None esiste

Carcarlo

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Il relitto

Siete mai andati in Sardegna in traghetto?
E allora sapete cos’è il mare aperto, ma all’interno di un condominio pieno di gente e di cani, dove leggere un libro o pensare è impossibile.
Ora immaginatevi il mare aperto, a trenta, cinquanta ma anche cento o più chilometri dalla costa, a metà strada tra la Sardegna e le Baleari, con tremila metri d’acqua sotto ai piedi, da soli e su un guscio di vetroresina spesso 7 millimetri.
Ecco, lì, quando uno dice che non c’è nessuno, è perché veramente non c’è niente, ma niente niente, perché ci siete solo voi, come una piccola particella di polvere galleggiante sospesa tra il cielo e il mare.
Cioè, forse non mi sono spiegato: non vedete proprio nessuno, nessuno, nessuno e quando uno non vede nessuno per giorni e giorni, e l’unica cosa che vede è il mare che è uguale in tutte le direzioni, si perde la cognizione dello spazio: a quel punto, essere al largo di Ponza o vicino alle Galapagos, fa poca differenza. E anche il tempo ti gioca dei brutti scherzi, perché se dopo qualche giorno è indifferente che sia martedì o sabato, o se stai facendo colazione col pesce in latta o cenando latte e biscotti, a un certo punto fa anche lo stesso che sia il secolo XXI o il neolitico.
Il mio istruttore ce lo ricordava sempre: negli ultimi diecimila anni, la terra è cambiata tutta e ovunque voi siate, potete chiedere aiuto, ma il mare è rimasto lo stesso, e ovunque voi siate, sarete soli.
Ecco, se non avete mai sperimentato questa sensazione, quella di essere lontano da tutto e da tutti, sia nello spazio che nel tempo, che nessuno lo sappia e che se vi capita qualcosa al massimo trovano un relitto vuoto alla deriva, non potete capire cosa sia la solitudine, perché appunto, la solitudine non è altro che quello: essere un relitto alla deriva.
Al confronto, stare da soli in cima a una montagna, è la folla.
- E perché ci vai? – a volte sentivo una vocina che me lo domandava.
Durante un tempo ci andai pensando che solo il niente intorno mi facesse stare veramente bene, che io non ero come quelli che appena affittano un pedalò per mezzora gli viene già la crisi di panico e gli attacchi di agorafobia, no. Ma queste erano impressioni, in realtà non c’era nulla di oggettivo. Poi un giorno mi accadde per davvero una cosa che vi vado a raccontare e la vocina non me lo domandò più.

Una volta ero al largo da una settimana, forse da dieci giorni senza vedere né sentire nessuno, e non importa dove, anzi, preferisco non dirlo proprio, che vedo qualcosa nuotare in superficie.
Il primo pensiero fu quello di un delfino.
- Una stenella! Forse un tursiope!! – mi dissi eccitato e modificai leggermente la rotta per intercettarne la sua.
Man mano che mi avvicinavo e scorgevo meglio la sua sagoma, ebbi la conferma che doveva essere un delfino perché pareva muovere la schiena in su e in giù, non a destra e a sinistra come i pesci, ma, stranamente, il moto della testa non era perfettamente preciso e rettilineo, perciò non capivo cosa potesse essere.
Quando mi avvicinai ancor di più e potei vedere chiaramente, scoprii che era un naufrago che nuotava.
La prima reazione, com’è ovvio, fu di correre in suo aiuto, perciò strinsi il fiocco per accelerare e gettai l’occhio sul salvagente per controllare che fosse al suo posto con la cima.
Ero ancora lontano per farmi sentire, ma gridai lo stesso, purtroppo il naufrago non mi sentiva e continuava a nuotare con bracciate forti e vigorose, che se non fosse stato per la lunga chioma, avrei pensato di vedere la finale dei 400 stile libero.
- Ma in effetti…ma che ci fa sto capellone in mezzo al mare a nuotare come se fosse in piscina? – mi domandai, e poi ripresi a gridare – ehi! Ehi! –
Alla fine riuscii a farmi sentire, il naufrago si fermò di scatto, si voltò verso di me e mi guardò incuriosito.
Io non so se a voi è mai capitato di pensare due cose allo stesso tempo, è una cosa un po’ disturbante perché è come se nella vostra testa ci sia anche un altro, e infatti mi ricordo quel preciso istante in cui, mentre mi domandavo per quale motivo il naufrago mi fissasse senza chiedere aiuto, senza urlare di gioia al vedermi, qualcun altro pensò al posto mio - ma questa è una donna! –
- Tieni! Presto! – urlai lanciandole il salvagente che lei osservò distaccata piombarle a un metro dal naso.
- Tieni! Prendi! – insistetti io vedendo che non faceva nulla per prenderlo e nemmeno mi rispondeva.
- Perché? – mi domandò allora lei.
- Ma come perché? – domandai io che era evidente che le era successo qualcosa e le aveva dato di volta il cervello – ma cosa ti è successo? –
- Nulla – ribatté tranquilla.
- Mai siete naufragati? Ci sono altri superstiti? –
- No, no, niente di tutto questo –
- Ma allora cosa ci fai qui in mezzo al mare? –
- Mi faccio una nuotata –
- Ma come una nuotata? – domandai io – che non c’è una barca all’orizzonte! –
- Infatti, ti ho detto che sto facendo una nuotata, non sono venuta in barca –
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Carcarlo

