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Il seggio vacante

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Discussione: Rowling, J.K. - Il seggio vacante

  1. #1
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    Predefinito Rowling, J.K. - Il seggio vacante

    Nella piccola cittadina di Pagford viene a mancare improvvisamente uno dei membri del Consiglio Locale.
    Pagford è apparentemente una cittadina borghese, ordinata e pulita. In realtà la morte del consigliere fa sì che si sollevi il tappeto sotto il quale in realtà si nasconde tutta la polvere che la ricopre.
    Le imminenti elezioni di un nuovo consigliere scatenano conflitti che danneggeranno la facciata perbenista di Pagford, e riveleranno invidie, meschinità e pregiudizi.
    Non sarà solo l'immagine del paese a subire dei danni ma anche, e soprattutto, la vita degli abitanti del paese.

    Così come in Harry Potter, ho ritrovato quella capacità narrativa della Rowling che ti permette di rimanere con il naso incollato alle pagine.
    Di certo questo non è un libro per ragazzi, a volte è crudo e racconta storie di profondo disagio sociale e psicologico e il finale non è di certo all'acqua di rose.
    Un libro che mi sento di consigliare agli appassionati del genere "noir".

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  • #2
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    Adoro J. K. Rowling, sia come madrina della stupenda saga di Harry Potter, sia come giallista nella serie dell’investigatore Cormoran Strike. Ma, come si suol dire, non tutte le ciambelle riescono col buco! E’ il caso di questo “Il seggio vacante”, il suo primo libro non legato ad Harry Potter, che personalmente ho trovato di una noia mortale.
    Si racconta, con estrema prolissità e dovizia di particolari, la vita di una piccola cittadina inglese sconvolta dalla morte improvvisa di un popolare e ben voluto consigliere locale, dovuta ad un ictus. Fra chi piange il defunto e chi si contende il suo posto al consiglio, la cittadina elabora a suo modo il lutto e torna pian piano a dedicarsi ai suoi problemi quotidiani, quartieri in degrado, famiglie disagiate, famiglie altolocate con interessi da salvaguardare, amori giovanili, violenza, droga… il tutto accuratamente nascosto sotto il velo dell’ipocrisia e del perbenismo. Ma la morte del consigliere appassionato di canottaggio e sinceramente interessato alla povera gente, sconvolge gli schemi e solleva il coperchio del vaso di Pandora. Il fantasma di Barry Fairbrother non smette di togliere il sonno ai più illustri notabili della cittadina. Dopo tutta quest’ipocrisia accumulata e sedimentata, però, la deflagrazione è assordante e, purtroppo, mieterà delle vittime fra i più deboli e disagiati.
    Ora, l’idea della Rowling di raccontare le beghe, gli altarini, i sotterfugi di una cittadina come tante, secondo me era ottima. Il problema è che l’intero libro, di ben 553 pagine, è decisamente troppo lungo, piatto e di una lentezza esasperante. Le descrizioni sono minuziose, i personaggi sono molto ben caratterizzati e realistici, la Rowling non ha mai peccato in questo, ma si fa fatica a provare empatia ed ad immedesimarsi a pieno nelle loro storie, sebbene spesso somiglino a quelle che ogni giorno riguardano la sostra cittadina, il paesello, la società in genere.
    In definitiva, una buona idea realizzata male, un’occasione sprecata. Ho avuto l’impressione, confermata nel finale, che la Rowling abbia voluto strafare ed il risultato non è né carne né pesce: cos’è questo libro? Un saggio? Un noir? Un romanzo? Io non sono riuscita ad inquadrarlo; ad ogni modo, anche se a malincuore, non mi sento di consigliarlo.

  • #3

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    Letto qualche anno fa con grandi aspetattive ma purtroppo ha deluso anche me: per carità scritto benissimo (è pur sempre JK Rowling!) ma a lungo andare la storia non convince e non si capiva dove volesse andare a parare e alla fine non mi è rimasto nulla.

