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Discussione: La bellezza della Meccanica

  1. #16
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    Predefinito Donne e batterie

    Il rapporto uomo-donna cambia molto da paese a paese.
    A seconda dove vai, ti possono stupire in bene o in male i prime o le seconde.
    Una volta andai a Mosca dove lavorai per un po’ con due russe: Irina a 35 anni ne sapeva più di un serpente a sonagli e aveva un portafogli clienti tutto suo, fatto da zero, di circa 3.000.000 di €uro (!!!), e tra le tante cose le ho visto tener testa a un cliente ubriaco che senza tanti complimenti le si era buttato addosso; Sonia, dolcissima, di quasi 60 anni, mamma di tre ragazzi, che faceva la traduttrice.
    Irina era proiettata in avanti come uno Sputnik mentre Sonia, dopo essersi goduta Breznev, Andropov, Cernenko e la Perestroika, la vedevi che volente o nolente aveva le radici nel fottuto socialismo reale.
    Due donne splendide che mi dispiace terribilmente aver perso di vista.

    Magari dico una cosa che darà fastidio a qualcuno, però è la verità.
    Insomma, che dopo qualche giorno che mi guardavo intorno prendo Irina (che aveva vissuto molti anni in Italia) e le dico: << ma senti, qui in Russia avete due razze: gli uomini che sono ancora sugli alberi, e le donne che sono Sapiens Sapiens. >>
    << Sì, certo >> disse lei.
    << Eh, ma perché questo squilibrio? Non è mica normale! >>
    E allora lei mi spiegò che prima erano le pulizie dello zar di turno, poi la Prima Guerra Mondiale che mandò al fronte tutti i giovani, poi la Rivoluzione Russa, poi il prosieguo della guerra, poi le purghe leniniste, poi Stalin, la Seconda Guerra Mondiale, poi di nuovo Stalin, e Breznev… insomma, che a parte vecchi e bambini, giovani ce n’erano pochi, e comunque più dediti alla vodka che alle belle ragazze (e le russe sono da perdere la testa!), e perciò, se solo c’era un uomo, anche mediocre, tutte le donne se lo contendevano come vipere, e che insomma, in Russia, le donne sono abituate a una competizione sessuale bestiale mentre gli uomini possono decadere al livello degli stracci che va bene lo stesso.
    << Perciò >> mi spiegava lei << capisci che appena le donne russe hanno potuto sposare uno straniero, magari un italiano romantico, hanno fatto le carte false per scappare via. Certo che negli ultimi anni, l’immagine degli italiani è crollata parecchio, ma avete ancora il vostro fascino. >>
    Io guardai Sonia incredulo e lei assentì con la testa.
    A mia moglie infatti, non piace quando torno da quelle parti….

    Il giorno dopo Sonia mi dice << guarda! Guarda!! Un vero uomo russo: di quelli ce ne sono rimasti pochi. >>
    Eravamo in una fiera campionaria e al 95% eravamo tutti uomini, perciò faticavo a capire quale fosse quello vero, fino a quando mi disse che era quello con la camicia a quadretti. Era un individuo sproporzionato come un orangutan – che per carità, tutti siamo in qualche modo sproporzionati! – solo che sto qui…
    Insomma: se voi volete osservare un oggetto, lo prendete e a seconda della luce, lo ponete all’altezza del vostro ombelico e lo guardate dall’alto al basso, oppure lo mettete all’altezza della vostra fronte e lo guardate dal basso all’alto. No? Ebbene, lui no! Lui lo metteva a un palmo sopra la sua testa, abbassava il tronco, ruotava la testa verso l’alto e ne guardava il fondo, esattamente come una scimmia.
    << Eh, ce ne sono più pochi >> sospirò Sonia
    << … e grazie a San Cirillo! >> pensai io.

    Una sera Sonia mi racconta che a Mosca non fa così freddo come a San Pietroburgo e che al massimo, d’inverno, fa -20.
    << -20! >> dico io, << chissà che gioia per la batteria della macchina. >>
    Ma Sonia, come ho detto, aveva le radici nel socialismo reale, che tra uomini e donne non distingueva molto, e infatti, col classico accento russo da film di spie, mi rispose che << ah, io no problema: io tute sere aprire cofano mac-china, con chiave di 16 svitare morset-ti bat-teria, levare bat-teria, portarla a casa, control-lare livello elet-trolito, ag-giungere acido, met-tere sotto tensione e mat-tina dopo control-lare tensione con voltmetro che essere 14 volts, rimet-tere bat-teria in mac-china, coprire morset-ti con vaselina e lei partire sempre alla prima >>
    Allora pensai alle mie ex, quasi tutte senza patente… ma poi tornai a pensare a Sonia che viveva in un 4° o 5° piano senza ascensore e alle batterie che sono di piombo, mica di pandispagna.
    << Certo che andare su e giù con la batteria deve essere un bel traffico! >>
    << Ah, io no problema, io avere borsa per batteria molto resistente. >>

    Uomini e donne abbiamo il cervello completamente diverso, sia per quantità che per qualità, e in più gli ormoni ci giocano a entrambi brutti scherzi di continuo, perciò non diciamo che pensiamo allo stesso modo: non è vero.
    Ma questo non impedisce a un uomo di badare a un neonato come non impedisce a una donna di equilibrare un elica.
    E’ solo questione d’educazione.
    E noi italiani educhiamo malissimo tanto i bambini come le bambine, sia perché non insegniamo ai maschi a cambiare un pannolino, sia perché non insegniamo alle bambine a rimontare un carburatore Dell’Orto, mentre invece le israeliane e russe (di un tempo!) sanno smontare, pulire, lubrificare e rimontare un fucile automatico, calibrargli il mirino, mirare, sparare, centrare e uccidere, e le guerre, sia quelle mondiali sia quelle di tutti i giorni contro un marito buono a nulla, si vincono così.

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  • #17
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    Citazione Originariamente scritto da malafi Vedi messaggio
    Questo topic sarebbe piaciuto ad Ideale, vero M6?
    La memoria non mi accompagna , però sono stata perspicace nel capire che ti riferivi a qualcosa che avevamo letto entrambi, quindi sono andata subito a controllare i personaggi del libro di Riccarelli che stai leggendo, e ho (ri)trovato Ideale... però mi fido di te, io purtroppo non ricordo quasi nulla . Consiglio a Car di dare un'occhiata a questo romanzo, secondo me potrebbe piacergli, anche (e non solo) per la presenza della meccanica nella storia.

    Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli - Premio Strega 2004
    Due storie di famiglie parallele, ma destinate a incontrarsi. Quella del Maestro, giovane anarchico che arriva da Sapri, alla fine dell'Ottocento, per insegnare in un paesino della Toscana, dove si stabilirà avendo dalla vedova Bartoli numerosi figli dai nomi emblematici: Ideale, Libertà e Cafiero. E quella di Rosa e Ulisse Bertorelli, commerciante di maiali, da cui nasceranno Annina e Achille. L'amore tra Annina e Cafiero è solo un momento dell'intreccio di vicende pubbliche e private, realistiche e fantastiche, che l'autore costruisce in questo romanzo, epopea di drammi e di ideali, di personaggi all'altezza dei grandi sommovimenti della storia.
    Ho fatto una ricerca, qui si parla di Meccanica: https://books.google.it/books?id=6jO...Ideale&f=false

  • #18
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    Predefinito Il Cuscinetto, e in particolar modo, IL Cuscinetto Volvente

    Il cuscinetto è il supporto atto a ridurre l’attrito tra un albero rotante e la propria sede.
    In meccanica ci sono fondamentalmente due tipi di cuscinetti: quello radente (detto volgarmente bronzina) e quello volvente (o cuscinetto propriamente detto).
    Se vi va, vorrei parlare del cuscinetto volvente, argomento che mi affascinò tra i 19 e i 21 anni, anni in cui mi immersi nella lettura e studio del Catalogo generale della SKF, la bibbia in materia, un must, ma anche una bestia di quasi 1.000 pagine, che magari un giorno recensisco nella Piccola Biblioteca. Veramente: la teoria e calcolo della durata secondo SKF (completa e semplificata) merita due righe!

    I cuscinetti volventi sono costituiti da due ralle (o piste) concentriche, e una serie di elementi atti al rotolamento (sfere, cilindri, aghi, coni..), Se andate su Images di Google, sarà più facile da capire che da spiegare.
    Ci sono tanti tipi di cuscinetti (e anche qui Google ci può venire in aiuto con immagini chiare ed esemplificatrici), e per semplicità li raggruppo come segue:
    A. Radiali a sfere: suddivisibili in radiali puri, orientabili e obliqui.
    B. Radiali a rullini e rulli, a loro volta cilindrici o conici
    C. Assiali a sfere
    D. Assiali a rulli cilindrici, rullini, orientabili a rulli.
    Poi ognuno ha la sua fissa: chi preferisce quelli a rulli perché reggono carichi radiali molto maggiori, chi preferisce quelli a sfera perché consentono velocità di rotazione molto più elevate… ma qui entriamo un po’ troppo nello specifico, però io sono più per le sfere (lo ammetto).
    Poi ci sono dei cuscinetti composti che permettono la rotazione in una sola direzione, mentre nell'altra bloccano il movimento, come nella bicicletta, nelle stampanti, nelle pulegge degli alternatori.
    La magia del cuscinetto consiste nel fatto che la ralla interna ruota ad una velocità X, che viene trasmessa agli elementi volventi, che però non la trasmettono alla ralla esterna; appunto: una magia.

    Il cuscinetto trova infinità di applicazioni, dalla ruota della bicicletta all'albero di alcune navi, dalla ruota dell’automobile ai macchinari medici-ospedalieri, alla lavatrice… Il cuscinetto ci risolve un sacco di problemi quotidiani, anche se a volte ne può creare, ad esempio: se il cuscinetto della lavatrice perde grasso, finisce nel tamburo e rovina i capi (a me ha macchiato l’accappatoio); se il cuscinetto della ruota della macchina prende gioco, sentirete una specie di vum-vum andando a velocità costante in autostrada.

    Il cuscinetto volvente venne ideato e disegnato da Leonardo da Vinci, ma divenne realtà alla fine del secolo XIX. Tra i grandi del cuscinetto volvente, vanno citati Timken e Wingqvist (tra i fondatori della SKF). I principali marchi sono appunto Timken, SKF, INA, FAG, Ruville, GMB, Koyo ed SNR. Il mercato italiano purtroppo, ha perso i propri produttori e marchi. La Cina è un grande produttore di cuscinetti: tutti schifosi però, una vera porcheria atti solo a grippare nel momento meno opportuno. I cuscinetti giapponesi invece, sono eccezionali, mentre i coreani offrono un’ottimo rapporto qualità/prezzo.

    Se vi capita un cuscinetto sotto mano, esaminatelo bene, osservato com'è ben fatto, rifinito: un piccolo gioiello della meccanica. Non riuscite a percepirne il gioco, eppur si muove, senza nemmeno far rumore! Per le belle ragazze, ne consiglio uno radiale a sfere, di piccole dimensioni, con una catenina d’oro bianco, tra collo e decoltè.


    P.S. facciò notare che il correttore di Forum Libri non riconosce il termine ralla, che invece è corretto. Potete fare qualcosa per favore? Grazie
    Ultima modifica di Carcarlo; 01-01-2016 alle 07:15 PM. Motivo: h

  • #19
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    Predefinito Il brevetto

    Quando facevo ancora il primo anno d’ingegneria, visitando il Salone del Ciclo e del Motociclo di Milano, conobbi un tale che esponeva un motore rivoluzionario: i cilindri erano disposti secondo una stella a quattro punte (ruotati a 90° l’uno dall’altro); pur essendo a 4 tempi, l’aspirazione era dal carter come in un 2 tempi; il carburante era miscela al 4% che veniva aspirata da speciali valvole poste sul pistone; i pistoni erano fatti di tal guisa che pur essendo solo due, bastavano per i 4 cilindri; la valvola di scarico era in testa e aveva un moto semirotatorio; c’era una sola camma che comandava le quattro valvole di scarico, eccetera, eccetera, eccetera… insomma, che a farla breve, pur essendo un 1.000cc produceva solo 28CV (se andava bene), inquinava come una superpetroliera e si rompeva di continuo. Indubbiamente, era rivoluzionario!
    Con l’esperienza di oggi posso dire che era peggio d’un cesso a pedali, però all’epoca avevo 19 anni e mi affascinò, anche perché non conoscevo nessun altro che avesse un’officina dove fare un po’ di pratica.
    Iniziai a frequentarlo, a studiare i progetti, le soluzioni e pur essendo palese che non potevano funzionare, mi rapivano.

    Un giorno desiderai fare una modifica per conto mio, rendendo la camera di combustione simile a una vecchia Heron, perciò mi rivolsi a un amico di famiglia che aveva qualche macchinario, che mi dette degli ottimi consigli:
    1. non ti innamorare delle tue idee;
    2. se vuoi giocare fai pure ma non buttarci dentro i soldi.
    La modifica non ebbe mai luogo.

