Diritti umani e pena di morte

qweedy

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Ho trovato molto interessante questo articolo di Valerio Fioravanti, sulla newsletter di Nessuno tocchi Caino, relativa all'isolamento dei condannati a morte e non solo:

NEGLI USA, DUE SENTENZE STORICHE CONTRO L’ISOLAMENTO NEL BRACCIO DELLA MORTE: GRAVEMENTE COMPROMESSA LA SALUTE MENTALE. IN ITALIA, INVECE, IL 41 BIS NON SI TOCCA…
Valerio Fioravanti

"Per poter chiedere una condanna a morte il pubblico ministero negli Stati Uniti deve dimostrare due cose: che il reato sia “tra i più gravi dei gravi” e che l’imputato, finché resta in vita, rappresenti ancora un pericolo per la società. Ovviamente tutti gli avvocati difensori argomentano che se una persona viene condannata all’ergastolo, e messa in un supercarcere, non può più essere “un pericolo per la società”. Ma, con un pizzico di ipocrisia, la Corte Suprema (che negli Usa è un misto di Corte di Cassazione e Corte Costituzionale) autorizza da sempre i pubblici ministeri a considerare “società” anche un reparto di massima sicurezza, quindi il condannato potrebbe essere pericoloso per gli altri condannati.
È un corto circuito: gli assassini, a cui potrebbe essere risparmiata la vita “accontentandosi” dell’ergastolo, vengono tutti uccisi perché se no potrebbero uccidersi loro l’uno con l’altro. E siccome lo Stato, applicando quel pizzico di ipocrisia di cui sopra, ci tiene molto che qualcun altro non possa uccidere il suo reo prima che possa farlo lui, la soluzione è tenerli tutti in isolamento.
Chi segue le pagine di Nessuno tocchi Caino, sa che sul tema “pena di morte” gli Stati Uniti sono divisi quasi perfettamente a metà. Metà degli Stati l’ha abolita, e della metà che l’ha ancora in vigore, solo metà la usa veramente, e della metà della metà che la usa, solo metà ne fa un uso regolare, e non sporadico. Sostanzialmente le circa 20 esecuzioni annue vengono effettuate solo da alcuni Stati del Sud: Texas, Oklahoma, Florida, Missouri, Georgia, Alabama.
Negli Stati che usano la pena capitale poco o nulla, si crea una situazione paradossale: le persone non vengono giustiziate, ma rimangono comunque nel braccio della morte a tempo indefinito. E nel braccio della morte si sta quasi sempre in totale isolamento: 22 ore al giorno chiusi in cella, e 2 ore in un cortile interno dove camminare, e qualche volta a settimana in un cortile vero e proprio, uno da cui si possa vedere il cielo, ed eventualmente (non sempre) calpestare dell’erba, e non il solito cemento.
Recentemente due sentenze “federali” (ossia di corti importanti, non quelle locali; i giudici federali vengono nominati dal governo, quelli locali quasi sempre sono eletti dalla comunità) hanno “colpito” la pratica dell’isolamento a tempo indeterminato. Voglio dirlo subito: queste due sentenze sono state sollecitate dalla “società civile”, ossia da associazioni che si occupano del disagio mentale e della malattia mentale. In collaborazione con associazioni di avvocati che perseguono il rispetto dei diritti civili di ogni cittadino, e quindi anche del cittadino-detenuto, e anche del cittadino “da giustiziare”, hanno preso le linee guida del trattamento psichiatrico dei pazienti “normali”, e ne hanno chiesto l’applicazione, modificando quello che c’è da modificare, anche ai condannati a morte.
Quando si tratta di cittadini normali, tutti sono d’accordo su uno dei protocolli terapeutici: “l’isolamento può causare disturbi cognitivi dopo anche pochi giorni in una persona senza una malattia mentale preesistente. Ovviamente se tale confinamento viene prolungato, l’esito è particolarmente nocivo per una persona con salute mentale gravemente compromessa”.
C’è voluto del tempo, si sono dovuti superare gli iniziali dinieghi delle amministrazioni penitenziarie locali e delle corti locali, ma nelle scorse settimane, quasi contemporaneamente, in Tennessee e Pennsylvania, nei casi rispettivamente di una donna, Christa Pike, tenuta in isolamento per 28 anni, e Roy Williams, isolato da 26, le corti hanno stabilito che a queste persone, entrambe “gravemente compromesse dal punto di vista psicologico, cognitivo ed emotivo”, deve essere consentito di lavorare, e socializzare con altri detenuti della “popolazione generale” e, se vogliono, “partecipare a programmi educativi o religiosi”.
A fondamento di queste due decisioni sono stati messi l’Ottavo Emendamento della Costituzione (contro pene inusuali e crudeli), la legge ADA (Americans with Disabilities Act) contro la discriminazione delle persone con disabilità, e la Raccomandazione delle Nazioni Unite secondo cui l’uso dell’isolamento “dovrebbe essere proibito nel caso di prigionieri con disabilità mentali o fisiche, quando le loro condizioni sarebbero esacerbate da tali misure”.
Nei bracci della morte USA ci sono 2.200 detenuti, e per 2 di loro sta scattando ora un minimo di meccanismo di protezione. Può sembrare poco.
In Italia, nei dati diffusi ad aprile, abbiamo 721 detenuti in 41 bis, anche loro in isolamento quasi totale, verosimilmente tutti, chi più e chi leggermente meno “gravemente compromessi dal punto di vista psicologico, cognitivo ed emotivo”. Sembra però che non abbiamo una ‘società civile’ sufficientemente civile da occuparsene."


