None esiste

Carcarlo

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NONE SISTE

Lontano da tutto


E’ bianca e lunga otto metri.
Un paio di cime la tengono ormeggiata al pontile.
Ne tiro una, l’avvicino a me, faccio un salto e sono dentro.
Do un’occhiata veloce che sia tutto a posto.
Sollevo l’anta del boccaporto e vado sottocoperta.
Anche qui tutto a posto, d’altronde, non c’è nulla che possa non andarci.
Guardo il vano motore che dà a poppa, collego la batteria, controllo che il voltmetro stia sui 13V, apro il rubinetto della benzina, tiro lo starter, avvio il motorino di avviamento, qualche giro, il motore parte, aspetto che smetta di sussultare, e come se fossi un’infermiera che aspetta che il paziente smetta di espettorare, piano piano rimetto lo starter a posto; esco a poppa, controllo lo scarico, vedo l’acqua uscire a singulti dallo scarico a dritta, so che tutto è a posto e non devo fare altro che aspettare che il motore si scaldi un pochino.
Vado a prua e mollo la cima che tiene la barca ancorata alla catenaria che scorre sul fondale del porto.
Torno al timone e mollo anche le altre due cime che tenevano la barca legata al pontile e adesso siamo liberi.
Spingo in avanti la leva che ingrana l’elica e sento la leggera spinta all’indietro della barca che si muove in avanti al minimo, giro la barra del timone a sinistra, la barca vira a destra, trovo il canale di transito libero e accelero leggermente, appena il giusto per prendere l’abbrivio e che sia io col timone a governare la barca, non il vento o la corrente.
Giro tra i canali secondari fino a imboccare quello principale dove viro di nuovo a destra, mi tengo la diga a sinistra fino a quando finisce, proseguo ancora una cinquantina di metri, viro a sinistra e blocco il timone con la cimetta.
Mentre la barca va da sola verso il largo e mi sfrego le mani per scaldarle - che tra un po’ dovranno lavorare – alzo in alto lo sguardo fissando la banderuola in cima all’albero che indica maestrale, il vento secco proveniente da nord ovest.
- Se domani non dovessi lavorare, in cinque o sei ore sarei in Corsica - penso tra me e me.
Stacco il ragno, ovvero l’insieme di ganci e corde che fissano il copriranda e getto tutto sottocoperta, lasciando scoperta la randa (la vela triangolare che sta in mezzo alla barca) ancora raccolta e piegata sul boma (la traversa che la guida longitudinalmente).
Regolo la scotta della randa a metà, in modo da centrare bene il boma rispetto alla barca.
Allento il vang, ovvero la cima che tende il boma verso il basso in modo che possa essere facilmente issato, e alzo un po’ l’amantiglio, cioè la cima opposta al vang, quella che aiuta ad alzare il boma.
Tiro su la drizza, la cima annodata alla bugna della penna, cioè l’occhiello sulla sommità della randa, e la isso su su fino ad arrivare in cima. A volte si impiglia la drizza, a volte la ralinga nell’inferitura dell’albero, ma questa volta fila tutto liscio, perciò devo solo fare forza, tirare ancora un po’, alzare lo sguardo, vedere la bugna bella in alto, e cazzare la cima: la randa è aperta, tesa verticalmente e prende il vento da prua.
Viro leggermente e man mano che mi sposto prendendo il vento sempre più di fianco, allento la scotta della randa in modo che questa ruoti come la banderuola e non offrendo resistenza, resti lì, inerte, inutile e mi dia tempo di agire.
Spengo il motore, che non va bene avere due galli in un pollaio.
Tendo il tesabase, così la randa viene tesa anche sulla base, orizzontalmente, verso la poppa; tiro anche il cunningham, così tendo la vela orizzontalmente anche verso la prua, regolo il vang leggermente verso il basso, lascio l’amatiglio lasco (perché o tiro verso il basso o verso l’alto, no?) e centro di nuovo la scotta di randa, così allineo la randa alla barca e il vento porta la prua perfettamente controvento.
Intanto la barca sta ferma, sballotta un po’ in balia della corrente e di qualche raffica raminga.
Srotolo il fiocco, la vela triangolare di prua, mollo la cima di destra e cazzo quella di sinistra in modo da tirarmelo da quella parte, che la sua base segua la linea della barca, prenda il vento e si gonfi.
Come la barca sente il vento nel fiocco, vira leggermente a sinistra, allora allento un po’ la scotta di randa in modo che anche quest’ultima si orienti verso il vento, ma non troppo: obiettivo è che man mano che il vento passa tra la randa e il fiocco, trovi una sezione sempre più stretta in modo da che la riduzione della sua velocità diventi pressione sulle vele, spinta sullo scafo e per la magia dei vettori, faccia procedere la barca in avanti, contro vento.
Come la barca prende l’abbrivio, vedi che si lascia dietro la scia, la schiuma, l’acqua sbatte contro lo scafo che ti sembra di aprire una bottiglia d’acqua gasata dietro l’altra.
Man mano che la barca prende velocità, ruota sempre più a sinistra, a favore del vento e perciò io mi sposto a destra per controbilanciare e davanti a me e mi godo l’immenso bianco della randa attraversato dai raggi del sole.
Do una breve occhiata alla mia sinistra, all'indietro, e vedo il porto di Chiavari allontanarsi dietro di me, e Lavagna, Cavi e Sestri Levante ancora più lontane, mentre Zoagli, Rapallo, Santa Margherita e Portofino non sono ancora vicine.
 

Carcarlo

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Con te

Sulla barca ti senti solo, ma quando poi va, ti senti solo e leggero, e se non avete mai spiccato il volo, se non avete mai avuto le ali, non capite cosa voglia dire; mi dispiace.
E’ per quello che appena il vento mi porta via chiacchiero con te, come se fossi a bordo, e la prima cosa che mi domandi è cosa vuol dire None siste, la scritta a poppa.
- None siste, in latino, significa letteralmente Oh nona, non ti fermare -
- E cosa vuol dire? -
- E’ un’esortazione alla nona musa, quella del cinema, a non fermarsi, perché la vita deve scorrere sempre, come una pellicola -
- Che bello! Che animo poetico -
- Che poi suona un po’ a Noli sistere, sempre in latino -
- E cosa significa? -
- Vuol sempre dire Non fermarti: è tutto un gioco di parole -
- Che bello. Ma sai il latino? -
- Sì, l’ho studiato al classico -
- Dove? -
- Al D’Azeglio di Torino -
- Che meraviglia! Quello di Primo Levi, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Rita Levi-Montalcini e Norberto Bobbio! -
- Sì. E’ uno studio che mi ha sempre appassionato, come la musica -
- Oh la musica! Io adoro la musica! -
- Sì, ho fatto il conservatorio, diciotto anni, a Milano, al Giuseppe Verdi -
- Quello di Riccardo Muti, Arturo Toscanini, Claudio Abbado e Giorgio Gaber? -
- Appunto -
- Ma è fantastico! E cosa suoni? -
- Il campanello -
- Il campanello? -
- Sì, ed è ora che ti svegli! -
- Ma cosa… -
- Ma non vedi che c’era scritto Non esiste? Non esiste! Non None siste -
- Ma… -
- Sei su questa barca? -
- No -
- Perché? -
- Perché non esiste -
- Ecco, ed è per questo che si chiama Non esiste, solo che la poppa è stretta e quando sono andato lì col pennello, mi è venuto tutto attaccato -
- Ma allora perché mi hai raccontato tutte quelle storie? -
- Perché vi piace sentirvele raccontare. Perché se ti dicevo che ho fatto l’ITIS e c’ho una calligrafia da cani e che l’unica cosa che so suonare è fatta di ghisa e fa trucioli d’acciaio ti saresti schifata -
- Non è vero - rispondi stizzita.
- Invece sì, infatti a me nessuna donna mi ha mai chiesto dove sono diventato meccanico. Al Don Bosco di Settimo Milanese le avrei risposto. Ma insieme a tutti gli altri operai che poi sono finiti alla Comi Condor a produrre impianti centrifughi? avrebbe chiesto lei. Sì, sono con loro alle presse. Ma che gioia. Io ho sempre sognato un maglio da cento tonnellate. -
Silenzio.
- Eddai, non ti arrabbiare. Dai, non tenermi il muso -
- Ma perché mi hai raccontato una bugia? Perché mi hai mentito? -
- Perché tanto la realtà non ti interessa -
- Sì invece, sì che mi interessa -
- No, non è vero -
- Sì invece -
- E invece no. C’hai capito niente di come ho fatto a farti volare col vento? -
- No, non ci capisco niente di tutte quelle corde -
- Cime… -
- Cime, ok. Come sei precisino... -
- Ecco, vedi? Non c’hai capito niente di quello che ho detto ma non hai fatto neanche una domanda. Non sei tornata nemmeno indietro di un rigo per capirci qualcosa. E’ segno che non ti interessa come faccio a farti volare -
- Adesso non volo neanche più. Hai rovinato tutto! -
- Eddai, non fare così. Tanto stiamo sognando ad occhi aperti. Possiamo sognare quello che vogliamo e ricominciare tutto daccapo. Dai, chiudi gli occhi, senti il sole che ti scalda, il vento che ti sferza: non vuoi sognare? -
Ma nessuno risponde.
Ormai il sogno è rotto e il vento se l’è portato via, all’orizzonte che non si vede quasi più.
Forse, l’ultimo refolo di vento, ha detto qualcosa del tipo che a Corto Maltese non ci somigli nemmeno un po’, che fai sognare come il manuale di istruzioni della lavatrice.
Intanto però, Non esiste avanza per davvero, perché anche se solo nei miei sogni, sono le mie mani a fare la differenza tra volare contro vento e andare alla deriva come un relitto.
Ma cos’hanno fatto di male le mani che quando lavorano fan sognare solo me?
 

