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Discussione: Incipit

  1. #196
    Ananke
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    Predefinito Heike monogatari

    "Nel suono della campana del tempio di Gion vi è l'eco della fugacità delle cose umane. Il colore dei fiori di sala ammonisce che gli esseri viventi sono destinati a perire. I superbi sono effimeri come il sogno di una notte di primavera."

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  • #197
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    A. Basso: "L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome"

    "In molti amano l'odore della carta.
    Alcuni ne vanno proprio pazzi. Quando comprano un libro, se lo avvicinano al naso e aspirano forte chiudendo gli occhi."

    Alla prima riga ero già conquistata... Non sarà che la Basso mi ha spiato in libreria?

  • #198
    Ananke
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    Predefinito Cosmetica del nemico - Amelie Nothomb

    “Cosmetico, l’uomo si lisciò i capelli con il palmo della mano. Doveva essere impeccabile perché l’incontro con la sua vittima avvenisse a regola d’arte.”

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  • #199
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    Predefinito Teresa Raquin - Emile Zola

    Alla fine di rue Guénégaud, venendo dal
    Lungosenna, si trova il passaggio del Pont-Neuf,
    una specie di corridoio stretto e cupo che
    congiunge rue Mazarine a rue de Seine. Misura,
    al massimo, trenta passi in lunghezza e due in
    larghezza: è lastricato di pietre giallastre,
    scheggiate e consunte che, con qualsiasi tempo,
    trasudano un'acre umidità; la vetrata che lo
    sovrasta, tagliata ad angolo retto, è nera di
    sporcizia.
    Nelle belle giornate estive, quando il peso
    del sole incendia le strade, una luce biancastra
    filtra dai vetri sporchi e si trascina penosamente
    nel passaggio. Nei brutti giorni d'inverno, nelle
    mattinate nebbiose, i vetri vomitano la notte su
    quelle pietre umide, una notte sudicia e ignobile.

  • #200
    Ananke
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    La lettura di libri aumenta in modo aritmetico; la scrittura di libri aumenta in modo esponenziale. Se la nostra passione per la scrittura ci sfuggirà di controllo, in un prossimo futuro ci saranno più scrittori che lettori.

    I troppi libri (Gabriel Zaid)

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  • #201
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    Quando qualcuno - tassisti, igienisti dentali - mi chiede che cosa faccio, io rispondo che lavoro in un ufficio. In quasi nove anni nessuno mi ha mai chiesto di che tipo di ufficio si tratta o che genere di lavoro svolgo. Non so decidermi se è perché corrispondo perfettamente alla loro idea di come dev'essere una che lavora in un ufficio oppure se è perché la gente sente la frase lavoro in un ufficio e automaticamente completa gli spazi bianchi: una tizia che fa le fotocopie, un tipo che digita su una tastiera. Non mi lamento. Sono contenta di non dovermi addentrare nei dettagli tortuosi e affascinanti delle note di credito. Quando ho cominciato a lavorare qui e tutti mi facevano quella domanda, io rispondevo che lavoravo per un'agenzia di graphic design, ma a quel punto i miei interlocutori supponevano che fossi un tipo creativo. Mi ero stufata di vedere le loro facce diventare inespressive quando spiegavo che mi occupavo del back office e non usavo le penne con la punta fine né i software fichi.
    Adesso ho quasi trent'anno e lavoro qui da quando ne avevo ventuno. Bob, il proprietario, mi ha assunto poco dopo l'inizio dell'attività. Immagino che provasse pena per me. Avevo una laurea in lettere classiche e nessuna esperienza di lavoro degna di nota, e al colloquio mi ero presentata con un occhio nero, due denti mancanti e un braccio rotto. Forse, a quell'epoca, aveva subodorato che non avrei mai aspirato a qualcosa di più di un lavoro d'ufficio mal pagato, che mi sarei accontentata di stare nella sua agenzia e gli avrei risparmiato la scocciatura di dover ingaggiare una sostituta. Forse aveva anche intuito che non avrei mai preso dei giorni liberi per andare in luna di miele e non avrei mai chiesto un congedo per maternità. Non lo so.

    Eleanor Oliphant sta benissimo - Gail Honeyman

  • #202
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    Il quartiere Trieste di Roma è, si può ben dire, un centro di questa storia dai molti altri centri. E' un quartiere che ha sempre oscillato tra l'eleganza e la decadenza, tra il lusso e la mediocrità, tra il privilegio e l'ordinarietà, e per adesso tanto basti: inutile descriverlo oltre, perché una sua descrizione potrebbe risultare noiosa, all'inizio della storia, addirittura controproducente. Del resto, la migliore descrizione che si può dare di qualunque posto e raccontare cosa vi succede, e qui sta per succedere qualcosa di importante.

    Il colibrì - Sandro Veronesi

  • #203
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    Ho deciso di iniziare un testo senza titolo. Sarà un'esplorazione, penso. Un'indagine sulla morte di una mia compagna di stanza al college, Minette Swift, che morì in questa stessa settimana di quindici anni fa, alla vigilia del suo diciannovesimo compleanno, l'11 aprile 1975.
    Minette non morì di morte naturale e non morì di una morte facile. Ogni giorno della mia vita, dopo la morte di Minette, ho pensato a lei nella morsa atroce dei suoi ultimi istanti, perché io avrei potuto salvarla, ma non l'ho fatto. E nessuno l'ha mai saputo.

