85° Poeticforum - Le poesie che amiamo

Shoshin

في الذاكرة
I fiori si affacciano neonati
in mezzo alle foglie secche
morte. La fatica della bellezza
nell’istante apre il pugno
e corre galoppa
il bisogno di parole
che ospitino fitto
il mistero.

Chandra Candiani da 'Pane del bosco.'


Come sapete amo questa poetessa.
E sono contenta di liberare i suoi versi,
praticamente tutti i giorni.
A volte recitandoli a memoria.
 
D

Deleted member 11371

Guest
C O L O R E

Per quanto grande fosse e frondoso il corpo
dello zio, uno e ottantotto alla visita di leva,
le spalle da artigliere della Meccanizzata “Trento”
in una guerra piena di sabbia e sole,
da bambino il buio metteva paura.
Chissà in quale regione dei miei occhi la fiabesca
cella del ragno schiudeva le grate alla tenebra,
la versava dai monti cupi al prato
quando prima le margherite nella sera
si stringevano a pugno.
Erano sere dove ancora tiepida
l’architrave teneva dentro l’estate, al limite dell’aia
e nell’odore di pollame e terra battuta,
nel rimasticare dei conigli in gabbia,
nel velluto del volo dei pipistrelli bassi sul granaio,
niente, nemmeno stringermi alla mole dello zio
mi strappava ai soprassalti trascorsi con le coperte a fior d’occhi
guardingo come un Adamo appena sceso dall’albero,
perso nell’erba alta, mentre la notte si avvicinava
con il passo di fiera.
La panca di legno dove sedeva lo zio,
fermo come l’aria ferma del primo tramontare,
si faceva allora una zattera assediata dal buio
dove c’era spazio per due: il cucciolo e l’uomo grande;
due segni, uno breve e uno lungo,
minuscoli di fronte alla platea delle stelle
che si andava scoprendo.
E dei due il più breve affondava le radici nel futuro
il più lungo affondava le radici nel passato,
e, insieme, intrecciavano una fune lanciata nell’ignoto e nel tempo.
Il codice di salvezza era sempre lo stesso:
avvicinare la mia infanzia esposta e incandescente
alla panca dove sedeva lo zio, mettere la mano
nell’incavo del suo gomito mentre lui rilasciava
il calore e il sudore del giorno e con i grossi
polpastrelli tagliuzzati arrotolava sigarette sottili.
Finché, o una volta o in un sogno, prima che il sole tramontasse,
“Il buio è solo un colore, stupidello”, mi disse, aggiungendo
alla burbera dolcezza un leggero scappellotto.
“Le cose, per esempio, è come se le vestisse di nero
ma poi, alla fine, restano le stesse”.
E per dimostrami che era così, che era una verità garantita
quanto il fatto di me e di lui seduti sulla panca,
restammo taciturni ad aspettare la notte.
Il tempo ce lo prendemmo, sì, ce lo prendemmo tutto,
venne raccolto nel calice della nostra pazienza,
la mia a dire il vero più scalpitante,
mentre il cielo era ancora arrossato e le montagne scure:
oltre l’aia si incupivano un prato incolto
e un ippocastano tanto alto da vellicare la pancia al tramonto,
al di là una grande pietra faceva da confine,
bianca come un’apparizione. Lo zio la indicò
e ne chiese il colore. Era quasi splendente, calcarea,
era la pietra di un diadema caduto nel prato.
Rimanemmo lì, ad aspettare, le guance fresche
quando la linea dell’orizzonte accecante
sparì dietro le montagne, scolpendole;
e a poco a poco, rotti gli argini, il buio
si impadronì di noi, il suolo, l’aria,
uniti nello stesso nero, la data incisa
nell’architrave un’ombra indistinta.
La maniera di essere piccoli al mondo senza paura,
questo mirava a mostrami lo zio artigliere
mostrando, di tanto in tanto, il trascolorare della pietra.
Di che colore è, ora? E adesso? E adesso?”, mi interrogava,
lo sguardo luccicante, sotto le sopracciglia che ombreggiavano.
E se prima il bianco spiccava nell’erba imbrunita,
dopo attraversò tutti i colori del grigio e si riunì nel nero
e quando fu meno di un’orma nella notte,
quando i suoi contorni si separarono dalla sua figura,
“Vai, adesso, cerca la pietra, trovala e toccala”, mi ingiunse lo zio,
senza aspettarsi altro che mi alzassi dalla panca.
Il prato a quel punto era un oceano da valicare.
I primi passi, con le ginocchia balbettanti,
li contai uno dopo l’altro, li tenni insieme dentro
un coraggio timido, come un buongiorno appena sussurrato.
Un passero che sbuca da una siepe, questo ero, o poco più
quando alzai la testa e si aprì la voragine del cielo,
e sopra l’aria era un vuoto che pesava, schiacciava i sandali
nell’umido dell’erba. Mi guidò l’ippocastano grande,
mi trasse a sé la sua scapigliatura, ne raggiunsi il tronco,
con lo spavento del naufrago premetti la sua scorza;
ancora una forma senza contorni, ma già quasi distinta,
la pietra era prossima, e remota insieme.
Mi avvicinai.
La toccai.
La pietra rimase una pietra,
il prato si fece più piccolo,
lo zio era alle spalle, lontano lontano.