Carcarlo

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Con Katia

Una volta ci sono venuto con la Vanessa.
Dovevi vedere come fluttuava sul pontile mentre andavamo verso la barca: sembrava una libellula.
Una leggera emozione salirci e una volta a bordo, si è come bloccata, si è portata una mano al mento e si è guardata intorno.
Ho aperto il boccaporto, è scesa in cabina, che insomma, era carina, l’avevo anche pulita per l’occasione, lei si guarda intorno, tempo di constatare che non c’era il bidet e la presa per il phon che con lo sguardo ha cercato la via di fuga; poi, fuori, mi ha chiesto se però tornavamo presto che aveva un impegno.

Un’altra volta ci sono tornato con Katia.
Katia ha vent’anni, è ucraina, è scappata con sua mamma da quel casino in autobus e rimbalzando da una parrocchia all’altra è finita qui, e adesso stanno in casa di una beghina che le ospita in cambio di un po’ di assistenza. Di suo fratello e di suo padre al fronte ricevono di volta in volta novità sempre più terrificanti che non raccontano a nessuno. Katia, chiusa in casa con sua madre e una vecchia, si sente al sicuro ma anche in un pozzo. Poi, in parrocchia, prima di infrangersi, ha conosciuto Mirian, la guida delle coccinelle, una mia amica, che l’ha portata in città e le ha fatto conoscere la nostra compagnia di amici. Katia, tra tutte, è l’unica bionda vera, perciò, ti puoi immaginare, e non solo per i capelli, noi tutti come le mosche sul miele. Miriam le ha detto di non spaventarsi, che facciamo così perché siamo scemi ma bravi, io in particolare.
Grazie Miriam! Chissà se ha capito se sono particolarmente bravo o particolarmente scemo?
- Tu barca? -
- Vuoi farci un giro? Ci sei mai andate?
- No -
- Non sei mai andata in barca? -
- No -
- Vedrai che bello, come un sogno -
All’idea di portarmela in barca pensavo a un sacco di cose, ti puoi immaginare, ma ti giuro, quella che più mi premeva era che si rasserenasse, e non c’è come il sole, il mare, il vento, il silenzio per farlo.
Sale a bordo, le faccio vedere la cabina, si tira la manica della giacchetta sopra i polsi e cerca subito l’uscita con lo sguardo, ma non per schifio come la Vanessa, lo capivi che non era rimasta delusa dall’assenza della piastra per i capelli o il coso opposto per farsi i riccioli, no, il suo era stato un gesto di paura al sentirsi al chiuso, rinchiusa nello stretto.
- Meglio, così starà bene fuori! - penso io, e insomma che faccio la solita trafila che non sto a ripetere per lasciare la banchina e andiamo al largo.
Il vento era quello giusto, da andare spediti ma senza trovarsi paura la prima volta, anche se quando la osservo di sfuggita, noto che si raccoglie nelle spalle, con una mano nuovamente porta il polsino sopra il palmo della mano e se lo tiene con quelle dita diafane e ossute, su cui la lacca delle unghie stona orribilmente.
Passiamo di fronte a Santa Margherita elegante, vedremmo il borgo delle casette piccole e colorate dei pescatori e dei mugnai di Paraggi se non fossero violentate dagli stabilimenti balneari dei cafoni di città, passiamo davanti alla sfavillante Portofino e sfiliamo lungo i faraglioni del promontorio. Non parlo molto perchè non voglio essere invadente, e poi di italiano non sa che due parole e il vento non aiuta, perciò tra un luogo e l’altro le dico il nome del posto, le rivolgo un sorriso a farle capire che non è sola, che va tutto bene, che c’è da stare allegri e lei mi ricambia con un altro sorriso, ma di cortesia, che lo vedi che gli angoli della bocca sono tesi e lei mica rilassata poi tanto. Andiamo al largo, il vento si calma, il sole mi abbaglia, decido che mi voglio rilassare anch’io, libero le vele, il vento che ci passa attraverso, la barca inizia ad andare alla deriva ed io che mi sento come i capelli della Venere di Botticelli.
Finalmente ho le mani libere, nessun impegno e le posso sorridere per più di un attimo mentre osservo il suo sorriso scomparire mentre con le dita serra ancora più forte i polsini contro il palmo delle mani.
Capisco, e mi viene da ricordarle che la Miriam le ha detto che sono bravo, particolarmente.
- Sì, particolarment bravo, così poi mi si butta in acqua - penso tra me e me.
Allora per farle vedere che faccio qualcosa, che non penso a lei, che si può rilassare, prendo il capo di una lenza, le fisso un piombo e un amo, un’esca e getto in acqua, e quando tocca fondo che smette di scorrermi tra le mani, vi lego una bottiglia di plastica vuota che fa da gavitello.
Se la bottiglia scappa, vuol dire che il pesce ha abboccato e con la mano faccio come il verso di una bocca che si chiude, e Katia sorride anche se la cosa non la diverte.
Insomma, prendessi una bella orata, lei e sua madre avrebbero di che essere felici penso io, che secondo me, al forno con le patate, un bicchiere di vermentino, una cosa così buona non l’hanno mai mangiata. Speriamo di prenderla, così vedono.
Restiamo così soli, nel pozzetto, finalmente a far nulla, costretti ad aspettare, io che la guardo negli occhi sognando di riportarla a casa tutta contenta da sua madre con un’orata da nove etti; lei che distoglie gli occhi dal mio sguardo e li porta sulle mie mani che per prima volta non sono occupate a far qualcosa e fa una smorfia mentre si tira ancora di più i polsini.
Capisco, cerco di dire qualcosa e allora mi viene in mente la sorpresa che si prova a fissare l’acqua cheta quando ci picchia il sole di traverso, che a seconda dell’angolo, ne resti abbagliato dalla luce specchiata, o vedi nero, o la sabbia bianca in fondo al mare, o i riflessi di un colore tra la menta e il turchese.
Faccio così con la mano e per far vedere che mi sforzo a farmi capire e dico - light, green, blue, dark: nice? -
Lei allora si ritrae come se avesse scorto un orrido al punto che mi sporgo anch’io a vedere se non ci fosse qualcuno annegato lì sotto, ma invece no, solo sabbia, un masso e qualche alga. La fisso stupito e la vedo stringersi a sé, come la bandiera della resa, farsi piccola, arricciarsi e raccogliersi sulla seduta di sinistra.
- Cos’hai? Domando - e lei per tutta risposta fa di no con la testa.
- Stai male? - E lei che fa come che trema.
- Ma hai freddo? -
- No. Casa -
- Vuoi andare a casa? -
- Casa. Sì. Casa -
- A casa? Ma questo è il posto più bello del mondo. Non vuoi farti un bagno? Ho portato anche la focaccia: con o senza le cipolle? -
- Casa. Casa. -
- A casa? Con le due vecchie? -
 

