Stranezze di un lettore

greenintro

Well-known member
Volevo proporre un argomento di discussione riguardo un modo di vivere la lettura che sento di avere e su cui mi capita di riflettere negli ultimi tempi
, specie in occasione di discussioni con altri amanti della lettura (per dire, pure lo scorso venerdì a un circolo di lettura). Solitamente il senso di ammirazione verso la bravura di uno scrittore è qualcosa che alimenta la motivazione e il piacere della lettura, io sento di funzionare al contrario, nel senso, mi capita più volte che, proprio di fronte a dei passaggi che trovo particolarmente brillanti e azzeccati, di provare quasi fastidio, nel senso che riconosco la bravura, la tecnica dell'autore nell'aver pensato a frasi del genere, ma, proprio per questo, esco dall'incanto narrativo, per spostare l'attenzione della storia, dall'atmosfera della situazione, verso l'autore. Differentemente dalla saggistica, in cui cerco unicamente stimoli intellettuali alla riflessione, nella narrativa ricerco il coinvolgimento emotivo (che poi è anche funzionale all'interiorizzazione di contenuti concettuali di un certo livello, l'arte deve essere sia sentimento che concetto, ma è il sentimento che deve catturare eroticamente, nel senso platonico del termine, il fruitore, in questo caso il lettore, per poi elevarlo verso la comprensione di significati universali e astratti), vivere una storia come se non fosse solo una storia scritta su un libro, ma come se la vivessi nella mia realtà (sospensione dell'incredulità), e rendermi conto di passaggi particolarmente brillanti, spezza questa sospensione per ricordarmi del fatto che sto leggendo qualcosa scritta da qualcuno che utilizza una certa tecnica. Il grande romanziere per me è qualcuno che sa nascondere bene le sue abilità, i suoi trucchi per immergere il lettore in un'atmosfera come se fosse reale, come un sogno che si crede reale fintanto che lo sogni. Solo al termine della lettura il pensiero deve essere l'ammirazione per la sua bravuta, non nel mezzo, incappando nei suoi escamotage troppo vistosi, è la visione generale che deve affascinarmi, mai i singoli passaggi. Invece per tanti altri non è così, hanno un approccio alla lettura molto più analitico, si entusiasmano proprio per la singola frase geniale, e trovano nell'ammirazione per l'autore, la sua biografia, lo stile ecc. la motivazione per andare avanti. Per me al contrario, l'autore è solo un mezzo, al servizio del pubblico, sostengo nettamente il primato dell'oggetto, l'opera d'arte, rispetto al soggetto l'autore/artista, invece altri sono attratti dall'opera proprio in funzione dell'approfondimento dell'autore. A volte mi sento pure in colpa, perché mi viene da pensare che sia il mio approccio a essere troppo strano, troppo irrazionale ed emotivo, rispetto a chi tratta la lettura di un romanzo come uno studio, con riflessioni sullo stile, rimandi biografici all'autore ecc.(mentre per me quelle cose, semmai devono avvenire dopo la lettura, separate da essa)... sono un cattivo lettore?
 

Pnin

Well-known member
Osservazioni molto interessanti @greenintro!
Mi riprometto di risponderti decentemente (spero) appena riesco.
Però non capisco cosa intendi per cattivo lettore: dal mio punto di vista quello che illustri è il tuo modo di apprezzare la lettura ed ognuno ha il suo...
😘
 

alessandra

Lunatic Mod
Membro dello Staff
Da un po' di tempo anch'io ho realizzato che l'eccesso nella cura della forma o della lingua va spesso a scapito del coinvolgimento emotivo, almeno secondo me. Certo, mi colpisce una frase elaborata e scritta bene, ma per me scritta bene vuol dire soprattutto che sa evocare nel lettore in maniera anche piuttosto immediata ciò che l'autore vuole trasmettere. Lo scrittore ideale sarebbe quello che sa trovare un equilibrio tra i due aspetti (che scoperta!), che cura, sì, lo stile ma fermandosi un momento prima di esagerare. Non deve essere facile.
 

