Parole, parole, parole

DaneelOlivaw

I Robot
Si, si, ho lavorato parecchio con gli emiliani in passato, motori, riduttori, meccanica varia.
Però mi chiedo quanti sappiano che non è una parola sola e un titolo di un film.
 

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Bustrofedico

Etimologia: deriva da bos-bovis, cioè bue

Significato: andare a zig-zag come un aratro trainato da buoi, avanti e indietro per il campo. Proprio di alcune scritture antiche.

Esempio nella 'vita di tutti i giorni':
"Prof come li correggiamo gli esercizi assegnati?"
"In modo bustrofedico, ragazzi"
😶😶😶😶😶 Faccine basite 😶😶😶😶😶
(proprio quello che volevo)
Il primino più coraggioso "cioè?" 🤨
"A zig-zag, una fila verso destra, la successiva verso sinistra partendo da Giangiulio"
😅😅😅😅😅 Faccine che hanno capito 😅😅😅😅😅
 

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Leggendo ho appena imparato che il contrario di correlato è IRRELATO.
Non lo avevo mai usato, ma penso che ora che lo so possa venirmi utile.
 

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Scusate avevo cancellato il mio post, trovandolo in fondo piuttosto banale.
@Carcarlo invece lo ha reso più utile.
Vespaio se non sbaglio ha anche più di un significato
 

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Ma il ginepro non è un insetto. Al massimo "genera bacche di ginepro" (cit.)
 

Carcarlo

Well-known member
Bau bau, caì caì

Mi ricordo di una volta, tanti anni fa, che ero a cena in casa di Umberto Eco.
Voleva fare bella figura con me e con Alessandro Barbero, perciò ci cucinò i rabatòn e il pollo alla Marengo, le specialità della cucina alessandrina, che devo dire, erano buoni.
Alessandro invece, portò dell’ottimo vino da Alba e Castelnuovo Don Bosco.
Io ci misi i miei liquorini e dei sigari che mi aveva regalato Raùl Castro per l’anniversario della Revoluciòn che tenevo per Alessandro che è un comunistone peggio di Peppone della Bassa.
Parlammo di un sacco di cose, tra cui dei cani.
Adesso, passati tanti anni e bevuto tanto vino, i ricordi sono un po’ confusi, ma più o meno ricordo che mi spiegarono che gli indoeuropei chiamavano i cani kwon- (o ḱwṓ).
- Quelli che andarono verso il Gange e si misero a parlare il sanscrito, da kwon passarono a śvā́ – disse Umberto
- È affine! – fece notare Alessandro.
- Se lo dici tu – pensai io mentre mi scolavo la malvasia rimasta.
- Nel protogotico – riprese Alessandro – che poi dà origine alle lingue dei miei cari barbari, divenne hund-jund -
- I progenitori dei popoli ellenici invece – collegò Umberto – lo tramutarono in kýon (κύων)
- Genitivo kynòs fece notare – Alessandro
- Giusto! – sottolineai io che ho sempre avuto una passione per il vino greco.
- E dal greco kýon , venne fuori canis in latino –
- Da cui cane in italiano e can in genovese – rimpolpai io aprendo una bottiglia di freisa.
Poi la conversazione andò avanti, anche il vino, e ricordo che venne fuori che:
  • In gallego, lingua romanza del nord-ovest della Spagna e che fino al 1400 circa si è evoluta insieme al portoghese, si dice can, e va bene.
  • In portoghese invece, si dice cão per i maschi (e ci sta) e cadela per le femmine, che immagino derivi da cão
  • In Brasile invece, dicono cachorro che in spagnolo significa cucciolo, e va bene anche quello.
  • In vasco si dice txakur che deriva sempre dal vasco zakur la cui origine è oscura e forse legata ai rettiliani, perché quale legame abbiamo con gli esseri umani, nessuno lo ha ancora capito, ma insomma, ce lo aspettavamo.
  • Il bello è che in spagnolo si dice perro. Perché? Non lo sa nessuno, anzi, è uno dei maggiori misteri della lingua spagnola e la Hypòtesis de Corominas dice che forse deriva da come i pastori aizzavano il gregge, il che ha senso perché se qui diciamo a cuccia o pussa via, loro magari dicevano Per! Per! da cui perro. Non fa una piega, anche perché in questo modo spieghi tutto, ma va bene.
  • In catalano e in valenciano invece, si dice gos, e anche in questo caso nessuno sa perché e rappresenta uno dei maggiori misteri delle due lingue. La teoria più probabile è sempre quella di Joan Coromines secondo cui i pastori erano usi urlare ¡gós! ¡gós! da cui gos.
  • Mi dispiace che a cena non ci fosse anche Joan con una cassa di cava catalano per spiegarmi perché da una parte dell’Ebro i pastori urlavano Per! Per! e dall’altra Gos! Gos! perché così avrei capito tanto della vita, ma mi consolai aprendo una bottiglia di moscato. Spero solo che il giorno che l'Agenzia delle Entrate mi fa una verifica fiscale, possa venire con me e sembri credibile mentre gli fa una supercazzola.
A questo punto ricordo che Umberto raccontò una barzelletta sconcia del Boccaccio, Alessandro la tradusse al latino, Umberto al greco classico e io al fenicio, e ridemmo, ridemmo come ragazzi.

