---------->
Fu in quell’istante che mentre le mie mani restarono inermi e sospese, il mio cervello fece tutto da solo e notò che le mancava la parte superiore del costume, che doveva portare una terza coppa larga, che è normale che quando una si sente libera nuoti liberamente, che avrei dovuto voltarmi immediatamente per non metterla in imbarazzo, ma la situazione era talmente assurda che tutto ciò non importava nulla e dovevo capire cosa le fosse successo.
- Aggrappati – dissi quasi scandendo le sillabe e indicandole il salvagente – sali a bordo –
- Grazie, davvero – rispose lei serena – tutto a posto: mi sto solo facendo una nuotata al largo –
- Sta qui è più matta di me – pensai – una così devo conoscerla per forza –
- Va bene, ma sali un attimo. Beviti qualcosa. Riposati un po’, sarà tanto che nuoti –
- Eh sì, parecchio – rispose senza accennare a salire o aggrapparsi al salvagente.
Io, dico la verità , a un certo punto mi caddero gli occhi e le fissai le tette: scusate, ma dopo un po’ fu inevitabile perché mica stava con l’acqua al mento, anzi, come una che fa nuoto sincronizzato stava quasi con mezzo busto fuori e, insomma, mettetevi nei miei panni, no?
Ma riuscii a distogliere il pensiero oltre che lo sguardo da questa cosa qui (anzi, da queste cose qui) e tornai a insistere che davvero, non poteva non salire un po’ a bordo a riposarsi, non esisteva che trovavo qualcuno in mezzo al mare e ce lo lasciavo, insomma, non ero mica l’ex ministro degli interni! Perciò le porsi un asciugamano per coprirsi se voleva salire, e lo giuro, avrei saputo comportarmi da cavaliere.
- Tranquillo, davvero – insistette lei scrollando la testa a far di no – anzi, se non hai bisogno di nulla tu, io continuerei –
- No – pensai io che mi sentivo come l’Apollo del Bernini quando gli scappa via Dafne tra le mani.
- No! Sei libera, felice e bella: non puoi andare via – avrei voluto dirle mentre restavo lì come un pesce lesso.
- Ciao, allora. Buon vento – riprese sbrigativa lei di fronte al mio silenzio
- Ciao, ciao – risposi io con la voce che mi moriva in gola, e mentre pensai che l’unica cosa saggia era seguire da lontano quella matta, lei si diede una spinta verso l’alto fino a far spuntare l’ombelico dall’acqua, s’incurvo verso il basso e quando pensai che mi avrebbe salutato mostrandomi le chiappe, scoprii che sì, che le forme erano quelle ma coperte di squame tra il turchese e il verde acqua.
Fu un attimo, avrei voluto gridare ma lei non emerse più.
Iniziai a guardarmi intorno agitato, quasi impaurito, a guardare verso il fondo, poi di nuovo intorno, poi ancora verso il basso, le mani ai capelli ma niente, nulla: ero di nuovo da solo.
Istintivamente premetti il tasto del GPS satellitare per memorizzare quell’esatta posizione, come se fosse la cosa più importante del mondo.
Poi rimasi ancora lì, e ancora ad aspettare che lei ricomparisse, che riemergesse, per poterle parlare.
Il tempo passò lento come una tortura, arrivò la notte e vidi solo la luna e le stelle, e il giorno dopo, all’alba, spuntò il sole che mi bruciava la pelle coperta di sale.
Aspettai ancora parecchie ore, ma stare soli, fermi, sotto al sole cocente era terribile, perciò per prima volta in vita mia sentii il bisogno di tornare a terra,a casa.
Navigai tutto il giorno e tutta la notte fino a quando all’alba vidi i bagliori inconfondibili della Lanterna.
Dopo qualche ora ero in porto con la barca perfettamente ormeggiata e senza nemmeno farmi una doccia, salii in macchina e presi la strada di casa, su verso l’Appennino. Curve e curve e dopo un po’ un raro rettilineo, accelero e vedo un ciclista che procede nella mia stessa direzione. Io, scusate, ma a me i ciclisti mi fanno un po’ senso: alti, magri, dinoccolati, che si muovono strani, mi sembrano delle mantidi religiose con le gambe pelose e mi fanno venire i brividi da quanto son brutti. Ma questo no, era più basso e aveva forme diverse, come se avesse i fianchi curvi e sotto un po’ più largo e rotondo del solito…e infatti era una donna che pedalava decisa, veloce anche se in leggera salita.
- Anche lei libera, felice e bella – pensai, e d’istinto rallentai per non sorpassarla subito, anzi, per un attimo l’ammirai, e allora decisi che questa volta dovevo dirglielo, non mi sarebbe scappata, magari potevo risparmiarmi che era bella perché non c’era confidenza, ma libera e felice sì, dai, perché non dirglielo?
- Ciao! Sei libera e felice sai? Mi piacerebbe conoscerti: devi essere una persona speciale - non è un bel complimento, un modo per iniziare una conversazione con una ragazza?
Allora rallentai ancora un po’ fino andare quasi al suo passo, abbassai il finestrino destro e quando l’affiancai, lei alzò la testa, si voltò dalla mia parte e mi guardò rabbiosa che mi guardai bene dall’aprire bocca, perciò alzai il finestrino e me la lasciai alle spalle. In effetti, a terra, la gente non è come in mare e a volte me lo dimentico.
A casa, per prima cosa, mi segnai il punto nave sulla carta nautica, mi feci una doccia gelata e tornai a guardare quel puntino per ore.
Da allora, ogni volta che ho almeno due giorni di tempo, navigo un giorno e una notte per tornare il quel preciso punto lì.
La prima volta, arrivatoci, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno, la chiamai.
- Sirena! Sirena!! – ma mi moriva la voce in gola, quasi mi vergognavo a chiamarla così.
- Signora! Signora!! – provai a urlare, e quello in effetti mi venne più naturale.
- Signora! Signora!! – insistetti, ma niente.
Allora controllai che non ci fosse nessuno, nè barche all’orizzonte né aerei in cielo, dispiegai la scaletta, per sicurezza gettai una cima in acqua legata all’albero e mi tuffai gridando aiuto, che annegavo, nella speranza che mi sentisse e arrivasse a salvarmi. Ma non accadde nulla e perciò pensai di essere stato sfortunato.
Da allora tornai sempre in quel preciso punto e iniziai a perlustrare la zona muovendomi a spirale, come se cercassi un sub disperso.
A volte mi rituffo in acqua, mi aggrappo alla cima di sicurezza e grido aiuto! Aiuto!! mentre la mia barca, il mio relitto, se ne va da sola alla deriva.