qweedy

Well-known member
Anch'io prediligo il coinvolgimento emotivo. Lo stile viene dopo, per me.
Ricordo le discussioni con un mio amico, grande lettore, lui sosteneva che la trama non ha alcuna importanza, mentre il saper scrivere bene è tutto, non importa ciò che si racconta.
L'ideale è avere tutto, ovviamente, trama eccellente e stile impeccabile, ma dovendo scegliere io privilegio senza alcun dubbio il coinvolgimento emotivo.
 

greenintro

Well-known member
Anch'io prediligo il coinvolgimento emotivo. Lo stile viene dopo, per me.
Ricordo le discussioni con un mio amico, grande lettore, lui sosteneva che la trama non ha alcuna importanza, mentre il saper scrivere bene è tutto, non importa ciò che si racconta.
L'ideale è avere tutto, ovviamente, trama eccellente e stile impeccabile, ma dovendo scegliere io privilegio senza alcun dubbio il coinvolgimento emotivo.
Approfitto per chiarire un punto. Il mio discorso non voleva stabilire un'alternativa tra stile e trama, nel senso che certamente la trama è un fattore importantissimo, ma non è l'unico e nemmeno indispensabile, atto a suscitare quell'immersione emotiva di cui parlavo, Si può citare Arte della Reza di cui abbiamo discusso proprio qua dentro, trama pressoché inesistente, tre amici che stanno tutto il tempo a chiacchierare di una tela bianca, eppure mi ha entusiasmato per il modo in cui temi profondi come il senso dell'arte, ma anche dell'umanità e dell'amicizia vengono trattati, oppure, altro esempio, un romanzo che ho amato come il giovane Holden, anche qua, trama estremamente debole, ma mi sono coinvolto tantissimo, per l'atmosfera tratteggiata (specie la prima parte), per la trattazione del flusso di coscienza del protagonista... Ma lo stesso Dostoevskij, il mio romanziere preferito, di certo non è un autore che ha nelle trame il suo principale punto di forza (anche se sono comunque belle), ma nel sottotesto filosofico, eppure è proprio la cosa che cerco di più, cerco l'unione di emozione e riflessione, un romanzo che ti immerga in una storia, ma anche in un'ambientazione, in un flusso di coscienza, e poi da quell'emozione, il lettore viene stimolato a focalizzare l'attenzione sulla profondità dei temi. Dostoevskij non ti sbatte mai (o almeno, quasi mai) in faccia la frase brillante, la citazione colta, il gioco di parole, ecc. ti immerge in un mondo, una dimensione parallela a quella in cui vivi, e a poco a poco, senza che te ne accorga, ti porta a confrontarti con le sue idee. Questo per dire che per me la contrapposizione non è tra emozione e analiticità, nel senso di riflessione, io cerco entrambe, né la ricerca della sola trama (visto che comunque spesso chi ha il mio approccio viene frainteso, eh ma tu vuoi solo la storiella tipo bambino che guarda il cartone animato, da qui a volte l'accusa di cattivo lettore), la mia "polemica" era contro un'idea della letteratura in cui l'autore rende eccessivamente smaccata la sua bravura stilistica, al punto da portare il lettore a essere distolto dai temi del romanzo (trama ma non solo) per spostare l'attenzione sulla sua "genialità" (che bravo a mettere quella frase ecc.). Anche perché sinceramente ormai a 40 anni vorrei pure sentirmi libero di leggere per una mia pura esigenza personale, e non stare con l'ansia dell'alunno a scuola a cui chiedono di leggere il libro per farci poi il compito in classe sull'analisi stilistica. Eventualmente posso soffermarmici alla fine del libro, ed è interessante, ma non nel corso.
 

