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Dumas80

Critica completa al Boccaccio – Capitolo intero tratto da “La genealogia letteraria"

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Vorrei precisare che le prime recensioni che ho postato sul blog non era vere e proprie recensioni, né tanto meno critiche, solo piccoli riassunti d’una parte delle vere e critiche.
Qui di seguito posto, per la prima volta, una critica intera sul mio giudizio totale sul Boccaccio.



La poesia, com’anche la prosa, è il mondo sotto forma di letteratura. Essa ha bisogno di forme ricche e corpose, e così nascono l’ottava rima nella poesia e il periodo nella prosa.
L’ottava rima non è stata inventata dal Boccaccio, così come il periodo, ma in lui prende intonazione. Da cosa diventa persona, da una massa informe d’oggetti poetici ch’era una volta nasce, con Giovanni, un tutto organico, ordinato e pulito in una straordinaria armonia.
L’ottava rima prima era un figura poetica quasi sconosciuta, ma con il Boccaccio diviene una delle forme poetiche più ammirate, com’era prima l’endecasillabo sciolto.

Nella sua prosa, il Boccaccio, genera un mondo tutto suo come Dante fece con la poesia, a differenza che il mondo boccaccesco è più reale, è vicino a noi, è quotidiano.
Da qui l’esigenza d’usare una tecnica narrativa perfetta, che descriva a piena la quotidianità nelle sue forme e che la percuote in ogni momento. Il Boccaccio prende la tecnica del periodo e la trasforma, facendola diventare una delle migliori tecniche in assoluto della prosa.
Prima del Boccaccio, solo Dante aveva tentato (e ben realizzato) cosa aveva osato fare il Boccaccio: creare un mondo con leggi e regole loro, un mondo imperfetto nella sua perfezione letteraria, onde l’arte era arte ma al contempo non era arte maggiore.

Nel cuore del Boccaccio v’era solo scienza e filosofia. Non c’era posto per la religione, né per la teologia: a quei tempi, la filosofia bruciava la religione, e il Boccaccio scelse la prima.
Nel suo cuore albergavano i poeti e i filosofi latini e greci. Pertanto, il suo mondo dovea essere piena d’astrazioni e di formule, di pensieri e di filosofia, di retroscena difficili e di avanzate facili. Il tutto nascosto da una tecnica narrativa chiamata “periodo”, unica nel suo genere.
La sua forma è decorosa, nobile, ma troppo simile ai suoi stessi versi, e se non ci applichi attenzione il tuo pensiero si distoglie dalla lettura.
Il periodo, talvolta, è lento e stanco, un rumore tranquillo che non ha funzioni. Poiché, lorsignori miei, manca ispirazione, poesia pura, religione! Senza questi ingredienti non si può scrivere poesia. Se non s’inizia dalla purezza e non si farcisce di un bel po’ di tutto, il risultato non è letteratura.
La troppa volgarità, a volte, fa della poesia in se stessa una bruttezza da morir, in un insieme talvolta pasticciato, talaltra ordinato e pulito.
La figura è lieve e debole, non come quella dell’Alighieri, la quale era forte e rimaneva ben salda all’opera, ancorata da fili logici e didascalici.
La poesia del Boccaccio, però, ha un grosso punto di forza: il luogo comune. Ai tempi onde furono scritte le sue poesie non era né famoso né acclamato, tanto meno lo è oggi, ma io ancor rimango affascinato d’esto sistema poetico, il quale è talvolta usato all’insaputa del poeta stesso, che non è poeta e la sua poesia non è poesia se non utilizza il luogo comune.
I movimenti sono molto veloci e impigliati ora fra parentesi ora tra congiunzioni, facendo divenire la poesia intrappolata in un carbone infrangibile. Esso fa sì la difficoltà di guardare al di là delle forme ben congegnate. È punta di forza o punto debole della poesia boccaccesca? Ambedue, poiché d’un lato ti devi sforzar, ma dall’altro sei ben ricompensato se realizzi.

Spesso il Boccaccio immischia ‘nsieme fatto ed idea. Ma essi non son uguali e non vanno messi assieme: l’uno è corpo e l’altro è spirito. Uniti, formano il periodo.
Talvolta, però, quest’insieme è così forte e bello e vivo che non pensi che i due elementi che l’hanno formati son completamente diversi, ma pensi solo al risultato, incredibile ed emozionante.
Ma esiste un altro tipo di periodo. Et esso è un insieme di più periodi, originariamente formati da più fatti e da più idee, un quadro perfetto onde vengono affrescati di tutto e di più.
Abbiamo un esempio più alto in Chaucer e in Shakespeare, ma anche il Boccaccio non scherza: quando ben usa il periodo, la sua prosa si trasforma, non è più prosa, è di più, è qualcosa di più alto, e un mezzo fra una poesia prosastica e una narrazione poetica, in una sorta d’impianto di teatro letterario che prende nozioni da saggistica e d’altro.
Da tutt’esti periodo ben fatti e congegnati nasce l’ “espressione”, la più alta tecnica poetica dopo l’ “allegoria” come l’intendeva il sommo poeta.
I migliori periodi del “Decameron” sono ben paragonabili a delle linee curve e rette che mai finiscono, percorrendo tutte le materie e tutti gl’argomenti, in una sorta d’imitazione dantesca immaginaria, onde Dante è Dante e Boccaccio e Boccaccio, ma le loro poesie sono fuse in un’unica, grande composizione: è l’ottava rima unita al periodo, è alta poesia, è la poesia boccaccesca.
Ma il Boccaccio è minore rispetto a Dante. Se ‘l sommo poeta usa “Pape satan, pape satan aleppe”, Boccaccio utilizza un linguaggio comune, volgare e contadinesco sia nella prosa sia nella poesia, correndo il rischio di girar attorno alla banalità e alla moltitudine d’idee sfuggite.
Ei va da forme poetiche antiche a quelle moderne, e ne forma il suo complicato mondo, onde l’arte non spazia fra le rocce, ma fra i personaggi e le azioni, in una minorità rispetto ai poeti prima di lui.
L’arte boccaccesca può divenire una vera e proprio fonte d’ispirazione, come all’Alighieri e al Petrarca nelle loro più pure e caste poesie.

Ma or giunti la domanda che sovente mi tocca far è: “Cosa manca al mondo di Boccaccio?”
La risposta non tarda ad arrivar. Gli manca il sentimento di natura, gli manca il profumo d’appartenenza che fa diventare magnetizzante una poesia e che solo Poliziano saprà dare, oltre all’Alighieri in forma primitiva.
Gli manca, inoltre, come al mondo della commedia, l’alto sentimento comico e satirico che gli darà l’Ariosto.
Ma cos’è, esattamente, il mondo di Boccaccio, se il mondo di Dante è arte e quello di Boccaccio è da meno? È un mondo totale, un mondo che contiene tutto, sia di negativo, sia di positivo, sia di neutro, in una scelta indistinta ch’invece v’è stata per la “Comedìa”.
È una rumorosa commedia, meno divina e più umana, onde gl’uomini, così come le donne, son artisti e l’unico che rimane fuori da questo centro artistico è il Boccaccio stesso, preso dai contenuti e meno dalla forma.

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