  • in francese, sardo, veneto e pugliese si dice rispettivamente chien, cane o canu (che i sardi se non mettono la u anche nel caffè non son contenti), can tra le calli, e cane o quane con le cime di rapa.
  • chiudendo l’arco romanzo, in rumeno si dice Câine. Come mai? Per via del substrato dacio che avrebbe marcato pesantemente una parola di uso comune. Io non capisco in cosa, visto che tra Câine e canis non è che ci sia poi questa differenza, ma vabbè, lasciamoli parlare.
  • E i tedeschi? – domandai io
- E i tedeschi dicono Hund che deriva sempre da kwon-
- Ma va là! –
- Te lo giuro – insistette Umberto – è per via della legge di Grimm che prevede il cambio della prima consonante passando da *k a *h –
- Aaah! – dissi io con tono più sereno mentre con la destra acchiappavo una bottiglia di Cari - e in inglese che fanno versi senza vocali come tutti i quegli altri? –
- Gli inglesi dicono dog –
- E qui quale legge ci spiega il cambiamento di tutte le consonanti e vocali alla volta? – domandai io che ormai nutrivo più fiducia nell’etichetta della bottiglia di barolo chinato che tenevo nella sinistra che nelle loro spiegazioni –
Fu allora che Umberto iniziò a scompisciarsi dal ridere, e per riflesso anche Alessandro.
Avete presente quando a uno viene la ridarella che se ce la fa corre in bagno a fare la pipì, e se no deve stringere le gambe fino a scivolare dalla sedia sotto al tavolo?
Ecco, uguale. Persero anche gli occhiali e quando se li misero, confondendoli, si ripresentarono stringendosi la mano:
- Umbendro, piacere -
- Alesberto, piacere mio -
e giù a ridere come matti lasciandomi un po’ in disparte.
Dopo un po’ smisero e ne approfittai per chieder loro cosa ci fosse da ridere a proposito di dog, e mi risposero che era uno dei maggiori misteri della filologia germanica…
- Ma vaffanbagno, dai! – risposi io che volevo essere serio!
- Sì, sì, te lo giuro – disse Alessandro con la sua voce un po’ stridula – gli inglesi, fino al medioevo, dicevano hund, come i tedeschi, ma a un certo punto si misero tutti a dire docga ma nessuno sa perché, nemmeno io.
- Pensa che nelle lingue celtiche come l’irlandese, il gaelico scozzese, in mannese, in gallese, in bretone e in cornico, si dice rispettivamente cù, coo, ci e ki che deriva dal solito kwon, perciò, veramente, sto dog proprio non si sa da dove arrivi e perchè – sottolineò Umberto
- Potremmo chiedere a quell’illuminato di Corominas che magari se ne salta fuori che i pastori inglesi si misero a gridare dog! dog! – dissi io guardando nel fondo della bottiglia di barolo chinato.
- Però – osservò Alessandro – in base all’ipotesi di Corminas, le oche dovrebbero chiamarsi qua-qua, dall’Alaska alla Polinesia – e giù a ridere che era una cosa scandalosa.
Insomma, che alla fine la vicina di sotto iniziò a battere il soffitto con la scopa, noi ci guardammo negli occhi e giù a ridere come bambini che avevano combinato una marachella.
Ricordo solo che mi svegliai il giorno dopo sul divano, Alessandro sulla poltrona, ero completamente stordito e con un mal di testa che feci colazione pucciando nel nesquik gli OKI al posto dei biscotti.
Quando arrivai a casa mi spogliai e mi trovai una calza nera, lunga e di filo di scozia, e un’altra bianca, corta e di spugna, perciò mandai un sms ad Alesandro dicendogli che proprio non sapeva vestire, mi misi la tuta, le scarpe antinfortunistiche e andai in officina.
Dovevo fare il tagliando a uno Scania mentre il Giangi mi passava i pezzi.
Vedendomi mezzo rintronato, mi domandò cosa avessi fatto la notte.
- Sono stato a cena con degli intellettuali che mi hanno spiegato un sacco di cose –
- Per esempio? – domandò lui curioso che non ha mai preso la licenza media ma non sa nemmeno lui come, ti rifà la mappatura di un motore che nemmeno gli ingegneri della Bosch
- Per esempio…sai perché il filtro dell’aria lo hanno messo sopra al motore e quello dell’olio di sotto? –
- No. Perché? –
- Perché secondo Corominas i pastori dell’aria gridavano Sopra! Sopra!! e quelli dell’olio Sotto! Sotto!! –
- ??? –
- E la catena della distribuzione, sai perché è a destra? –
- No… -
- Consolati: non lo sa nessuno! E uno dei maggiori misteri dell’etimologia fiamminga –
- Mi stai prendendo in giro? – domandò lui che come tutte le persone modeste hanno una paura atavica di essere presi in giro da chi sfoggia cultura.
- No Giangi, te lo giuro: sono due onesti, perciò quando ne sanno quanto noi due, lo ammettono, non ci prendono in giro, ma hanno il vino buono e a parlar di cultura ci si diverte un sacco – poi feci una pausa e aggiunsi – magari la prossima volta vieni anche tu e gli spieghiamo perché il comando per alzare il finestrino destro lo hanno messo a destra e quello sinistro a sinistra -
Il Giangi fece una smorfia, ma poi sorridendo disse - sì, sì, se il vino è buono, vengo, ma magari porto anch'io qualcosa. Dici che una sbrisolona gli può piacere? -
 
