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Denni

da "Il Dottor Zivago"...

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"Si rese conto ancora una volta che non sapeva concepire nel modo comunemente accettato la storia, quello che si chiama in genere corso della storia, e che lui se la rappresentava a somiglianza della vita nel regno vegetale. D'inverno, sotto la neve, i rami spogli di un bosco caduco sono esili e sparuti come i peli su una verruca senile. In primavera, in pochi giorni il bosco si trasforma, s'innalza fino al cielo, e nel folto del suo fogliame ci si può perdere, ci si può nascondere. In questa trasformazione il bosco si muove con un'irruenza che supera quella degli animali, perchè l'animale non cresce così presto come la pianta. E il suo è un movimento che nessuno riesce a scorgere. Il bosco non si sposta, non possiamo coglierlo sul fatto, appostarci per sorprenderlo. Sempre lo ritroviamo immobile. E in questa stessa immobilità ritroviamo la vita della società, la storia, che pure eternamente si muta, anche le sue trasformazioni non sono avvertibili.
Tolstòj non ha spinto il suo pensiero fino in fondo, quando negava la funzione di creatori a Napoleone, agli uomini di Stato, ai condottieri. Egli pensava proprio questo, ma non lo ha espresso con sufficiente chiarezza.Nessuno fa la storia, la storia non si vede,come non si vede crescere l’erba. La guerra, la rivoluzione, i re, i Robespierre sono i suoi stimolanti organici, i suoi lieviti.
Fanno le rivoluzioni uomini attivi, fanatici unilaterali,geni dell’autolimitazione. In poche ore in pochi giorni abbattoni il vecchio ordinamento. I rivolgimenti durano settimane, tutt’al più qualche anno; poi, per decenni, per secoli, gli uomini venerano come qualcosa di sacro lo spirito di limitazione che ha portato al rivolgimento.
Piangendo per Lara, Jurij Andèevic piangeva anche quella lontana estate a Meljuzeev, quando la rivoluzione era il Dio d’allora, sceso dal cielo sulla terra, il Dio di quell’estate, e ognuno impazziva a suo modo, e la vita diognuno si svolgeva liberamente, non secondo un’illusione didascalica, a conferma della giustezza della politica suprema.
Così scrivendo su ogni sorta di cose, rilevò di nuovo e si convinse che l’arte è sempre al servizio della bellezza e la bellezza è la felicità di dominare la forma, che la forma è il presupposto organico dell’esistenza;e che, per esistere, ogni cosa vivente deve possedere la forma, e che, di conseguenza, tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della felicità di estistere. Anche queste note e riflessioni gli procurarono felicità tanto tragica e piena di lacrime, che ne aveva l atesta stanca e dolorante."

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