 

Shoshin

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Il ministero della morale talebano dell’Afghanistan ha annunciato che sarà applicata una legge che vieta ai media di pubblicare immagini di tutti gli esseri viventi. Il portavoce del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, Saiful Islam Khyber, ha dichiarato all’Afp: «La legge si applica a tutto l'Afghanistan... e sarà applicata gradualmente», afferma sostenendo che le immagini di esseri viventi sono contrarie alla legge islamica. Il divieto imposto dal ministero talebano è parte di un'interpretazione rigida della legge islamica, che si rifà alla tradizione iconoclasta presente in alcune correnti dell'Islam. Secondo questa visione, la rappresentazione di esseri viventi, specialmente di esseri umani e animali, potrebbe favorire forme di idolatria o culto delle immagini, che sono ritenute contrarie ai principi della religione. Questa decisione mira a rafforzare un controllo ancora più stretto sui contenuti mediatici in Afghanistan, limitando ulteriormente la libertà di espressione e riducendo il margine di azione dei media indipendenti.



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Il ministero della morale...😔
 

qweedy

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Amnesty International: "Il governo italiano ha annunciato che sono diventati operativi i due Centri per le persone migranti costruiti dall’Italia in Albania, segnando così l’avvio del piano concordato nel Protocollo Italia-Albania firmato nel novembre 2023. Nelle strutture di Shengjin e Gjader verranno vagliate, sul suolo albanese ma sotto giurisdizione italiana ed europea, le richieste di asilo delle persone migranti, e verranno trattenute le persone in attesa di espulsione e rimpatrio, con un’applicazione extraterritoriale della detenzione amministrativa.

L’accordo prevede la detenzione automatica di chi viene trasferito in Albania, incluso chi richiede asilo. La detenzione generalizzata, che può durare fino a 18 mesi, è una misura arbitraria e quindi illegale. Secondo il diritto internazionale, la detenzione deve essere un’eccezione, non una norma, e deve essere convalidata dal giudice sulla base di valutazioni individuali.

Il Protocollo non contiene disposizioni chiare su come verranno identificate le persone vulnerabili, come i minori o le donne in gravidanza, né sul luogo dove avverrà tale identificazione – se a bordo delle navi o a terra. La mancata chiarezza su questi aspetti potrebbe comportare che individui vulnerabili subiscano detenzione automatica e prolungata, in violazione dei loro diritti, secondo le leggi italiane e internazionali.

Qui si può firmare l'appello di Amnesty International:

Anche Medici senza Frontiere esprime il suo dissenso:

"Il piano prevede che le persone migranti soccorse dalle autorità italiane nel mar Mediterraneo, senza evidenti vulnerabilità, vengano portate in Albania, dove le richieste d’asilo vengono esaminate in due strutture detentive, sul suolo albanese ma sotto giurisdizione italiana. Qui le persone migranti vengono trattenute in attesa di espulsione e rimpatrio.
Siamo davanti ad un ulteriore tassello delle politiche di esternalizzazione e di deterrenza dei flussi migratori da parte dei paesi dell’Unione europea dopo gli accordi con Turchia, Libia e Tunisia.
Si apre un nuovo vergognoso capitolo di disumanità."

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qweedy

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E' genocidio: lo afferma la Corte Penale Internazionale e anche Amnesty International.