Carcarlo

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Resto senza parole e rifaccio tutto quello che ho fatto finora ma in ordine inverso incominciando dal far su la bottiglia con tutta lenza, virare fino a mettere la poppa al vento, lasciare che mi si gonfino le vele e procedere a ritroso di traverso, viaggiando veloci ma con l’impressione di star fermi perché ci muoviamo alla velocità del vento, perciò non percepiamo il movimento.
Provo a guardarla, a incrociare lo sguardo ma le mi sfugge fino a quando decide di fissarsi i piedi e non guardare più il mare come a farmi dispetto. Così fino a quando, poco prima dell’imboccatura del porto, lasco la cima del fiocco che era in tensione e lo arrotolo intorno all’avvolgifiocco, poi tiro su l’ammantiglio affinchè il boma non caschi in testa a qualcuno, mollo la drizza, la ralinga scivola lungo l’inferitura fino a trovarci la randa nel pozzetto; la ripiego su se stessa mentre muovendomi goffamente faccio capire a Katia che se adesso siamo nello stretto è per colpa sua e delle sue paturnie, la copro col copriranda, allaccio il ragno coi suoi ganci, mollo del tutto il vang e tiro su l’amantiglio in modo da avere il boma alto e potermi muovere al meglio.
Scendo in cabina, avvio il motore, torno su, prendo la barra del timone, do gas e m’infilo nel canale di transito principale del porto, rallento, imbocco un canale secondario, un paio di curve e giungiamo nel mio posto barca. Metto il motore al minimo e come rientro in retromarcia, lei fa uno scatto e si mette in piedi come per scendere.
- Aspetta! - esclamo io un po’ scocciato, che se non voglio rifarmi una fiancata devo tenere le distanze dal pontile, dalle altre barche, tenere il motore accesso in retromarcia mentre mi blocco a prua, cazzarmi a poppa mentre col motore vado in avanti, restare teso in tutte le direzioni in modo da non sballottare di continuo… quando lei è ovvio che freme, che deve svegliarsi dal mio sogno, dal suo incubo e scendere a terra.
- Ma insomma, se ti scappava da pisciare, potevi fare un tuffo in acqua o ti davo un secchio - mi scappa di bocca scocciato, che insomma, non c’è mica solo lei al mondo!
Per fortuna non capisce, ma capisce che mi sono scocciato.
Metto la passerella, che altro non è che un tavolaccio col riscontro, lei ci passa sopra di corsa che a momenti va in acqua e com’è sul pontile fa per scappare via.
Io, volente o nolente, mi dispiace, devo ancora pensare alla barca (spegnere il motore, staccare la batteria, controllare tutte le cime, la chiusura degli oblò, che l’ombrinale sia libero, altrimenti se piove si innonda la barca e mi cola a picco…), non posso stare dietro a lei, e se proprio le scappa, al bar c’è il gabinetto. Ma invece no, vedo che una volta che si accorgere di correre da sola, si ferma, torna sui suoi passi e mi aspetta, ancora di fretta, ma più serena.
Faccio con calma, io fretta non ne ho che a cottimo sono già tutta la settimana, faccio il mio, scendo, sistemo la pensilina di traverso in modo che non inciampi nessuno e ci incamminiamo. Alla fine del pontile, prima di uscire dal porticciolo, c’è il bar. Le faccio il segno di entrare ma fa di no. Allora io faccio il segno di bere un caffè, sorridendo, come tutti gli italiani che quando facciamo questo segno sembriamo più buoni, quasi onesti, ma lei di nuovo fa di no. Insomma, faccio come per lavarmi le mani e lei mi fa segno col mento, come che posso andare io se voglio.
- E tu? - faccio segno anch’io, ma lei scrolla la testa.
Allora io entro, saluto, mi lavo le mani, saluto ed esco, e insomma, al bagno, alla fine ci sono andato solo io.
E tutta quella fretta?
Saliamo in macchina, si torna in paese e lei tutto il viaggio zitta che guardava fuori dal finestrino pur di non incrociare il mio sguardo.
- Bel divertimento penso io. Altro che orata al forno con le patate -
Arriviamo in piazza, incontriamo Miriam che rientra con le coccinelle, rallento, Katia spalanca la portiera, freno, scende, Miriam capisce che c’è qualcosa che non è andato liscio, si vanno incontro e le abbraccia le spalle.
- Tutto bene? domanda Miriam. Eh? -
- Sì - risponde lei che abbassa lo sguardo, si gira e si avvia di corsa verso casa della vecchia.
- Ma cosa le hai fatto? -
- Io? Nulla! -
- E mi ero anche raccomandata -
- Infatti: le ho preso anche la focaccia -
- Ma allora sei scemo - mi risponde scrollando la testa arrabbiata.
Risalgo in macchina, giro, me ne vado e penso a lunedì: entrando in fabbrica tutti mi chiederanno com’è andata in barca con la russa…lì, l’ucraina. E giù a ridere.
- Scemi, siete degli insensibili - sognoi di risponder loro facendo il superiore.
- Oh, ma come è andata - mi chiederebbe poi il Luca in confidenza, e io avrei abbozzato come a far capire che quelli non sono aspetti importanti per me.
- E invece no! - mi domando - E invece, domani, quando me lo chiedereanno per davvero, cosa gli rispondo? -
- Devo entrare prima degli altri - mi rispondo furbo - così quando arrivano sono già a fare qualcosa e non mi chiede nulla nessuno, che mica gli posso dire la verità -

Se c’è una cosa che fa terrore e scoprire che si può essere felici, anche se per un attimo, ed è per questo che ci sono sempre tante barche in vendita.
 

Carcarlo

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L’operatore

Io ho preso la barca pensando a tutte le ragazze che ci avrei fatto salire a bordo, ma l’uscita che non dimenticherò mai in tutta la mia vita fu quella che feci con Alberto, un avvocato.
Saliamo in barca di mattina presto, all’alba, che l’aria era ancora frizzante, ma quello più frizzante era l'Alberto che sembrava una bottiglia di prosecco appena stappata: parlava di continuo, ma non era noioso, anzi, era piacevole perché esprimeva tutto il suo entusiasmo come un bambino.
Oh – mi disse – io non ci capisco nulla di tutte queste corde, ma se ti posso aiutare, dimmelo –
- Tranquillo – gli risposi io – tu vai a prua, mettiti comodo e quando ti chiedo se il canale è libero, tu mi rispondi e usciamo –
- Va bene disse lui – lasciandomi il pozzetto tutto per me.
Feci le mie solite manovre e quando finalmente fui pronto domandai – il canale è libero? –
- Liberissimo! – rispose lui con l'entusiasmo di un film di pirati.
Liberai la cima di ormeggio a poppa, ingranai la trasmissione dell’elica e piano piano partimmo.
Era l’alba ma la faccia di Alberto era più raggiante del sole e dalla prua mi guardava con l’entusiasmo di un ragazzino di cinquant’anni.
All’uscita del canale di transito iniziava a esserci un po’ d’onda, perciò gli dissi di venirsene a poppa e lui tutto attento a non inciampare camminò lungo la tolda e venne a sedersi di fronte a me, sorrise, respirò forte e chiuse gli occhi per sentire il mare che lo cullava. Dopo un po’, quando mi sentii lavorare con le cime per issare le vele, li riaprì pieno di meraviglia e urlò – vai! –
E poi, quando prendemmo il vento, di nuovo – Vai! Si vola! Si vola! –
- Vieni, tieni il timone – gli dissi io
- Io? Ma davvero? –
- Sì, dai, timona tu – e lui che si guardava la mano tremante.
A me veniva da ridere perché era la prima volta che vedevo un avvocato felice, ma mi trattenevo perché insomma, io con Alberto mica avevo tutta questa confidenza, però, ecco, insomma, era buffo.
Mi spiego meglio.
Se uno chiude gli occhi e pensa al gelataio, alla maestra d’asilo, al fioraio, alle infermiere di pediatria…se li immagina tutti sorridenti; se uno prova a fare la stessa cosa pensando al carabiniere, al dentista o all’avvocato penalista, no. Non te li immagini che gridano Si vola! Come dei bambini con l’aquilone. Poi sono anche persone normali, non dico di no, ma non te li immagini entusiasti della vita, perciò, insomma, vedere l’Avvocato Alberto Russo de Curtis con la sua camicia da sartoria affondare la mano in acqua per far la scia e urlare liberi! Mi faceva sorridere.
- Facciamo qualche triangolazione, un chilometro verso Sestri Levante, due verso Portofino e alla fine andiamo al largo del Parco, raccolgo le vele e prendiamo gli arnesi per pescare.
Io ho il mio metodo: lenza media, peso in fondo, un amo ogni due metri, butto in acqua fino a quando tocca il fondo, gli do ancora un metro di lenza, lego ad una bottiglia di plastica che fa da gavitello e mi lascio spostare dalla corrente; cinquanta metri più in là, butto un’altra lenza, un’altra bottiglia e tengo d’occhio le altre e se qualcuna si muove…vuol dire che qualcuno la trascina, corro e la tiro su con la cena appesa!
- Che roba. Che senso di libertà – disse Alberto che lasciando poco spazio ai miei commenti, non mi lasciò altra scelta che tirare fuori i panini. Lui invece tirò fuori una bottiglia di vino bianco francese tenuto al fresco in una borsa termica coi ghiaccini, l’aprì, lo versò in due calici, brindammo alla libertà e al primo sorso mi accorsi che sì, che doveva essere una bottiglia da cento euro o giù di lì, di quelle che medici e avvocati accatastano in casa a ogni natale ma che uno normale come me non si sognerebbe nemmeno di prendere in considerazione.

