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 La parte dell'altro

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Discussione: Schmitt, Eric-Emmanuel - La parte dell'altro

  1. #1
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    Predefinito Schmitt, Eric-Emmanuel - La parte dell'altro

    "Il male è in ognuno di noi. Per esplorare questa terrificante idea, il romanzo segue le vite parallele dell'Hitler vero e di un Hitler fittizio e "buono". Quale sarebbe stato il corso della storia se l'8 ottobre del 1908 Adolf Hitler fosse stato ammesso all'Accademia di Belle Arti? Lungi dal ricostruire la storia del Terzo Reich, Schmitt duplica la figura del triste Cancelliere, gioca sull'artificio di due vite distinte che corrono in parallelo e getta una luce straniante e violenta sul retroscena affettivo, sessuale e caratteriale di un eccezionale egolatra che cerca di incarnare l'eroe nietzschiano. Sull'altro binario scorre la vita del pittore Adolf H., disgustato dalla Grande Guerra, il quale, trasferitosi a Parigi, frequenta gli artisti di avanguardia di Montparnasse, sposa un'ebrea americana e muore poi nel pacifico oblio di Santa Monica... In questa prodigiosa macchina scenica dal geniale ingranaggio costruito su un paradosso, Schmitt riesce ancora una volta a gettare nel lettore il seme del dubbio. Se fosse vissuto soltanto il pittore Adolf H. e non il suo mostruoso doppio seminatore di odio e distruzione, che cosa saremmo noi oggi?"

    Mi ha colpito la dedica a inizio libro:
    "Alla memoria di Georg Elser,
    bombarolo artigianale"

    Georg Elser (Hermaringen, 4 gennaio 1903 – Dachau, 9 aprile 1945) è stato un attivista tedesco, noto per aver ideato ed attuato l'attentato dell'8 novembre 1939 nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco contro Hitler, che scampò all'attentato per pochi minuti. Voleva impedire il genocidio con il suo attentato ad Hitler. Il 9 aprile 1945 fu assassinato nel campo di concentramento di Dachau.

    Come sempre, la scrittura di Eric-Emmanuel Schmitt è scorrevolissima. Ogni suo libro affronta un argomento diverso, ma comune è la semplicità e la profondità con cui si esprime. Nei primi capitoli che ho letto c'è anche un pizzico di ironia e sensualità.

    Cosa è successo che ha differenziato il loro cammino, se il punto di partenza era lo stesso? L'Adolf buono riesce a dare un senso alla sua esistenza, ad avere amicizie (bellissime le parole sull'amicizia che scrive ai suoi due amici, pensando di essere in punto di morte) e amori, riuscendo anche a preoccuparsi del piacere della donna, non solo del suo. Si è "aperto alla dimensione degli altri" e quindi alla vita. L'altro Adolf invece, già lo conosciamo, debole, fallito, frustrato e rabbioso, con manie di grandezza, incapace di vedere la realtà, con problematiche di tipo psichiatrico, direi.
    Forse sbaglio, però ho la sensazione che a volte basti davvero poco per prendere una strada anziché l'altra. Importantissimo secondo me è stato l'intervento del dottor Freud sull'Adolf buono, perché gli ha restituito una parte importante di se stesso, e la stima di sé. Ha potuto così superare i nodi del passato che gli impedivano i rapporti con le donne (spassoso quando sveniva se doveva ritrarre una modella nuda), diventando con l'aiuto di Stella un amante abilissimo. Ha fatto pace con se stesso e con i propri fantasmi familiari, e la stima di sè gli ha permesso di aprirsi a una davvero grande Amicizia maschile con Neumann e Bernstein. E la sua vita ha preso una strada diversa.

    Il vero Hitler invece si realizza nella guerra (non sapevo che avesse partecipato alla prima guerra mondiale) e questo mi ha fatto pensare a quanti reduci negli Usa non riescono più a reinserirsi nella vita normale, una volta rientrati dalle missioni di guerra all'estero. Non solo per il disturbo post traumatico da stress, ma anche per la difficoltà che alcune persone, che sono state eroi in guerra, veterani decorati, trovano a vivere una vita normale. Erano a loro agio in guerra, non lo sono nella vita vera.
    L'unico che riesce a suscitare affetto nel vero Hitler è il cane, e grande è il suo dolore quando lo perde.

    La parte storica che riguarda Hitler è molto accurata, tant'è che l'editore ha fatto controllare il libro prima della pubblicazione ad alcuni storici, per evidenziare eventuali inesattezze storiche. Schmitt per una settimana si è sentito offeso, poi l'ha superato perchè gli storici non hanno trovato alcuna imprecisione.

    Il titolo è perfetto, non poteva trovarne uno migliore: "La parte dell'altro", con vari significati, Adolf che va verso l'altro, Hitler che fugge dagli altri, per la sua totale mancanza di empatia.

    Le pagini finali scritte da Schmitt, il suo diario, sono una magnifica sorpresa, molto intense e piene di riflessioni importanti, le ho lette e rilette più volte. Mi è piaciuto molto quando dice che rifugge dalle semplificazioni, "dalle idee semplici: trovare una causa unica per un male significa non riflettere, significa farne una caricatura, scegliere di accusare anzichè spiegare. Dopo l'esperienza di questo libro sospetterò di chiunque indichi con sicurezza un nemico. Fino a quando non riconosceremo la canaglia e il criminale che abitano dentro di noi, vivremo in una pietosa menzogna".