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Fu in quell’istante che mentre le mie mani restarono inermi e sospese, il mio cervello fece tutto da solo e notò che le mancava la parte superiore del costume, che doveva portare una terza coppa larga, che è normale che quando una si sente libera nuoti liberamente, che avrei dovuto voltarmi immediatamente per non metterla in imbarazzo, ma la situazione era talmente assurda che tutto ciò non importava nulla e dovevo capire cosa le fosse successo.
- Aggrappati – dissi quasi scandendo le sillabe e indicandole il salvagente – sali a bordo –
- Grazie, davvero – rispose lei serena – tutto a posto: mi sto solo facendo una nuotata al largo –
- Sta qui è più matta di me – pensai – una così devo conoscerla per forza –
- Va bene, ma sali un attimo. Beviti qualcosa. Riposati un po’, sarà tanto che nuoti –
- Eh sì, parecchio – rispose senza accennare a salire o aggrapparsi al salvagente.
Io, dico la verità, a un certo punto mi caddero gli occhi e le fissai le tette: scusate, ma dopo un po’ fu inevitabile perché mica stava con l’acqua al mento, anzi, come una che fa nuoto sincronizzato stava quasi con mezzo busto fuori e, insomma, mettetevi nei miei panni, no?
Ma riuscii a distogliere il pensiero oltre che lo sguardo da questa cosa qui (anzi, da queste cose qui) e tornai a insistere che davvero, non poteva non salire un po’ a bordo a riposarsi, non esisteva che trovavo qualcuno in mezzo al mare e ce lo lasciavo, insomma, non ero mica l’ex ministro degli interni! Perciò le porsi un asciugamano per coprirsi se voleva salire, e lo giuro, avrei saputo comportarmi da cavaliere.
- Tranquillo, davvero – insistette lei scrollando la testa a far di no – anzi, se non hai bisogno di nulla tu, io continuerei –
- No – pensai io che mi sentivo come l’Apollo del Bernini quando gli scappa via Dafne tra le mani.
- No! Sei libera, felice e bella: non puoi andare via – avrei voluto dirle mentre restavo lì come un pesce lesso.
- Ciao, allora. Buon vento – riprese sbrigativa lei di fronte al mio silenzio
- Ciao, ciao – risposi io con la voce che mi moriva in gola, e mentre pensai che l’unica cosa saggia era seguire da lontano quella matta, lei si diede una spinta verso l’alto fino a far spuntare l’ombelico dall’acqua, s’incurvo verso il basso e quando pensai che mi avrebbe salutato mostrandomi le chiappe, scoprii che sì, che le forme erano quelle ma coperte di squame tra il turchese e il verde acqua.
Fu un attimo, avrei voluto gridare ma lei non emerse più.
Iniziai a guardarmi intorno agitato, quasi impaurito, a guardare verso il fondo, poi di nuovo intorno, poi ancora verso il basso, le mani ai capelli ma niente, nulla: ero di nuovo da solo.
Istintivamente premetti il tasto del GPS satellitare per memorizzare quell’esatta posizione, come se fosse la cosa più importante del mondo.
Poi rimasi ancora lì, e ancora ad aspettare che lei ricomparisse, che riemergesse, per poterle parlare.
Il tempo passò lento come una tortura, arrivò la notte e vidi solo la luna e le stelle, e il giorno dopo, all’alba, spuntò il sole che mi bruciava la pelle coperta di sale.