Pnin

Well-known member
Grazie @greenintro per questa delucidazione... che mi trova perfettamente d'accordo.
Non so se intendiamo la stessa cosa, ma la trama per me è abbastanza ininfluente: ciò che mi fa apprezzare un libro e uno scrittore è il coinvolgimento. E, per quanto mi riguarda, a coinvolgermi sono le sensazioni suscitate. Per me scrivere bene significa riuscire a toccare certe corde ed evocare certe immagini attraverso le parole. Per scrivere bene io intendo questo.
Ad esempio ho amato molto L'orologio di Carlo Levi perché, pur con una trama davvero poco avvincente (per cui comprendo anche chi, come @DaneelOlivaw, l'ha trovato noioso) riusciva a delineare personaggi e situazioni con una profondità a mio avviso stupefacente e a trascinarmi nel suo sentire... o in quello che io ho percepito come tale. Sono infatti dell'opinione che un libro, una volta pubblicato, sia come un figlio che viene partorito: se ne va per il mondo e l'interazione con l'altro non dipende solo da lui, ma anche da chi lo incontra. Quindi ad uno può toccare certe corde e ad un altro per niente e non credo che uno sia il cattivo lettore e l'altro il buono,semplicemente ci sono (per fortuna) sensibilità differenti.
E poi, scusa, de gustibus...!

Quindi ti do un consiglio: fregatene dei giudizi altrui, leggiamo per il nostro piacere personale e non per doverne rendere conto a chicchessia!

PS: ormai sono troppo curiosa: se e quando vuoi mi fai un esempio di frasi considerate stilisticamente perfette che tu però non apprezzi? Non è un compito, quindi liberissimo di ignorare la richiesta! 🥰
 

Minerva6

Monkey *MOD*
Membro dello Staff
Dostoevskij, il mio romanziere preferito
Il Dosto è anche uno dei miei preferiti (come russo è proprio il preferito).
Che mi dici di Memorie dal sottosuolo? Quante emozioni mi ha suscitato. L'ho letto 2 volte e ascoltato una. Le riflessioni del protagonista mi avvolgono completamente anche se la storia ha una trama che è difficile da raccontare, bisogna leggerlo per capirla e può anche non piacere a tutti. Infatti evito sempre di consigliarlo. In passato l'ho fatto, ora non più.
 

DaneelOlivaw

Well-known member
Grazie @greenintro per questa delucidazione... che mi trova perfettamente d'accordo.
Non so se intendiamo la stessa cosa, ma la trama per me è abbastanza ininfluente: ciò che mi fa apprezzare un libro e uno scrittore è il coinvolgimento. E, per quanto mi riguarda, a coinvolgermi sono le sensazioni suscitate. Per me scrivere bene significa riuscire a toccare certe corde ed evocare certe immagini attraverso le parole. Per scrivere bene io intendo questo.
Ad esempio ho amato molto L'orologio di Carlo Levi perché, pur con una trama davvero poco avvincente (per cui comprendo anche chi, come @DaneelOlivaw, l'ha trovato noioso) riusciva a delineare personaggi e situazioni con una profondità a mio avviso stupefacente e a trascinarmi nel suo sentire... o in quello che io ho percepito come tale. Sono infatti dell'opinione che un libro, una volta pubblicato, sia come un figlio che viene partorito: se ne va per il mondo e l'interazione con l'altro non dipende solo da lui, ma anche da chi lo incontra. Quindi ad uno può toccare certe corde e ad un altro per niente e non credo che uno sia il cattivo lettore e l'altro il buono,semplicemente ci sono (per fortuna) sensibilità differenti.
E poi, scusa, de gustibus...!

Quindi ti do un consiglio: fregatene dei giudizi altrui, leggiamo per il nostro piacere personale e non per doverne rendere conto a chicchessia!