    Consigliatissimo!
    Voto 5

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    Predefinito

    Non voglio mancare di rispetto all'opera di uno scrittore come Eric-Emmanuel, ma avete presente Sliding Doors, il film? "Cosa sarebbe successo se..." Ecco: applicate la stessa formula all’adolescenza di un aspirante artista come era (nella realtà storica) Adolf Hitler ed ecco sfornato un capolavoro!
    L'attimo che decide tutto, in questo caso, non è fortuito come la chiusura delle porte di un tram, ma è l'esito di un esame... “Adolf Hitler: respinto”: questo è ciò che è realmente accaduto un giorno, anzi due, nel 1907 e nel 1908 presso l’Accademia delle Belle Arti di Vienna; “Adolf H.: ammesso”: da questo evento alternativo prende avvio l’immaginaria vita parallela di quello che sarà chiamato “Adolf H.”, per distinguerlo dall’Hitler che purtroppo conosciamo.
    Il commento più bello sul confronto fra questi due personaggi proviene dalla penna dello stesso Schmitt, nel suo Diario su ‘La parte dell’altro’: “Elaboro un doppio ritratto antagonista. Afolf H. cerca di conoscersi, mentre il vero Hitler si ignora. Adolf H. riconosce che in sè vivono dei probemi, mentre Hitler li seppellisce. Adolf H. guarisce e si apre agli altri, mentre Hitler sprofonda nella propria nevrosi troncando ogni rapporto umano. Adolf H. affronta la realtà, mentre Hitler, se contraria ai propri desideri, la nega. Adolf H. impara l’umiltà, mentre Hitler diventa il Führer, una specie di dio vivente. Adolf H. si apre al mondo, Hitler lo distrugge per rifarlo”.

    Ciò che più mi ha affascinato di questo inedito parallelismo è che il punto di partenza è uno: è lo stesso Adolf Hitler che ha dato origine ai due protagonisti di questa storia. Ed è proprio questo su cui ci induce a riflettere l’autore: Hitler, il “vero” Hitler, non è un pazzo, non è un genio del male, non è un perverso; non è insomma diverso da ognuno di noi. Il male, anche quello più assoluto, non è qualcosa di alieno, non si pone su un livello differente dalla realtà. Il male nella vita di Hitler, suggerisce coraggiosamente Schmitt, è stato il frutto di eventi e circostanze e, soprattutto, di scelte. Per cui se è vero che l’essere ammesso o meno all’Accademia di Belle Arti di Vienna non è dipeso da Hitler stesso, è vero che il resto della sua vita è stato un susseguirsi di scelte, più o meno consapevoli, più o meno gravide di conseguenze, ma comunque di scelte, le quali hanno dato vita a un percorso e a una personalità ben definiti. Non per niente gli anni più importanti, quelli nei quali si decide il destino di Hitler e di Adolf H., sono quelli dell’adolescenza, durante i quali è risaputo che un giovane “forma” se stesso.
    Riducendo il “mostro del male” per antonomasia a un giovane che, a partire da un bruciante fallimento, non è più capace di crescere in modo sano, di realizzare la propria vita, Schmitt ci dimostra che nessuno di noi è al sicuro, mentre ognuno è responsabile di se stesso. Hitler sarebbe potuto diventare una persona diversa, ma se non esiste “fato” o “predisposizione congenita al male” per lui, non esiste nemmeno una “congenita estraneità al male” per noi.
    Un libro audace, credibile (ogni singolo passaggio è, di volta in volta, fedele alla storia quando si riferisce a Hitler o verosimile quando si riferisce ad Adolf H.), appassionante. Ho amato tutto di questo romanzo: l’intreccio narrativo, lo stile, il messaggio. Mi sono piaciuti molto i capitoli dedicati all’Hitler immaginario, ma ho apprezzato moltissimo (e forse di più) anche il modo in cui Schmitt, con uno sforzo non indifferente, ha cercato di riscostruire la vita psicologica del vero Hitler, cercando di capire come sia stato possibile.
    Capire, ma non per giustificare. Capire, ma non per smettere di condannare. Capire per soffrire meno.” Queste sono le parole che Schmitt mette in bocca ad Adolf H., l’alter ego “buono”. Buono perché, complice un percorso terapeutico con Freud (inventato ma storicamente possibile), che lo libera dai suoi traumi infantili, e l'incontro (di fantasia) con una donna chiamata Stella, che lo guarisce dal suo “egocentrismo”, insegnandogli ad aprirsi alla “dimensione dell’altro” (da qui il bellissimo titolo), riesce, a differenza dell’Hitler storico, a trovare una propria dimensione, a conoscere l’amicizia, l’amore, la compassione.

    Un altro aspetto che mi è piaciuto moltissimo è stato che anche dopo la “separazione” fra Hitler e Adolf H., quando la distanza fra i due è diventata ormai insormontabile, Schmitt ci ricorda, attraverso la tecnica del “rovesciamento”, che non stiamo parlando di due personaggi differenti, ma di due esiti possibili del medesimo punto di partenza. E così se Adolf H. diventa un amatore di primo livello, il quale ha imparato ad andare “oltre il suo piacere per entrare nella dimensione del piacere condiviso”, Hitler, che “schiacciava i compagni dall’alto della sua castità”, impara a far “godere la folla”. Magnifico questo passaggio (lungo una pagina e mezzo) in cui l’autore descrive un vero e proprio “amplesso” fra Hitler e la folla che lo acclama, laddove lui “fa godere la folla, ma non gode. La disprezza per aver goduto così facilmente senza essere riuscita a far godere lui. E nel disprezzo si sente superiore. E in questo disprezzo conserva il potere.

    Sono davvero felice di aver scoperto questo autore e sono assolutamente certa che fra noi è iniziata una “storia” bellissima. Ma a prescindere da ciò, consiglio questo libro a chiunque, io l’ho divorato e vi assicuro che non vi deluderà.
    5/5
    Ultima modifica di ayuthaya; 09-26-2019 alle 02:11 PM.

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