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Il nome della rosa

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Discussione: Eco, Umberto - Il nome della rosa

  1. #91
    Señora Memebr
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    Per gli appassionati di questo romanzo segnalo un curioso making of:

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  • #92

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    l'ho letto per la prima volta a 14-15 anni per la scuola e mi era piaciuto molto, anche se avevo saltato tutta la parte di trattazione filosofica, poi l'ho riletto un paio di anni fa e ne ho apprezzato aspetti che a suo tempo non avevo assolutamente colto.
    Il film non lo ricordo bene, ma mi è rimasta impressa l'immagine della biblioteca del monastero: bellissima!!

  • #93
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    Un gran bel libro...riassume in parte le sterminate conoscenze dell'autore sul Medioevo a livello storico, filosofico,politico e scientifico ma la genialità è proprio il farlo sotto forma di giallo senza contare i gli splendidi omaggi a Doyle, Borges ed altri...grande Eco

  • #94
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    Uno dei libri più noiosi che abbia mai letto. Ruota vorticosamente intorno alla figura egocentrica dell’autore in pieno sfoggio del proprio bagaglio culturale. Una lezione universitaria sarebbe stata meno noiosa. Pagine e pagine infinite sulle querelles religiose dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, le lotte tra il papa e l’imperatore, tra ortodossi ed eretici. Disquisizioni che spesso intervengono nei momenti meno opportuni, per esempio nell’immediatezza di un arresto in flagranza di “reato”, oppure in sede di concilio a interrompere una trama che avrebbe potuto essere ben più incalzante. Alla fin fine gli eventi storici e la vicenda dell’abbazia non si toccano e non si compenetrano, bensì la seconda viene fortemente penalizzata dal costante intervento logorroico della prima. Molta disattenzione da parte dell’autore nei dettagli, per esempio quando Jorge percepisce il movimento di Guglielmo per prendere il libro, ma poco prima non si era accorto della presenza di Adso, non foss’altro dai passi. Poco curato il linguaggio: per pagine e pagine parla di “palmi” delle mani e solo alla fine del libro usa il corretto termine “palme”. Mi pare possa considerarsi anche poco credibile che Jorge usi il termine zenit, che deriva dall'arabo zemt e divenne zenit solo a causa di un errore di lettura e copiatura da parte di un amanuense nel Medio Evo. Jorge conosce l'arabo e il termine difficilmente avrebbe potuto già essersi diffuso a tal punto da indurlo a usare zenit invece di zemt. Un po’ di coerenza interna non avrebbe guastato. Come non avrebbe guastato un uso corretto di congiuntivi e condizionali da parte del professor Eco.
    In conclusione, didattico e dottrinale, un libro forse molto apprezzabile per chi studia con interesse le vicende storiche riferite nel testo, ma verboso e dispersivo per chi non conosce o non è interessato a quegli eventi religiosi. Alla fine ci si perde anche un po’ nella spiegazione degli eventi delittuosi, con la sensazione che il libro abbia fallito sotto entrambi gli aspetti.

  • #95
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    Citazione Originariamente scritto da mame Vedi messaggio
    Uno dei libri più noiosi che abbia mai letto. Ruota vorticosamente intorno alla figura egocentrica dell’autore in pieno sfoggio del proprio bagaglio culturale. Una lezione universitaria sarebbe stata meno noiosa. Pagine e pagine infinite sulle querelles religiose dell’epoca in cui è ambientato il romanzo, le lotte tra il papa e l’imperatore, tra ortodossi ed eretici. Disquisizioni che spesso intervengono nei momenti meno opportuni, per esempio nell’immediatezza di un arresto in flagranza di “reato”, oppure in sede di concilio a interrompere una trama che avrebbe potuto essere ben più incalzante. Alla fin fine gli eventi storici e la vicenda dell’abbazia non si toccano e non si compenetrano, bensì la seconda viene fortemente penalizzata dal costante intervento logorroico della prima. Molta disattenzione da parte dell’autore nei dettagli, per esempio quando Jorge percepisce il movimento di Guglielmo per prendere il libro, ma poco prima non si era accorto della presenza di Adso, non foss’altro dai passi. Poco curato il linguaggio: per pagine e pagine parla di “palmi” delle mani e solo alla fine del libro usa il corretto termine “palme”. Mi pare possa considerarsi anche poco credibile che Jorge usi il termine zenit, che deriva dall'arabo zemt e divenne zenit solo a causa di un errore di lettura e copiatura da parte di un amanuense nel Medio Evo. Jorge conosce l'arabo e il termine difficilmente avrebbe potuto già essersi diffuso a tal punto da indurlo a usare zenit invece di zemt. Un po’ di coerenza interna non avrebbe guastato. Come non avrebbe guastato un uso corretto di congiuntivi e condizionali da parte del professor Eco.
    In conclusione, didattico e dottrinale, un libro forse molto apprezzabile per chi studia con interesse le vicende storiche riferite nel testo, ma verboso e dispersivo per chi non conosce o non è interessato a quegli eventi religiosi. Alla fine ci si perde anche un po’ nella spiegazione degli eventi delittuosi, con la sensazione che il libro abbia fallito sotto entrambi gli aspetti.