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Carcarlo

Well-known member
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- Ti posso raccontare cosa mi è un successo una volta sul lavoro? – domandò Alberto, e io dissi di sì, di raccontare quello che voleva che intanto io bevevo quel vino buonissimo.
- Uno dei miei clienti è la Cassa di Risparmio del Magentino e Lomellina – iniziò Alberto – tra Milano e Pavia: hai presente? -
- Luoghi entusiasmanti – ironizzai io
- Eh… - disse Alberto – finché sali sul ponte di barche a vedere il Ticino, finché guardi una risaia al tramonto…ma poi, soprattutto se sali verso Milano, nel Magentino, non vedi che campi abbandonati, fili del telefono e solo fino a dove la foschia te lo consente. -
Alberto fece una pausa ma poi riprese - un giorno mi chiamano dalla banca, corro su a Magenta, esco dal casello, faccio la stradale non potendo non notare tutte le coppie di prostitute a ogni incrocio e intorno sporcizia a non finire, uno squallore! Ma insomma che arrivo in sede e mi fanno vedere che a sistema risulta un ammanco di 30.253€ riconducibile al Sacchi. -
- E questo Sacchi chi sarebbe? – domando io.
- Alessandro Sacchi è un nostro sportellista, ventotto anni di carriera, da tre giorni non si presenta al lavoro e non risponde nemmeno al cellulare – mi risponde il direttore di filiale, sicché chiamiamo il 113, mandano due pattuglie con un ufficiale (perché la banca è la banca, perciò sono loro che vengono da noi a sirene spiegate, non noi che andiamo da loro e poi preghiamo di parlare con qualcuno), gli facciamo vedere la videata in cui appare un bonifico fatto dal Sacchi su un CC estraneo alla nostra banca, gli facciamo vedere anche un’altra cosa che non tornava e che ci faceva preoccupare davvero, l’ufficiale che resta perplesso, non capisce nemmeno lui, perciò procediamo con la denuncia che nel dubbio era la cosa più sensata … -
- Cosa avevate notato di strano oltre all’ammanco? –
- Te lo dico dopo –
- Dimmelo adesso –
- No, no, se no ti rovino la storia –
- Va bene, continua allora, non tenermi sulle spine –
- Procediamo alla denuncia, io vado in questura per fare pressione e insomma, che nel pomeriggio ci dicono che l’hanno arrestato –
- E dov’era? –
- Si era registrato in un agriturismo della Riserva dello Zingaro, in Sicilia. Il brigadiere e l’appuntato del posto sono andati a cercarlo ma non c’era: aveva detto alla signora che andava al molo. Al molo chiedono un po’ se hanno visto un milanese alto così e gli dicono di sì, che era uscito in barca a pescare con zio Turi, un pescatore del posto. Chiedono supporto alla Capitaneria di Porto, li fanno salire sulla pilotina e sperando di essere fortunati iniziano a perlustrare le solite secche dove vanno i pescatori, e alla seconda ti trovano un gozzo marcio schifoso con su zio Turi che faceva le reti, e il Sacchi lì, con la canna come se fosse stato a pescare sul Naviglio di Milano. Zio Turi, da buon siciliano, zitto, non guardava nemmeno la pilotina accostarsi.
- Alessandro Sacchi? – domanda il brigadiere
- Sì, sono io – risponde lui laconico e cortese.
- Deve seguirci – spiega il brigadiere, perciò il Sacchi raccoglie la sua roba, la passa al brigadiere, lo ringrazia, gli porgono la mano per aiutarlo a salire sulla pilotina, ringrazia di nuovo e si issa su.
- Sieda a poppa – ordina il brigadiere mentre l’appuntato gli fa spazio per tenerselo vicino.
La pilotina ripartì, nessuno salutò, e Zio Turi nemmeno si mosse, non disse neppure una parola e nessuno a lui.
Insomma, che il giorno dopo il Sacchi atterra a Malpensa, lo trasferiscono al carcere di Opera e a un certo punto ci ritroviamo tutti lì: lui, il suo avvocato d’ufficio nominato a forza perché non ne voleva alcuno, il direttore della banca ed io.
- Ma è normale una simile ammucchiata in carcere? – domando io
- No, no per niente, ma è che tutti volevamo capire quella cosa lì che non tornava –
- Ma cosa? –
- Eh…infatti il direttore che lo conosceva da una vita glielo chiese come a un fratello, in dialetto pavese, che sembrava l'Albero degli zoccoli
- Ma Alesander, parchè t’l’ee fat? –
- Vorivi scapà –
- Ma scapà par indù? –
- Via, via! Via! –
- Ma parchè t’ee rubà i sold d’la banca? –
- Pe’ scapà –
- Ma non potevi prendere i tuoi? – domandò il direttore stavolta in italiano che stava perdendo la pazienza - tra liquidità, CCT, BTP e buoni del tesoro, hai più duecentomila euro, una casa in centro a Vigevano col mutuo estinto, e in più sei scapolo. Ma per andartene in vacanza, dovevi proprio pendere trentamila euro della banca? –
- Sì, se no non avrei trovato il coraggio di scappare! –
Restammo tutti in silenzio e dopo un po’ riprese.
- C’avevo provato varie volte ad andarmene. Ogni volta che andavo in vacanza dicevo col cavolo che torno in banca. Ma poi tornavo. Era come una droga: non riuscivo a venirne via. Ho provato più volte, ma non ho mai avuto il coraggio di dare le dimissioni, aprire un conto corrente in Sicilia, o alle Canarie o in Grecia e trasferirmi. Non ci riuscivo, L’unico modo è stato commettere un furto per essere costretto a scappare via.
Restammo ancor più in silenzio fino a quando il Sacchi fece una richiesta.
- Per favore direttore – deglutì e riprese – ritiri la denuncia così posso uscire e mi lasci i trentamila euro che ho rubato, e che la banca si tenga tutti i miei soldi, anche la casa! –
- Ma non è possibile! – esclamò scandalizzato l’avvocato d'ufficio - ma cosa dice? Si vuole rovinare? –
- No, voglio solo tornare in Sicilia, andare in barca, voglio solo tornare ad essere libero –
- Insomma - riprese il mio avvocato Alberto - alla fine, dopo un paio di settimane in una cella di Opera, di quelle tranquille con altri truffatori, niente violenti, niente drogati, papponi o assassini, ci mettemmo d’accordo affinché desse le dimissioni rinunciando al preavviso e alla buona uscita, e in cambio ritirammo la denuncia, lui uscì da Opera, andò a Milano Centrale, corriera per Malpensa e da lì il primo volo per Trapani –

Come dicevo, un uomo prende la barca pensando a tutte le ragazze che ci farà salire, e poi, dopo tanti anni, il ricordo che più ti rimane impresso è quello dell’avvocato che ti racconta di quello che per trovare il coraggio di assaggiare la libertà, si fa sbattere in prigione.
L’ultima cosa che ricordo di quella giornata è Alberto che tira fuori la mano dall’acqua, se l’annusa, poi annusa il vino e mi dice – senti, hanno lo stesso profumo –
Annusai anch’io il mio bicchiere e confermai – sì, è vero –
- Pensa che questo vino, solo perché è particolarmente sapido e minerale, costa più di trecento euro a bottiglia, e tu la respiri gratis quando vuoi –
A me venne da ridere, ero anche sinceramente contento di vedere l’Alberto così felice, ma in realtà c’era da piangere a pensare a tutti loro.
 
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Carcarlo

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Senza Patrizia

Questa è una storia vera, di tanti anni fa, quando una barca a vela cabinata ce l’avevo per davvero.
Se un uomo ha una barca a vela cabinata ci sono due possibilità: dentro è uno schifo e puzza di pesce marcio perché tanto la usa in mare per divertirsi con gli amici, oppure dentro è tutta curata, pulita e profumata perché ci si vuole divertire anche quando è ormeggiata ma non con gli amici.
La mia era tutta curata, pulita e profumata, e come un uccello giardiniere proponevo a tutte le mie conoscenti indimenticabili crociere.
Un giorno vado a trovare Luisa, una mia cara amica che insieme a Marco e Patrizia gestivano un antico birrificio artigianale.
Patrizia abitava in una delle case più belle della Genova in e lo faceva pesare di continuo stabilendo un marcato distacco con tutti quelli che non considerava del suo cerchio magico, e infatti io ero tenuto a circa 200km di distanza e, devo dirlo, riuscivo a sopravvivere discretamente alla situazione.
Come entro nel birrificio e saluto tutti, ‘sta Patrizia mi si getta al collo, mi abbraccia, mi bacia e mi dice che ha saputo della barca e che devo assolutamente portarla a fare un giro.
- Portami! Portami! –
- Sì, sì, certo, quando vuoi, ci sentiamo –
- Sì, si, chiamami quando vuoi –
e giù moine a non finire come mai mi era capitato nella vita.
Esco e ci rifletto un attimo perché la cosa mi sembrava un pelino strana: di Patrizia non avevo un’opinione molto elevata, ma visto il periodo di magra, meglio di niente… Però, insomma, saltarmi al collo così? Lei? Dai! Era troppo strano!
Mi venne allora in mente che qualcosa del genere mi era già successo circa un anno prima, ad Adenau, in Germania, quando passeggiando lungo la via principale, una ragazza tedesca mi si gettò al collo farfugliando qualcosa del tipo meine liebe: io mi scostai d’istinto come se stessi giocando a rugby e avessi l’ovale tra le mani, giusto in tempo da evitare una fontana di vomito sulla faccia. Ripresomi dal poltergeist, le acciuffai il cane che errava senza guinzaglio e che a momenti finisce sotto a una macchina e lei si accasciò un po’ più in là a smaltirla. Ecco, tutte e due avevano in comune l’essere tossiche e volermi saltare addosso: per fortuna che il più grosso e veloce ero io.
Mi venne così come un brivido premonitore che fece prevalere il mio senso di appartenenza di classe sulla libido, perciò raddoppiai la distanza che lei un tempo aveva fissato con me e mi guardai bene dal cercarla.
Sei mesi dopo la mia visita, Patrizia litigò coi soci, abbandonò il birrificio e per la gioia di Marco (e di sua moglie) lo denunciò per abusi o non so cosa. Infatti, si venne a sapere (cioè io venni a sapere, perché lo sapevano tutti tranne me che sono sempre fuori dal giro dei pettegolezzi) che era un anno che Marco e Patrizia se l’intendevano: in pratica, in pausa pranzo, mentre Luisa andava al bar a mangiare un tramezzino, loro digiunavano tra il luppolo e l’estratto di malto, e tutto era andato sempre bene, e infatti quando rientrava li trovava un po’ spettinati ma molto rilassati. Il problema però, era che Patrizia aveva smesso di colpo di prendere quelle pastiglie che le aveva prescritto lo strizzacervelli per tenerla in carreggiata e non rompere le palle a tutti come di suo solito, perciò, come per il resto della sua vita, la libido le era crollata sotto le scarpe e l’ira le era montata alle stelle, e quindi aveva deciso di smettere di divertirsi, rovinare una famiglia e già che c’era, anche un birrificio.
Insomma, che Marco dovette veramente andare dall’avvocato per venirne fuori e una volta lì, preferiva restarci che tornare a casa dalla moglie che lo aspettava col trinciapolli e la cipolla tritata per farci i sanguinacci. Alla fine gli andò bene, perchè tra lui e la Luisa le diedero venticinquemila euro a testa per la sua quota del birrificio e se la levarono dai piedi. Marco e sua moglie sono ancora sposati, ma non so a quale costo, e non lo invidio (neanche lei se è per questo).
Tornando alla mia barca, ogni volta che arrivo sul pontile e me la guardo, penso a quanto sono stato prudente a non invitare la Patrizia e faccio di conto che se i cinque giorni feriali a Marco gli sono costati cinquantamila euro, come da contratto Nazionale del Lavoro, a me per sabato e domenica me ne sarebbero costati ventimila più la maggiorazione in busta paga ma senza riposo compensativo, e non avrei saputo dove prenderli, neanche vendendo la barca.
Insomma, che per una volta che per davvero avevo la barca e una ragazza scalpitava per salirci, la storia finì bene perché non glielo permisi!
Lo so, è una storia patetica, però è vera e per una volta vi ho risparmiato tutte le manovre per uscire dal porto.
 

