Espressioni dialettali in italiano

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Da noi c'è un termine dialettale che in italiano è intraducibile o meglio può essere tradotto con parole diverse a seconda dei contesti, ma che è un termine indispensabile.

Usta/avere usta

Etimologicamente, il termine deriva dal latino gustus (gusto, tatto, sensibilità). In origine indicava il "fiuto" o l'istinto animale (come quello dei cani da caccia che fiutano la pista), per poi passare ad indicare in senso metaforico l'intuito umano, la prontezza di spirito e il saper stare al mondo.
Va pian, vali dl'usta => va piano guida con prudenza
Ch'la ragazet al gh'a dl'usta => quel ragazzo è accorto, ma anche quel ragazzo ci sa fare
Far i quei senz'usta => fare le cose senza criterio
Fa' st'al lavor con dl'usta => fai questo lavoro con perizia
L'è un senz'usta => è un uomo privo di tatto
 

binghilla

La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Bugà

Ho proposto alle mie colleghe, le pazze che mi hanno accompagnato alla scuola di matematica, quelle con cui è divertente imbarcarsi in progetti mastodontici e stressanti, quella che nel mio dialetto si chiamerebbe l'è una bugà.

Il termine deriva da quando si andava al fiume a fare bucato (=bugà, appunto). Lavare il bucato al fiume era faticoso e impegnativo; grazie alla lavatrice ce lo siamo dimenticato.
Fare la bugà non era un semplice lavaggio, ma un rituale domestico collettivo che richiedeva giorni di preparazione, sforzo fisico e grande coordinamento.
Il processo cominciava ben prima di arrivare al fiume.
La preparazione nel mastel o mastlón. I panni venivano prima immersi in grandi tinelli di legno e coperti da un telo di canapa (la snera) su cui si spargeva la cenere di legna, usata come detergente naturale grazie alle sue proprietà sgrassanti.
La bollitura (la liscivia, la lisiva). Sopra la cenere si versava a più riprese acqua bollente. Filtro dopo filtro, l'acqua scioglieva i sali della cenere creando la liscivia, che penetrava nei tessuti per smacchiare e igienizzare a fondo. Il composto veniva lasciato ad agire per un'intera notte.
Il trasporto e lo sfregamento. Il giorno seguente, i panni pesantissimi e impregnati venivano caricati su carri di legno e portati al fiume o al lavatoio. Lì, piegate sulle ginocchia, le donne strofinavano i tessuti con la spazzola di saggina (la brusca), li sbattevano sulle pietre e li risciacquavano nell'acqua corrente gelida.
Infine, i capi venivano strizzati a mano con forza a coppie e stesi al sole sui prati o sui rami.
Questo processo non veniva fatto in inverno e nelle altre stagioni lo si faceva solo una volta al mese/mese e mezzo.

Oggi che non si va più al fiume ma si scende in lavanderia e si imposta un programma rimane (finché a qualcuno interesserà il vernacolo locale) il significato metaforico.
Espressioni come l'è una bugà nascono proprio dalla fatica di quell'antica giornata di lavoro.
Per cui il termine rappresenta un'impresa titanica e sfibrante, un progetto lungo, complesso e ad alto tasso di stress, che richiede lavoro di squadra ed enormi energie mentali o fisiche prima di vedere i risultati.

Nella fattispecie noi vogliamo creare da zero una rappresentazione teatrale sulla matematica.
 

DaneelOlivaw

I Robot
Carina l' idea della rappresentazione teatrale sulla matematica.
Non saprei da dove partire.


La bella la va al fosso, ravanei remulass barbiabietule e spinass, tri palanche al mass.
 

Carcarlo

Well-known member
Bugà

Ho proposto alle mie colleghe, le pazze che mi hanno accompagnato alla scuola di matematica, quelle con cui è divertente imbarcarsi in progetti mastodontici e stressanti, quella che nel mio dialetto si chiamerebbe l'è una bugà.