    Rimugina e rimugina però, un giorno dissi: se invece di quattro cilindri a stella ne metto solo due contrapposti (come sulla Citroen 2CV o le BMW bicilindriche, per intenderci); se adotto due pistoni tradizionali invece di quelle stravaganze là; se metto le valvole sia d’aspirazione che di scarico in testa; se continuo ad aspirare dal carter ma inserisco un pacco lamellare; se metto un condotto che mette in comunicazione il carter con la valvola d’aspirazione e tra carter e condotto metto un altro pacco lamellare… allora quando i pistoni salgono aspirano nel carter; quando scendono comprimono nei condotti; quando la valvola d’aspirazione si apre la miscela precompressa va nel cilindro… faccio un 4T sovralimentato dallo stesso carter! Insomma, che senza un turbo o un volumex, potevo sovralimentare il motore e in più eliminare l’impianto di lubrificazione!
    Allora, insieme a due miei amici inizia il sogno: uno doveva occuparsi di realizzare una simulazione grafica al computer (non avevamo nemmeno un 286!!!), l’altro doveva fare un prototipo partendo da un motore di una vecchia Motobi (se ricordo bene), e io di fare tutti i calcoli e dimensionamenti. I calcoli non erano semplici perché il rapporto si sovralimentazione aumentava con l’aumentare dei cicli eseguiti dal motore, perciò se non lo conoscevo a priori non potevo determinare rendimento, coppia, potenza…perciò adoperai i pc dell’università e in pascal elaborai un algoritmo che mi permetteva di calcolare tutte le isoterme, le adiabatiche e non mi ricordo cos’altro del ciclo teorico per iterazione, fino a ottenere un rendimento che variava tra 0,23 e 0,28 (se ricordo bene) in funzione del volume del condotto. Un valore bassissimo che si spiegava con una perdita d’energia dovuto al lavoro che dovevano eseguire i pistoni per sovralimentare la miscela. E poi ci sarebbe stato il problema di farlo andare a miscela che inquina… ma funziona, deve funzionare per forza! Gridavo dentro di me.

    Andammo all’Ufficio Brevetti della Camera di Commercio, prendemmo il modulo, lo compilammo, feci i disegni e consegnai il tutto. Mi diedero la ricevuta dicendomi che avrebbero fatto le dovute ricerche e mi avrebbero fatto sapere.
    A quel funto feci una sorta di depliant adoperando la fotocopiatrice dei Cattolici Popolari dell’Università, e lo mandammo a tutte le aziende motociclistiche e automobilistiche, comprese quelle giapponesi.
    Dopo un mese iniziarono ad arrivare le risposte, la maggior parte delle quali non dicevano nulla.
    Ce ne fu una però che disse tutto. Proveniva dalla BMW che gentilmente ci faceva i complimenti e ci spiegava che quel motore effettivamente funzionava ed esisteva già: in non so che museo. L’aveva progettato e costruito per primo Rudolf Diesel 100 anni prima, ma lo abbandonò per problemi di rendimento, cioè: consumava troppo.
    A essere onesto non mi dispiacque, anzi mi rallegrò molto, perché scoprire l’acqua calda è sempre divertente e se poi era quella di Rudolf Diesel, un grande onore!
    Ho ancora tutti in progetti in una cartellina e un giorno li mostrerò orgoglioso a mio figlio.

    Ah, stavo quasi dimenticando: qualche anno fa, circa 15 dopo la richiesta del brevetto, ricevetti una raccomandata dalla Camera di Commercio che mi diceva che a seguito della loro ricerca, la mia richiesta era accettata, che dovevo pagare qualcosa come 200€, e il brevetto era il mio! Ecco: in Italia basta che paghi, e a distanza di 15 anni ti riconoscono anche il brevetto dell’ombrello!

  • #20
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    Saltando alcuni passaggi più tecnici , sono però arrivata alla morale .
    Anche questa purtroppo è la nostra Italia!

  • #21
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    Predefinito I Cuscinetti Radenti e l'Equazione di Navier-Stokes

    Il Cuscinetto Radente, detto volgarmente Bronzina, (su Google Images ne potete vedere a iosa), è un supporto costituito dalla sede stessa dell’albero; a volte, tra la sede e l’albero, possono essere frapposti due semi-gusci (le bronzine propriamente dette), che essendo di materiale più morbido di quest’ultimo, lo preservano dall’usura.
    L’albero in genere è in acciaio cementato e bonificato, mentre la sede può essere in ghisa, in alluminio o in acciaio; in questi ultimi casi, un cuscinetto di bronzo o materiale equivalente diventa essenziale. Quando invece la sede è in ghisa, grazie alle fantastiche qualità di quest’ultima, possono non essere necessarie.
    Ovviamente se si avesse contatto diretto tra metallo e metallo, ci sarebbe rumore, spreco di energia, surriscaldamento, usura…e un motore non durerebbe nemmeno 100 metri.
    Perciò tutto funziona proprio perché il contatto diretto è scongiurato dalla lubrificazione delle parti: dall’olio.
    Ora, se si considera che la tolleranza (gioco radiale) tra le parti in movimento è di pochi centesimi / decimi di millimetro, ne conviene che un film sottilissimo di olio è deputato a reggere gli sforzi di un albero motore magari pesante 20 chili (su una nave tonnellate!), che gira a migliaia di giri al minuto, ed è sottoposto alle continue spinte radiali prodotte da migliaia di combustioni al minuto.
    Davanti a un simile film, davanti a un simile film di olio, così sottile, così umile, di cui nessuno sapeva niente, di cui non vi siete mai curati ma che ha preservato la vostra auto per centinaia di migliaia di chilometri permettendovi di andare in discoteca, al lavoro, in vacanza o in camporella, chiedo un applauso.
    Se poi conoscete qualcuno di così piccolo ed esile ma che esegua senza mai lamentarsi un simile sforzo quotidiano, ditemelo e applaudirò anche io.

    Ora, in un forum di cultura e conoscenza come questo, non si può tralasciare un accenno al perché un simile fenomeno sia possibile, su come un evento di tale importanza possa materializzarsi, perciò non si può non parlare dell’equazione di Navier-Stokes, che appunto spiega la distribuzione delle pressione e velocità di un fluido continuo all’interno del suo stesso meato.
    Continuo significa che non può essere applicato ad una bibita gasata.
    Se volete vederla, eccovela in tutto il suo fulgido splendore cliccando il link:



    Per semplicità, ma soprattutto per non commuovermi commentando da me, copio e incollo da Wikipedia:

    Le equazioni di Navier-Stokes sono un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali che descrivono il comportamento di un fluido dal punto di vista macroscopico. L'ipotesi di base è che il fluido possa essere modellato come un continuo deformabile. Esse presuppongono perciò la continuità del fluido in esame, ovverosia il sistema perde di validità nello studio di un gas rarefatto.
    Le equazioni debbono il loro nome a Claude-Louis Navier e a George Gabriel Stokes che le formalizzarono e la loro soluzione analitica generale rappresenta attualmente uno dei problemi irrisolti della matematica moderna (i cosiddetti 7 problemi per il millennio) per il quale vale il premio Clay; soluzioni analitiche particolari si hanno in casi estremamente semplificati mentre soluzioni approssimate si ottengono tipicamente ricorrendo a metodi propri dell'analisi numerica e all'uso congiunto del calcolatore.
    Queste equazioni rappresentano l'approssimazione di Chapman-Enskog del prim'ordine delle equazioni di bilancio canoniche (sono quindi più generali delle equazioni di Eulero, che costituiscono l'approssimazione precedente, e più particolari delle equazioni di Burnett che costituiscono quella successiva). Le relazioni costitutive che contengono sono anch'esse lineari: la legge di Newton e la legge di Fourier.