PS: ormai sono troppo curiosa: se e quando vuoi mi fai un esempio di frasi considerate stilisticamente perfette che tu però non apprezzi? Non è un compito, quindi liberissimo di ignorare la richiesta! 🥰
Accidenti, ti sei ricordata il mio commento su quel libro! 😅
 

greenintro

Well-known member
Grazie @greenintro per questa delucidazione... che mi trova perfettamente d'accordo.
Non so se intendiamo la stessa cosa, ma la trama per me è abbastanza ininfluente: ciò che mi fa apprezzare un libro e uno scrittore è il coinvolgimento. E, per quanto mi riguarda, a coinvolgermi sono le sensazioni suscitate. Per me scrivere bene significa riuscire a toccare certe corde ed evocare certe immagini attraverso le parole. Per scrivere bene io intendo questo.
Ad esempio ho amato molto L'orologio di Carlo Levi perché, pur con una trama davvero poco avvincente (per cui comprendo anche chi, come @DaneelOlivaw, l'ha trovato noioso) riusciva a delineare personaggi e situazioni con una profondità a mio avviso stupefacente e a trascinarmi nel suo sentire... o in quello che io ho percepito come tale. Sono infatti dell'opinione che un libro, una volta pubblicato, sia come un figlio che viene partorito: se ne va per il mondo e l'interazione con l'altro non dipende solo da lui, ma anche da chi lo incontra. Quindi ad uno può toccare certe corde e ad un altro per niente e non credo che uno sia il cattivo lettore e l'altro il buono,semplicemente ci sono (per fortuna) sensibilità differenti.
E poi, scusa, de gustibus...!

Quindi ti do un consiglio: fregatene dei giudizi altrui, leggiamo per il nostro piacere personale e non per doverne rendere conto a chicchessia!

PS: ormai sono troppo curiosa: se e quando vuoi mi fai un esempio di frasi considerate stilisticamente perfette che tu però non apprezzi? Non è un compito, quindi liberissimo di ignorare la richiesta! 🥰
Diciamo che la cosa è partita dalla discussione sul Pasticciaccio di Gadda, che io ho trovato terribilmente noioso per la sua dispersività di situazioni narrative, che mi impediva di avere il tempo di creare un legame emotivo coi personaggi, o anche con l'ambiente, che mi stimolasse a leggere, per cui sono riuscito terminarlo, leggendo molto più con gli occhi che con la mente. Invece altri esaltavano citando passaggi come "bernoccolo metafisico" e altri, che li hanno stimolati alla lettura, guidati dall'ammirazione per le qualità, oggettivamente indubbie, dell'autore... A quel punto mi son sentito di parlare del mio personale approccio alla lettura di cui ho parlato, cioè che l'ammirazione verso l'autore è un pensiero che preferisco sorga alla fine della lettura e non sia un "disturbo" che mi distoglie dal racconto, ed è partita la discussione. In realtà è un argomento su cui stavo da riflettendo e di cui pensavo prima o poi di parlare, da quando, leggendo Misery di King, libro che comunque in generale mi è piaciuto moltissimo, come il film, avevo verso il finale, trovato una frase particolarmente " a effetto", che mi ha portato pensare, e qua si vede la tecnica dello scrittore che avrà pensato a come farla bene, e al tempo stesso mi sono sentito leggermente infastidito al pensiero di qualcosa di costruito, che mi ha tolto dalla "magia". Solo che non ricordo la frase, volevo prendere il libro ma cercarla ma non lo trovo... spero di non averlo perso!
 