Pierluigi Cappello, Aprile -Maggio 2015
(da "Stato di quiete)
 
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alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
C O L O R E

Per quanto grande fosse e frondoso il corpo
dello zio, uno e ottantotto alla visita di leva,
le spalle da artigliere della Meccanizzata “Trento”
in una guerra piena di sabbia e sole,
da bambino il buio metteva paura.
Chissà in quale regione dei miei occhi la fiabesca
cella del ragno schiudeva le grate alla tenebra,
la versava dai monti cupi al prato
quando prima le margherite nella sera
si stringevano a pugno.
Erano sere dove ancora tiepida
l’architrave teneva dentro l’estate, al limite dell’aia
e nell’odore di pollame e terra battuta,
nel rimasticare dei conigli in gabbia,
nel velluto del volo dei pipistrelli bassi sul granaio,
niente, nemmeno stringermi alla mole dello zio
mi strappava ai soprassalti trascorsi con le coperte a fior d’occhi
guardingo come un Adamo appena sceso dall’albero,
perso nell’erba alta, mentre la notte si avvicinava
con il passo di fiera.
La panca di legno dove sedeva lo zio,
fermo come l’aria ferma del primo tramontare,
si faceva allora una zattera assediata dal buio
dove c’era spazio per due: il cucciolo e l’uomo grande;
due segni, uno breve e uno lungo,
minuscoli di fronte alla platea delle stelle
che si andava scoprendo.
E dei due il più breve affondava le radici nel futuro
il più lungo affondava le radici nel passato,
e, insieme, intrecciavano una fune lanciata nell’ignoto e nel tempo.
Il codice di salvezza era sempre lo stesso:
avvicinare la mia infanzia esposta e incandescente
alla panca dove sedeva lo zio, mettere la mano
nell’incavo del suo gomito mentre lui rilasciava
il calore e il sudore del giorno e con i grossi
polpastrelli tagliuzzati arrotolava sigarette sottili.
Finché, o una volta o in un sogno, prima che il sole tramontasse,
“Il buio è solo un colore, stupidello”, mi disse, aggiungendo
alla burbera dolcezza un leggero scappellotto.
“Le cose, per esempio, è come se le vestisse di nero
ma poi, alla fine, restano le stesse”.
E per dimostrami che era così, che era una verità garantita
quanto il fatto di me e di lui seduti sulla panca,
restammo taciturni ad aspettare la notte.
Il tempo ce lo prendemmo, sì, ce lo prendemmo tutto,
venne raccolto nel calice della nostra pazienza,
la mia a dire il vero più scalpitante,
mentre il cielo era ancora arrossato e le montagne scure:
oltre l’aia si incupivano un prato incolto
e un ippocastano tanto alto da vellicare la pancia al tramonto,
al di là una grande pietra faceva da confine,
bianca come un’apparizione. Lo zio la indicò
e ne chiese il colore. Era quasi splendente, calcarea,
era la pietra di un diadema caduto nel prato.
Rimanemmo lì, ad aspettare, le guance fresche
quando la linea dell’orizzonte accecante
sparì dietro le montagne, scolpendole;
e a poco a poco, rotti gli argini, il buio
si impadronì di noi, il suolo, l’aria,
uniti nello stesso nero, la data incisa
nell’architrave un’ombra indistinta.
La maniera di essere piccoli al mondo senza paura,
questo mirava a mostrami lo zio artigliere
mostrando, di tanto in tanto, il trascolorare della pietra.
Di che colore è, ora? E adesso? E adesso?”, mi interrogava,
lo sguardo luccicante, sotto le sopracciglia che ombreggiavano.
E se prima il bianco spiccava nell’erba imbrunita,
dopo attraversò tutti i colori del grigio e si riunì nel nero
e quando fu meno di un’orma nella notte,
quando i suoi contorni si separarono dalla sua figura,
“Vai, adesso, cerca la pietra, trovala e toccala”, mi ingiunse lo zio,
senza aspettarsi altro che mi alzassi dalla panca.
Il prato a quel punto era un oceano da valicare.
I primi passi, con le ginocchia balbettanti,
li contai uno dopo l’altro, li tenni insieme dentro
un coraggio timido, come un buongiorno appena sussurrato.
Un passero che sbuca da una siepe, questo ero, o poco più
quando alzai la testa e si aprì la voragine del cielo,
e sopra l’aria era un vuoto che pesava, schiacciava i sandali
nell’umido dell’erba. Mi guidò l’ippocastano grande,
mi trasse a sé la sua scapigliatura, ne raggiunsi il tronco,
con lo spavento del naufrago premetti la sua scorza;
ancora una forma senza contorni, ma già quasi distinta,
la pietra era prossima, e remota insieme.
Mi avvicinai.
La toccai.
La pietra rimase una pietra,
il prato si fece più piccolo,
lo zio era alle spalle, lontano lontano.