    Pensate: chi riuscirà a dimostrare matematicamente la validità complessiva dell’equazione di Navier Stokes, verrà ricordato per l’eternità negli albi della Scienza e riceverà il milione di dollari posto in palio dal Premio Clay!
    Personalmente l’ho studiata applicandola a casi particolari (appunto quella dei cuscinetti radenti), dove le condizioni al contorno mi permettevano di semplificarla enormemente e gestirla con semplicità, ma già se uno la applica a uno snodo che lavora in 3D invece che su solo 2, è tutta un’altra storia!

    Sono sicuro che questo post riscuoterà decine di like e tutti vorranno dire la loro.
    OK. Però evitiamo di aprire nuovi discussioni in merito, raccogliamole tutte qui, se no va a finire che divaghiamo.

    Un GRAZIE a Minerva6 e Caldosenzafili per l'aiuto nel postare che l'immagine... che non ci riuscivo perchè credevo che potesse proprio apparire l'immagine, non il link
    Ultima modifica di Carcarlo; 01-04-2016 alle 08:38 PM.

  • #22
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    Predefinito La Saldatura

    I metalli sono costituiti da atomi disposti secondo precisi schemi (Struttura Cristallina), come cubi, cubi con un atomo nel mezzo, eccetera.
    La saldatura consiste nello scaldare talmente tanto i lembi di due pezzi di metallo, da far sì che la struttura di uno s’incastri con quella del secondo.
    Tale operazione può essere eseguita aggiungendo o meno un terzo metallo (d’apporto).

    L’unione di due pezzi di metallo consente la costruzione di componenti che in un solo pezzo sarebbero troppo complessi o costosi.
    Basti pensare al telaio di una bicicletta: come potrebbe essere ricavato dal pieno?

    La saldatura è una tecnologia antichissima e che si rimonta ai tempi dei fenici e degli etruschi che ricorrevano alla Brasatura, che consiste nell’unire due pezzi di metallo con temperatura di fusione elevata (per esempio acciaio) aggiungendo un metallo d’apporto con temperatura di fusione più bassa (stagno, rame, ottone).
    Volendo, tra due pezzi di ferro dolce caldo, si può mettere polvere di grafite (carbone), e martellare di brutto; a quel punto si crea un legame ferro-carbonio abbastanza resistente da giuntare i due pezzi.
    Gli amanti del ferro battuto, non possono non apprezzare questo metodo, che permette di unire due pezzi senza che si veda alcun materiale d’apporto, perciò fanno sembrare i pezzi tra loro appena appoggiati, mentre quando vengono saldati ad arco facendo le classiche palline, viene uno schifo che levati.

    A primi del secolo XX nasce la saldatura Ossiacetilinica in cui si sfrutta il calore sprigionato dalla combustione dell’acetilene (C2H2) e l’ossigeno puro (O2).
    Per intenderci, è quella dei ladri quando vanno ad aprire una cassaforte (nei romanzi molto datati o nelle barzellette della Settimana Enigmistica) o quella di Jennifer Beals in Flashdance.
    Per ottenere una buona saldatura, è importante guardare forma, dimensione e colore della fiamma: se fa una luce troppo bianca, c’è troppo ossigeno, il che ossiderà i lembi rendendo la saldatura fragile; se invece troppo gialla o addirittura arancione, allora c’è troppo acetilene e la temperatura non è abbastanza elevata.

    Ma la saldatura vera, quella seria, nasce con l’arco, cioè con un gas ionizzato in cui passa corrente fino a fondere i lembi.
    La versione più semplice è quella con le bacchette, tipica dei cancelli, che i buoni saldatori snobbano.
    Si inizia a fare sul serio quando si parla di filo continuo, ovvero una bobina di filo fornisce il materiale d’apporto: vengono delle saldature belle e resistenti.
    Col MIG e col MAG, si va di gas… ma dove si ottiene la più bella saldatura, è con un TIG ben regolato: a volte, se è veramente ben fatta, si nota appena.

    Immaginate di avere un tubo di ferro che a causa delle sollecitazioni si spezza.
    Immaginate anche di saldare i due pezzi e che il tubo rimesso al suo posto, si spezzi di nuovo, ma non dove l’avete saldato voi, bensì altrove.
    Ciò dimostrerà che siete stati così bravi da fare una saldatura (com’è noto è un punto critico) più resistente dei pezzi stessi.
    Ecco: quello è essere dei buoni saldatori.
    Un saldatore deve avere una mano ferma come quella del chirurgo, perché non gli può tremare, deve essere in grado di muoversi armoniosamente a velocità costante, senza scatti, perciò non può rovinarsela dando mazzate per ore e ore ogni giorno, o bevendo.
    Ma poi un saldatore deve essere capace di muovere correttamente la mano (si parla di pochi decimi di millimetri, non di spanne!) senza vederla, perché la mascherina protettiva lascia vedere solo il punto in cui si salda, non i lembi o la struttura. Chi non ha mai saldato, per capire quanto ciò sia difficile, dovrebbe esercitarsi a scrivere bene, senza uscire dalle righe, con una penna di un chilo, in una posizione scomoda e a occhi chiusi. Provate!

    La saldatura, come tutte le tecnologia, ha fatto vincere o perdere le guerre.
    Nel caso della II Guerra Mondiale, la fece vincere agli Alleati.
    Infatti, gli americani, si ritrovarono nella necessità di produrre un’immensa flotta mercantile subito per approvvigionare l’Inghilterra chiusa dagli U-boat tedeschi, e per farlo ricorsero al primo scafo ottenuto per saldatura: nasceva così la Liberty, di cui, si dice, se ne produceva una al giorno! Peccato che le saldature non fossero fatte da Jennifer Beals e sotto carico, col mare in tempesta o sotto zero, si aprisse come un uovo…

    Quando passate vicino a un saldatore, attendete che si prenda un minuto di pausa e osservate da vicino l’attrezzatura: la bombola, il filo, l’elettrodo o la torcia… e provate a immaginare un mondo senza, senza pezzi di metallo tra loro saldato.
    Osservate anche il telaio di una bella bicicletta col telaio in alluminio, e guardate come sono fatte bene le saldature, che cordone omogeno.

    Io vorrei tanto visitare un cantiere russo dove costruiscono i sottomarini nucleari in titanio, con pareti spesse un metro: pensate che la saldatura in questi casi va fatta in assenza assoluta d’aria o ossigeno: che tecnologia! Che bellezza l’ingegno umano (a volte).
    E che mano i saldatori, i Michelangelo del cannello.

