Il paragone con la piccola fiammiferaia è un po' tutte noi. Ci sono persone che agiscono, che io invidio con rispetto, e altre che sognano solo di farlo ma muoiono piano piano dentro. Io credo che non è solo paura di sbagliare. È qualcosa di più profondo. È come se in fondo non pensassimo di meritarci niente di buono, come se il nostro posto fosse questo e lo accettassimo, ci rassegnassimo e non ci provassimo
nemmeno.
Poi arriva il capitolo 13. E qui Estés dice una cosa che mi ha scosso.
Dice che possiamo trasformare la vergogna, anche quella di non avercela fatta, anche quella di essere rimaste ferme al freddo, in una cicatrice, come una sopravvissuta. Non so, su questo non credo di essere d'accordo. Io non mi sentirei una sopravvissuta. Forse mi sentirei svuotata.
Questo libro per me è stato un viaggio dentro di me.
Detto questo...Spero che il prossimo libro sia piú leggero