Rasp, Renate - Kuno. Un figlio degenere

qweedy

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"Il patrigno di Kuno ha un obiettivo preciso: fare di lui un albero. Un esperimento pedagogico assurdo e mostruoso, portato avanti con rigore, a cui la madre assiste senza ribellarsi e che il ragazzo, prigioniero di un’educazione oppressiva, accetta con inquietante zelo. Pubblicato nel 1967, "Kuno" è uno dei romanzi più spiazzanti della letteratura tedesca del dopoguerra, un’opera che sconvolse critica e pubblico per il suo immaginario claustrofobico e disturbante. Con una scrittura tagliente e una satira che non permette di sorridere, Rasp costruisce una parabola spietata sulla violenza psicologica, e sull’annientamento dell’individuo in nome di un ideale soffocante. Oggi, "Kuno" torna a farsi spazio come un classico da riscoprire, un monito feroce su ciò che accade quando l’educazione si trasforma in dominio e l’amore in costrizione."

"Renate Rasp (1935-2015) è stata una delle voci più provocatorie della letteratura tedesca del dopoguerra.
Dopo il suo debutto all’interno del Gruppo 47, insieme a Ingeborg Bachmann, Gisela Elsner e Gabriele Wohmann, si è distinta per una prosa grottesca e spietata, capace di smascherare le ipocrisie della società tedesca.
Senza cercare mai il consenso, Rasp ha lasciato un’eredità letteraria che continua a interrogarci, ricordandoci che la vera letteratura non cerca di compiacere, ma di scuotere."

Sono poco più di cento pagine, ma sgradevoli, disturbanti, provocatorie, inquietanti, crudeli.
Narrato in prima persona da Kuno, andando avanti e indietro nel tempo, è una metafora sull'educazione, sia in ambito familiare che sociale, una riflessione sull'obbedienza incondizionata, sulla mancanza di capacità critica e della determinazione a opporsi e a mettere in discussione.

È davvero difficile trascurare il contesto storico in cui questo romanzo fu scritto e non traslare l’esperienza di Kuno all’intero popolo tedesco, vittima nel recente passato (la Seconda Guerra Mondiale era finita da appena una ventina d’anni al momento della scrittura del romanzo) di un’ideologia sfuggita di mano e con il perenne ricordo della propria sconfitta, prima di tutto morale.
La “tortura rieducativa” è stata applicata da numerosi regimi di ogni tempo e luogo (si pensi ai campi di rieducazione cinesi, per esempio), quindi è anche giusto restituire alla critica il suo carattere universale. L’essenziale è ricordare sempre, come ammonisce Rasp, che in mani sbagliate l’ideologia può trasformarsi in un ideale distorto, o in una menzogna, e l’educazione, o contro-educazione, in dominio irrazionale e in violenza - quando manca l’amore e perfino quando questo è presente.

Consigliato per la singolarità, ma davvero sgradevole.
 
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