  • #23
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    Predefinito Ve ne frega un tubo?

    I tubi flessibili, o più correttamente manichette, servono al trasporto di fluidi.
    Le più comuni sono quelle da giardino, in plasticaccia.
    Man mano che aumenta la pressione di mandata però, la manichetta richiede di essere rinforzata per non esplodere, e se si trasportano fluidi un po’ particolari, si ricorre a materiali più nobili, in genere gomme speciali.

    Chi non ha mai fatto un tubo, nel senso letterale del termine, e cioè non ci ha mai lavorato, non immagina nemmeno quanta tecnologia ci sia dietro.
    Siccome è un argomento che affascina – e infatti i libri sui tubi vanno per la maggiore – ne parlerò un po’.

    Se il tubo deve muovere acqua o aria, prodotti non aggressivi, non è un grande problema, ma se si muovono fludi particolari, allora le cose cambiano.
    Per esempio, se trasportate idrocarburi, è essenziale adoperare un sottostrato in gomma nitrilica come l’NBR, altrimenti se la mangerà
    Se poi, invece di un gasolio normale, avete biodiesel, allora deve essere una gomma molto resistente agli acidi come l’EPDM… ed è per quello che nella vs auto diesel non potete mettere il friol esausto, non perché non vada il motore, ma perché sciogliete le parti in gomma.
    Se invece veicolate latte, allora l’interno, oltre a resistere all’acidità del latte non deve rilasciare gusti, odori, colori…ed essere a norma. Vi ricordate che anni fa un noto marchio di latte se ne venne fuori con uno di colore blu? Il problema era appunto il tubo che se ricordo bene era stato lavato con acqua troppo calda e aveva rovinato l’interno bianco fino ad arrivare alla cappa blu.
    Ovviamente, se invece di latte avete birra o vino, le cose cambiano.
    Se poi sono acidi aggressivi, allora si fa sul serio.
    Molto particolari i tubi delle fruste dei sub, ovvero quelle che portano l’aria dalla bombola all’erogatore: in genere sono aromatizzati alla vaniglia in modo da mascherare il gusto dell’aria compressa.

    Poi c’è il problema della pressione, che più sale e più dovete rinforzare la manichetta.
    Anticamente venivano letteralmente bendate con strati di tela che poi veniva gommata.
    Negli ultimi anni invece, per conferire maggior flessibilità, si è passati a costruire il tubo intorno ad una o più calze coassiali. La trama e l’ordito però sono di una semplicità deludenti, niente a che vedere con i complessissimi pizzi e merletti del 3d sulla Maglia sempre in questo stesso forum: infatti nessuna macchina è così brava!
    I tessuti adoperati sono tessili sintetici o metallici.

    Poi ci sono i tubi che lavorano sotto vuoto.
    In questo caso il problema è che, come in una cannuccia, se succhiate, quelli collassano auto sigillandosi.
    Perciò, se dovete svuotare una fogna, avete bisogno di un tubo rinforzato con una spirale metallica o in PVC che impedisce al tubo di chiudersi.
    Il tubo viene fatto sovrapponendo i vari strati, e poi viene vulcanizzato, cioè sottoposto a una certa pressione e temperatura per un certo tempo, in modo che la gamma acquisti tutte le sue proprietà fisico-chimiche.

    L’Italia è sempre stato un grande produttore di tubi di eccellente qualità, con stabilimenti che erano dei fiori all’occhiello in Piemonte, Veneto e Campania. Purtroppo, prima la concorrenza turca e poi quella cinese li ha messi un po’ in ginocchio.

    I miei tubi preferiti sono quelli per il vapore (perché sono pesanti ma flessibili) e quelli per il rifornimento del carburante degli aerei, molto resistenti all’abrasione sull’asfalto degli aeroporti.
    Se volete una carrellata di tubi, potete cliccare su tubi industriali gomma lastre tappeti nastri trasportatori pvc flessibili fascette collari stringitubo | SATI GROUP S.p.A.

  • #24
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    In tutti questi anni avevo dimenticato cosa volesse dire lavorare in un'officina.
    La settimana scorsa l'ho trascorsa in Puglia lavorando nell'avviamento di un macchinario in un capannone mezzo aperto, anche di notte, col vento che soffiava che ne sapeva di neve.
    In un termometro di precisione, verso le 23:45, ho letto 3,45°C.
    Erano anni che non avevo freddo, soprattutto ai piedi.

    Solidarietà per chi c'è ancora.

  • #25
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  • #26
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    Dovevamo aprire una sorta di cilindro idraulico chiuso con una ghiera filettatata internamente... in pratica un tubo filettato sull'esterno chiuso con un tappo filettato sull'interno, dove il filetto è quella cosa che gira su se stesso creandoi una spirale. OK?
    In pratica, un'enorme bottiglia da 1,5litri d'acqua minerale ma di ferraccio.
    Solo che il cilindro era stato esposto alla salsedine per circa 30 anni ed era un grumo unico di ruggine.
    Ci voleva una chiave che si incastrasse nelle tacche della ghiera per farla ruotare, ma essendo fuori misura e normativa, non esisteva in commercio e farla dal pieno alla fresa non sarebbe stato facile, oltre chè costosissima visto che l'avremmo adoperata una volta sola.
    In questi casi se sei una bestia prendi una chiave a pappagallo da idraulico, mordi la ghiera e giri.
    Se sei una persona col cervello fai la stessa cosa ma di nascosto.
    Solo che non veniva.
    Uno può dire: ma ce l'avete messo lo svitol? Sì ma tanto in questi casi non serve a nulla.
    Ma avete scaldato la ghiera? Così si dilata, si allarga e si allenta da sola. Sì, addirittura con un bell'apparecchio a induzione.
    Ma niente, non veniva via.

    In realtà la chiave a pappagallo è una schifezza non solo per una questione estetica, ma anche pratica: stringe la ghiera che vuoi svitare e in questo caso era evidente che remava contro.
    Allora abbiamo infilato la leva del pappagallo in un tubo di ferro lungo un metro e mezzo e mentre uno teneva che non scappasse, l'altro sforzava.
    A me lavorare di forza bruta mi fa paura perchè ti puoi fare male e sul serio.
    infatti immagina di fare la forza di un rugbista e che sul più bello ti scappi la presa: se sei su un prato a giocare a rugby ti sporchi; se invece sei in un'officina magari dai una zuccata contro uno spigolo della pressa e sei morto.
    Non è uno scherzo, lavorando si muore e anni fa, a distanza di un anno morirono prima il mio ex socio e poi un mio concorrente (bravissima persona) lasciando orfani due ragazzini.