Pierluigi Cappello, Aprile -Maggio 2015
(da "Stato di quiete)

Non l'ho ancora letta attentamente ma mi sono commossa.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Charles Simic
Sasso
Càlati in un sasso,
io farei così.
Lascia che altri si facciano colomba
o digrignino i denti come tigri.
Mi basta essere un sasso.

All’esterno è un enigma:
nessuno sa come rispondere.
Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
Anche se una mucca lo calca col suo peso,
anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
il sasso affonda, lento, imperturbato,
fino al fondo
dove i pesci bussano alla sua soglia
e vengono a origliare.

Ho visto scintille schizzar via
quando due sassi sono strofinati,
forse là dentro non fa così buio;
forse c’è una luna che brilla
da chissà dove, spuntando magari dietro un colle-
un chiarore appena sufficiente a decifrare
quelle strane scritte, mappe stellari
sui muri interiori.

Traduzione di Andrea Molesini

Charles Simic
Stone
Go inside a stone
That would be my way.
Let somebody else become a dove
Or gnash with a tiger’s tooth.
I am happy to be a stone.

From the outside the stone is a riddle:
No one knows how to answer it.
Yet within, it must be cool and quiet
Even though a cow steps on it full weight,
Even though a child throws it in a river;
The stone sinks, slow, unperturbed
To the river bottom
Where the fishes come to knock on it
And listen.

I have seen sparks fly out
When two stones are rubbed,
So perhaps it is not dark inside after all;
Perhaps there is a moon shining
From somewhere, as though behind a hill-
Just enough light to make out
The strange writings, the star-charts
On the inner walls.

L'ho messa anche in inglese perché il suono rende decisamente di più.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Iniziamo!