“Il rapporto di Amnesty International mostra che Israele ha compiuto atti proibiti dalla Convenzione sul genocidio, con l’intento specifico di distruggere la popolazione palestinese di Gaza. Questi atti comprendono uccisioni, gravi danni fisici e mentali e la deliberata inflizione di condizioni di vita calcolate per causare la loro distruzione fisica. Mese dopo mese, Israele ha trattato la popolazione palestinese di Gaza come un gruppo subumano non meritevole di diritti umani e dignità, dimostrando il suo intento di distruggerli fisicamente”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“Le nostre conclusioni devono servire a svegliare la comunità internazionale. Questo è un genocidio. Deve cessare ora”, ha aggiunto Callamard.
“Gli stati che attualmente continuano a trasferire armi a Israele devono sapere che stanno violando il loro obbligo di prevenire il genocidio e rischiano di diventarne complici. Tutti gli stati che hanno influenza su Israele, soprattutto i principali fornitori di armi come Usa e Germania così come ulteriori stati membri dell’Unione europea, il Regno Unito e altri ancora, devono agire adesso per porre immediatamente fine alle atrocità israeliane contro la popolazione palestinese di Gaza”, ha proseguito Callamard.

“Le nostre ricerche mostrano che, per mesi, Israele ha continuato a commettere atti di genocidio, pienamente consapevole dei danni irreparabili che stava infliggendo alla popolazione palestinese di Gaza. Ha proseguito a farlo sfidando gli innumerevoli allarmi sulla catastrofica situazione umanitaria e le decisioni, legalmente vincolanti, della Corte internazionale di Giustizia che aveva ordinato a Israele di prendere misure immediate per consentire la fornitura dell’assistenza umanitaria ai civili di Gaza”, ha sottolineato Callamard.

“Israele ha ripetutamente dichiarato che le sue azioni a Gaza sono legittime e possono essere giustificate dall’obiettivo militare di sradicare Hamas. Ma l’intento genocida può coesistere con obiettivi militari e non necessita di essere l’unico intento di Israele”, ha commentato Callamard.


La Camera penale della Corte penale internazionale, in data 21 novembre 2024, aderendo alla richiesta del Procuratore Capo, ha emesso i mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il suo ex ministro della Difesa Gallant e il leader di Hamas Deif di cui la Corte ha detto di non essere in grado di confermare la morte, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per la guerra a Gaza e gli attacchi del 7 ottobre che hanno innescato l’offensiva di Israele nel territorio palestinese.

Per Netanyahu e per il ministro della difesa Yoav Gallant, il sospetto è di “aver ridotto deliberatamente i civili palestinesi alla fame”, di “omicidio volontario” e di “sterminio” e accusati anche, tra l’altro, di “aver causato lo sterminio e la fame come metodo di guerra, inclusa la negazione di aiuti umanitari, deliberatamente prendendo di mira i civili”. Secondo l’inquirente, “I crimini contro l’umanità descritti nella richiesta fanno parte di un’offensiva sistematica condotta contro gli abitanti della Striscia di Gaza”.
Gli addebiti contro gli esponenti di Hamas comprendono invece “sterminio”, “presa di ostaggi” e “stupro e altre forme di violenza sessuale”.
 

qweedy

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L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 2024 ha approvato la sua decima Risoluzione per una moratoria universale delle esecuzioni capitali, in vista dell’abolizione della pena di morte.

Hanno votato a favore 130 Paesi - oltre due terzi degli stati membri - si sono astenuti 22, mentre i contrari sono stati 32.
Un enorme progresso se comparato ai voti della prima risoluzione approvata, che nel 2007 ebbe 104 voti a favore, 54 contrati, 29 astenuti, ma anche se comparato al voto precedente del 2022 quando l’esito fu di 125 voti a favore, 37 contrari, 22 astenuti (con 9 assenti).