    Ma non c'era altro da fare: il cilindro idraulico nella morsa, il pappagallo che faceva presa sulla ghiera, il suo braccio nel tubo, il mio collega che teneva tutto centrato e io che spingevo.
    sforzavo sempre di più, misurando la forza, stando attento a che se scappava dovevo frenare subito.
    Sforza
    E sforza
    E sforza
    E mettici oltre che la forza anche il peso (che è quando veramente diventa pericoloso perchè a quel punto non ti freni più)
    E forza ancora...

    CRACK!
    Ma cosa è successo?
    Ci guardavamo negli occhi stupiti perchè non capivamo cosa avesse ceduto.
    Il mio collega fissa qualcosa e bestemmia (è toscano).
    Seguo il suo sguardo e capisco.
    - Era di ghisa, vero? - domando io
    - D'acciaio no di certo - risponde lui
    Aveva ceduto il basamento della morsa.
    Due superfici di 10 X 5 cm aperta in due come se fossero stati di cartone.
    Mai vista una cosa del genere.
    Ne avevo fatto di sforzo (e di peso....)

    In realtà nulla di speciale.
    Se uno applica 80Kg di forza/peso su una leva di 1,5m, ottiene una coppia di 120Kgm o 1.200Nm molto più di un comune motore diesel (anche se a velocità infinitamente più basse...)
    Certo, non puoi essere una tipa mingherlina sui tacchi.
    Devi essere più vicino al vitellone.

    Andammo a dormire.
    Il giorno dopo il mio collega ha fissato il cilindro ad una morsa d'acciaio, ha saldato col TIG un pezzo di tubo sulla ghiera, poi col pappagallo ha morso il tubo (stavolta stritolava il tubo, non la ghiera sul filetto!), e facendo leva col tubo da un metro e mezzo, l'abbiamo tirato via.
    Poi il resto è stata una sciocchezza.

    Certo che avere uno strumento adatto ad ogni scopo, è un'altra cosa: magari non ti fai neanche male.

  • #27
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    Predefinito Com'è cambiato il mio rapporto con la Meccanica nel tempo

    Il mio rapporto con la Meccanica è cambiato molto nel tempo.

    Da bambino progettavo – si fa per dire! - macchine impossibili da realizzarsi e che comunque non avrebbero mai funzionato.

    Da ragazzo inventavo soluzioni per far andare il motorino e una volta grippai il pistone.
    Poi imparai la lezione e fui più accorto.

    Quando iniziai a lavorare davvero nel settore della meccanica, a circa 25 anni, il mio obiettivo era dimostrare ai professionisti che ero veloce nel fare il lavoro, volevo essere apprezzato proprio per quello.
    Poi, una volta che fui un po’ più sicuro di me stesso, cercai di non farmi mai male (ci sono riuscito) e diventare bravo – e basta.

    A trent’anni – anche grazie alla laurea - lo diventai davvero.
    Nel mio settore ero tra i più preparati in Italia ed ebbi le mie soddisfazioni professionali, ma poi mi stufai perché quelle economiche non arrivavano (e non lo avrebbero fatto!) nemmeno a cercarle col lanternino e considerate le conoscenze, l’impegno e la responsabilità richieste, non ne valeva la pena: col cuore in gola mollai tutto e cambiai lavoro.

    Sei anni fa ho ripreso a lavorare part time in quello che fu il mio settore.
    Mi sono messo con un collega che ha 14 anni più di me, ormai a fine carriera, veramente bravo anche se gli mancano le basi teoriche, che io ho anche se tanti aspetti pratici li ho dimenticati e la mano a fare certi lavori, se un tempo ce l’avevo appena, adesso l’ho completamente persa.
    Ci complementiamo.
    Poi lui è più paziente, soprattutto con me, quando mi arrabbio.
    E quando lui bestemmia in toscano perché lo fanno arrabbiare, io rido e dico amen!.

    Per conto di una ditta di sottocomponentistica meccanica, ci siamo messi in testa di insegnare ai suoi clienti a riparare dei componenti di ultima generazione, costosissimi e che si rompono con una frequenza sorprendente (secondo me li costruiscono male per poi spennare chi se li compra) e che nessuno aveva mai riparato prima.
    Il risultato è stato un lavoro di meccanica pratica, teorica e marketing bellissimo.
    Bellissimo perché c’è dentro tutto il nostro sapere, i miei studi, la sua vita in officina, le notti insonni a capire come fare, per poi magari spostare il piatto con la bistecca perché mi veniva un’idea e dovevo fargli subito uno schizzo sulla tovaglia di carta, o lui zittiva tutti perché di colpo doveva dirmi cosa gli era balenato per la testa.
    Un sapere iper-specialistico che, modestia a parte, in questo momento abbiamo solo noi due.
    Sappiamo una cosa, sappiamo farla e sappiamo spiegarla agli altri.
    Tecnicamente parlando, è’ come essere nella nebbia più totale ed essere gli unici a vederci la punta del naso.
    E per imparare vengono da tutta l’Europa, dalla Russia, dal Brasile, dal Messico, dall’Arabia Saudita, dalla Tailandia… uno è venuto persino dalla Mongolia, e ci chiedono di spedirgli tutti gli aggiornamenti man mano che ne abbiamo.
    Abbiamo fatto dei corsi pure in due università e dei laurendi di un’università americana ci hanno chiesto di dar loro una mano a indirizzare la loro tesi.

    Adesso stiamo studiando come riparare l’ultima generazione di questi componenti dotati di una tecnologia che 15 anni fa era fantascienza e che infatti è molto comune nel settore militare e in Formula 1.

    Progettare è bellissimo.
    Anche costruire.
    Ma pure capire come ripare, perché non solo devi entrare nella testa di chi ha progettato e costruito un pezzo, ma devi capire anche il limite del progetto e farne la tua forza per far funzionare ciò che gli altri hanno buttato via ritenendolo ormai inutile (La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo – Matteo 21,42).

    - E perché non li riparate voi? – ci chiedono ai corsi.
    - Ho già tanto da fare – svicola il mio socio.
    - Non ho più l’officina – mento io.
    Mento perché in realtà non mi interessa mettermici per tanti motivi, ma il principale è che il lavoro perderebbe la sua bellezza, una bellezza che resta tale finchè resta pura, finchè resta ricerca.
    Se diventasse produzione, perderebbe tutta la sua magia, la magia del capire fine a se stesso e che ha preso lo spazio di quel voler fare veloce per dimostrare qualcosa a qualcuno.
    Adesso mi appago dimostrando a me stesso che si può fare, e basta.
    Però mi appago tanto anche quando riusciamo a risolvere qualche nuovo problema che sorge ai nostri clienti e che lì per lì non avevamo considerato.
    Ma mi appago ancora di più quando Josip (un ragazzotto che viene dalla cima di un monte balcanico, gambe corte, braccia lunghe, occhi un po’ spenti, viso buono ed estremamente introverso, che ha fatto il corso un anno fa e che ci adora perché lo aiutiamo a mandare avanti la baracca), dopo due o tre e-mail di discussione intorno a un problema che avevamo risolto in un modo costoso perché non c’era altra soluzione – d’altronde, se te lo diciamo, ci sarà un perché, no? – mi manda prima uno schizzo che sembra fatto da un bambino di 4 anni in cui illustra come farebbe lui, poi la foto del pezzo aggiustato in maniera banalissima e a costo zero, e le quote da rispettare.
    Banalissima ora che me lo ha spiegato lui, che se no mica ci arrivavamo!
    Mi appago perché il fatto che mi abbia insegnato uno che ha imparato da me soddisfa il mio ego ancor di più che se lo avessi fatto io stesso, rende la cosa ancor più pura.