I fiori si affacciano neonati
in mezzo alle foglie secche
morte. La fatica della bellezza
nell’istante apre il pugno
e corre galoppa
il bisogno di parole
che ospitino fitto
il mistero.

Chandra Candiani da 'Pane del bosco.'
 

Pnin

Well-known member
C O L O R E

Per quanto grande fosse e frondoso il corpo
dello zio, uno e ottantotto alla visita di leva,
le spalle da artigliere della Meccanizzata “Trento”
in una guerra piena di sabbia e sole,
da bambino il buio metteva paura.
Chissà in quale regione dei miei occhi la fiabesca
cella del ragno schiudeva le grate alla tenebra,
la versava dai monti cupi al prato
quando prima le margherite nella sera
si stringevano a pugno.
Erano sere dove ancora tiepida
l’architrave teneva dentro l’estate, al limite dell’aia
e nell’odore di pollame e terra battuta,
nel rimasticare dei conigli in gabbia,
nel velluto del volo dei pipistrelli bassi sul granaio,
niente, nemmeno stringermi alla mole dello zio
mi strappava ai soprassalti trascorsi con le coperte a fior d’occhi
guardingo come un Adamo appena sceso dall’albero,
perso nell’erba alta, mentre la notte si avvicinava
con il passo di fiera.
La panca di legno dove sedeva lo zio,
fermo come l’aria ferma del primo tramontare,
si faceva allora una zattera assediata dal buio
dove c’era spazio per due: il cucciolo e l’uomo grande;
due segni, uno breve e uno lungo,
minuscoli di fronte alla platea delle stelle
che si andava scoprendo.
E dei due il più breve affondava le radici nel futuro
il più lungo affondava le radici nel passato,
e, insieme, intrecciavano una fune lanciata nell’ignoto e nel tempo.
Il codice di salvezza era sempre lo stesso:
avvicinare la mia infanzia esposta e incandescente
alla panca dove sedeva lo zio, mettere la mano
nell’incavo del suo gomito mentre lui rilasciava
il calore e il sudore del giorno e con i grossi
polpastrelli tagliuzzati arrotolava sigarette sottili.
Finché, o una volta o in un sogno, prima che il sole tramontasse,
“Il buio è solo un colore, stupidello”, mi disse, aggiungendo
alla burbera dolcezza un leggero scappellotto.
“Le cose, per esempio, è come se le vestisse di nero
ma poi, alla fine, restano le stesse”.
E per dimostrami che era così, che era una verità garantita
quanto il fatto di me e di lui seduti sulla panca,
restammo taciturni ad aspettare la notte.
Il tempo ce lo prendemmo, sì, ce lo prendemmo tutto,
venne raccolto nel calice della nostra pazienza,
la mia a dire il vero più scalpitante,
mentre il cielo era ancora arrossato e le montagne scure:
oltre l’aia si incupivano un prato incolto
e un ippocastano tanto alto da vellicare la pancia al tramonto,
al di là una grande pietra faceva da confine,
bianca come un’apparizione. Lo zio la indicò
e ne chiese il colore. Era quasi splendente, calcarea,
era la pietra di un diadema caduto nel prato.
Rimanemmo lì, ad aspettare, le guance fresche
quando la linea dell’orizzonte accecante
sparì dietro le montagne, scolpendole;
e a poco a poco, rotti gli argini, il buio
si impadronì di noi, il suolo, l’aria,
uniti nello stesso nero, la data incisa
nell’architrave un’ombra indistinta.
La maniera di essere piccoli al mondo senza paura,
questo mirava a mostrami lo zio artigliere
mostrando, di tanto in tanto, il trascolorare della pietra.
Di che colore è, ora? E adesso? E adesso?”, mi interrogava,
lo sguardo luccicante, sotto le sopracciglia che ombreggiavano.
E se prima il bianco spiccava nell’erba imbrunita,
dopo attraversò tutti i colori del grigio e si riunì nel nero
e quando fu meno di un’orma nella notte,
quando i suoi contorni si separarono dalla sua figura,
“Vai, adesso, cerca la pietra, trovala e toccala”, mi ingiunse lo zio,
senza aspettarsi altro che mi alzassi dalla panca.
Il prato a quel punto era un oceano da valicare.
I primi passi, con le ginocchia balbettanti,
li contai uno dopo l’altro, li tenni insieme dentro
un coraggio timido, come un buongiorno appena sussurrato.
Un passero che sbuca da una siepe, questo ero, o poco più
quando alzai la testa e si aprì la voragine del cielo,
e sopra l’aria era un vuoto che pesava, schiacciava i sandali
nell’umido dell’erba. Mi guidò l’ippocastano grande,
mi trasse a sé la sua scapigliatura, ne raggiunsi il tronco,
con lo spavento del naufrago premetti la sua scorza;
ancora una forma senza contorni, ma già quasi distinta,
la pietra era prossima, e remota insieme.
Mi avvicinai.
La toccai.
La pietra rimase una pietra,
il prato si fece più piccolo,
lo zio era alle spalle, lontano lontano.

