lettore marcovaldo
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Questo libro ricostruisce la storia delle comunità create in Sudamerica dai gesuiti tra il 1600 e il 1700 nei territori spagnoli tra Paraguay e Uruguay
Una prima parte del libro contestualizza le ragioni della creazione di queste missioni e descrive la loro organizzazione.
Una seconda parte contiene alcune lettere di missionari del tempo che raccontano ad amici e parenti i viaggi per giungere alla meta assegnata dall'ordine. I loro resoconti ospitano molte informazioni sulla vita quotidiana delle missioni e sui luoghi che le circondavano.
Le missioni nacquero essenzialmente per ragioni religiose ossia l'evangelizzazione degli indigeni e per ragioni politico-militari.
La loro collocazione era strategica per opporsi all'espansione della colonia portoghese del Brasile. In quella zona remota la corona di Spagna, dopo un lungo lavoro diplomatico dei Gesuiti, aveva acconsentito ad affidare la difesa dei territori alle Reducciones (così erano chiamate le missioni).
Gli indigeni guidati dai missionari ottenevano armi e supporto per opporsi alle incursioni degli esploratori e cacciatori di schiavi brasiliani (a dire il vero il rischio di asservimento arrivava in parte anche dei coloni spagnoli). Allo stesso tempo il governo spagnolo poteva contare su alleati fedeli e motivati. Utili occasionalmente anche a tenere a bada sudditi ribelli.
Le missioni nascevano quindi come modello basato su una eccezione rispetto al contesto circostante: i missionari gesuiti rispondevano direttamente al Papa e dovevano solo "informare regolarmente" il vescovo delle loro attività. Tutto sotto il beneplacito della Corona. I coloni spagnoli erano tenuti a debita distanza e il potere civile locale non aveva controllo su di loro.
La situazione cambiò radicalmente di fronte al mutamento della politica di Madrid. A metà del settecento fu trovato un accordo sui confini con il Portogallo e vinsero le pressioni dei coloni spagnoli che vedevano nelle missioni un ostacolo allo sfruttamento degli indigeni e in alcuni casi un concorrente economico. I gesuiti furono allontanati e l'intero ordine messo sotto accusa. Poco dopo le comunità vennero travolte e disperse.
Delle tante voci che sono riportate manca quella degli indigeni: come sottolinea l'autore sul loro pensiero abbiamo solo indizi e deduzioni.
La loro quotidianità, prima dell'ingresso nelle missioni, somigliava a quelle degli indiani nordamericani delle pianure: nel periodo descritto vivevano in accampamenti semistanziali e l'uso del cavallo era ampiamente diffuso.
L'arrivo degl europei ne aveva cambiato la vita non solo tramite l'introduzione del cavallo ma anche con quella del bestiame. Negli anni in certe aree si erano formate enormi mandrie di animali bradi che erano diventate una delle principale risorse della loro alimentazione.
Gli indigeni dimostravano una notevole propensione per la musica. Una chiave di contatto indentificata dai Gesuiti come una delle principali per stabilire un ponte tra la loro cultura europea (austriaca, spagnola, italiana) e quella locale. Possedevano anche una grande capacità artigiana che all'interno delle missioni si manifestava nella produzione di arredi sacri, strumenti musicali, quadri e statuaria di cui ci sono molte tracce nei musei locali e in alcuni aspetti della cultura materiale odierna.
Infatti ancora oggi in quelle zone c'è un artigianato dedito alla costruzione di strumenti musicali a corda e una tradizione di musica Barocca divulgata tramite alcune manifestazioni.
Il rapporto tra gli indigeni e i missionari mostrava anche aspetti controversi: da un lato i gesuiti avevano atteggiamenti piuttosto paternalistici ed esigenti. Dall'altro gli indigeni, secondo le parole dei missionari, a volte si mostravano negligenti, poco disciplinati e disorganizzati.
Credo che quell'equilibrio si mantenesse soprattutto sul fatto che consideravano le pretese dei missionari un prezzo conveniente da pagare a quelle "strane creature" venute dall'altra parte del mondo: bene intenzionate ma molto lontane dalla loro mentalità.
In fondo prima di tutto essi offrivano i mezzi per difendersi dai loro nemici. Una speranza di salvezza che arrivava da una parte di quello stesso mondo che voleva distruggerli.
