2. Il mese prima dell’esecuzione
Subito dopo la lettura del mandato di esecuzione firmato dal Governatore, Bryan è stato portato via da quella che per anni era stata la sua “casa”. All’improvviso è stato strappato dalla sua cella e dalla fila di celle e di compagni con i quali aveva condiviso la vita per molti anni e, senza nemmeno il tempo di comprendere davvero cosa stesse succedendo, è stato trasferito in una prigione vicina alla sua, in una sezione chiamata Death Watch, un luogo pensato esclusivamente per chi ha già una data di morte fissata.
E’ composta da tre celle isolate dal resto del carcere. Bryan me le descriveva come tappe di un percorso obbligato: i detenuti vengono fatti “scalare” da una all’altra man mano che le esecuzioni si susseguono, come se anche lo spazio dovesse ricordare loro che il tempo sta finendo.
Appena firmato il mandato, fu rinchiuso nella prima cella. Le sbarre – da quel che mi raccontava - erano inspiegabilmente coperte da una lastra di plexiglass che gli impediva persino di scambiare una parola con gli altri due detenuti. Una solitudine dentro la solitudine. Nell’ultima settimana prima dell’esecuzione venne spostato nell’ultima cella, l’ultima fermata.
I nostri contatti, dopo il 10 ottobre, furono drasticamente ridotti. Una crudeltà nella crudeltà. Ai detenuti del Death Watch viene tolto il tablet, l’unico strumento che permette loro di mantenere un filo con il mondo esterno. Anche le telefonate vengono ridotte: da una o due al giorno, lunghe mezz’ora, a tre sole chiamate a settimana, di dieci minuti ciascuna. Dieci minuti per dirsi tutto, o fingere che possano bastare.
Le sue notizie mi arrivavano allora attraverso lettere scritte a mano. Bryan le spediva al suo avvocato o a sua sorella, che le fotografavano e me le inoltravano su WhatsApp, per accorciare l’attesa, visto che se mi avesse scritto oltreoceano avrei probabilmente ricevuto le sue lettere troppo tardi. Parole che viaggiavano come potevano, cercando di battere il tempo.
Questo fino all’8 novembre, quando sono partita per la Florida. Volevo trascorrere con lui gli ultimi quattro giorni. Avevo chiesto, e mi erano state concesse, dodici ore di visita senza contatto nei primi tre giorni della settimana dell’esecuzione: quattro ore al giorno, separati da un vetro. A queste si sarebbero aggiunte due ore, sempre dietro il vetro, la mattina stessa dell’esecuzione, e infine un’ultima ora di visita di contatto. Un’ora pensata per rendere l’addio “più umano”.
Ma di umano, in quell’ultima ora, c’è stato ben poco.
3.Il primo giorno di visita
Il primo giorno di visita non sapevo cosa aspettarmi. Non avevo mai fatto un colloquio dietro al vetro e non conoscevo le procedure di ingresso in quella diversa prigione. Ero tesa, all’erta, come se ogni dettaglio potesse diventare un ostacolo. Ed ero nervosa, perché non sapevo come avrei trovato Bryan e come io avrei reagito a tutta la situazione.
Le guardie all’ingresso, quel mattino, furono sorprendentemente gentili. Arrivai con un po’ di anticipo, erano circa le 8.40. Controllarono il passaporto, mi sottoposero a una rapida perquisizione per verificare che non avessi con me nulla di vietato, poi mi fecero sedere su una panca di legno. Alla mia sinistra si apriva un corridoio lungo, forse più di cinquanta metri, scandito da quattro cancelli di sbarre in metallo. In fondo, una scalinata di dieci, quindici gradini.
Dopo una decina di minuti, in lontananza vidi comparire Bryan in cima alle scale. Era scortato da due guardie e camminava a piccoli passi, perché incatenato ai polsi e alle caviglie. Una delle guardie lo sorreggeva mentre scendeva i gradini. Poi attraversò due dei cancelli di ferro e si fermò davanti a una porta blindata. Lo fecero entrare in una stanza: lì avrebbe trascorso l’intera mattinata, dall’altra parte del vetro.
Solo allora permisero a me di muovermi. Aprirono le sbarre del corridoio, mi scortarono attraverso gli altri due cancelli posti all’estremità opposta del corridoio e mi fecero entrare in una stanza spoglia, con – non ricordo bene- dodici o quattordici sedie di metallo allineate. Ogni sedia corrispondeva a una piccola finestra di vetro; dall’altra parte, nella stanza limitrofa, c’erano altrettante celle minuscole, poco più grandi dello spazio necessario per una sedia. E’ lì che i detenuti vengono condotti per i colloqui non di contatto.
Scoprii di essere sola nella stanza, ciononostante la porta venne chiusa a chiave alle mie spalle. Mi avvicinai alla quinta sedia. Sporgendomi in avanti vidi Bryan. Era già lì, chiuso nella sua microcella e mi sorrideva. Aveva ancora le catene ai piedi. Sarebbero rimaste per tutta la durata delle visite.
La mattinata passò in un lampo, eppure fu carica di emozioni. A tratti sembrava tutto normale, come una delle nostre visite di sempre. Poi, all’improvviso, riaffiorava la consapevolezza che entrambi cercavamo di tenere a bada: la fine era vicina, inesorabile. E proprio per questo avevamo una voglia disperata di rendere felici anche quei momenti.
