di un filo conduttore esilissimo.
    Ho apprezzato alcune delicate descrizioni di luoghi, il senso di nostalgico ritorno all'infanzia, ma confesso di aver provato fastidio nei confronti dell'amarezza espressa da tutti i personaggi, quasi il senso della fine in definitiva giunga a permeare tutto: persone, paesaggi, ricordi, eventi.
    Ha ragione Ziggy quando dice che non ha senso leggere questo libro senza ricordare che precedette di poco il suicidio dell'autore. Questo ne spiega le atmosfere e l'amarezza. Che si trasmette, inesorabile, al lettore

  • #35
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    Volevo solo postare questo interessante video su Pavese. Zingarotto! A te piacerà.


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  • #36
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    Un racconto semplice ed intimo, un romanzo breve ma significativo.
    Anguilla, un quarantenne in cerca di radici e ricordi, ritorna nel paesino del Piemonte nel quale e cresciuto e dal quale è partito tanti anni prima. Lo trova cambiato, eppure uguale; ritrova Nuto, l’amico di una vita, con il quale ripercorre ricordi e si ritrova nel presente. E’ in questo limbo al di sopra di spazio e tempo che si stagliano le riflessioni di Anguilla, un uomo che se n’è andato da un luogo che non gli apparteneva e che l’aveva respinto, ma che poi vi è tornato, spinto dal bisogno di ritrovarsi e ritrovare. E più che l’uomo, è proprio il paese di provincia il fulcro e l’essenza di queste pagine: perché “un paese ci vuole”, per partire e ritornare, per essere scacciati e riaccolti, per poter dire, alla fine, di avere delle radici, una patria, una casa.
    E le atrocità della guerra e della lotta partigiana si uniscono alla lotta perenne per la sopravvivenza, quella atavica che è propria dell’uomo, al di là dei dubbi e delle sofferenze. Uno spaccato bellissimo della provincia italiana del secondo dopoguerra, ed insieme una profonda riflessione sul vivere o sulla necessità di sopravvivere sempre e comunque, cercando sempre di migliorare la propria condizione.
    Lettura imprescindibile per chi voglia davvero intraprendere un percorso di conoscenza della Letteratura Italiana.

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