Sergio D'Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, ha così commentato la notizia: "Il voto di oggi segna un ulteriore passo verso l’abolizione mondiale della pena di morte e certifica che la pena capitale è ormai una pratica fuori dalla storia, un ferro vecchio dell’umanità di cui occorre liberarsi. Segna altresì l’affermazione del principio che l'abolizione della pena di morte attiene ai diritti umani. Questa è una consapevolezza che, non solo gli abolizionisti come noi ma anche la comunità internazionale, la cultura giuridica e la coscienza civile dell’umanità hanno maturato. Occorre ora - ha proseguito Sergio D'Elia- guardare oltre la pena di morte e vedere la nuova frontiera dei diritti umani nel campo delle pene. Questo vuol dire che dobbiamo impegnarci per la fine, non solo della pena di morte, della pena fino alla morte ma anche della fine della pena del carcere perché la grande tragedia della civiltà umana oggi non è il numero dei giustiziati dei bracci della morte ma quella del numero dei morti per pena delle carceri."
(Fonte: Nessuno tocchi Caino, 17/12/2024)

“Questo voto segna una svolta e dimostra che gli stati membri delle Nazioni Unite sono decisamente più vicini al ripudio della pena di morte, al momento sanzione legittima dal punto di vista del diritto internazionale. Il sostegno in favore della pena di morte sembra assai differente rispetto a quello dato all’epoca in cui entrarono in vigore i trattati che la consentivano. Il sostegno senza precedenti ottenuto dalla risoluzione mostra che il percorso globale verso l’abolizione non può essere fermato”, ha dichiarato Chiara Sangiorgio, esperta di Amnesty International sulla pena di morte.
 

qweedy

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“La prima Porta Santa l’ho aperta a Natale in San Pietro, ma ho voluto che la seconda Porta Santa fosse qui in un carcere. Ho voluto che ognuno di noi tutti che siamo qui, dentro e fuori, avessimo la possibilità anche di spalancare le porte del cuore e capire che la speranza non delude”.


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"DOPO DIO VENGONO I CARCERATI: IL PAPA APRE IL GIUBILEO A REBIBBIA​

Atto straordinario quello di Papa Francesco, non solo simbolico, ma anche teologico e politico.
Ha aperto la porta santa in un luogo chiuso, dimenticato, di privazione non solo della libertà ma di tutto...

Con questo atto simbolico, di apertura, il papa ha chiuso il carcere, un istituto anacronistico, ormai fuori dal tempo e fuori dal mondo che del significato letterale della parola, che dall’aramaico “carcar” trae origine, ha svelato tutta la sua essenza, quella di sotterrare, tumulare. Ottantotto detenuti che si sono tolti la vita in questo anno che volge alla fine. E otto detenenti che si sono suicidati. Altri centocinquantasei sono morti per altre cause, molti di “morte naturale”, semmai può essere certificato come naturale e non criminale quel che avviene in carcere.
Con l’apertura della porta santa a Rebibbia Francesco ha aperto le porte del paradiso a detenuti e detenenti, le porte della vita, dell’amore, della speranza....

Dopo la prima porta santa, quella aperta a Dio, la seconda porta santa è stata aperta all’uomo.
C’è il Signore nell’alto dei cieli e c’è l’uomo sulla terra. Ma chi è per papa Francesco l’uomo sulla terra che merita di essere prima di tutti santificato? Non il “buono”, ma il “cattivo”, non il libero ma il carcerato. È l’uomo della pena che merita di essere liberato. Ecco l’atto teologico, di una vera a propria teologia della liberazione. Che non è limitata, localista, terzomondista, ma infinita, immensa, universale.
Francesco con l’atto compiuto a Rebibbia all’esordio dell’anno giubilare ha aperto gli occhi al mondo, lo ha illuminato di amore, di coscienza, di speranza. E lo ha fatto a Natale, la festa che segna l’inizio di una nuova storia con l’avvento sulla terra di un salvatore dell’umanità. Cioè del nostro dover essere umani, anche nell’atto di fare giustizia....

Francesco è andato a Rebibbia, nel luogo dove abitano Caino e Abele, il detenuto e il detenente, insieme, parti della stessa comunità penitenziaria, vittima l’uno e l’altro di condizioni inumane e degradanti. Da Rebibbia, Francesco indica la via, quella non della pena alternativa ma della radicale alternativa alla pena. Quella della liberazione dal carcere, di un luogo che non è più, semmai è stato, solo di privazione della libertà. Perché la pena inflitta è corporale, in carcere la perdita è totale: della salute, del senno, della vita, degli stessi sensi fondamentali e dei più significativi rapporti umani..."

