Carcarlo
Well-known member
NONE SISTE
Lontano da tutto
E’ bianca e lunga otto metri.
Un paio di cime la tengono ormeggiata al pontile.
Ne tiro una, l’avvicino a me, faccio un salto e sono dentro.
Do un’occhiata veloce che sia tutto a posto.
Sollevo l’anta del boccaporto e vado sottocoperta.
Anche qui tutto a posto, d’altronde, non c’è nulla che possa non andarci.
Guardo il vano motore che dà a poppa, collego la batteria, controllo che il voltmetro stia sui 13V, apro il rubinetto della benzina, tiro lo starter, avvio il motorino di avviamento, qualche giro, il motore parte, aspetto che smetta di sussultare, e come se fossi un’infermiera che aspetta che il paziente smetta di espettorare, piano piano rimetto lo starter a posto; esco a poppa, controllo lo scarico, vedo l’acqua uscire a singulti dallo scarico a dritta, so che tutto è a posto e non devo fare altro che aspettare che il motore si scaldi un pochino.
Vado a prua e mollo la cima che tiene la barca ancorata alla catenaria che scorre sul fondale del porto.
Torno al timone e mollo anche le altre due cime che tenevano la barca legata al pontile e adesso siamo liberi.
Spingo in avanti la leva che ingrana l’elica e sento la leggera spinta all’indietro della barca che si muove in avanti al minimo, giro la barra del timone a sinistra, la barca vira a destra, trovo il canale di transito libero e accelero leggermente, appena il giusto per prendere l’abbrivio e che sia io col timone a governare la barca, non il vento o la corrente.
Giro tra i canali secondari fino a imboccare quello principale dove viro di nuovo a destra, mi tengo la diga a sinistra fino a quando finisce, proseguo ancora una cinquantina di metri, viro a sinistra e blocco il timone con la cimetta.
Mentre la barca va da sola verso il largo e mi sfrego le mani per scaldarle - che tra un po’ dovranno lavorare – alzo in alto lo sguardo fissando la banderuola in cima all’albero che indica maestrale, il vento secco proveniente da nord ovest.
- Se domani non dovessi lavorare, in cinque o sei ore sarei in Corsica - penso tra me e me.
Stacco il ragno, ovvero l’insieme di ganci e corde che fissano il copriranda e getto tutto sottocoperta, lasciando scoperta la randa (la vela triangolare che sta in mezzo alla barca) ancora raccolta e piegata sul boma (la traversa che la guida longitudinalmente).
Regolo la scotta della randa a metà, in modo da centrare bene il boma rispetto alla barca.
Allento il vang, ovvero la cima che tende il boma verso il basso in modo che possa essere facilmente issato, e alzo un po’ l’amantiglio, cioè la cima opposta al vang, quella che aiuta ad alzare il boma.
Tiro su la drizza, la cima annodata alla bugna della penna, cioè l’occhiello sulla sommità della randa, e la isso su su fino ad arrivare in cima. A volte si impiglia la drizza, a volte la ralinga nell’inferitura dell’albero, ma questa volta fila tutto liscio, perciò devo solo fare forza, tirare ancora un po’, alzare lo sguardo, vedere la bugna bella in alto, e cazzare la cima: la randa è aperta, tesa verticalmente e prende il vento da prua.
Viro leggermente e man mano che mi sposto prendendo il vento sempre più di fianco, allento la scotta della randa in modo che questa ruoti come la banderuola e non offrendo resistenza, resti lì, inerte, inutile e mi dia tempo di agire.
Spengo il motore, che non va bene avere due galli in un pollaio.
Tendo il tesabase, così la randa viene tesa anche sulla base, orizzontalmente, verso la poppa; tiro anche il cunningham, così tendo la vela orizzontalmente anche verso la prua, regolo il vang leggermente verso il basso, lascio l’amatiglio lasco (perché o tiro verso il basso o verso l’alto, no?) e centro di nuovo la scotta di randa, così allineo la randa alla barca e il vento porta la prua perfettamente controvento.
Intanto la barca sta ferma, sballotta un po’ in balia della corrente e di qualche raffica raminga.
Srotolo il fiocco, la vela triangolare di prua, mollo la cima di destra e cazzo quella di sinistra in modo da tirarmelo da quella parte, che la sua base segua la linea della barca, prenda il vento e si gonfi.
Come la barca sente il vento nel fiocco, vira leggermente a sinistra, allora allento un po’ la scotta di randa in modo che anche quest’ultima si orienti verso il vento, ma non troppo: obiettivo è che man mano che il vento passa tra la randa e il fiocco, trovi una sezione sempre più stretta in modo da che la riduzione della sua velocità diventi pressione sulle vele, spinta sullo scafo e per la magia dei vettori, faccia procedere la barca in avanti, contro vento.
Come la barca prende l’abbrivio, vedi che si lascia dietro la scia, la schiuma, l’acqua sbatte contro lo scafo che ti sembra di aprire una bottiglia d’acqua gasata dietro l’altra.
Man mano che la barca prende velocità, ruota sempre più a sinistra, a favore del vento e perciò io mi sposto a destra per controbilanciare e davanti a me e mi godo l’immenso bianco della randa attraversato dai raggi del sole.
Do una breve occhiata alla mia sinistra, all'indietro, e vedo il porto di Chiavari allontanarsi dietro di me, e Lavagna, Cavi e Sestri Levante ancora più lontane, mentre Zoagli, Rapallo, Santa Margherita e Portofino non sono ancora vicine.
