Appena terminata la lettura di qst romanzo straordinario, che mi ha conquistato dalla prima all'ultima pagina, mi sono fiondata sulla postfazione e poi su alcune recensioni cercate in rete... e mi sono fermata. Mi sono fermata perchè, per quanto sia sempre fortemente tentata dal documentarmi su un'opera che mi è piaciuta (per cercare di sviscerarne passaggi e significati che nn posso arrivare a comprendere da sola), ho sentito il desiderio di buttare giù, “a caldo”, un mio commento...
Una recensione come si deve porterebbe via pagine e pagine (ancora di più a me, che nn ho il dono della sintesi!!!), per cui mi limiterò ad alcune considerazioni.
La prima cosa che mi ha colpito e affascinato di qst opera è stato il suo “rovesciare” (o comunque il presentare sotto una luce inedita) delle figure già note e tradizionalmente "definite". Il frutto più lampante di qst operazione è la figura di Satana, che al suo primo apparire ci ispira un'immediata simpatia, determinando già -in qualche modo- la presa di posizione di noi lettori sugli eventi a venire (qst almeno è qll che ho provato io). Ma nn solo Satana si presenta fin dall'inizio simpatico e seducente (dov'è in fondo la novità? è come meravigliarsi dell'aspetto rozzo di Jeshua, che certamente nn doveva essere dotato di tutto quel fascino umano che noi, a posteriori, tendiamo ad attribuirgli), la vera sorpresa è scoprire che egli ha ben poco da spartire con l'immagine proverbiale di "diavolo tentatore". Anzichè "istigare al male", Woland nn fa altro che far emergere con gran naturalezza la verità, fino a quel momento mascherata e intrappolata in una rete di ipocrisie, inganni, menzogne. I finti buonismi si dissolvono come le banconote e i vestiti offerti durante lo spettacolo, lasciando i personaggi -e noi stessi- nudi e inermi davanti alle nostre meschinità. Se nel nostro immaginario Satana era il “principe delle tenebre”, qui ci viene presentato come elemento purificatore, in grado di restituire luce e trasparenza a ciò che era torbido.
Vividamente tratteggiati (nonostante la brevità delle descrizioni) sono poi i personaggi del “romanzo nel romanzo”: Ponzio Pilato, Jeshua, Levi Matteo (a mio avviso la figura più riuscita di tutte) e infine Giuda. E' come se anche qui, pur nella descrizione non convenzionale dei fatti e delle persone, l'autore fosse riuscito a farmi intuire meglio la verità... quello che realmente potrebbe essere avvenuto 2000 anni fa a Jershalaim. La nuova luce sotto cui l'autore pone gli eventi raccontati, nonostante l'apparente "rovesciamento" (Levi Matteo che, credendo di fare del bene, fraintende le parole di Jeshua e diventa suo malgrado il maggior responsabile della sua morte... Jesua stesso che non si consegna spontaneamente come vittima sacrificale, ma cerca fino alla fine di scampare a una morte ingiustificata), non entra in conflitto con l'immagine tradizionale, ma anzi la arricchisce, le dà un senso più profondo.
L'intreccio fra le due “storie” è molto ben congegnato: mi è piaciuto il modo in cui i vari “capitoli” affiorano di volta in volta dalla bocca di Woland, dallo scritto del Maestro, dal sogno di Ivan..., come se fosse questa seconda storia il vero filo conduttore, come se solo attraverso la comprensione del rapporto fra Jeshua e Pilato o fra Jeshua e Levi Matteo, passasse il significato profondo di tutto il romanzo.
Un significato che tuttora nn riesco a cogliere del tutto e pienamente, ma che proprio per qst sento che mi è arrivato dentro... che avrà ancora da dirmi, in futuro.
Alla partenza di Woland, non torna "tutto come prima" (sebbene la maggior parte dei personaggi si ostini ridicolmente a riprendere il controllo della situazione, sforzandosi di trovare spiegazioni plausibili e ragionevoli a tutto ciò che è avvenuto). Ma il lettore non viene ingannato: non si è trattato solo di un “brutto sogno”. Ed è lo stesso autore a ribadircelo insistentemente, quasi a metterci in guardia, quasi a suggerirci il modo in cui noi stessi dovremmo porci di fronte a qst opera: non come un momento di evasione dal mondo reale fine a se stesso, ma -al contario- come qualcosa che dopo averci attraversato ci lascia una traccia, un turbamento non destinato a svanire...
I “barlumi di follia” del povero Ivan sono l'ultima immagine con cui ci vuole lasciare l'autore, l'immagine forse più autentica, paradossalmente più serena, l'unica in cui Bulgakov allenta un po' la morsa del suo sarcasmo nei confronti dell'aldiquà, per offrirci -forse- la possibilità di un riscatto. Un riscatto che non è guarigione (nn c'è "lieto fine" in qst senso), ma è perdono offerto a una mente malata. Come se solo accettando la nostra condizione di malati, solo accogliendo in noi il germe della follia, potessimo finalmente trovare la pace.
La citazione: Tacque un poco e soggiunse: “Ma perchè non ve lo portate con voi, nella luce?” “Non ha meritato la luce, ha meritato la pace” proferì Levi con voce triste.