Abbiamo scherzato, riso, parlato come facevamo sempre. Abbiamo persino preso in giro la guardia seduta dietro di lui, che non ci ha perso di vista un istante. Interveniva spesso, si intrometteva nei nostri discorsi con la sua voce “fuori campo”, ricordandoci che non avremmo avuto nemmeno un briciolo di intimità. Ma noi continuavamo a parlare, come se bastasse quello a difenderci.
Quella prima giornata fu travolgente. Venivo da un mese ininterrotto di tentativi disperati: contattare giornalisti e politici, scrivere a personaggi pubblici, diffondere petizioni, tenere contatti costanti con gli avvocati di Bryan e con l’associazione contro la pena di morte che aveva avviato una campagna per sospendere l’esecuzione. Amici, realtà solidali, il Comitato Paul Rougeau, la Comunità di Sant’Egidio: tutti avevano cercato di fare qualcosa. Io avevo cercato di non far pesare nulla su Bryan, di regalargli serenità, perfino allegria. Mi aveva chiesto di non raccontargli nulla, per non illudersi; eppure, col passare delle settimane, cominciò a cambiare idea, rimanendo profondamente colpito dall’ondata di amore, positività e sostegno che tante persone gli avevano donato scrivendogli e mandandogli messaggi.
Quando la visita finì e uscii da quella stanza, cominciai a piangere. Era come se tutta la tensione trattenuta per ore si fosse improvvisamente sciolta.
La guardia che mi accompagnava all’uscita era una ragazza giovane, minuta, bionda, avrà avuto venticinque anni o forse meno. Vedendomi in lacrime mi chiese: «Stai bene?». Risposi la verità: «No, in realtà no. Per me non è facile tutto questo».
Non mi aspettavo nulla. E invece lei disse: «Devo ammettere che anche io, molto spesso, faccio fatica ad accettarlo».
Non so se la prospettiva delle nostre parole in quel momento fosse la stessa, se ci stavamo riferendo alla stessa cosa, ma per me fu come un improvviso barlume di umanità in un luogo da cui non me la aspettavo più. Senza pensarci troppo le chiesi: «Posso abbracciarti?». Lei, altrettanto fuori dagli schemi, disse di sì.
Quell’abbraccio, il primo giorno, mi diede la forza di affrontare quelli successivi. Giorni in cui le guardie sarebbero state molto meno empatiche. E il peso, molto più grande.
4. Il secondo e il terzo giorno di visita
Il secondo e il terzo giorno di visita l’ingresso fu più complicato. Le guardie erano cambiate, molto giovani, e alcune di loro stavano addestrando le nuove. I passaggi procedurali venivano meccanicamente ripetuti e corretti. Tutto era rallentato. Il documento di riconoscimento che il giorno prima era stato accettato senza problemi, improvvisamente non andava più bene. La perquisizione fu più goffa, meno sicura, e proprio per questo più invasiva.
Nonostante tutto, le visite furono intense. Un intreccio di dolcezza e amarezza: il piacere di stare insieme e, sotto, la consapevolezza che il tempo stava finendo. Sapevamo entrambi che non c’era nulla da salvare, se non il modo di arrivare alla fine.
In quei giorni Bryan mi fece conoscere una canzone dei Lucius, White Lies. Parla della fine di una relazione e del tentativo ostinato di vivere fino in fondo gli ultimi istanti, anche sapendo come andrà a finire. "Non voglio sapere il significato/ Ho solo bisogno di te ora/ Sappiamo entrambi come finisce/ Non c'è niente da capire".
Quelle parole ci accompagnarono come una colonna sonora silenziosa: non capire, non spiegare, solo esserci. Era esattamente quello che stavamo facendo.
Quando uscii dalla visita del secondo giorno, una giovane guardia mi osservò a lungo. Vedendomi di nuovo scossa, abbassò la voce e mi disse: «Ora che siamo off the record (lontani dai registratori) posso chiederti una cosa? Come fai? Voglio dire… come fai a gestire tutto questo?»
Le risposi senza pensarci troppo: «Infatti non è facile, come vedi. E, in realtà, sono io ora off the record a chiedere a te: come fai TU a fare questo lavoro, sapendo che le persone vengono uccise?»
Lei esitò appena, poi disse: «Siamo addestrati a non farci e a non fare troppe domande. Ci insegnano a soddisfare i bisogni primari dei prigionieri. Il resto… per noi, è solo lavoro».
Quelle parole furono una doccia fredda. Arrivarono dopo il barlume di umanità del giorno precedente e lo spensero di colpo. Da un punto di vista teorico potevo persino comprenderle: forse è l’unico modo per sopravvivere emotivamente a quel ruolo. Ma toccai con mano quanto il protocollo insegni l’assenza di umanità.
Tra lasciarsi travolgere dall’empatia e diventare freddi, distanti, quasi meccanici, esistono infinite sfumature. Ed è lì, in quelle sfumature, che si misura la dignità di un sistema. Soprattutto quando al centro non ci sono numeri o procedure, ma esseri umani. Come Bryan.
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