Qui l'intero articolo, molto interessante, di Sergio D'Elia: https://www.nessunotocchicaino.it/n...-il-papa-apre-il-giubileo-a-rebibbia-60433271
 

Shoshin

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Pnin

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...
Non sono credente, ma la mia riconoscenza verso questo papa era e rimane immensa. In questi tempi bui la sua voce era e rimane importantissima. Purtroppo temo che il genere umano, credente e non, mediamente non sia sufficientemente evoluto per introiettarla e farla sua.
Spero comunque che i semi che ha gettato possano germogliare, indipendentemente da chi sarà e come si porrà il suo successore.
Grazie @Shoshin, diffondere i suoi messaggi è il modo più costruttivo che tu possa trovare per provare a colmare il vuoto che senti ❣️
 

qweedy

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qweedy

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La Comunità di Sant’Egidio invita tutti a mobilitarsi per salvare la vita di Curtis Windom fermando l’esecuzione fissata il 28 agosto in Florida, ricordando che la pena di morte non rende giustizia alle vittime ma accresce solo la spirale di violenza.
Anche la famiglia della vittima: "Non fatelo nel nostro nome".

Per chi volesse firmare:
 

Shoshin

في الذاكرة
La Comunità di Sant’Egidio invita tutti a mobilitarsi per salvare la vita di Curtis Windom fermando l’esecuzione fissata il 28 agosto in Florida, ricordando che la pena di morte non rende giustizia alle vittime ma accresce solo la spirale di violenza.
Anche la famiglia della vittima: "Non fatelo nel nostro nome".

Per chi volesse firmare:
Ho firmato per la sua salvezza, perché ci sia clemenza.
Mancano pochi giorni.
Non spero molto in una commutazione
della pena.
 

qweedy

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Ho firmato per la sua salvezza, perché ci sia clemenza.
Mancano pochi giorni.
Non spero molto in una commutazione
della pena.
Capita una volta su mille che la nostra firma possa salvare una vita.
Che io ricordi, è capitato nel 2007 a Kenneth Forster, sei ore prima dell'esecuzione ha avuto la commutazione all'ergastolo.
Mi fido della Comunità di Sant'Egidio e di Amnesty International, se chiedono una firma, io firmo.
 

qweedy

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Dimenticavo, anche Louis Sepulveda era stato imprigionato e torturato nel 1975 dal regime di Pinochet e poi esiliato grazie alle pressioni di Amnesty International. Questa è la sua lettera:


Venti anni fa, mi sono fermato davanti alla porta di una casa ad Amburgo. Lì viveva una persona di cui conoscevo appena il nome, Ute Klemmer e, nonostante avessi ricevuto da lei una dozzina di lettere, nel risponderle non mi era mai capitato di chiederle l’età o se avesse una famiglia. Stavo per conoscerla e per questo non dovevo fare altro che suonare il campanello, però una forza poderosa mi impediva di alzare la mano. Era una forza che mi obbligava a rivedere I dettagli della mia vita che mi avevano portato fino a lì.
Nessuno è capace di precisare quale sia la cosa peggiore del carcere, dell’essere prigioniero di una dittatura, di qualunque dittatura, e nemmeno io posso indicare se il peggio di tutto ciò che ho dovuto sopportare sia stata la tortura, I lunghi mesi di isolamento in una fossa che mi appestava, il non sapere se fosse giorno oppure notte, l’ignorare da quanto tempo stessi nelle mani degli sbirri di Pinochet, I simulacri di fucilazione, I compagni morti o la denigrazione costante e sistematica. Tutto è peggio in carcere, e ricordo specialmente un momento in cui I militari quasi ottennero ciò che volevano: che accettassi volontariamente di essere annichilito e condannato all’atroce solitudine degli sconfitti.
Al termine di un processo sommario del tribunale militare in tempo di guerra, tenuto a Temuco nel febbraio 1975 e nel quale fui accusato di tradimento della patria, cospirazione sovversiva e appartenenza a gruppi armati, insieme ad altri delitti, il mio difensore d’ufficio (un tenente dell’esercito cileno) uscì dalla sala dove si celebrava il processo senza la presenza di noi accusati – che aspettavamo in una stanza vicina – e con gesti euforici mi informò che era andato tutto bene per me: ero riuscito a liberarmi della pena di morte e in cambio mi si condannava solamente a ventotto anni di prigione.
Allora io ero un uomo giovane, avevo venticinque anni e non seppi come reagire quando, dopo un calcolo elementare, scoprii che avrei recuperato la libertà a cinquantatré anni.
È anche certo che allora ero un ottimista a oltranza – ancora lo sono – e mi ripetevo che la dittatura non sarebbe durata tanto, ma alle volte, soprattutto durante le lunghe notti, la ragione si imponeva e cominciai ad accettare che forse la dittatura sarebbe stata lunga, molto lunga, e che avrei perso I migliori anni della mia vita tra i muri del carcere.
I compagni, le lettere della famiglia e di alcuni amici mi davano coraggio, anche se non smettevano di ripetermi che per disgrazia non potevano fare più niente per aiutarmi e che l’unica cosa importante era che io fossi vivo. Si. Ero vivo, però la vita cominciò ad avere un terribile sapore di solitudine di fronte all’ingiustizia fino a che, una mattina, un soldato mi consegnò una lettera. La aprii e dopo averla letta seppi che, a migliaia di chilometri di distanza, ad Amburgo, c’era una persona, Ute Klemmer, che era disposta ad aiutarmi fino a tirarmi fuori dalla prigione.
Così iniziò uno scambio epistolare che rese meno brutali I giorni della segregazione. Nelle sue lettere, Ute mi parlava degli sforzi della sezione amburghese di Amnesty International per aiutare I numerosi cileni che si trovavano in condizioni simili alla mia, e le descrizioni della sua città e delle centinaia di atti di solidarietà ai quali assisteva, portavano brezze di libertà fino al carcere di Temuco.
Un giorno nel 1977, grazie al lavoro, alla costanza dei membri di Amnesty International, ottenni che I militari cileni rivedessero il mio caso e alla fine mi cambiarono I venticinque anni di prigione con otto di esilio, che in realtà e a dimostrazione del rispetto dei militari cileni per la giustizia, si prolungarono a sedici lunghi anni senza poter calpestare la terra cilena.
Per questo, detto in maniera più semplice, devo la mia libertà ad Amnesty International, alle sigle di AI, a Ute Klemmer e a tutte e tutti coloro che in tanti paesi lavorano instancabilmente in difesa dei diritti umani, in difesa dei perseguitati in tutti gli angoli del pianeta.
Quella mattina, ad Amburgo, quando ho avuto finalmente la forza, ho alzato la mano e suonato il campanello. Dopo pochi secondi, si è aperta la porta e mi sono trovato di fronte una ragazza dall’aspetto molto fragile.
– Vive qui Ute Klemmer? –, ho chiesto.
– Si. Sono io –.
Quindi ho preso le sue mani e le ho detto “GRAZIE”.
Grazie per la mia libertà e per la libertà di tanti. Grazie per quella forza, per quella coerenza, per quella determinazione nella lotta, per quella generosità che esalta l’essere umano. E oggi, come faccio da vent’anni, ripeto quel “Grazie” nell’unico modo possibile: partecipando a tutte le azioni di Amnesty International e invitando I miei lettori e amici ad appoggiare gli sforzi di Amnesty International, l’unica istituzione che vegli per la dignità umana, per il diritto fondamentale alla giustizia e per il dovere di coscienza di opporsi alle tirannie.
Ad Amnesty International tutta la mia gratitudine, la mia ammirazione e la sempre presente disposizione a collaborare in tutto quanto sia necessario.
Un abbraccio fraterno alla sezione italiana di Amnesty International.

Luis Sepulveda

 

Shoshin

في الذاكرة

Tempo d'attesa.
Di speranza.


Ricordo ,oramai sono passati molti anni,e lei non c'è più,che le firme per la salvezza di Paula Coper
servirono a bloccare la sua esecuzione.
La pena fu commutata in 40 anni di reclusione.
Ne parlai anni fa in questo post.
Mi resterà sempre in mente la tensione dell'attesa per un verdetto clemente da parte del Governatore dell'Indiana e dei giudici.

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qweedy

Well-known member

Tempo d'attesa.
Di speranza.


Ricordo ,oramai sono passati molti anni,e lei non c'è più,che le firme per la salvezza di Paula Coper
servirono a bloccare la sua esecuzione.
La pena fu commutata in 40 anni di reclusione.
Ne parlai anni fa in questo post.
Mi resterà sempre in mente la tensione dell'attesa per un verdetto clemente da parte del Governatore dell'Indiana e dei giudici.

...
Grazie Shoshin, ho ascoltato tutta l'intervista, spiega molto bene la situazione. Forse c'e' almeno la speranza di un rinvio, lui non e' idoneo all'esecuzione, c'e' l'appello dei familiari delle vittime, il governatore e' cattolico, antiabortista, speriamo che i dettami della sua fede siano piu' forti dei dettami della convenienza politica. Purtroppo con Trump c'e' un'accelerazione nelle esecuzioni.

Nei casi di Paula Cooper e di Kenneth Forster la pressione internazionale contro l'esecuzione era stata imponente. Quindi serve, se e' massiccia.
 
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