Lontano da tutto
E’ bianca e lunga otto metri.
Un paio di cime la tengono ormeggiata al pontile.
Ne tiro una, l’avvicino a me, faccio un salto e sono dentro.
Do un’occhiata veloce che sia tutto a posto.
Sollevo l’anta del boccaporto e vado sottocoperta.
Anche qui tutto a posto, d’altronde, non c’è nulla che possa non andarci.
Guardo il vano motore che dà a poppa, collego la batteria, controllo che il voltmetro stia sui 13V, apro il rubinetto della benzina, tiro lo starter, avvio il motorino di avviamento, qualche giro, il motore parte, aspetto che smetta di sussultare, e come se fossi un’infermiera che aspetta che il paziente smetta di espettorare, piano piano rimetto lo starter a posto; esco a poppa, controllo lo scarico, vedo l’acqua uscire a singulti dallo scarico a dritta, so che tutto è a posto e non devo fare altro che aspettare che il motore si scaldi un pochino.
Vado a prua e mollo la cima che tiene la barca ancorata alla catenaria che scorre sul fondale del porto.
Torno al timone e mollo anche le altre due cime che tenevano la barca legata al pontile e adesso siamo liberi.
Spingo in avanti la leva che ingrana l’elica e sento la leggera spinta all’indietro della barca che si muove in avanti al minimo, giro la barra del timone a sinistra, la barca vira a destra, trovo il canale di transito libero e accelero leggermente, appena il giusto per prendere l’abbrivio e che sia io col timone a governare la barca, non il vento o la corrente.
Giro tra i canali secondari fino a imboccare quello principale dove viro di nuovo a destra, mi tengo la diga a sinistra fino a quando finisce, proseguo ancora una cinquantina di metri, viro a sinistra e blocco il timone con la cimetta.
Mentre la barca va da sola verso il largo e mi sfrego le mani per scaldarle - che tra un po’ dovranno lavorare – alzo in alto lo sguardo fissando la banderuola in cima all’albero che indica maestrale, il vento secco proveniente da nord ovest.
- Se domani non dovessi lavorare, in cinque o sei ore sarei in Corsica - penso tra me e me.
Stacco il ragno, ovvero l’insieme di ganci e corde che fissano il copriranda e getto tutto sottocoperta, lasciando scoperta la randa (la vela triangolare che sta in mezzo alla barca) ancora raccolta e piegata sul boma (la traversa che la guida longitudinalmente).
Regolo la scotta della randa a metà, in modo da centrare bene il boma rispetto alla barca.
Allento il vang, ovvero la cima che tende il boma verso il basso in modo che possa essere facilmente issato, e alzo un po’ l’amantiglio, cioè la cima opposta al vang, quella che aiuta ad alzare il boma.
Tiro su la drizza, la cima annodata alla bugna della penna, cioè l’occhiello sulla sommità della randa, e la isso su su fino ad arrivare in cima. A volte si impiglia la drizza, a volte la ralinga nell’inferitura dell’albero, ma questa volta fila tutto liscio, perciò devo solo fare forza, tirare ancora un po’, alzare lo sguardo, vedere la bugna bella in alto, e cazzare la cima: la randa è aperta, tesa verticalmente e prende il vento da prua.
Viro leggermente e man mano che mi sposto prendendo il vento sempre più di fianco, allento la scotta della randa in modo che questa ruoti come la banderuola e non offrendo resistenza, resti lì, inerte, inutile e mi dia tempo di agire.
Spengo il motore, che non va bene avere due galli in un pollaio.
Tendo il tesabase, così la randa viene tesa anche sulla base, orizzontalmente, verso la poppa; tiro anche il cunningham, così tendo la vela orizzontalmente anche verso la prua, regolo il vang leggermente verso il basso, lascio l’amatiglio lasco (perché o tiro verso il basso o verso l’alto, no?) e centro di nuovo la scotta di randa, così allineo la randa alla barca e il vento porta la prua perfettamente controvento.
Intanto la barca sta ferma, sballotta un po’ in balia della corrente e di qualche raffica raminga.
Srotolo il fiocco, la vela triangolare di prua, mollo la cima di destra e cazzo quella di sinistra in modo da tirarmelo da quella parte, che la sua base segua la linea della barca, prenda il vento e si gonfi.
Come la barca sente il vento nel fiocco, vira leggermente a sinistra, allora allento un po’ la scotta di randa in modo che anche quest’ultima si orienti verso il vento, ma non troppo: obiettivo è che man mano che il vento passa tra la randa e il fiocco, trovi una sezione sempre più stretta in modo da che la riduzione della sua velocità diventi pressione sulle vele, spinta sullo scafo e per la magia dei vettori, faccia procedere la barca in avanti, contro vento.
Come la barca prende l’abbrivio, vedi che si lascia dietro la scia, la schiuma, l’acqua sbatte contro lo scafo che ti sembra di aprire una bottiglia d’acqua gasata dietro l’altra.
Man mano che la barca prende velocità, ruota sempre più a sinistra, a favore del vento e perciò io mi sposto a destra per controbilanciare e davanti a me e mi godo l’immenso bianco della randa attraversato dai raggi del sole.
Do una breve occhiata alla mia sinistra, all'indietro, e vedo il porto di Chiavari allontanarsi dietro di me, e Lavagna, Cavi e Sestri Levante ancora più lontane, mentre Zoagli, Rapallo, Santa Margherita e Portofino non sono ancora vicine.