Pierluigi Cappello, Aprile -Maggio 2015
(da "Stato di quiete)
È veramente magnifica.
Grazie @Pathurnia !
 
D

Deleted member 11371

Guest
I fiori si affacciano neonati
in mezzo alle foglie secche
morte. La fatica della bellezza
nell’istante apre il pugno
e corre galoppa
il bisogno di parole
che ospitino fitto
il mistero.

Chandra Candiani da 'Pane del bosco.'
Apprezzo la poetessa Candiani e il suo senso quasi panteistico di amore per la natura, ma probabilmente ci sono altre liriche della stessa autrice che comunicano le sensazioni con maggiore immediatezza. In questa mi sembra che abbia voluto unire molte immagini e concetti: capisco la prima parte come celebrazione della vita che si perpetua, mi riesce ostica la seconda.
Forse voleva dire che è difficile esprimere in parole il mistero della bellezza?
Sia come sia, il mondo interiore di Chandra Candiani è un universo palpitante e amorevole che induce a pensieri elevati.
 

Pnin

Well-known member
Le labbra rosso fuoco

Le labbra rosso fuoco.
Come prima
quando lui era assente,
sconosciuto e lontano
dal mio corpo indifeso.
Lui, costante e invadente
con un colpo di mano
d'improvviso mi priva
del colore e del peso.
Lui mi vuole leggera
rattristita e silente
glabra dea del dolore.
Io, davanti allo specchio
che non cedo al suo gioco.
Come prima.
Mi dipingo le labbra
rosso ardente, di fuoco.

Sara Ferraglia
 
D

Deleted member 11371

Guest
Apro il nuovo Poeticforum per commentare le nostre poesie preferite.
Magari qualcuno nuovo, ad esempio @Pnin o @alevale, potrebbe aver piacere di partecipare. Funziona così: ognuno propone una poesia, se siamo in pochi anche più di una, e poi una per una le commentiamo (senza nessun obbligo).
@Pnin , sicuramente ti sarà sfuggito il primo post di questa discussione, e mi hai fatto tanta tenerezza perché mi hai ricordato la mia prima volta in questo forum: anch'io mettevo le poesie senza uno schema preciso e commentavo in ordine sparso. Poi @alessandra mi spiegò che nella prima fase si mettevano tutte le poesie, (una a testa o di più se si era in pochi), poi in una seconda fase la maestra:ROFLMAO: dichiarava aperti i commenti, ma non in ordine sparso bensì una poesia alla volta, e per passare al commento della poesia successiva bisognava aspettare che i commenti alla precedente fossero finiti. E il segnale dell'apertura-commenti alla poesia successiva lo dà alessandra.

