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Fuga e Paralisi in James Joyce

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Necessitarono circa dieci anni al che lo scrittore irlandese James Joyce (1882 – 1941) riuscì a pubblicare quello che in italiano è stato tradotto come: Gente di Dublino. E nel frattempo? E nel frattempo ci fu pure la brillante idea di aprire un cinematografo nella città natale, nel 1909, impresa fallimentare che non durò più di un anno. L’opera è composta da quindici racconti brevi, che nel loro seguirsi seguono una parabola biologica che setaccia le varie età dello scibile umano. Si percepisce una sorta di malinconia cosmica, qualcosa assomigliante a vecchie foto ingiallite delle quali non si riconoscono bene i volti dei soggetti, è come assaporare sulla pelle il ricordo di vecchi maglioni, è la brughiera della mattina, umida e vuota allo stesso tempo, o infondo, è semplicemente l’azione di vecchie corrispondenze. Sarei tentato di parlare di azione mitica, ma a ben pensarci questo concetto non sposa quelli di Dublino ma di sicuro quelli di San Pietroburgo. Già, in Russia le sensazioni sono diverse, in Russia il tuo unico amore è una donna la cui purezza è un mito, e questo mito è il tuo unico scopo, la tua sola ragione d’esserci, e allora come fai? È la Prospettiva Nievskij, è l’inganno:

Ma più strani di tutto sono i fatti che accadono sulla Prospettiva Nievskij. Oh non fidatevi della Prospettiva Nievskij! Quando ci passo, m’avvolgo sempre più stretto nel mantello, e mi sforzo di non guardare gli oggetti che mi vengono incontro. Tutto è inganno, tutto è sogno, tutto è differente da quel che appare! Voi credete che sia ricco quel signore che passeggia in quella finanziera di eccellente fattura? Neanche per sogno: le sue sostanze stanno tutte in quella finanziera.

A Dublino le cose stanno diversamente, la crudezza dei fatti ed il retaggio di una morale che nonostante le sepolture rimane ancora in piedi è presente; e per di più si presenta sempre per quello che è cioè paralisi. Solo due, infatti, le parole che aprono alla comprensione del testo: paralisi e fuga. Paralisi: dal greco paràlysis. È un termine formato da Para, che significa al di là, oltre e da Lyò onde deriva il termine Lysis che vuol dire dissoluzione, qualcosa che indica, indi, un disfacimento totale. La paralisi morale che attanagli secondo Joyce i Dubliners è un disfacimento che converge ad una sollecitazione metafisica di nichilismo puro, dove ogni platonismo, e di qui ogni ideologia cristiana, non può che rivolgesi al fantasma di se medesimo, in pratica: ogni rettorica è un tiranno morto che ancora auriga la vita. La morale è il nome di un nichil che smembra la potenzialità dell’individuo per convergere a quella laboriosa stirpe di operai della parola e dei sensi, fabbricatori di ponti per snellire il via vai del mondo impiegatizio. È come se si restasse nel nulla nell’attesa di un cambiamento che il soggetto stesso non è in grado di compiere; la fede è sinonimo di gramaglia. Sono gli anni tra il 1905 e il 1907, e siamo distanti quasi venti anni dalla pubblicazione di Zur Genealogie der Moral dove nella prefazione di auspicava ad una morale da accettarsi solo nel caso essa fosse parte del gioco, della commedia. Ma in quegli anni bisognava affidarsi alla Scienza, la metafisica delle particelle resa tangibile che, non poteva dirsi di certo gaia; l’uomo doveva essere noto a se stesso per praticare qualsiasi forma di conoscenza e tutto questo non poteva che considerarsi una violazione a certi precetti biblici[1]. Non è un caso, sul piano narrativo, che tale paralisi perduri e venga segnalata da uno scrittore che, a detta di Ezra Pound (1885-1972), è in quegli anni >. James Joyce possedeva quel piglio psicologico che noi percepiamo già dai primi racconti, Arabia e Evelina, ma egli non era uno psicologo e per tanto era concorde con Nietzsche.
È vero, che cosa vogliono, in fondo, questi psicologi Inglesi? No! Non vi era tempo per un abbozzato incontro psicanalitico, Evelina era sul ponte:

Lei voleva vivere davvero. Perché avrebbe dovuto essere infelice? Aveva diritto anche lei alla felicità. Frank l’avrebbe presa fra le braccia, l’avrebbe stretta: l’avrebbe salvata.

