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Discussione: Deledda, Grazia - Cenere

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    Una giovane ragazza madre, Olì , disperata per la propria miseria, conduce il figlio Anania di otto anni alla casa del padre benestante, e lo abbandona.
    Allevato a Nuoro dalla moglie del padre, la tenera Tatana, il fanciullo cresce, frequenta a Cagliari le scuole superiori, si fidanza con una ragazza ricca, va a Roma per gli studi universitari. E' però ossessionato dal pensiero della vera madre, la donna perduta: vorrebbe ritrovarla e redimerla in un alto sogno di eroico altruismo, ma al tempo stesso vorrebbe saperla morta, per inserirsi senza vergogna nella vita di successo che sembra arridergli e che, borghesemente, lo alletta.

    E' uno dei romanzi più complessi della Deledda ma è anche un capolavoro di profondità e di capacità di mostrare la realtà attraverso personaggi pieni di spessore e di umanità vera. Anche in questo romanzo si resta stupiti della modernità e della universalità della sua scrittura, pur in una storia che sembra ambientata fori dal tempo. Non si perde mai il senso della vita leggendo le sue parole, si rimani ancorati ad essa pur nella disperazione e nella miseria. Nella cenere ci può sempre essere una scintilla che fa ripartire di nuovo tutto.

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    La curiosità mi ha spinto a leggere questo libro del premio Nobel Deledda dopo aver letto, tempo fa, “ Canne al vento”, quello che è considerato il suo capolavoro. Una lieta sorpresa. E’ la storia di un “figlio del peccato” con la madre, ancora minorenne, che viene scacciata di casa dal padre. Trova riparo presso la vedova di un bandito, parente del suo seduttore, che vive, miseramente, nel ricordo e nel mito del marito, e che ha, in casa, un bambino piccolo. E’ una vita durissima, ma il bambino che diventa, inevitabilmente “intimo”, con il figlio un po’ più grande di lui della vedova, non se ne accorge. Tutto gli sembra naturale ed è gratificato dagli innumerevoli giochi che i bambini si “inventano”. La vita però, per un giovane ragazza madre in quei tempi e nel ambiente arcaico dell’entroterra nuorese, non lascia molte speranze, e la ragazza, per disperazione più che per un reale disegno, abbandona il ragazzo presso la famiglia del padre naturale.
    Qui il ragazzo cresce, va a scuola con ottimi risultati, trova una matrigna, che non può avere figli, che gli fa da “madre effettiva” ed anche il padre, seppur avaro di sentimenti, è in grado di assicurare una vita dignitosa alla famiglia. Il bambino però, nonostante tutto, seppur con sentimenti contrastanti, non può dimenticare la madre naturale. E qui mi fermo, per non togliere il piacere della lettura a qualcun altro.
    Cosa dire. L’attaccamento alla madre naturale è una parafrasi dell’attaccamento della scrittrice alla terra d’origine. Innumerevoli sono le descrizioni dei paesaggi, delle piante, della natura intera dei paesaggi dell’entroterra sardo, talmente ricche e dettagliate che sembra quasi di coglierne il profumo. Addirittura, in due passi, quando il ragazzo lascia Nuoro per studiare a Cagliari e la Sardegna per completare i suoi studi a Roma, trovo una similitudine con l’”addio ai monti” del Manzoni nei promessi sposi, seppur con potenza espressiva e perfezione minori. Alla fine il ragazzo scopre ed impara molte cose della realtà della vita e soprattutto che molte convinzioni che considerava punti fermi e certezze devono essere riconsiderate alla luce dei fatti e degli accadimenti. Un bel romanzo, anche se inevitabilmente c’è qualcosa un po’ troppo legato ai tempi e qualche descrizione dei sentimenti è un po’ troppo “aulica”, e che però , a mio avviso ha ben poco da invidiare al capolavoro della scrittrice, e che, quindi, consiglio a tutti di leggere.

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