    Ragazza nera ragazza bianca - Joyce Carol Oates

  • #204
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    La terra trema. Sente l'eco dei passi, fin dentro le viscere: la stessa urgenza affannosa di allora, lo stesso incespicare e rialzarsi. Sono cambiati gli idiomi, il colore dei volti - i palpiti no, sono gli stessi. Il fremito oscuro delle idee proibite, fra i fuggiaschi del nuovo millennio come fra i fuorusciti antifascisti degli anni Trenta del Novecento. L'incalzare quotidiano di orrori e miseria, a strappare ciascuno dal suo mondo. E l'ansimare eterno della speranza, immutata nei secoli.

    Migrante per sempre - Chiara Ingrao

  • #205
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    Com'è iniziata, nessuno lo sa. Forse un nostro antenato ha profanato la tomba di un faraone, forse ha fatto arrabbiare una strega o ha stecchito un animale che era sacro a un dio vendicativo, l'unica cosa certa è che da quel momento la nostra famiglia si porta addosso una maledizione spaventosa.
    E' brutto ma è così, è la prima cosa che ho imparato a scuola.
    Anzi no, la prima l'ho imparata appena entrato in classe, e cioè che nel mondo esistevano tanti altri bambini della mia età, e questi bimbi avevano solo tre o quattro nonni a testa. Io invece ne avevo una decina.

    Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi

  • #206
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    Per terra, vicino alla fila di banchi sulla sinistra, c'è Dennis: come al solito indossa una t-shirt promozionale, jeans da grande magazzino e scarpe da ginnastica slacciate. Dennis viene dall'Uganda. Dice di avere diciassette anni, ma sembra un venticinquenne grasso. Frequenta l'indirizzo professionale di meccanica e vive a Sollentuna in un centro per quelli come lui. Lì accanto, sdraiato su un fianco, è finito Samir. Io e lui siamo in classe insieme, perché lui è riuscito a entrare nel programma di specializzazione in economia internazionale e scienze sociali della scuola.
    Vicino alla cattedra c'è Christer, coordinatore di classe autoelettosi miglioratore del mondo. La sua tazza si è rovesciata sul tavolo e gli sta gocciolando del caffè sui pantaloni. Amanda è seduta a non più di due metri di distanza, appoggiata al termosifone sotto la finestra. Qualche minuto fa era fatta solo di cachemire, oro bianco e sandali. Gli orecchini con i diamanti che le hanno regalato per la nostra prima comunione brillano ancora al sole di inizio estate. Ora si potrebbe pensare che sia sporca di fango.
    Io sono seduta in mezzo all'aula. Accasciato sulle mie ginocchia c'è Sebastian, figlio di Claes Fagerman, l'uomo più ricco della Svezia.
    Le persone in questa stanza non c'entrano niente l'una con l'altra. Quelli come noi di solito non si incontrano. Al limite alla stazione della metro durante uno sciopero dei tassisti, oppure nella carrozza ristorante di un treno ma non in un'aula scolastica.
    C'è puzza di uovo marcio. L'aria è grigia e densa di fumo di polvere da sparo.
    Hanno tutti una pallottola in corpo, a parte me. Io non ho neanche un livido.

    Sabbie mobili - Malin Persson Giolito

  • #207
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    Si dormiva in quella che un tempo era la palestra. L'impiantito era di legno verniciato, con strisce e cerchi dipinti, per i giochi che vi si effettuavano in passato; i cerchi di ferro per il basket erano ancora appesi al muro, ma le reticelle erano scomparse. Una balconata per gli spettatori correva tutt'attorno allo stanzone, e mi pareva di sentire, vago come l'aleggiare di un'immagine, l'odore acre di sudore misto alla traccia dolciastra della gomma di masticare e del profumo che veniva dalle ragazze che stavano a guardare, con le gonne di panno che avevo visto nelle fotografie, poi in minigonna, poi in pantaloni, con un orecchino solo e i capelli a ciocche rigide, puntute e striate di verde. C'erano state delle feste da ballo; la musica indugiava, in un sovrapporsi di suoni inauditi, stile su stile, un sottofondo di tamburi, un lamento sconsolato, ghirlande di fiori di carta velina, diavoli di cartone e un ballo ruotante di specchi, a spolverare i ballerini di una neve lucente.

    Il racconto dell'ancella - Margaret Atwood

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  • #208

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    Trovo la verità abbastanza interessante

  • #209
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    Faceva un caldo terribile l’estate che il professor Ro*bertson lasciò la città e per molto tempo il fiume fu soltanto una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde. Gli automobilisti di passaggio sull’autostrada, nel sentire quell’odore soffocante di zolfo, tiravano su i finestrini e si chiedevano come si potesse vivere con quella razza di fetore che esalava dal fiume e dallo stabilimento. Ma gli abitanti di Shirley Falls ci erano abituati, e anche in quel caldo terribile ci facevano caso solo appena svegli; no, a loro l’odore non dava particolarmente fastidio.

    Amy e Isabelle - Elizabeth Strout

  • #210
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    Da dove era venuto con quella faccia severa, con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine alla riservatezza?
    Solo dopo qualche mese si seppe che veniva, in seguito a trasferimento d’ufficio, dal capoluogo della provincia; ma. che era di Cantévria, un paesucolo della Valcuvia, a pochi chilometri da Luino.
    “Da Cantévria con quel nome?” si domandava la gente. E nessuno credeva possibile che da quel luogo di campagna, abitato da contadini e da famiglie d’emigranti, potesse uscire un funzionario, anche d’infimo grado, dell’Ufficio Bollo e Demanio; e con quel nome, Emerenziano Paronzini, che sembrava il nome di un generale, benché fosse senza mistero per la Valcuvia dove esistevano molti Emerenziani ed Emerenziane e dove il cognome Paronzini si ripete in più posti.

    La spartizione - Piero Chiara

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