Sei tu avrai pazienza ti ci abituerai anche tu. Io sono molto contenta che tu ci sia perché porti entusiasmo e nuove letture, quindi perdonami se ho fatto la capoclasse🥴, ma tanto se non lo avessi fatto io l'avrebbe fatto la maestra e lei usa ancora la bacchetta..😝🤪
In ogni caso se non l'ho detto prima... benvenuta!🤗
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Che brutta fama mi sono fatta :ROFLMAO: @Pathurnia non ho capito a quale post di @Pnin è riferito il tuo commento.
Se è riferito alla poesia, quello che la severissima maestra :mrgreen: scrive sempre è "potete proporre poesie fino alla fine" 😀 Diverso è commentare in ordine sparso, in tal caso si può creare confusione, magari però adesso che i partecipanti sono così pochi qualche commento qua e là ci può anche stare.
 
D

Deleted member 11371

Guest
Che brutta fama mi sono fatta :ROFLMAO: @Pathurnia non ho capito a quale post di @Pnin è riferito il tuo commento.
Se è riferito alla poesia, quello che la severissima maestra :mrgreen: scrive sempre è "potete proporre poesie fino alla fine" 😀 Diverso è commentare in ordine sparso, in tal caso si può creare confusione, magari però adesso che i partecipanti sono così pochi qualche commento qua e là ci può anche stare.
Ah, perbacco! E io che aspettavo sempre il tuo segnale per partire con i commenti!
Vabbè, sono andata in confusione. o_O
 

Pnin

Well-known member
In ogni caso, @Pathurnia e @alessandra grazie di cuore per tutte le indicazioni! In effetti non mi oriento ancora al 100%, in più sono una persona distratta già di mio e tra l'altro spesso riesco a entrare in forum proprio a spot e di fretta, perdendo (o dimenticando 🙄) informazioni, quindi suggerimenti e consigli sono più che graditi sempre!!!
💕💕
 
D

Deleted member 11371

Guest
Semplice, credevo che una volta iniziata la fase dei commenti non si potessero aggiungere altre poesie.
Se penso a tutte le volte che ne ho trovata una bellissima a commenti iniziati, e quindi ho pensato "Vabbè la metto la prossima volta" e poi ovviamente non l'ho più trovata!
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
I fiori si affacciano neonati
in mezzo alle foglie secche
morte. La fatica della bellezza
nell’istante apre il pugno
e corre galoppa
il bisogno di parole
che ospitino fitto
il mistero.

Chandra Candiani da 'Pane del bosco.'


Anch'io mi sono posta la stessa domanda di @Pathurnia
La prima parte, soprattutto le parole "la fatica della bellezza" la trovo bellissima, mi ha fatto pensare alla nascita intesa nel senso più classico, cioé a quella di un bambino e alla fatica che comporta. Per il resto ho pensato che la fatica della bellezza "galoppa il bisogno di parole" nel senso che lo oltrepassa, che non c'è bisogno di parole per descriverla, e che rimane, appunto, il mistero perché non ci sono parole a descrivere l'azione.
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
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Colore