greenintro

Well-known member
Il Dosto è anche uno dei miei preferiti (come russo è proprio il preferito).
Che mi dici di Memorie dal sottosuolo? Quante emozioni mi ha suscitato. L'ho letto 2 volte e ascoltato una. Le riflessioni del protagonista mi avvolgono completamente anche se la storia ha una trama che è difficile da raccontare, bisogna leggerlo per capirla e può anche non piacere a tutti. Infatti evito sempre di consigliarlo. In passato l'ho fatto, ora non più.
L'ho letto tanti anni fa, durante le vacanze al mare (nella mia vita le vacanze sono sempre state un periodo propizio per le belle letture, pure Padri e Figli, Il deserto dei tartari, Gente di Dublino ecc.). La trama la ricordo quasi zero, tranne le sempre magiche atmosfere della Russia ottocentesca, e soprattutto il primo capitolo in cui si espone il pensiero filosofico sull'Uomo del Sottosuolo, l'idea che anche ipotizzando una società perfettamente razionale e informata in cui ogni individuo conosce tutte le conseguenze degli azioni, pure le loro azioni non sarebbero mai del tutto prevedibili, perché nel cuore di ciascuno resta sempre la tendenza ad esprimere l'individualità anche se in contrasto con ciò che più ragionevolmente sarebbe più opportuno per essere felice. Questo sarà uno dei passaggi fondamentali da cui poi si sviluppa tutto l'esistenzialismo.
 

Pnin

Well-known member
Grazie @greenintro per aver aperto questa discussione 😊

Vorrei utilizzare questo spazio per parlare di una stranezza di cui mi sto sempre più rendendo conto, direi grazie al forum, perché prima non mi ero mai fermata a pensarci!

La forma mentis di ognuno influisce anche sui gusti riguardanti le letture e credo sia per questo che le storie troppo immaginifiche non riescono a coinvolgermi: o perché il mio cervello le esclude a priori (come per esempio il fantasy), risultando refrattario ad affrontare qualcosa di completamente immaginario o perché vede spiegazioni razionali in ciò che potrebbe essere mistero facendo evaporare tutta la poesia e l'attrazione... E se amo la fantascienza e la distopia è perché posso comunque ritenerle in un certo senso plausibili. La fantascienza perché nel futuro, nello spazio o in altri mondi potrebbero effettivamente accadere cose che non siamo in grado di immaginare; la distopia perché descrive pieghe che la società potrebbe comunque prendere (e che a volte ha pure preso).
Questa carenza di immaginazione mi dispiace. Anche perché mi ha tarpato le ali fin da piccina, impedendomi di credere a babbo natale, alla magia e facendomi vivere le favole come storie dell'orrore da evitare come la peste.
Qualcuno di voi è affetto da questo disturbo? Si può almeno in parte superare per ampliare le proprie vedute, almeno come lettori?
 

alevale

Well-known member
Grazie @greenintro per aver aperto questa discussione 😊

Vorrei utilizzare questo spazio per parlare di una stranezza di cui mi sto sempre più rendendo conto, direi grazie al forum, perché prima non mi ero mai fermata a pensarci!

La forma mentis di ognuno influisce anche sui gusti riguardanti le letture e credo sia per questo che le storie troppo immaginifiche non riescono a coinvolgermi: o perché il mio cervello le esclude a priori (come per esempio il fantasy), risultando refrattario ad affrontare qualcosa di completamente immaginario o perché vede spiegazioni razionali in ciò che potrebbe essere mistero facendo evaporare tutta la poesia e l'attrazione... E se amo la fantascienza e la distopia è perché posso comunque ritenerle in un certo senso plausibili. La fantascienza perché nel futuro, nello spazio o in altri mondi potrebbero effettivamente accadere cose che non siamo in grado di immaginare; la distopia perché descrive pieghe che la società potrebbe comunque prendere (e che a volte ha pure preso).
Questa carenza di immaginazione mi dispiace. Anche perché mi ha tarpato le ali fin da piccina, impedendomi di credere a babbo natale, alla magia e facendomi vivere le favole come storie dell'orrore da evitare come la peste.
Qualcuno di voi è affetto da questo disturbo? Si può almeno in parte superare per ampliare le proprie vedute, almeno come lettori?
Non me ne farei un cruccio, alla fine si tratta pur sempre di gusti personali.
Io ad esempio ho la fortuna di essere una lettrice onnivora, spazio dal fantasy, horror, crime, realismo, Verismo, romanzi filosofici e speculativi, passo da Kafka a Dostoevskij alla Nothomb, da Gadda a Buzzati, da Zola a Tolkien .. ma ad esempio non leggo poesie, non le apprezzo, mi annoiano, mi lasciano completamente indifferente, quasi irritata.
Cuore di pietra? Non credo, ho letto la fine di Stoner una ventina di volte e mi commuove sempre come tantissimi altri romanzi, favole comprese che non mi stanco mai di leggere.
È come chi mangia tutto e chi solo pochi cibi.
Il primo è sicuramente più fortunato, il secondo potrà semmai assaggiare, ma non ne riceverà altrettanta soddisfazione.
Siamo quel che siamo e partendo da questo cerchiamo ciò che ci emoziona e ci arricchisce e secondo me solo questo è ciò che conta.
Diverso è escludere dei generi a priori, si deve sempre dare una possibilità ed essere curiosi.
Poi però se non va, si ritorna a ciò che ci è più congeniale, perché seppur nella sua estrema importanza per noi quasi vitale, la lettura deve essere e rimanere uno svago.
 

