Veramente me li ero tenuti per la fine, ma siccome siete frettolosi, passiamo subito ai
Piselli.
In portoghese si dice
ervilhas che deriva dal latino volgare o tardo latino
ervilia (o
erviliona), che indicava la veccia, la cicerchia o simili leguminose selvatiche. A sua volta, ervilia è un diminutivo o derivato di
ervum (veccia). Nel corso dei secoli, il passaggio fonetico e semantico nei dialetti dell'Italia settentrionale ed evidentemente pure in portoghese, ha trasformato la radice in
erbion / arbion, specializzandone il significato nell'uso contadino per indicare i piselli.
In spagnolo si dice
guisantes e la storia è complessa e interessante:
1. tutto parte dalla radice latina (
pisum sapĭdum), che significa letteralmente "pisello saporito".
2. da lì si passa al mozarabe (la lingua di origine latina dei cristiani assoggettati dai musulmani durante l'alto medioevo) che accorciò l'espressione latina nella parola
biššáuṭ.
3. a questo punto intervenne il del verbo
guisar (cucinare): quando il termine passò al castillano medievale, la parola venne alterata per attrazione e assonanza con il verbo spagnolo guisar (che significa "cucinare", "stufare") e con il termine aragonese
guixa (la cicerchia). La popolazione associò foneticamente il nome del legume al modo in cui veniva consumato (cioè cucinato/stufato), trasformando definitivamente il vocabolo in
guisante.
In catalano, occitano, francese e genovese si dice rispettivamente
pèsols, peses, pois e pöisci (pronunciato
puisci) che derivano da
pisum in latino, che a sua volta deriva da
pison in greco.
In alto novarese e altri dialetti del nord Italia, si dice
arbion, che ha lo stesso origine del portoghese ervilhas.
In ferrarese si dice
ruviè (e le varianti emiliano-romagnole come
ruviòt,
arvèja o
arvaja) che derivano direttamente dal latino
ervilia (o
ervilla)
Grazie per i dati forniti!
In veneto si dice
bisi, in sardo
pisu, in romanesco
piselli anche se nel Lazio si direbbe
arvéja, in napoletano
pesielle, in pugliese
piseddu, in calabrese
pisidru e in siciliano
piseddu, che do per scontato derivare da
pisum.
In rumeno invece, si dice
mazăre che ha un'etimologia affascinante e complessa: fa parte del sostrato preromanzo della lingua rumena, ovvero quel gruppo di termini ereditati dalle antiche popolazioni autoctone dei Daci o dei Traci. Non si tratta quindi di un vocabolo di origine latina o slava. Le principali teorie linguistiche ne tracciano l'origine come segue:
1. l'ipotesi traco-dacica: secondo i principali dizionari etimologici rumeni (come il DEX - Dicționarul explicativ al limbii române) e storici della lingua, la parola deriverebbe dal tracio
*mazela o
*mazala, a sua volta riconducibile alla radice proto-indoeuropea
*meh₂ǵʰ-elo col significato di "piccolo fagiolo" o "legume".
2. La connessione con l'albanese: esiste una forte correlazione linguistica con la parola albanese
modhullë (che indica il "veccione" o la "cicerchia", piante della stessa famiglia dei legumi). Questa parentela è tipica dei termini del sostrato balcanico, che accomuna il rumeno e l'albanese prima della romanizzazione della regione.
3. Varianti regionali: nel dialetto aromeno (la variante del rumeno parlata a sud del Danubio), la parola si ritrova in una forma molto simile:
madzãri.
In sintesi,
mazăre è una delle circa 100-160 parole del rumeno moderno che i linguisti considerano sopravvissute all'assimilazione latina, testimoniando la lingua parlata nei Balcani prima dell'arrivo dei Romani.
Devo dire che questa volta gli etimologi e le etimologhe si sono comportate bene dicendo cose sensate e raccontandoci cose carine come per lo spagnolo e il rumeno, non come quella volta che mi hanno fatto arrabbiare davvero con
perro, gos e
dog (cane in spagnolo, catalano/valenciano e inglese).
Secondo me, il pisello, essendo un po' dolce, è un legume un po' sui generis e sta alla pasta all'uovo, come i ceci alla pasta di Gragnano: insomma, per me è un po' troppo dolce e saporito di suo, perciò va a coprire i gusti che gli aggiungeresti.
Oltre le lande desolate del Tartaro, laddove l'Appennino scende mesto tra la foschia, la nebbia, la brina e la galaverna, i piselli vengono spesso trasformati in creme con l'aggiunta di latte e burro, mentre oltr'Alpe, le voci narrano addirittura dell'aggiunta di panna per fare le suppen.
Nelle terre della navigazione, della filosofia e dell'olio d'oliva invece, olio, aglio (alito profumato) e si vedrà.
In Spagna li passano in aglio, cipolla tritata fine fine, olio e cubetti di prosciutto crudo.
Se uno è un goloso, ci può strapazzare dentro il bianco dell'uovo e poi lasciarci intiepidire sopra il rosso e finire il tutto con una leggera grattuggiata di pepe nero o bianco che è pure più aromatico.
Se qualcuna è vegetariana, potrebbe provare a sostituire i cubetti di prosciutto con cubetti di zucca o yuca tostati o fritti (in modo che crocchino un pochino).
Per concludere, i piselli sono avvolti da un mistero indecifrabile, e cioè: perchè se in latta costano sì e no tra i 2 e i 3€/Kh, quando sono freschi ne costano tra gli 8 e i 12, e una volta sgusciati, se va bene, si arriva tra i 20 e i 30€/Kg, cioè più cari del filetto di banchiere svizzero?