    Anche se in termini meno drastici per alcuni aspetti del libro, le lunghe spiegazioni storiche sono, fino a un certo punto, interessanti, credo di poter sottoscrivere il parere di Mame

  • #96
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    Finito di leggere qualche mese fa, non mi è piaciuto tantissimo, belli i dialoghi tra i personaggi, belle alcune parti ad es. i sopralluoghi nella biblioteca, interessante la parte storica, divertente in qualche occasione ma, non lo so questo libro non mi ha appassionato e spesso dovevo sforzarmi per riprendere a leggere.

  • #97

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    Si mi è piaciuto tanto..l'ho letto molto tempo fa...mi ricordo che non mi staccavo mai..continuavo a chiedermi dove fossero finiti tutti questi frati...

  • #98
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    Semplicemente stupendo!

  • #99
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    Dal MiniGdl:

    Ragazzi che lettura!!! Ma come ho fatto a essere così scema da aspettare 30 anni prima di leggerlo? Bello-Bello-Bello e anche se io forse non sono il lettore "ideale" che Eco descrive nelle pagine finali perchè sono completamente digiuna di latino e di filosofia (e questo, bisogna ammetterlo, crea qualche problemino) ciò non mi ha impedito di gustarmi il racconto e di immergermi nella cupa atmosfera dell'Abbazia, Eco ti prende per mano e ti fa entrare nello scriptorium, nel labirinto e le finis Africae insieme a Guglielmo e Adso, insieme a loro VUOI vedere cosa c'è dietro, fai mille ipotesi (le mie tutte puntualmente smentite....), arrivi in fondo e dici MA DAI!?!?! E poi da lettrice appassionata il finale (che non dico) mi ha sconvolta quanto ha sconvolto Guglielmo.
    Mi è piaciuto veramente tanto e chiedo agli appassionati di Eco: gli altri suoi libri sono così? No, perchè non è mai troppo tardi per appassionarsi a un autore no?
    Voto 5/5

  • #100
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    Secondo me no.

    Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.



    Ps Dopo averlo letto 5 volte, lo sto ricopiando a mano.

    Salvatore un grande personaggio.

  • #101
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    bellissimo, mi è piaciuto molto

  • #102
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    Un bel libro, con atmosfere avvincenti. La trama è ben congegnata e i personaggi, anche se un poco anacronistici non sono certo i fantaccini moderni travestiti da medioevali che si trovano nei romanzi di Ken Follett. Il gusto enciclopedico di Eco a volte tende ad eccedere, ma il medioevo mi interessa, perciò ho affrontato con piacere anche i brani prolissi. Alla fine, devo dire, non ho avuto l'impressione di aver letto uno dei massimi capolavori della letteratura, ma di essermi parecchio divertita sì.

  • #103
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    Mi ha impegnata parecchio questo libro ma ne è valsa la pena. Ci ho messo un pò ad "entrare" ma è una mia pecca: quando inizio un libro nuovo sento la mancanza di quello appena terminato e dei personaggi lasciati e quindi mi ci vuole un pò x ambientarmi nella nuova situazione. Il nome della rosa è meraviglioso, le descrizioni sono bellissime e ho adorato quella biblioteca e il labirinto. Guglielmo ed Adso sono stati come dei compagni di viaggio. Mi è spiaciuto solo che non avendo conoscenze di latino mi sono goduta meno alcune pagine. Lo consiglio vivamente!!