Libro abbastanza scorrevole che ho trovato estremamente interessante per la descrizione di comunità scomparse e immerse in un mondo anch'esso profondamente trasformato. Contiene alcune fotografie e mappe.
Una prima parte del libro contestualizza le ragioni della creazione di queste missioni e descrive la loro organizzazione.
Una seconda parte contiene alcune lettere di missionari del tempo che raccontano ad amici e parenti i viaggi per giungere alla meta assegnata dall'ordine. I loro resoconti ospitano molte informazioni sulla vita quotidiana delle missioni e sui luoghi che le circondavano.
Le missioni nacquero essenzialmente per ragioni religiose ossia l'evangelizzazione degli indigeni e per ragioni politico-militari.
La loro collocazione era strategica per opporsi all'espansione della colonia portoghese del Brasile. In quella zona remota la corona di Spagna, dopo un lungo lavoro diplomatico dei Gesuiti, aveva acconsentito ad affidare la difesa dei territori alle Reducciones (così erano chiamate le missioni).
Gli indigeni guidati dai missionari ottenevano armi e supporto per opporsi alle incursioni degli esploratori e cacciatori di schiavi brasiliani (a dire il vero il rischio di asservimento arrivava in parte anche dei coloni spagnoli). Allo stesso tempo il governo spagnolo poteva contare su alleati fedeli e motivati. Utili occasionalmente anche a tenere a bada sudditi ribelli.
Le missioni nascevano quindi come modello basato su una eccezione rispetto al contesto circostante: i missionari gesuiti rispondevano direttamente al Papa e dovevano solo "informare regolarmente" il vescovo delle loro attività. Tutto sotto il beneplacito della Corona. I coloni spagnoli erano tenuti a debita distanza e il potere civile locale non aveva controllo su di loro.
La situazione cambiò radicalmente di fronte al mutamento della politica di Madrid. A metà del settecento fu trovato un accordo sui confini con il Portogallo e vinsero le pressioni dei coloni spagnoli che vedevano nelle missioni un ostacolo allo sfruttamento degli indigeni e in alcuni casi un concorrente economico. I gesuiti furono allontanati e l'intero ordine messo sotto accusa. Poco dopo le comunità vennero travolte e disperse.
Delle tante voci che sono riportate manca quella degli indigeni: come sottolinea l'autore sul loro pensiero abbiamo solo indizi e deduzioni.
La loro quotidianità, prima dell'ingresso nelle missioni, somigliava a quelle degli indiani nordamericani delle pianure: nel periodo descritto vivevano in accampamenti semistanziali e l'uso del cavallo era ampiamente diffuso.
L'arrivo degl europei ne aveva cambiato la vita non solo tramite l'introduzione del cavallo ma anche con quella del bestiame. Negli anni in certe aree si erano formate enormi mandrie di animali bradi che erano diventate una delle principale risorse della loro alimentazione.
Gli indigeni dimostravano una notevole propensione per la musica. Una chiave di contatto indentificata dai Gesuiti come una delle principali per stabilire un ponte tra la loro cultura europea (austriaca, spagnola, italiana) e quella locale. Possedevano anche una grande capacità artigiana che all'interno delle missioni si manifestava nella produzione di arredi sacri, strumenti musicali, quadri e statuaria di cui ci sono molte tracce nei musei locali e in alcuni aspetti della cultura materiale odierna.
Infatti ancora oggi in quelle zone c'è un artigianato dedito alla costruzione di strumenti musicali a corda e una tradizione di musica Barocca divulgata tramite alcune manifestazioni.
Il rapporto tra gli indigeni e i missionari mostrava anche aspetti controversi: da un lato i gesuiti avevano atteggiamenti piuttosto paternalistici ed esigenti. Dall'altro gli indigeni, secondo le parole dei missionari, a volte si mostravano negligenti, poco disciplinati e disorganizzati.
Credo che quell'equilibrio si mantenesse soprattutto sul fatto che consideravano le pretese dei missionari un prezzo conveniente da pagare a quelle "strane creature" venute dall'altra parte del mondo: bene intenzionate ma molto lontane dalla loro mentalità.
In fondo prima di tutto essi offrivano i mezzi per difendersi dai loro nemici. Una speranza di salvezza che arrivava da una parte di quello stesso mondo che voleva distruggerli.
Libro abbastanza scorrevole che ho trovato estremamente interessante per la descrizione di comunità scomparse e immerse in un mondo anch'esso profondamente trasformato. Contiene alcune fotografie e mappe.