Carcarlo

Well-known member
Ciao @qweedy , grazie per il like.
Noto però che hai apprezzato solo l'unico racconto che si è svolto interamente a terra: soffri mica il mal di mare? :)
Non c'era da lavorare con le cime, il boma e le vele?
In tal caso, vedrò di accontentarti! ;)
 

Carcarlo

Well-known member
Mi dispiace @qweedy ma stavolta si balla :)

Antonella e Pietro

Con Antonella ci uscivo insieme da ragazzo.
Ci si voleva tanto bene, ma tanto bene; ci si amava tanto tanto come ci si può amare solo a vent’anni, come se tutti e due avessimo avuto bisogno l’uno dell’altra e non fossimo più stati in grado di prendere una decisione da soli. Due meno che insieme fanno un più: che esempio patetico da diario scolastico, lo so, ma è che io facevo ingegneria e lei matematica, perciò ci poteva anche stare!
Ci amavamo tanto che nei nostri sogni avevamo già deciso che avremmo avuto due figli (un maschio e una femmina) e pure i loro nomi: dovevamo solo riempire i moduli all’anagrafe. Ed avevamo vent’anni!
Poi però scoprimmo che noi eravamo noi, ma che nella nostra vita c’erano anche gli altri: lei aveva una famiglia che aveva già deciso tutto ed io restavo sempre in prova; io invece diventavo uomo senza il babbo, dovevo andare avanti ad ogni costo e non avevo tempo e pazienza per i loro programmi, anche perché erano i loro, non i nostri (ma per niente!). Poi capii che i nostri programmi erano diventati solo i miei perché sì che io ero l’appiglio per venirne fuori da quella famiglia soffocante, ma poi una volta fuori le mancavano i vapori di mercurio a cui era abituata e… insomma, nel peggiore dei modi presi una decisione.
Segretamente ho continuato ad amarla per tanti anni, anche se maturando capii che ormai ne amavo solo un’idealizzazione, infatti quando ebbi la conferma che era una casa di matti, capii che di lei non mi rimaneva neppure il sogno; fu allora che continuai a volerle bene, ma più come a una sorella.
Ovviamente si sposò in chiesa con l’abito e il velo bianco che sembrava una madonna, ma non fece in tempo a partorire che era già da sola. A essere cattivi, ma anche realisti, c’era da pensare che io avevo capito ed ero scappato per tempo, mentre quell’altro salame lì no, quello lo aveva fatto in ritardo dopo aver combinato il disastro.
Hai presente quelle situazioni in cui dici non ti preoccupare, qualsiasi cosa conta sempre su di me! ?
Ecco: meglio tacere.
Meglio tacere perché se era stato impossibile aiutarla a vent’anni quando ancora eravamo innamorati e lei ne voleva venire fuori, come avrei potuto fare qualcosa quando ormai ero ritornato un estraneo, anzi, quello che l’aveva fatta soffrire? E infatti fu un disastro dietro l’altro e non toccava che stare a guardare senza poter fare nulla.
Ho sempre cercato di incontrarli, parlarci, volergli bene, anche perché per me, allora, lui era il mio bambino mai nato. Insomma, dopo tutto il bene che ci eravamo voluti, dopo tutto quello che avevamo sognato, avrebbe potuto essere il mio… non so come dirlo: se fossi una donna, sono sicuro, tutti mi capirebbero, ma sono un uomo e non so come spiegarlo, e infatti fu meglio stare zitti.
Ogni volta che li incontravo, lui era cresciuto di qualche dito, c’era qualche nuova tragedia e io non potevo fare altro che dirle – dai, non ti preoccupare, è l’età, poi gli passa! –
Invece non era l’età: era la vita. Era crescere senza il papà, che si può benissimo se c’hai una madre di titanio, ma se è stordita come l’ago di una bussola impazzita, non può che venir su un disastro.
Io avrei potuto darle una mano? Be’, se lei me l’avesse chiesto, ma non ci pensava nemmeno, perciò non dovevo neppure provarci.
Però potevo incontrarla ogni tanto, no? E infatti lo facevo, ma mica la potevo chiamare tutti i mercoledì e chiederle se volevano stare con me nel weekend, no?
Al massimo ci si incontrava, casualmente, molto casualmente, e si scambiavano due parole promettendo di rivederci con calma.
Prima ho parlato di disastro per generalizzare, perché non è che qui posso aprire un libro, ma per capirci, una cosa che mi faceva soffrire era che questo ragazzo cresceva complessato, che ci può stare, ma soprattutto invidioso, e quella è la cosa peggiore che possa capitare, perché alla fine resti da solo e ti sei rovinato con le tue mani. Invidioso, insoddisfatto di tutto, rabbioso: uno di quei ragazzi da film in bianco e nero che si arrabbiano, urlano una bestialità, danno le spalle e se ne vanno via correndo lasciando tutti nell’apprensione. Pietro cresceva così ed era un nodo al cuore vederlo.
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Carcarlo