Aspettai ancora parecchie ore, ma stare soli, fermi, sotto al sole cocente era terribile, perciò per prima volta in vita mia sentii il bisogno di tornare a terra,a casa.
Navigai tutto il giorno e tutta la notte fino a quando all’alba vidi i bagliori inconfondibili della Lanterna.
Dopo qualche ora ero in porto con la barca perfettamente ormeggiata e senza nemmeno farmi una doccia, salii in macchina e presi la strada di casa, su verso l’Appennino. Curve e curve e dopo un po’ un raro rettilineo, accelero e vedo un ciclista che procede nella mia stessa direzione. Io, scusate, ma a me i ciclisti mi fanno un po’ senso: alti, magri, dinoccolati, che si muovono strani, mi sembrano delle mantidi religiose con le gambe pelose e mi fanno venire i brividi da quanto son brutti. Ma questo no, era più basso e aveva forme diverse, come se avesse i fianchi curvi e sotto un po’ più largo e rotondo del solito…e infatti era una donna che pedalava decisa, veloce anche se in leggera salita.
- Anche lei libera, felice e bella – pensai, e d’istinto rallentai per non sorpassarla subito, anzi, per un attimo l’ammirai, e allora decisi che questa volta dovevo dirglielo, non mi sarebbe scappata, magari potevo risparmiarmi che era bella perché non c’era confidenza, ma libera e felice sì, dai, perché non dirglielo?
- Ciao! Sei libera e felice sai? Mi piacerebbe conoscerti: devi essere una persona speciale - non è un bel complimento, un modo per iniziare una conversazione con una ragazza?
Allora rallentai ancora un po’ fino andare quasi al suo passo, abbassai il finestrino destro e quando l’affiancai, lei alzò la testa, si voltò dalla mia parte e mi guardò rabbiosa che mi guardai bene dall’aprire bocca, perciò alzai il finestrino e me la lasciai alle spalle. In effetti, a terra, la gente non è come in mare e a volte me lo dimentico.
A casa, per prima cosa, mi segnai il punto nave sulla carta nautica, mi feci una doccia gelata e tornai a guardare quel puntino per ore.
Da allora, ogni volta che ho almeno due giorni di tempo, navigo un giorno e una notte per tornare il quel preciso punto lì.
La prima volta, arrivatoci, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno, la chiamai.
- Sirena! Sirena!! – ma mi moriva la voce in gola, quasi mi vergognavo a chiamarla così.
- Signora! Signora!! – provai a urlare, e quello in effetti mi venne più naturale.
- Signora! Signora!! – insistetti, ma niente.
Allora controllai che non ci fosse nessuno, nè barche all’orizzonte né aerei in cielo, dispiegai la scaletta, per sicurezza gettai una cima in acqua legata all’albero e mi tuffai gridando aiuto, che annegavo, nella speranza che mi sentisse e arrivasse a salvarmi. Ma non accadde nulla e perciò pensai di essere stato sfortunato.
Da allora tornai sempre in quel preciso punto e iniziai a perlustrare la zona muovendomi a spirale, come se cercassi un sub disperso.
A volte mi rituffo in acqua, mi aggrappo alla cima di sicurezza e grido aiuto! Aiuto!! mentre la mia barca, il mio relitto, se ne va da sola alla deriva.
 
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