Pnin

Well-known member
Grazie della risposta 😊
È che da piccola mi hanno sempre fatta sentire diversa perché non potevo proprio concepire certe cose (religione compresa). Poi ho smesso di avvertirne il peso, perché da adulti è considerato più normale essere così... ma qui sul forum, tentando di approcciare altre letture, mi sono resa conto di non riuscire proprio ad apprezzare certe cose a causa di questa mia impostazione e ho iniziato a interrogarmi in proposito.

...almeno per il cibo mangio tutto! 🤣
 

greenintro

Well-known member
A me non dà fastidio la componente immaginifica, anzi, credo che una delle motivazioni principali che mi fa preferire i classici alla narrativa contemporanea consista proprio nel desiderio di evasione, di lasciarmi trasportare in mondi e ambientazioni diverse. Penso però anche che molto dipenda dal fatto che trovo le ambientazioni contemporanee spesso noiose, non in quanto tali, non perché quotidiane, ma perché spesso sciatte, rozze "pragmatiche", più caratterizzate dalle azioni, più che della profondità di pensiero dei personaggi. Nei grandi classici di Ottocento e primo Novecento, non tutti, ma soprattutto quelli ambientati in contesti aristocratici o medio/alto borghesi, trovo sempre un'eleganza di fondo, personaggi che venivano sin da piccoli educati alla lettura, alla conversazione brillante,e penso sia uno dei motivi che per cui è più semplice in essi trovare psicologie più approfondite, grandi temi esistenziali. Riusciremmo ad immaginare i fratelli Karamazov o i gli altri grandi personaggi tormentati russi, o gli eleganti gentiluomini inglesi nei contesti sociali, dominati dal lavoro, la vita frenetica, con poco tempo per meditare, conversare ecc.? Quindi direi, non mi infastidisce la fantasia, mi infastidisce una cosa diversa, la mancanta coerenza e chiarezza narrativa interna, i buchi di trama (questo anche nei film). Mi piacciono storie che siano lineari, in cui i collegamenti di causa effetto siano chiari e sensati. Il surrealismo non mi dà problemi, nelle premesse, nelle ambientazioni, se poi partendo da quelle gli eventi e i pensieri dei personaggi si sviluppano in modo internamente coerente. Mi va benissimo essere trasportato in un mondo fuori dal reale, basta che all'interno di quel mondo la logica ci sia.
 

Pnin

Well-known member
Ma nemmeno a me disturba la fantasia e pure io preferisco decisamente ambientazioni più "retrò". Mi disturba il fantastico. Che poi disturba non è nemmeno corretto: piuttosto direi che non riesco ad accedervi, è come se la mia mente non ne accettasse le condizioni. Vale per il fantasy, la magia, il soprannaturale... insomma cose che non vanno d'accordo con la logica...
🤔 effettivamente ora che ci penso da ragazzina mi chiamavano Signor Spock!! 😮
 
Alto