Well-known member
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Poi arriva un giorno in cui, sempre molto casualmente, li incontro e siccome ho la barca, propongo loro di venire a farci un giro.
Una barca a vela! Caspita! – come si fa a dire di no, soprattutto a sedici anni.
Fatto sta che ci vediamo al molo, faccio strada passando in mezzo a velieri, panfili, motoscafi e vedevi che questo Pietro, pronto a fare la più bella esperienza della sua vita, montava e si gasava come una balla di fieno al sole, fino a quando arrivammo dalla mia barca che, sì, era carina, per me, ma dopo lo spettacolo che ci aveva preceduto, era, come dire… modesta. Ma cosa importava? Tanto il bello era mollare gli ormeggi, partire, volare, andare a fare il bagno dove non saresti mai arrivato a nuoto o in macchina.
Mi giro per guardare la sua espressione e Pietro rideva. Pietro rideva della barca, di me e forse – forse non lo sapeva nemmeno lui - anche di sua madre che era uscita insieme a uno come me.
Antonella ed io restammo senza parole, perciò la buttammo sullo scherzo, ma soffrimmo.
Quando poi, per salire a bordo, invece di tirare una carrucola per avvicinare la barca e lascare una sagola per abbassare la scaletta di acciaio inox stesi tra la barca e il pontile una tavola da cantiere, si scompisciò proprio.
Una volta a bordo, quando vide gli interni, sì, carini, ma non era certo la barca di Onassis, ironico mi domandò – ma questa è la tua barca? -
- Cosa ti ridi? Vedrai poi col vento come va! – risposi buttandola sullo scherzo, ma la cosa era come minimo imbarazzante.
Poi, come a farla apposta, una volta fuori, di vento nemmeno una bava, perciò dovemmo andare a motore, un fuoribordo da 6 cavalli, praticamente a passo d’uomo, po-po-po-po… e lui già scocciato giù a criticare tutto.
A un certo punto arrivammo di fronte a dei faraglioni, tutti scogli, niente sabbia, acqua limpidissima e tanti pesci: un luogo meraviglioso e inarrivabile se non in barca.
- Ce l’hai la maschera? –
- No, non l’ho portata –
- Tieni, prendi la mia – e insomma che Antonella ed io restammo di nuovo da soli, dopo tanti anni.
Avremmo potuto parlare per ore e stare male, oppure avremmo potuto stare zitti, abbracciarci e basta e poi stare ancora peggio, perciò entrammo in acqua pure noi e non ci pensammo più, o facemmo finta, non lo so, comunque lei sembrava felice, o quantomeno spensierata.
Poi tornammo a bordo e ci asciugammo.
Per un attimo provai a guardarla con altri occhi e mi accorsi che i vent’anni non ce l’aveva più. Se era per quello, nemmeno io, ma almeno io la testa, l’entusiasmo ce l’avevo ancora; lei invece era già vecchia: le mancavano solo le borchie sulle scarpe e sembrava uscita da una foto degli anni 70.
Sfortuna vuole che il cielo si copre e l’onda inizia ad alzarsi.
Se almeno si fosse alzato anche il vento, avrei potuto promettere un paio di bordi di bolina da brivido, invece temevo che ci saremmo presi l’acqua e basta.
Si va – dissi dispiaciuto - e accesi il motore.
- State a poppa e non muovetevi – aggiunsi mentre andavo a prua a issare l’ancora, ma stavolta fu proprio scalogna, l’ancora si era incagliata negli scogli, perciò iniziai a tirare.
Come Pietro mi vide fare sforzi, incuriosito uscì dal pozzetto e camminando lungo il lato sinistro della tolda venne verso di me.
- Indietro! Indietro!! – gli dissi mentre tiravo la cima che non venendo su, faceva abbassare la prua proprio verso sinistra.
Il quel mentre Pietro si aggrappò alla draglia per non cadere, tentennò un po’ quasi perdendo l’equilibrio ma poi si riprese.
Dopo lo spavento tornai alle mie faccende e ripresi a tirare ancora più forte quando arrivò un’onda che mi passò sui piedi da quanto c’eravamo abbassati: all’inizio pensai che dovevo aver tirato come una bestia, ma poi capii che Pietro mi aveva disubbidito e ce l’avevo alle spalle che sbilanciava la barca.
- Ma te ne vai a poppa o no? – urlai sgarbatamente, lui si offese e ubbidì.
Alla fine, aiutandomi anche con un certo gergo marinaresco, riuscii a disincagliare l’ancora, corsi a poppa, presi il timone e mi allontanai dai faraglioni.
- Posso muovermi? Posso andare a prua adesso? – domandò a un certo punto scocciato.
- Adesso sì, certo. Vai pure – risposi io.
Pietro era solo qualche metro più in là, ma a causa del vento e del rumore del motore non ci poteva sentire.
- Pietro ha sbagliato, lo so, ma non è così che si parla a un ragazzo – appuntò Antonella
- Lui mi doveva ubbidire – risposi io
- Ma è un ragazzo, e tu devi saperlo prendere –
- No, questa è una barca e lui deve ubbidire –
- No, lui è un ragazzo e non va trattato così –
- No, ti ripeto: questa è una barca e mi si ubbidisce –
- Ma sei matto? –
- No, non sono matto, è che c’è un perché, e te lo spiego: ogni volta che la prua va giù, la poppa va su… -
- E allora? Giustifica quei modi? –
- Ma ogni volta che andavamo su e giù, lo sentivi il rumore che facevano l’elica e il motore o no? –
- Ma che ne so io...? –
- E allora te lo spiego! Ogni volta che l’elica usciva dall’acqua, il motore accelerava a palla e quando poi ci rientrava di colpo, prima prendeva un colpo che poteva spaccare il quadrilatero, poi si bloccava di colpo e mi si poteva grippare anche l’albero, perciò abbiamo rischiato più volte di restare senza motore davanti agli scogli col mare che montava e senza vento per scappare via! –
Ci fu una pausa e poi continuai.
- E se invece uno cadeva in acqua? –
Antonella mosse lo sguardo verso la scaletta.
- Sì, lo so che c’è la scaletta, ma va bene se il motore è spento, perché è a dieci centimetri dall’elica… e se lo scafo non sbatte su e giù! – feci una pausa e poi ripresi – se cadevo io, me lo spegnevate voi il motore per farmi salire in sicurezza? Se cadeva Pietro e ci finiva sotto alla carena in beccheggio, sai in quanti pezzi lo riportavi a casa? –
- E spegnere il motore prima di issare l’ancora? – domandò Antonella
- Brava – risposi io - così se quando non siamo più ancorati il motore non parte alla prima, ci pensi tu agli scogli? -
A volte la cosa peggiore che ti può capitare è avere ragione perché non puoi chiedere scusa, soprattutto se hai ancora il fiatone e ne vieni da uno spavento che gli altri nemmeno hanno immaginato.
A volte la cosa migliore è infischiarsene di chi ha la ragione, pensare che in fondo è andato tutto bene e abbracciarsi, ma non potevamo: non potevamo perché Pietro ci vedeva e noi non volevamo, anzi, sono sicuro che entrambi sentimmo tornarci su qualche vecchio rancore assopito.
A me comunque la rabbia passò subito per lasciar spazio solo al dispiacere, al dispiacere di non poter insegnare nulla a quel ragazzo, perché se non glielo insegnava né suo padre, né sua madre, io, senza alcuna autorità, incontrandolo sì e no due volte l’anno, cosa potevo fare?
Penso che fosse la stessa cosa per lei, anzi, forse anche peggio: forse io la feci sentire ancora più sola, ancora più allo sbando con un figlio che avrebbe potuto ricevere tutto l’amore e l’esempio del mondo e invece cresceva brullo e storto come l’erica, e scontento, e invidioso, e rompipalle!
Giunti in porto cercammo di riparala alla meglio e di salutarci con un sorriso, ma son sicuro che scomparve dai nostri visi appena ci voltammo, dopo di che, sempre casualmente, non ci incontrammo mai più.

Alcuni anni dopo, su facebook, lessi che Pietro era già papà e Antonella nonna.
Immaturo com’era, era una cosa da mettersi le mani nei capelli.
L’unica cosa buona, cioè, meno cattiva anche se irreale, anzi, totalmente irrazionale, è che da quando Antonella è diventata nonna, ho smesso di considerare Pietro quel figlio che non ho avuto da lei, e con enorme dispiacere mi sono tolto un fardello terribile da dosso.
Sì, è assurdo, non torna niente ma è così.
Prima ho scritto che se all’epoca fossi stato una donna la gente mi avrebbe capito più facilmente, eccetera.
Alla fine della storia, non so se qualcuno ha capito come sono stato io, ma quello che credo di aver capito è che Antonella stava talmente da male da non riuscire a prendere una decisione e chissà cosa pensava di chi invece ci riusciva.
Il problema è che con i figli come con le barche, le decisioni devi prenderle, e devono diventare anche le loro, se no ti vanno sugli scogli.
 
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Carcarlo

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Gianna

Con Gianna c’eravamo dati il nostro primo bacino in spiaggia che era già mezzanotte passata e il giorno dopo lei doveva andare al lavoro e io, alle 10:00, essere a Napoli, poi Battipaglia, Bari, Pescara, Rovigo e tornare venerdì sera per vederci sabato mattina, ché sarei passato a prenderla per andare al molo.
- Mai dormito in barca? –
- Mai! –
- Vedrai che bello! –

Uscimmo che c’era il Levante, il vento che soffia da est.
Decisi di prenderlo di traverso, puntai la prua verso la Corsica e partimmo.
Per bilanciare la barca inclinata verso destra, Gianna ed io stavamo seduti sul gavone di sinistra, fianco a fianco, che prendevamo il vento nella schiena e ci faceva volare i capelli mentre guardavamo verso Ventimiglia, ma ogni tanto voltavamo la testa all’indietro e osservavamo Genova sparire dietro di noi, con tutti i suoi palazzi, con tutta la sua gente, con tutti i suoi problemi.
In un momento così, era impossibile non innamorarsi!
Era novembre, l’acqua era ancora tiepida, perciò virammo a dritta e puntammo verso un luogo della costa appartato, un po’ al riparo dalla corrente e facemmo il bagno, noi due, soli, ché di quel periodo pensano già tutti a sciare.