Il termine deriva da quando si andava al fiume a fare bucato (=bugà, appunto). Lavare il bucato al fiume era faticoso e impegnativo; grazie alla lavatrice ce lo siamo dimenticato.
Fare la bugà non era un semplice lavaggio, ma un rituale domestico collettivo che richiedeva giorni di preparazione, sforzo fisico e grande coordinamento.
Il processo cominciava ben prima di arrivare al fiume.
La preparazione nel mastel o mastlón. I panni venivano prima immersi in grandi tinelli di legno e coperti da un telo di canapa (la snera) su cui si spargeva la cenere di legna, usata come detergente naturale grazie alle sue proprietà sgrassanti.
La bollitura (la liscivia, la lisiva). Sopra la cenere si versava a più riprese acqua bollente. Filtro dopo filtro, l'acqua scioglieva i sali della cenere creando la liscivia, che penetrava nei tessuti per smacchiare e igienizzare a fondo. Il composto veniva lasciato ad agire per un'intera notte.
Il trasporto e lo sfregamento. Il giorno seguente, i panni pesantissimi e impregnati venivano caricati su carri di legno e portati al fiume o al lavatoio. Lì, piegate sulle ginocchia, le donne strofinavano i tessuti con la spazzola di saggina (la brusca), li sbattevano sulle pietre e li risciacquavano nell'acqua corrente gelida.
Infine, i capi venivano strizzati a mano con forza a coppie e stesi al sole sui prati o sui rami.
Questo processo non veniva fatto in inverno e nelle altre stagioni lo si faceva solo una volta al mese/mese e mezzo.

Oggi che non si va più al fiume ma si scende in lavanderia e si imposta un programma rimane (finché a qualcuno interesserà il vernacolo locale) il significato metaforico.
Espressioni come l'è una bugà nascono proprio dalla fatica di quell'antica giornata di lavoro.
Per cui il termine rappresenta un'impresa titanica e sfibrante, un progetto lungo, complesso e ad alto tasso di stress, che richiede lavoro di squadra ed enormi energie mentali o fisiche prima di vedere i risultati.

Nella fattispecie noi vogliamo creare da zero una rappresentazione teatrale sulla matematica.
Tutto ciò creava un mondo loro, al femminile, di collaborazione, di cooperazione, di complicità, di mutuo soccorso e che sicuramente avrà permesso di tramandare tradizioni e valori, non tutti compatibili coi giorni nostri, ma nel peggiore dei casi, legati almeno alla sopravvivenza.

Una volta, era il 2004, ero a Oporto per lavoro e siccome avevo del tempo libero sono andato a fare un giro sulla riva meridionale del Douro, credo a Vilanova de Gaja: parcheggio, scendo, faccio centro metri e arrivo in spiaggia dove mi sbronzo di sole e vento di mare.
Dopo un po' apro gli occhi e guardo e ascolto tutto quel mondo che aveva qualcosa di strano, ma non capivo cosa.
La prima cosa che noto, è che sebbene fosse una spiaggia, non c'era gente in costume da bagno, solo vestiti normalmente, anzi, come se fossero soli nel tinello di casa.
Poi che la gente parlava ad alta voce e che tutti quelli che vedevo appesi non erano asciugamani ma lenzuola e vestiti.
Ma non un po' come in un terrazzo, no, no: ce n'erano a centinaia! Lenzuola ovunque: sembrava un film di Fellini.
E poi capii cosa c'era di strano: erano solo donne, tutte donne, almeno cento donne e io l'unico uomo, in giacca e cravatta che dovevo sembrare un man in black in sovrappeso.
Lì vicino, una struttura esagonale tutta vetri da cui le donne entravano e uscivano coi panni.
Fu un'esperienza stranissima e buffa.
Anni dopo ci portai mia moglie, allora incinta e me ne andai al lavoro.
Quando tornai, mi raccontò che le aveva seguite nei lavatoi (io non lo feci perchè mi sarei vergognato un pochino) e aveva provato ad ascoltarle e le parve di capire che parlassero male di una che si era comprata la lavatrice.

Un altro lavatoio, lo trovai quattro anni prima in un villaggio all'interno della foce del Niger.
Il fiume faceva tre piccole anse: nella prima le donne lavavano tenendo d'occhio i bambini; la seconda era il gabinetto degli uomini, e la terza (dove mi dissero di non guardare) quello delle donne.
Avevo paura dei parassiti (lì, una secchiata di amebe è la cosa più sana che puoi prendere) perciò non feci il bagno e nella piroga ero terrorizzato di finire in acqua!
 

malafi

Well-known member
Lifferia
Non la conoscevo, se non per averla vista associata alla catena di pizzerie Pizzikotto.
«Liffo» in dialetto reggiano definisce il “goloso ricercato”.
Da Pizzikotto definiamo con il termine Lifferia la nostra pasticceria artigianale.
 
Alto