Ultima modifica:

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Oggi penso al termine magata.
È un termine usato dai telecronisti sportivi dalla metà del '900, inizialmente applicato soprattutto al calcio. Ma secondo me è nel basket che ha trovato il suo ambito prediletto. Essendo il basket uno sport ad altissima densità di giocate spettacolari in frazioni di secondo, i telecronisti e gli appassionati hanno trovato in "magata" il termine perfetto.
Il primo mago fu sicuramente Aldo Ossola, leggendario playmaker della Ignis Varese degli anni '70. Era lui lo stratega che inventava passaggi impossibili per i canestri di Dino Meneghin.
In tempi più recenti il soprannome di 'mago' è passato ad Andrea Bargnani, prima scelta assoluta al Draft NBA 2006.
L'ultimo mago in Italia, Miloš Teodosić è il giocatore che ha monopolizzato l'uso di questo termine in epoca recente, per la sua visione di gioco, i suoi no-look e passaggi impossibili, specialmente durante gli anni alla Virtus Bologna.
Ma il vero mago del basket è stato sicuramente Jason Williams, alias White Chocolate.
Lui non si limitava a giocare a basket: faceva letteralmente sparire il pallone, trasformando il campo in un palcoscenico per i suoi trucchi di prestigio. Con il celebre passaggio di gomito dietro la schiena e i passaggi no-look estremi ha portato lo stile streetball in NBA.

 

DaneelOlivaw

I Robot
Rilancio con Mandrakata termine nato nell' iconico film con Proietti "Febbre da cavallo" :)
Il cui soprannome nell' ambiente delle scommesse era appunto "Mandrake".
 
Alto