A una certa ora decidemmo di rincasare.
Il tramonto alle nostre spalle.
Eravamo a un chilometro dall’imboccatura del porto quando a metà strada notammo una gobba nera spuntare dall’acqua. Si capiva che dondolava perché a seconda di come ci picchiavano i raggi del sole, li rifletteva come uno specchio o appariva nera. Non sembrava muoversi, né andare avanti né indietro, né emergere né immergersi.
Per manovrare meglio accesi il motore, raccolsi le vele e intanto ci avvicinavamo piano piano.
A due o trecento metri era chiaro che era un corpo nero, di qualche metro, perfettamente levigato perché rifletteva bene la luce, ma diavoli! non si capiva cosa fosse.
Con due sagole bloccai il timone in quella direzione, dissi a Gianna di andare in cabina e cercarmi la radio e mi spostai a prua per vedere meglio.
Stavo in pensiero perché insomma, in mare ci può essere qualunque cosa: un sommergibile o una mina a pelo d’acqua erano estremamente improbabili, ma non impossibili (a volte ne avvistano una e la fanno brillare).
- Dov’è la radio? –
- Guarda nel cassetto –
Un container alla deriva era già più probabile, ma un container nero non lo avevo mai visto, e poi spigoli non ne aveva.
- Qui non c’è! –
- Guarda bene! –
- Ho guardato –
- Allora nel gavone di destra –
Così sinuoso, senza spigoli, mi sembrava sempre più quello che speravo che non fosse.
- Non è nemmeno nel gavone di destra –
- Guarda in quello di sinistra, presto, voglio chiamare la Capitaneria –
Man mano che mi avvicinavo, vedevo l’acqua che gli scivolava via, come se fosse stato di gomma.
- Qui non c’è –
- Guarda sotto al lavandino –
- Non sembra gomma, ma proprio neoprene….Ma così lungo? – pensai – eh, sì, con le pinne da apnea si fa presto ad arrivare a due o tre metri –
Tornai a poppa, ripresi il timone, rallentai e una volta a venti metri iniziai a giraci in torno, a spirale, avvicinandomi sempre più, e ve lo giuro, non capivo cosa fosse e la cosa mi incuteva timore. Ormai ero convinto che doveva essere per forza un sub o il dorso di un cucciolo di balena, e tra un sub annegato e un cucciolo che magari c’era sua madre incavolata sottacqua, non so cosa poteva essere peggio.
Avrei dovuto andarmene e avvisare la guardia costiera, ma non si fa.
Non si fa perché so benissimo che poi non viene nessuno, qualsiasi cosa sia resta qua e qualcuno, appena è un po’ più buio, ci si pianta dentro.
Insomma che decisi di mettere il motore in folle e arrivarci sopra per inerzia, e infatti ci poggiai che sembravo una boccia col pallino.
Non potevo crederci: ormai ce l’avevo a un metro e ancora non capivo cosa fosse.
- Ma cos’è? – domandò Gianna che radio o non radio era venuta fuori a vedere.
Io non risposi perchè davvero non lo sapevo, quando all’improvviso una pinna nera uscì dall’acqua, sbatté pigramente e tornò dentro.
Ci venne un colpo a entrambi.
Un secondo dopo ero esattamente col naso sopra a quell’affare, mi feci coraggio e guardandolo dall’alto, vidi che il suo corpo arrivava fino ad almeno tre o quattro metri di profondità e poi non si vedeva più nulla. Di sfuggita, mi parve anche come di vedere un occhio enorme, ma talmente grosso che potevo essermelo solo immaginato.
Appena fummo a tre o quattro metri di distanza, ingranai l’albero dell’elica e iniziai a girarci di nuovo intorno.
- Una balena o un suo cucciolo non è –
- E allora cos’è? –
- Non lo so: io sott’acqua ho visto tartarughe, barracuda, murene, squali, pesci napoleone giganteschi… ma mai nulla di simile –
Poi, sulla parola simile mi fermai e ragionai un po’.
- Di simile ci sono i pesci mola, ma sono più piccoli, al massimo di un metro –
- Ma qualsiasi cosa sia, perché sta fermo lì? –
- Non lo so. Magari è ferito perché c’è passato sopra una nave – e poi, dopo un po’ osservai che – qui non sono mica in strada che posso fermarmi a soccorrere un cane o un gatto! –
Gianna taceva ed era quello che volevo fare io, perciò riprendemmo i nostri posti e stupiti, sorpresi e ancora un po’ spaventati, continuammo la nostra rotta fino al molo.

Andammo a fare una doccia per toglierci il salino di dosso e nel mentre chiesi a chi aveva più esperienza di me.
- Sì, per come lo racconti, può essere benissimo un pesce mola –
- Di quelle dimensioni? –
- Arrivano anche fino a quattro metri di diametro –
- Quattro metri di diametro con la pinna che sembra quella di un bambino? –
- Sì, sono errori della natura. Gli va solo bene che sono immangiabili, se no sarebbero già estinti da quel dì –

Tornammo rinfrescati da una bella doccia e con la bottiglia di Gewurztraminer dell’Alsazia che il bar del porticciolo mi aveva gentilmente tenuto in fresco insieme al vassoio di formaggi e miele che avevo preparato per la serata.
Fu una giornata e una cena indimenticabile, di notte, sotto alle stelle, dopo quell’avventura jurassica, con la musica delle sartie che cullate dal vento sbattevano sugli alberi delle barche.
Come ho detto, era novembre, perciò a una certa ora iniziò a fare fresco e non dovetti insistere per andare dentro a scaldarci.
Dopo un po’ eravamo coricati, con le teste sopra al cuscino, mano nella mano che guardavamo il cielo attraverso l’oblo posto sopra di noi.
Gianna si mosse, come se avesse sentito qualcosa, e infatti era qualcosa di spigoloso. Provò a prenderlo per capire cosa fosse ma scoprì solo che era qualcosa nella tasca dei miei pantaloni. Lo cavò fuori e venne fuori la radio.
- Ma ce l’avevi tu? –
- Si… -
- E perché mi hai chiesto di cercarla se sapevi che non l’avrei trovata? – mi domandò sorpresa.
- Perché non sapevo cosa potesse essere quella cosa lì –
- E allora? – domando un po’ inquirente.
- E allora pensavo che la cosa più probabile era che fosse un sub alla deriva da chissà quanto, e siccome la realtà non è come nei film gialli che aprono la sacca in obitorio e al massimo ti appare uno paonazzo, volevo risparmiarti la scena –
- Perché? –
- Perché dopo qualche giorno i moscardini rendono chiunque irriconoscibile –
- Aaaahhh! Che schifo! – strillò Gianna.
- Appunto –

In seguito la vidi spesso mangiare i calamari, quelli belli grossi affettati ad anello, ma già i totani le facevano un po' senso!

Spoiler!
 
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Carcarlo

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Torquato

Torquato lasciò la sua utilitaria nel parcheggio della calata.
Si mise in spalla uno zaino bianco, che indosso a lui sembrava un borsello; con la sinistra agguantò la tanica della benzina, che tra le sue mani sembrava una tazzina del caffè; e con la destra, con estrema attenzione, prese una borsa con fondo rettangolare, in tessuto-non tessuto color beige, con le asole semi rigide e la scritta in corsivo marrone scuro.
S'incamminò verso l’arenile e giunto a destinazione aprì il cancelletto della lega.
Arrivò dalla sua barca che aveva sistemato il giorno prima per l’occasione.
Posò a terra lo zainetto e la tanica, mentre la borsa la lasciò delicatamente sulla barca del vicino in modo che non si sporcasse.
Tolse il telo a righe bianche e celesti, lo ripiegò attentamente e lo lasciò a terra.
Mise la tanica nel pozzetto, mentre lo zainetto e la borsa sui cuscini della tuga in modo che non si potessero bagnare.
Impugnò il manubrio del carrello e lo trainò verso il mare con la noncuranza di un bambino che tira la cordicella della sua macchinina.
Entrò in mare e quando l’acqua gli arrivò alle ginocchia, la barca iniziò a galleggiare da sola, la slegò dal carrello e la fissò a un gavitello ancorato sul fondo.
Trainò fuori il carrello vuoto da cui fuoriusciva tutta l’acqua che si era infilata nei tubi e sempre senza sforzo, lo riportò a riva.
Quando tornò dalla sua barca, notò che una signora coi piedi in acqua era intenta a fotografarla da vicino.
Torquato le si parò dietro e senza fiatare, restò ad osservarla curioso.
Non era il momento, ma notò che era pienotta e carina, probabilmente sui quaranta o quarantacinque anni e i capelli dorati. Per Torquato, dorati erano tutti i capelli biondi tinti, lui non avrebbe saputo dire se erano biondi miele, champagne, sabbia o crema: per lui erano dorati perché tinti di biondo e basta.
La signora finì di fare le foto, si voltò trovandosi di colpo Torquato che le si parava davanti e la prima cosa che pensò vedendogli il suo torace coprirle la visuale, fu che se avesse avuto due ante, avrebbe potuto aprirle e appenderci dentro i suoi vestiti. Poi, in disordine, notò degli avambracci grossi come fiaschi e tutto il resto proporzionato, anche la pancia, più chiara del collo, che denotava più cantiere che palestra. Le mani poi avevano dita incapaci di portare un anello, così come i polsi un orologio. Anche la testa era grossa, ma piccola rispetto al resto, e le guance grosse da bambinone, nonostante tutto il resto, infondevano fiducia. Quando poi parlò, la voce profonda e priva di impostazioni glielo confermarono.
Torquato invece notò che le di lei sopracciglia erano di un castano chiaro e gli dispiacque che si tingesse i capelli.
- Fotografa la mia barca? – domandò curioso.
- Sì, mi scusi: è che è così carina –
- Ma con tutti gli yacht che ci sono, proprio la mia barchetta le piace? –
- E’ così carina, piccola, semplice, vecchiotta… -
- Le offrirei volentieri di fare un giro… - propose Torquato facendole spalancare gli occhi dalla gioia – ma oggi non posso proprio, mi dispiace – facendole scappare una smorfia che rivelava tutto.
- Dovrei tornare tra qualche ora: se è ancora qui… -
- No, mi dispiace, tra un po’ devo andare –
- Va bene, se ricapitasse la porto volentieri, ma oggi non posso proprio, mi dispiace –
- Pazienza, sarà per un’altra volta – rispose lei gentile e un po’ imbarazzata.
Torquato salì a bordo, prese i remi, inserì gli scalmi di ottone nelle scalmiere, vi inforcò i remi, staccò la barca dal gavitello e remando all’indietro, con lo sforzo che un altro avrebbe fatto per dare due pennellate a un quadro, si spostò al largo di una cinquantina di metri, diede due strattoni alla corda del fuoribordo, lo mise in moto, tirò i remi in barca e partì verso il largo.
Le dispiaceva aver detto di no a quella signora, non capitava mica tanto spesso di poter attaccare bottone con una estranea e che le interessassero cose belle che non fossero scemenze, e poi era carina con quei fianchi che sembravano di pasta di pane e tutto il resto che era coperto dal costume.
Prendendo il largo osservava spesso l’acqua e notò che dopo quella stantia della spiaggia, si era fatta blu scura ma limpida.
- A lasciare in acqua una manciata di foglie – pensò - la corrente le porterebbe entro sera fino a Santa Margherita e poi finirebbero in spiaggia -
Proseguì ancora, lentamente, come la sua barchetta gli permetteva di fare e dopo un po’ si guardò intorno e immaginò che se avesse segnato il punto nave su una carta nautica, lo avrebbe fatto tendendo una semiretta tra la falesia di Punta Manara e il Promontorio di Portofino, e poi l’avrebbe incrociata con un filo a piombo, come in cantiere, passante per Chiavari. Allora immaginò che la manciata di foglie trascinata dalla corrente che in Liguria porta sempre verso il Ponente, questa volta si sarebbe dispersa finendo in parte nel Golfo del Tigullio e in parte, durante la notte, avrebbe continuato fino a Genova, dove l’acqua però è sporca, e la cosa non gli garbò.
Proseguì ancora, ma poco dopo il motore ebbe qualche singulto e si fermò.
Torquato prese la tanica, gli svitò il tappo, gli avvitò il beccuccio flessibile, aprì il serbatoio del fuoribordo e provvide a riempirlo; quando il glu-glu-glù si fece più veloce e acuto, lo tolse per non sporcare. Chiuse tutto, diede uno strattone e partì di nuovo.
Dopo un po’, il punto nave lo avrebbe fatto lungo la retta tra la falesia e Varazze e immaginò che da lì, le foglie si sarebbero disperse in un paio di giorni arrivando tra Cogoleto e Imperia; la cosa iniziò a piacergli, perciò proseguì ancora un po’.
Quando si trovò tra la falesia e Savona, che si intravedeva in lontananza solo una barca, pensò che le foglie, da quel punto, si sarebbero disperse ovunque e dopo qualche giorno avrebbero navigato al largo di Ventimiglia, Nizza, il Golfo del Leone dove la dolce corrente del Rodano le avrebbe trascinate lungo le coste spagnole e anche se solo in piccola parte, sarebbero arrivate oltre Gibilterra e poi nello sterminato oceano.
Notando che nonostante la barca di prima si avvicinasse era ancora molto lontana, si sentì solo e a suo agio, perciò si convinse che quello era il posto giusto, spense il motore e come se quelle foglie secche le avesse avute tra le mani, le stritolò per rimanere chino a pensare guardandosi a volte i piedi, a volte l’acqua.
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Carcarlo