Per quanto grande fosse e frondoso il corpo
dello zio, uno e ottantotto alla visita di leva,
le spalle da artigliere della Meccanizzata “Trento”
in una guerra piena di sabbia e sole,
da bambino il buio metteva paura.
Chissà in quale regione dei miei occhi la fiabesca
cella del ragno schiudeva le grate alla tenebra,
la versava dai monti cupi al prato
quando prima le margherite nella sera
si stringevano a pugno.
Erano sere dove ancora tiepida
l’architrave teneva dentro l’estate, al limite dell’aia
e nell’odore di pollame e terra battuta,
nel rimasticare dei conigli in gabbia,
nel velluto del volo dei pipistrelli bassi sul granaio,
niente, nemmeno stringermi alla mole dello zio
mi strappava ai soprassalti trascorsi con le coperte a fior d’occhi
guardingo come un Adamo appena sceso dall’albero,
perso nell’erba alta, mentre la notte si avvicinava
con il passo di fiera.
La panca di legno dove sedeva lo zio,
fermo come l’aria ferma del primo tramontare,
si faceva allora una zattera assediata dal buio
dove c’era spazio per due: il cucciolo e l’uomo grande;
due segni, uno breve e uno lungo,
minuscoli di fronte alla platea delle stelle
che si andava scoprendo.
E dei due il più breve affondava le radici nel futuro
il più lungo affondava le radici nel passato,
e, insieme, intrecciavano una fune lanciata nell’ignoto e nel tempo.
Il codice di salvezza era sempre lo stesso:
avvicinare la mia infanzia esposta e incandescente
alla panca dove sedeva lo zio, mettere la mano
nell’incavo del suo gomito mentre lui rilasciava
il calore e il sudore del giorno e con i grossi
polpastrelli tagliuzzati arrotolava sigarette sottili.
Finché, o una volta o in un sogno, prima che il sole tramontasse,
“Il buio è solo un colore, stupidello”, mi disse, aggiungendo
alla burbera dolcezza un leggero scappellotto.
“Le cose, per esempio, è come se le vestisse di nero
ma poi, alla fine, restano le stesse”.
E per dimostrami che era così, che era una verità garantita
quanto il fatto di me e di lui seduti sulla panca,
restammo taciturni ad aspettare la notte.
Il tempo ce lo prendemmo, sì, ce lo prendemmo tutto,
venne raccolto nel calice della nostra pazienza,
la mia a dire il vero più scalpitante,
mentre il cielo era ancora arrossato e le montagne scure:
oltre l’aia si incupivano un prato incolto
e un ippocastano tanto alto da vellicare la pancia al tramonto,
al di là una grande pietra faceva da confine,
bianca come un’apparizione. Lo zio la indicò
e ne chiese il colore. Era quasi splendente, calcarea,
era la pietra di un diadema caduto nel prato.
Rimanemmo lì, ad aspettare, le guance fresche
quando la linea dell’orizzonte accecante
sparì dietro le montagne, scolpendole;
e a poco a poco, rotti gli argini, il buio
si impadronì di noi, il suolo, l’aria,
uniti nello stesso nero, la data incisa
nell’architrave un’ombra indistinta.
La maniera di essere piccoli al mondo senza paura,
questo mirava a mostrami lo zio artigliere
mostrando, di tanto in tanto, il trascolorare della pietra.
Di che colore è, ora? E adesso? E adesso?”, mi interrogava,
lo sguardo luccicante, sotto le sopracciglia che ombreggiavano.
E se prima il bianco spiccava nell’erba imbrunita,
dopo attraversò tutti i colori del grigio e si riunì nel nero
e quando fu meno di un’orma nella notte,
quando i suoi contorni si separarono dalla sua figura,
“Vai, adesso, cerca la pietra, trovala e toccala”, mi ingiunse lo zio,
senza aspettarsi altro che mi alzassi dalla panca.
Il prato a quel punto era un oceano da valicare.
I primi passi, con le ginocchia balbettanti,
li contai uno dopo l’altro, li tenni insieme dentro
un coraggio timido, come un buongiorno appena sussurrato.
Un passero che sbuca da una siepe, questo ero, o poco più
quando alzai la testa e si aprì la voragine del cielo,
e sopra l’aria era un vuoto che pesava, schiacciava i sandali
nell’umido dell’erba. Mi guidò l’ippocastano grande,
mi trasse a sé la sua scapigliatura, ne raggiunsi il tronco,
con lo spavento del naufrago premetti la sua scorza;
ancora una forma senza contorni, ma già quasi distinta,
la pietra era prossima, e remota insieme.
Mi avvicinai.
La toccai.
La pietra rimase una pietra,
il prato si fece più piccolo,
lo zio era alle spalle, lontano lontano.

Pierluigi Cappello, Aprile -Maggio 2015
(da "Stato di quiete)
 
D

Deleted member 11371

Guest
Questa poesia mi suscita una emozione molto forte e per il momento non riesco a distaccarmene per commentare in modo razionale. Mettiamola così: è come uno di quei sogni tanto belli che anche dopo che ci è svegliati si vorrebbe rimanere immersi in quell'atmosfera perfetta.🤗
Magari se riuscirò a considerarla in modo più oggettivo la commenterò in seguito.:giggle:
 
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