La breve favolosa vita di Oscar Wao - Junot Dìaz
Oscar non era uno di quei dominicani ganzi di cui si sente sempre parlare: non era un asso del baseball né un bravo bachatero, e neppure un playboy con un milione di belle gnocche ai suoi piedi.
Anzi, a parte un unico periodo agli albori della sua vita, l'amico non ebbe mai molta fortuna con le femmine (cosa, questa, molto poco dominicana).
All'epoca aveva sette anni. In quei giorni beati della sua giovinezza, Oscar era una specie di Casanova. Uno di quei seduttori in età prescolare che cercavano sempre di baciare le bambine, che arrivavano alle loro spalle durante un merengue e facevano la mossa della pompa pelvica, il primo negro a imparare il perrito e a ballarlo ogni volta che poteva. Dato che a quei tempi era (ancora) un “normale” bambino dominicano, cresciuto in una “tipica” famiglia dominicana, la sua nascente papponeria veniva incoraggiata da parenti e amici. Durante le feste – e di feste ce n'erano tantissime, in quei lontani anni Settanta, prima che Washington Heights fosse Washington Heights, prima che Bergenline Avenue si trasformasse in una sfilata di accenti ispanici per quasi cento isolati di seguito – qualche parente ubriaco lo spingeva immancabilmente verso una ragazzina, e poi tutti si sbellicavano dalle risate mentre i due bambini dimenavano i fianchi come gli adulti.
Avreste dovuto vederlo, sospirava la madre di Oscar nei suoi Ultimi Giorni. Era il nostro piccolo Porfirio Rubirosa.
Tutti i suoi coetanei evitavano le bambine come fossero portatrici di Captain Trips. Oscar no. Lui andava pazzo per le femmine, aveva un casino di “fidanzate”. (Era un bambino robusto, sulla buona strada per diventare grasso, ma sua madre lo teneva ben vestito e pettinato, e finché le proporzioni della sua testa non si modificarono, poté sfoggiare vivaci occhietti scintillanti e belle guanciotte tonde, che si vedono in tutte le fotografie.) Le ragazze – le amiche di sua sorella Lola e di sua madre, e perfino la vicina di casa, Mari Colón, un'impiegata postale sulla trentina che si dipingeva le labbra di rosso e camminava come se avesse una campana al posto del culo – avevano tutte, si diceva, una cotta per lui. Ese muchacho está bueno! (Non erano disturbate dalla sua insistenza, dal suo evidente bisogno di attenzioni? Niente affatto!) Nella RD, durante le visite estive in casa dei parenti a Baní, Oscar si comportava peggio di tutti, piazzandosi davanti alla casa di Nena Inca e gridando Tú eres guapa! Tú eres guapa! alle donne che passavano per la strada, finché un avventista del Settimo Giorno non protestò con sua nonna, la quale interruppe la hit parade in tempo zero. Muchacho del diablo! Non siamo al cabaret!
Quel periodo, che per Oscar fu davvero l'Età dell'Oro, raggiunse l'apoteosi nell'autunno del suo settimo anno, quando si ritrovò fidanzato con due bambine contemporaneamente: il suo primo e unico ménage à trois, con Maritza Chacón e Olga Polanco.
Oscar non era uno di quei dominicani ganzi di cui si sente sempre parlare: non era un asso del baseball né un bravo bachatero, e neppure un playboy con un milione di belle gnocche ai suoi piedi.
Anzi, a parte un unico periodo agli albori della sua vita, l'amico non ebbe mai molta fortuna con le femmine (cosa, questa, molto poco dominicana).
All'epoca aveva sette anni. In quei giorni beati della sua giovinezza, Oscar era una specie di Casanova. Uno di quei seduttori in età prescolare che cercavano sempre di baciare le bambine, che arrivavano alle loro spalle durante un merengue e facevano la mossa della pompa pelvica, il primo negro a imparare il perrito e a ballarlo ogni volta che poteva. Dato che a quei tempi era (ancora) un “normale” bambino dominicano, cresciuto in una “tipica” famiglia dominicana, la sua nascente papponeria veniva incoraggiata da parenti e amici. Durante le feste – e di feste ce n'erano tantissime, in quei lontani anni Settanta, prima che Washington Heights fosse Washington Heights, prima che Bergenline Avenue si trasformasse in una sfilata di accenti ispanici per quasi cento isolati di seguito – qualche parente ubriaco lo spingeva immancabilmente verso una ragazzina, e poi tutti si sbellicavano dalle risate mentre i due bambini dimenavano i fianchi come gli adulti.
Avreste dovuto vederlo, sospirava la madre di Oscar nei suoi Ultimi Giorni. Era il nostro piccolo Porfirio Rubirosa.
Tutti i suoi coetanei evitavano le bambine come fossero portatrici di Captain Trips. Oscar no. Lui andava pazzo per le femmine, aveva un casino di “fidanzate”. (Era un bambino robusto, sulla buona strada per diventare grasso, ma sua madre lo teneva ben vestito e pettinato, e finché le proporzioni della sua testa non si modificarono, poté sfoggiare vivaci occhietti scintillanti e belle guanciotte tonde, che si vedono in tutte le fotografie.) Le ragazze – le amiche di sua sorella Lola e di sua madre, e perfino la vicina di casa, Mari Colón, un'impiegata postale sulla trentina che si dipingeva le labbra di rosso e camminava come se avesse una campana al posto del culo – avevano tutte, si diceva, una cotta per lui. Ese muchacho está bueno! (Non erano disturbate dalla sua insistenza, dal suo evidente bisogno di attenzioni? Niente affatto!) Nella RD, durante le visite estive in casa dei parenti a Baní, Oscar si comportava peggio di tutti, piazzandosi davanti alla casa di Nena Inca e gridando Tú eres guapa! Tú eres guapa! alle donne che passavano per la strada, finché un avventista del Settimo Giorno non protestò con sua nonna, la quale interruppe la hit parade in tempo zero. Muchacho del diablo! Non siamo al cabaret!
Quel periodo, che per Oscar fu davvero l'Età dell'Oro, raggiunse l'apoteosi nell'autunno del suo settimo anno, quando si ritrovò fidanzato con due bambine contemporaneamente: il suo primo e unico ménage à trois, con Maritza Chacón e Olga Polanco.