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  • #4
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    Be', dopo sei anni di titubanza, finalmente mi sono decisa a leggere questo romanzo. Meglio tardi che mai, direi.
    Chissà perché, ultimamente mi capita spesso di iniziare un romanzo credendo che si tratti di un giallo, salvo poi accorgermi circa a metà che di mistero non c'è nemmeno l'ombra. La stessa cosa è successa anche stavolta: fino a pagina trecento, ho morbosamente aspettato che qualcuno, in qualche modo, ci dicesse che l'aneurisma di Barry Fairbrother era stato causato da chissà che veleno, e ho collezionato meticolosamente indizi, moventi, opportunità... alla fine mi sono rassegnata, e ho capito che dovrei iniziare a leggere le quarte di copertina, quando mi sembra che la trama non stia andando nella direzione che mi aspettavo.
    Ecco, nel momento in cui mi sono sentita libera di mettere nella giusta prospettiva ogni cosa, ho iniziato ad apprezzare molto questo romanzo: “Il seggio vacante” non è un romanzo di trama, ma è piuttosto un minuzioso affresco che si limita a rappresentare in maniera tragicamente realistica la vita di una piccola comunità inglese. E la Rowling, con un occhio clinico severo e inclemente, non ci risparmia niente: ci trascina nelle piccolezze di una comunità piena di ipocrisia, ci costringe a sporcarci le mani con le piccole meschinità di persone chiuse, retrograde e attente solo alla pura apparenza, ci obbliga a non distogliere lo sguardo davanti al degrado e alla violenza, alle bugie, ai silenzi, al menefreghismo che anima anche i membri che apparentemente più di danno da fare per la comunità.
    I personaggi sono tantissimi, e tutti diversi, eppure le loro voci si mescolano con molto equilibrio, risultando sempre estremamente chiare e assolutamente riconoscibili. Ci vuole un po' di pazienza, per entrare del tutto nel tessuto di Pagford, per arrivare a conoscere e riconoscere la polvere nascosta sotto i tappeti e le cose mai apertamente dette, ma che aleggiano come fantasmi spaventosi per le belle piazze piene di fiori e il degrado dei Fields. Eppure, quando i pezzi del mosaico cominciano ad andare al loro posto, è impossibile staccarsi dalle pagine del romanzo: è vero, gli eventi in sé non sono moltissimi, non ci sono grandi colpi di scena né c'è una trama profondamente strutturata, e questo ovviamente potrebbe essere un forte deterrente, ma quando ho trovato la prospettiva giusta per camminare nelle strade di Pagford, mi sono sentita completamente avviluppata nelle pieghe della vita pubblica e privata di questa cittadina. Una sensazione decisamente claustrofobica, in effetti, ma che non mi è del tutto estranea: anche io sono cresciuta in un posto piccolo, dove tutti si conoscono, tutti credono di poter chiudere i propri drammi dietro la porta di casa, dove le malignità si spostano di bocca in bocca con una facilità disarmante... un luogo claustrofobico, sì.
    Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo, disse un giorno un tizio russo con la barba. Ecco, qui la Rowling ci mostra esattamente quanti modi possono esserci di essere infelici.
    Matrimoni che si trascinano a suo di bugie, sorrisi educati e centrini di pizzo sul tavolino del salotto buono, malattie mentali che distruggono famiglie, violenza domestica, bullismo, genitori assenti, incapacità di comunicare, famiglie distrutte da un ambiente del tutto malsano, tossicodipendenza... non manca davvero nulla, eppure tutto è, ahimè, tristemente realistico.
    Forse in alcuni momenti si avverte un leggero affaticamento, come se la Rowling, dopo sette romanzi in cui si è dovuta trattenere, mostrando solo quello che si può mostrare a dei lettori giovanissimi, qui sia in qualche modo esplosa, sentendo il bisogno di descrivere esplicitamente anche scene che avrebbero avuto pari forza espressiva anche lasciando qualcosa all'immaginazione del lettore. Tuttavia, quasi nulla è irrealistico o troppo esagerato: il tessuto sociale perfettamente costruito giustifica anche le situazioni più estreme, e fingere che non sia così significa solo distogliere lo sguardo dal problema.
    Forse giusto il finale è un po' troppo sopra le righe, per quanto io abbia apprezzato molto il crescere della tensione e il modo in cui le ultime scene sono costruite. E' un po' uno di quei finali che ti fa dire “Ellamiseria, addirittura?”, però temo che non sia nemmeno così tanto sopra le righe.
    Un romanzo molto bello, complesso, duro e senza sconti, un mosaico affascinantissimo.


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