    La conoscenza profonda di qualcosa che ti piace è estremamente gratificante.
    Se poi porti a casa i soldi ti senti realizzato.
    E allora capisci la serenità di quelli che, si e no c’hanno un orto di 150mq, bello, preciso, ordinato, con tutte le piante ritte, cariche di frutti lucenti e colorati, e quando bevi il loro vino, perché a loro del Barolo non importa nulla.
    Il punto è riuscire, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, a mettere insieme la conoscenza che c’è nei libri di chimica, fisica, matematica, geometria…con la pratica quotidiana del proprio lavoro manuale, come se si facesse un’opera d’arte.
    Sì, perché riparare il trasduttore differenziale del convertitore positronico degli scaldabagni , se non l’aveva mai fatto prima nessuno, è l’opera d’arte di chi invece di uno scalpello per il marmo, maneggia chiavi a stella, torni e saldatrici, e quando non ci vede nessuno, ci commuoviamo anche noi.

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  • #28
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    Predefinito Scherzi da meccanico (I)

    Gli scherzi di quelli abituati a pestare il ferro, sono teneri quanto i loro magli.
    Quelli che racconto di seguito non sono molto edificanti, soprattutto perché rivolti quasi sempre verso degli svantaggiati, ma sono veri e fanno parte della vita dell'officina.

    Pino era uno che gli affidavi due tartarughe, lo chiudevi in un ascensore, lo spedivi dal 2 al 3 piano, e quando si aprivano le porte, una tartaruga era andata persa mentre l’altra si era suicidata; se andava bene.
    Era un disastro ambulante, una piaga biblica, un dànno, peggio di un’epidemia.
    Avrebbero dovuto surgelarlo appena nato, invece era diventato ingegnere e gli avevano affidato un reparto con dei sottoposti e parecchia responsabilità.
    Qualche mese dopo però, il capo del personale lo richiamò perché aveva la pessima abitudine di scaccolarsi col dito, passarsi la caccola tra baffi e barba e poi mangiarsela, davanti a tutti.
    Insomma, per capirci: era un poveretto messo nel posto sbagliato attirando – anche giustamente – non poche invidie, e ogni tanto qualcuno si vendicava.

    - Dobbiamo farti un video da mostrare al Presidente – disse Pietro a Pino mostrando la prime telecamera digitale che vidi in vita mia.
    - E cosa devo fare? – domandò Pino dubbioso.
    - Mostrare a tutti che sai montare e rimontare un cilindro idraulico, che sai fare il tuo lavoro. Così nessuno avrà più da ridire sul tuo conto. –
    A Pino non sembrava neanche vero e ci si mise di buzzo buono e mentre Pietro riprendeva, Pino iniziò a fare la sua parte.
    - Questo è un cilindro idraulico – disse con fare cattedratico davanti alla video camera – e serve a… a fare cose. –
    - Bravo! Avanti così! – gli gridarono fuori campo.
    - Allora, adesso andiamo a vedere come si smonta – e ovviamente lo serra sulla morsa dalla parte dello stelo danneggiandone la cromatura, e quando se ne rende conto allenta la morsa, e lo gira – ecco, adesso va meglio, ma andava bene anche prima, ma adesso va meglio… -
    - Dai che vai benissimo! – si sente in off.
    Insomma che rimuove la ghiera di chiusura (e quasi si fa male), il paraolio che cade per terra e lo pesta, la guida rovinandone la boccola di bronzo…
    - Fai vedere che gli sostituisci anche lo spillo di parzializzazione – suggerisce Pietro.
    Pino allora fa per aprire il cassetto degli spilli, ma questo era bloccato dalla leva della morsa che serrava il cilindro, che era ancora aperto e pieno d’olio.
    Per aprirlo sarebbe bastato far scorrere verso l’alto l’asta della morsa, ma lui no, fece la cosa più idiota che potava fare: la ruotò di 90° allentando la presa sul cilindro idraulico che rimase in equilibrio precario.
    Quando poi diede uno scrollone al cassetto, il cilindro si rovesciò riversando 4 litri d’olio nel cassetto, che finì all'interno di tutte le cassettiere sottostanti che immagazzinavano migliaia di componenti minutissimi, e infine attraverso le fessure, in tutto il laboratorio.
    Pino, preso dal panico, cercò di asciugare prima un cassetto e poi l’altro col suo fazzoletto, tirando fuori tutta la minuteria gocciolante e dimostrando il disastro combinato.
    - La carta! La carta!! – gli gridano mentre continuano a riprendere, e mentre Pino va verso il rotolo della carta, scivola nella pozza d’olio che si era formata facendo ridere tutti selvaggiamente che nemmeno nel Decamerone.
    Le più esterrefatte erano le segretarie, sui 60 anni, sempre educate e perfettamente agghindate e aggiustate come bambole di porcellana, che non si raccapezzavano dello spettacolo a cui assistevano.
    Per noi uomini era un po’ diverso: era come essere tornati ai tempi di cromagnon e ammazzare una preda ferita ormai rintanata in un angolo.

    Per assurdo, il danno fatto fu talmente grosso che venne messo tutto a tacere, perciò il video restò in cassetto.
    Meno male che non c’erano i social, altrimenti son sicuro che persino Papa Francesco lo avrebbe girato alle suore facendole scompisciare dalle risate.
    Ultima modifica di Carcarlo; 11-19-2018 alle 04:14 PM.

  • #29
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    Predefinito Scherzi (II)

    Questa storia - poco edificante - mi è stata raccontata da più persone che lavoravano nello stesso reparto e risale ad almeno 20 anni fa.
    Thomas lavorava in verniciatura.
    Non si capiva se era sempre stato così o se erano stati i fumi dei solventi a conciarlo a quel modo…
    Avete presente un bambinone complessato di 12 anni che va in giro con la canotta mimetica e fa sempre il Rambo della situazione?
    Ecco, quello, ma con più di 50 anni, e che ovviamente diventa la preda favorita di chi al lavoro si annoia e pensa a far scherzi.