Infatti Frank non fallì, lui, l’uomo dalla pelle abbronzata, l’avrebbe portata con se per darle il suo amore, ma fu lei a tradirsi, non vi era in cuor suo la più che ben minima presenza di una forza sovvertitrice, credeva di avere dalla sua una spiccata capacità risolutiva, ma il termine volontà, al quale si lega la capacità volitiva di tale o tra l’altro essere, è un pregiudizio del volgo, è più opportuno parlare di Istinti:

Un quantum di forza è esattamente un quantum di istinti, di volontà, d’attività – anzi esso non è precisamente null’altro che questi istinti[2].

Parafrasando Nietzsche, Joyce ci dice che questa gente di Dublino mancando di egoismo manca della vita e come tale pecca nei confronti della vitalità. Fuga: dal greco phygè. Da un punto di vista semantico il termine greco rimanda al verbo, fug-ere, cioè fuggire, scappare. Questo, in relazione alla paralisi è il Fehlleistung, la prestazione difettosa, il noto atto mancato. Vige la certezza che l’umano, nella sua interezza psico-sociale sia giunto alla presente condizione grazie ai sacrifici dei sui antenati e che per quello che oggi gli è concesso deve rendere loro grazie, pagando il debito con il sacri-ficio alla tradizione, alla loro mortalità, al tabù in onore dei vegliardi, in onore dei Morti. Ogni passo verso il depotenziamento della stirpe è una perversione contro la tradizione. Ed è per ciò che ogni trasgressore è un immorale, e che solo il timore può giungere a dar freno ad una condotta che può definirsi manchevole. La fuga dallo stato di paralisi è impedita da tutto questo, cioè da una morale che è l’unico mezzo attraverso il quale la vita/morte trova oggettivazione. È come il cavallo Jhonny, nell’ultimo racconto, appena lo si lascia del lungo lavorio, per adibirlo a mansioni nobili, appena può ritorna e segnare la circonferenza intorno alla statua, intorno a qualcosa di morto. Il matrimonio, ad esempio, il patto suggellato tra uomo e donna al fine di mettere a tacito le pulsazioni libidiche dei due, niente è se non soltanto l’atavico rispetto per le parole di San Pietro[3]. La fuga da una condizione matrimoniale è un peccato contro il vincolo del sacramento. È atto illecito, è un obbrobrio contro il Costume, e per questo esso fa parte di un mal(e)costume.

Trovò che c’era un’aria meschina nella mobilia che aveva comprato a rate per mettere su casa […] Gli si ridestò dentro un sordo sentimento verso la vita. Non sarebbe mai potuto fuggire da quella casa? E se la morale dovesse venire meno allora cosa ci sarebbe a tenere il freno? Questa è una domanda priva di risposa dal momento che la vita giustifica se stessa, e lo fa, perfino, in anticipo sull’eternità. Più del cosa è importante il come e cioè: come si sostituisce un giudizio morale? Esso viene smembrato al fine di catalizzare l’assenza di un “Valore Oggettivo”. Kant pensava di purificare il giudizio esentando da esso il soggetto, il bello secondo il filosofo è qualcosa che piace di per sé, in modo disinteressato, ma questo è la risultante di una valutazione che non sta dalla parte dell’artista, ma dalla parte del vile e ignorante fruitore, dalla parte dello spettatore. Un piacere disinteressato? Questo è un crimine contro la carne che non trova d’accordo nemmeno il russo Raskolnikov. Non entri qui chi non è Geometra, potessero ancora suonare nel sangue questa parole antiche, si chiuderebbero le porte ai disinteressanti, ai cultori della pure forme, agli idealisti per i quali ogni svago è permesso. Essere nella cose, peccando perché no, sentire su di se il peso della paralisi e capirla. Infondo questi Dubliners, come ci fa capire Joyce, non sono così reattivi e quindi subiscono l’oggettività del dato accaduto invece di viverlo. E tutto questo è l’incubo di Gabriel, il marito di Gretta, il quale si rende conto di essere morto, al contrario dell’amante della moglie che avendo rischiato la vita per una rosa non ancora apertasi sul far dell’esistenza, si è era consumato nel vivere stesso, e per tanto esistette. Dunque c’era stata una storia romantica nella sua vita, un uomo era morto per amor suo.

[1] Matteo 6, 21
[2] F. W. Nietzsche, Zur Genealogie der Moral, 1887, ed. it. Genealogia della Morale, Milano, Adelphi, 2002
[3] Prima lettera ai Corinzi 7, 3 - 8

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