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Poi fu la volta che senza nemmeno sapere perché, strizzò tra le mani il remo, sollevò lo sguardo e notò che la barca di prima era una pilotina della Capitaneria di Porto e lo aveva preso chiaramente di mira.
Abbassò lo sguardo e non lo alzò più fino a trovarsela accostata di fianco.
- Buongiorno – disse l’ufficiale di bordo.
- Buongiorno – rispose con un filo di voce Torquato.
Cosa fa da queste parti? –
- Niente –
- Non ha canne da pesca, non ha reti… -
- Sarebbe vietato –
- Certo, ma se lei non è qui per pescare, cosa ci fa? –
- Niente, niente di particolare – rispose gentilmente e abbassando di nuovo lo sguardo.
- Documento, libretto e assicurazione del motore, prego – incalzò l’ufficiale e Torquato mise mano allo zainetto bianco, estrasse una bottiglia del latte vuota, svito il tappo, estrasse una fascetta trasparente tutta arrotolata, la appianò un po’, vi inserì la carta di identità e la consegnò alla guardiamarina che, dopo una smorfia, la porse all’ufficiale che controllò sbrigativamente.
- Non le pare di essere un po’ troppo al largo? – domandò l’ufficiale.
- A occhio e croce, stando tra la falesia e Varazze, sarò ancora entro le sei miglia – fece finta di confondersi Torquato.
- No: secondo il GPS lei è quasi a dieci miglia dalla costa e qui non ci può stare con quel natante di nemmeno quattro metri. Mi mostri le dotazioni di sicurezza: razzi, fumogeni, salvagenti… -
- Non ce l’ho: io navigo sempre sotto costa, non ne ho bisogno –
- E allora cosa ci fa qui? Non ha neanche l’attrezzatura da pesca. Voleva commettere qualche follia? –
- Niente – rispose deglutendo Torquato mentre la guardiamarina sussurrava qualcosa all’orecchio all’ufficiale indicandogli la borsa beige sulla tuga.
- Cos’ha in quella borsa? – domandò con un altro tono, come più gentile, e fu allora che Torquato parve farsi piccolo e fragile, dare la schiena alla pilotina, prenderla delicatamente, estrarre lentamente una scatola di velluto marrone, e quando meno se lo aspettava sentirsi dire – lasci stare, posi pure – e dopo un po’ – lasciamo perdere, mi passi l’ancora e la catena –
- L’ancora? –
- Sì, ha capito bene: ci passi l’ancora –
- Torquato cacciò la mano in un secchio e tirò su l’ancora leggera come se fosse stata fatta di cioccolata –
- Questa? –
- Sì, ci metta anche tutta la catena che ha e me la passi nel secchio –
- Torquato gliela porse, l’ufficiale allungò il braccio, la prese con non poco sforzo e la posò nel pozzetto.
- Quando torna a riva, passi in Capitaneria a riprendersi l’ancora, i suoi documenti e vediamo –
L’ufficiale fece un cenno al timoniere, questi ripartì lentamente e una volta lontano, accelerò facendo rotta verso riva.
Torquato restò solo, si risedette, strizzò il plico con dentro i documenti e attaccò a piangere.
Pianse lacrime dense, come chi piange per la prima volta, fino a non vederci più.
Si pulì gli occhi con la manica e tirò su di naso, poi nascose il viso tra le sue manone e si mise a piangere ancora e ancora.
Infine si fece coraggio, aprì la borsa, prese la scatola e la tenne un po’ tra le mani fino a quando gli venne da piangere di nuovo a lacrimoni.
Sollevò il coperchio, trovò un foglio di istruzioni che lesse anche senza occhiali.
Sotto c’era una placca ovale con nome e data che copriva una borsa in finto tessuto marrone chiusa con un fiocco. L’aprì con le difficoltà di chi ha le dita troppo grosse e tirò fuori un pacco poco più grande di quello della farina ma più o meno con lo stesso peso e consistenza.
Lo tenne tra le mani non sapendo se sbrigarsi o aspettare all’infinito, e dopo un po’ lo adagiò sull’acqua. Per un po’ galleggiò, ma poi la plastica, che plastica non era, si sciolse e andò tutto di sotto. Quale sorpresa quando vide l’acqua diventare prima bianca e brillante, poi man mano che si diluiva, gialla, e infine un enorme palla celeste che sosteneva la barca fino a confondersi col blu del mare; il tutto gli parve uno spettacolo talmente bello che anche se continuava a piangere gli spuntò un sorriso.
Aspettò un po’, pianse ancora, tirò su di naso, si ripulì gli occhi, diede uno strattone alla corda, il motore partì alla prima e ritornò verso riva.
Dopo un po’ gli parve di rivedere la pilotina, non molto lontano, ma abbastanza per essere osservato col binocolo, allora capì la storia dell’ancora, si vergognò e si mise di nuovo a piangere dalla vergogna mentre il vento gli asciugava le lacrime. La pilotina cambiò rotta, accelerò e scomparve lontano, mentre pian piano, apparve un traghetto, una petroliera e infine un peschereccio.
Tornando si sciacquò spesso il viso con l’acqua di mare e per pensare a qualcos’altro, cercò di ricordare prima la signora della macchina fotografica e poi la giovane guardiamarina che con quel caschetto nero era proprio molto carina, troppo, troppo anche per farci solo un pensiero.
Giunse in spiaggia sereno, legò la barca al solito gavitello, andò a prendere il carrello cercando con lo sguardo se vedeva la signora di prima; tornò col carrello guardandosi intorno preoccupato e deluso, caricò la barca e come se fosse stato un giocattolo, superò la china e lo trascinò fino al suo posto. Tornò in spiaggia, diede un’occhiata ma poi s’incammino verso la Capitaneria di Porto dove trovò solo la Guardiamarina che le fece una smorfia di comprensione, gli restituì i documenti, gli disse che per quella volta l’ufficiale chiudeva un occhio ma di non fare mai più una cosa del genere e gli mostrò il secchio con l’ancora in un angolo.
Torquato lo sollevò come se niente fosse, si scusò, ringraziò e uscì, tornò in spiaggia dove camminò avanti e indietro cercando la signora e immaginandosi di trovarla, di spiegarle tutto, che lei avrebbe capito e che l’avrebbe invitata a cena in un posto che si mangia bene ma si spende poco, però pulito e carino.
Non la vide, né camminando fino al faro né fino alla frana, perciò si arrese, tornò dalla macchina e quando fece per aprirla, si accorse di avere ancora in mano il secchio con l’ancora e la catena.
Mise tutto nel bagagliaio, partì, andò a casa e cenò da solo una cosa riscaldata che si sarebbe vergognato di offrire a chiunque.
Da allora, Torquato, ogni volta che parte o torna con la barca, dà un’occhiata in spiaggia e allunga anche il collo per vedere se trova quella signora con la macchina fotografica di cui ricorda il colore delle sopracciglia e i fianchi fatti di pasta per il pane.
 
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