    - Hai visto che casino con l’Alitalia? – gli domandano.
    - No – risponde Thomas dopo uno sforzo notevole.
    - Mangia e mangia e adesso non hanno nemmeno i soldi per verniciare gli aerei.
    - … - pensò Thomas.
    - Potresti pensarci tu –
    - Eh sì eh! – rincarò un altro.
    - E che ne so io? –
    - Ma tu sai verniciare no? –
    - Sì, ma cosa c’entra? –
    - Facile, gli fai un’offerta e ti prendi l’appalto! –
    - Che appalto? –
    - Quello per verniciare gli aerei, se no fanno la ruggine. –
    - Sì – rincara il compare – basta chiedere meno della concorrenza e sei a posto.
    - Fagli un’offerta, dai! –
    - Ma che ne so io di quanto mi costa verniciare un aeroplano? –
    - Vabbè, vai in aeroporto con un metro a nastro da 10m, lo misuri in lunghezza, in larghezza, calcoli quanto ti vi va di bianco, rosso e verde, ci aggiungi il costo del nastro da carrozziere, ci aggiungi il tuo e via. No? –
    - Ma certo – sentenzia l’altro – non capisci che ci mangiano tutti? Se arrivi tu che gli fai pagare solo il costo e la manodopera, anche se la manodopera gliela metti un botto, costi sempre meno degli altri e l’affare è tuo. Capisci? –

    Insomma che Thomas ci pensò su e alla fine andò in aeroporto.
    Domanda in due o tre posti diversi come accedere alle piste, e davanti a continui dinieghi, salta la recinzione, va sotto un MD80 e mentre è lì che fissa il metro a un estremità e lo estende, ti arriva la Polizia, lo acchiappa, lo carica e se lo porta via.
    Lui niente, tutto convinto a spiegargli che no, che era lì per prendere le misure per fare il preventivo all’Alitalia, e che il bianco, il verde, il rosso, il nastro da carrozziere e che avrebbe fatto un bel lavoro…
    Per fortuna tutto avvenne prima del 11 settembre quando sì c’erano i controlli di sicurezza ma nemmeno c’era sta paranoia, perciò alla fine, accortisi che era uno sciroccato, lo spedirono fuori senza nemmeno un capo d’imputazione.

    - Che stronzi! –
    - Eh ma perché è tutta una ghenga. –
    - Se non sei raccomandato mica ti lasciano entrare nel giro… -

  • #30
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    Predefinito Scherzi (III): film porno.

    Gaspare era il ns sindacalista FIOM, acerrimo nemico del capitalismo, comunista convinto, ma talmente convinto che andava a dormire con una svastica al collo (giuro: l’ho visto io).
    Zuzzuro era alto così, pesava circa 150Kg e sosteneva che nel dopo lavoro faceva il maestro di ballo; durante il lavoro invece, terrorizzava le segretarie mangiandosi le sigarette; quando poi andavamo in trasferta e guidava il camion, a ogni viadotto minacciava di buttarsi di sotto per far dispetto all’azienda che avrebbe dovuto comprarne uno nuovo.
    Tanto per metterlo a fuoco, considerate che era di un paesino a 10Km da Venezia, ma a Venezia non c’era mai stato. OK?

    Insomma che dobbiamo fare una trasferta di un mese in Svezia, ma siccome nessuno dei due si sente di fare un mese in mezzo alle bionde (non sia mai…), decidono che prima andiamo Gaspare ed io, poi dopo 2 settimane ci raggiunge Zuzzuro, fanno il cambio di consegne e Gaspare torna a casa.
    Le prime due settimane vanno bene anche se a un certo punto mi permetto di far notare a Gaspare che ogni volta che si assenta dal lavoro (giusto quelle 2 orette a metà mattina e a metà pomeriggio), torna che ne sa di Martini, ma lui mi corregge e mi dice di no, che è che va in albergo e si sciacqua la bocca col collutorio.
    - Portatelo qua, no? Così risparmi due orette la mattina e al pomeriggio! – vorrei dirgli, ma siccome posso sembrare troppo borghese e servo del padrone, mi astengo.

    Passano due settimane, andiamo in aeroporto a prendere Zuzzuro, e iniziamo il passaggio di consegne da Gaspare a questo portento della natura, che consiste nello spiegargli che in Svezia è esattamente come da noi, non deve avere paura, ma siccome non bisogna scuoterlo, chiede che Gaspare resti fino a quando non si sente pronto.
    Che poi era giusto così, perché con un bambinone (di 35 anni) bisogna essere pazienti.
    La mattina ci vediamo al buffet dell’hotel e mentre spalma il burro sul pane, Gaspare se ne salta su dicendo – avete visto il pornazzo di sta notte? –
    - No! – scatta tutto agitato Zuzzurro.
    E allora Gaspare attacca con ogni dettaglio del film, capolavoro della scuola svedese.
    Il giorno dopo Gaspare ripropone la stessa domanda, e Zuzzurro dispiaciuto nega di nuovo ma supplichevole chiede su quale canale li diano, che se li sta perdendo tutti.
    - Sul 7 – risponde Gaspare.
    Il giorno dopo si ripete la scena, solo che Zuzzurro inizia ad avere le occhiaie e biascica.
    Gaspare allora gli spiega che lui lo vede sul 7 della sua TV, ma che il canale è un altro e bisogna vedere se anche la TV di Zuzzurro è sintonizzata come la sua.
    Nel pomeriggio però, mentre Gaspare va a farsi gli sciacqui con ghiaccio e fetta d’arancia, becco Zuzzurro che dorme sul lavoro: povera stella!
    Il giorno dopo stessa scenetta e Gaspare che gli dice che è colpa sua perché si addormenta prima che inizi il film e… e io sbotto e gli dico – Zuzzuro: ti sta prendendo per i fondelli. Non c’è nessun film porno. Se ne vuoi vedere uno vai al cinema. Ma la notte dormi e di giorno lavora che sono stufo di fare anche il vostro! –
    Gaspare fu messo sull’aereo e tornò a casa.
    Appena possibile anche Zuzzurro.
    Successivamente chiesi di andare in trasferta da solo, che almeno l’azienda risparmiava….

    In azienda ci ridemmo sopra per un bel po’.
    Una volta poi, tornando dall’Olanda, ci fermiamo a dormire in un hotel in Francia.
    Andiamo a dormire tardi, accendo la TV e sul 7, ma proprio sul 7, becco un film porno.
    Prendo la cornetta del telefono e chiamo Zuzzurro: - guarda che sul 7 c’è un porno! –
    - Ma va, ma lasciami in pace! –
    Allora chiamo un altro collega, gli spiego tutto, controlla e anche lui ha il porno sul 7.
    Allora anche lui chiama – Zuzzurro! Zuzzurro!! C’è un porno sul 7, davvero!!! –
    Oh, Zuzzurro non volle crederci, nemmeno la mattina dopo quando tutti glielo raccontammo a colazione.

    Poi una volta andammo a Venezia per lavoro, me lo portai dietro e finalmente la vide.
    Disse che era carina ma pur abitandoci di fianco non credo ci sia mai tornato.

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