Ritornando all'articolo, a me ha fatto tenerezza quel gruppo di amici che comprano i libri in gruppo dividendosi la spesa e poi se lo passano. Mi suscitano un senso di stupore e rispetto per la loro determinazione. In un mondo che spesso usa la mancanza di soldi o di tempo come scusa per non leggere, questi ragazzi si inventano un micro-sistema organizzativo (il foglio Drive, i bigliettini nel cestino, l'ex libris condiviso) pur di non rinunciare ai libri. È ingegnoso: una ristrettezza economica in un rito quasi sacro.
Il loro metodo restituisce al libro il suo valore più autentico e antico: la comunità. Oggi la lettura è un atto prevalentemente individuale e persino consumistico (compro, metto in libreria, accumulo, mi struggo per la mancanza di spazio, butto, ricompro, riaccumulo). Loro hanno ricreato una piccola biblioteca circolare in cui lo stesso oggetto passa di mano in mano, si carica delle impronte, del tempo e dei pensieri di cinque amici. Fa venire voglia di far parte di un gruppo così.
Ma c'è una profonda ingiustizia di fondo. Parliamo di ragazzi giovani, spesso laureati o colti ("lettori forti"), costretti a contare i centesimi e a dividere in cinque una spesa di 18 euro per potersi permettere un bene culturale. La frase finale di Simone colpisce come un pugno: "Il problema non è l'editoria: è il lavoro". Questa consapevolezza lascia addosso un senso di amaro in bocca e di impotenza.
Eppure nonostante la precarietà, in questo gesto c’è un'enorme dignità. Non si rassegnano a essere esclusi dalla vita culturale perché "non se lo possono permettere". Trovare il modo di accedere alla bellezza a dispetto delle proprie condizioni economiche è una forma di resistenza silenziosa e potentissima.
In un'epoca in cui si compra tanto per "possedere" e si mostra la libreria piena sui social, questo gruppo di amici ci ricorda che il valore di un libro non sta nella proprietà dell'oggetto, ma nell'atto di leggerlo e nel legame che riesce a creare tra le persone.