Le storie della "donna fera" e della "donna foca" sono molto intense e racchiudono concetti interessanti. In particolare, la storia delle scarpette rosse è molto forte, vera ed attuale.
Di seguito la poesia "Scarpette rosse" di Anne Sexton, citata nel testo e pubblicata nel 1972.
Eccomi in pista
nella città morta.
M’allaccio scarpette rosse.
La calma è in mio possesso:
l’orologio che formicola,
le dita come cani in fila,
la pentola non bolle ancora rospi,
la sala bianca d’inverno e senza mosche,
la lepre s’acquatta nel muschio prima dello sparo.
M’allaccio scarpette rosse.
Non son mie,
son di mia madre
e furon di sua madre.
Tramandate come un cimelio
ma nascoste come lettere sconce.
La strada, la casa di cui fan parte, son celate
e tutte le donne pure
son celate.
Tutte le ragazze
che portarono scarpette rosse
salirono su un treno che non si fermò.
Sfrecciarono fra corteggiatori
senza fermarsi alle stazioni.
Ballarono
come trote prese all’amo.
Con loro si giocò.
A loro le orecchie
come spille da balia si strappò.
E caddero le braccia,
diventarono cappelli.
E rotolarono le teste,
cantarono per strada.
E i piedi – oddìo al mercato i piedi –
i piedi loro, scarafaggi
verso un angolo sgusciati,
balzaron poi danzando baldanzosi.
La gente esclamò: di certo
c’è un congegno! Se no…
Ma i piedi continuavano.
I piedi non riuscivano a fermarsi.
Caricati a molla come un cobra che ti fissa.
Due elastici tirati sul punto di spezzarsi.
Due isole durante un terremoto.
Due navi in collisione, e affondano.
Non badavano a te e a me.
Non potevano ascoltare.
Non potevano fermarsi.
Quel che fecero fu la danza della morte.
Quel che fecero le finirà.