  • #104
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    Predefinito recensione de "Il nome della rosa", Umberto Eco

    Con "Il nome della rosa" di Eco ho imparato questo: mai guardare la trasposizione cinematografica prima di aver letto il libro. E purtroppo, ho avuto in mente il volto di Sean Connery per tutte le 500 pagine oltre a conoscere l'assassino prima dell'apertura del libro.
    Siamo nel 1327, l'ambientazione è tutta medievale. Eco la descrive soprattutto attraverso le parole dei personaggi, monaci francescani che vivono di credenze mistico-popolari guardando con golosità alle nuove filosofie moderne. Guglielmo da Baskerville è un monaco inglese, ex inquisitore pentito, che viene mandato dall'imperatore per assistere ad un convegno che ha sede in un monastero benedettino dell'Italia settentrionale. Ad accompagnarlo vi è colui che imprimerà su di un manoscritto le vicende vissute quando era monaco novello e allievo di Guglielmo, Adso da Melk.
    Il convegno è, in realtà, il contesto attraverso cui Eco può mostrare come in quel periodo vi fosse un non celato scontro fra potere imperiale e potere ecclesiastico. La parte di Chiesa che desidera vivere in povertà (sostenitrice delle tesi pauperstiche appoggiate ovviamente dall'imperatore) e la parte a sostegno della Chiesa come detentrice sia del potere laico che di quello spirituale. Guglielmo da Baskerville rappresenta quella parte di Chiesa sostenuta dallo stesso Francesco d'Assisi, volta al solo bene spirituale.
    Il tempo di una sola settimana è scandito ogni giorno dai ritmi della vita monastica (prima, terza, sesta, nona, vespri, compieta): cinque sono i monaci uccisi, tutti con una particolare storia alle spalle e un solo libro dinnanzi che li porterà alla perdizione: la parola proibita.
    Le atmosfere, fatte di pochissime luci e di tanta penombra, sveleranno pian piano gli scheletri che i monaci nascondono dentro i propri armadi: i fatti che vedranno Guglielmo e Adso nelle vesti di "moderni investigatori" saranno abilmente intervallati da discorsi filosofici che hanno storicamente occupato il medioevo trecentesco, a partire dalle tesi di Guglielmo d'Occam. "Il nome della rosa" è, in effetti, un libro che può essere letto con due intenti differenti: la conoscenza, grazie alle numerose informazioni storiche, di un dibattito filosofico forse poco conosciuto ai "non addetti ai lavori" e la piacevole compagnia di un'avventura investigativa tipica di un giallo medievale. Certo le due cose si intrecciano ed Eco dimostra pur sempre di essere un abile intrattenitore, che sa costruire trame narrative accattivanti intorno alle sue profonde conoscenze.

  • #105
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    Citazione Originariamente scritto da IlLettoreComune Vedi messaggio
    Con "Il nome della rosa" di Eco ho imparato questo: mai guardare la trasposizione cinematografica prima di aver letto il libro. E purtroppo, ho avuto in mente il volto di Sean Connery per tutte le 500 pagine oltre a conoscere l'assassino prima dell'apertura del libro.
    Siamo nel 1327, l'ambientazione è tutta medievale. Eco la descrive soprattutto attraverso le parole dei personaggi, monaci francescani che vivono di credenze mistico-popolari guardando con golosità alle nuove filosofie moderne. Guglielmo da Baskerville è un monaco inglese, ex inquisitore pentito, che viene mandato dall'imperatore per assistere ad un convegno che ha sede in un monastero benedettino dell'Italia settentrionale. Ad accompagnarlo vi è colui che imprimerà su di un manoscritto le vicende vissute quando era monaco novello e allievo di Guglielmo, Adso da Melk.
    Il convegno è, in realtà, il contesto attraverso cui Eco può mostrare come in quel periodo vi fosse un non celato scontro fra potere imperiale e potere ecclesiastico. La parte di Chiesa che desidera vivere in povertà (sostenitrice delle tesi pauperstiche appoggiate ovviamente dall'imperatore) e la parte a sostegno della Chiesa come detentrice sia del potere laico che di quello spirituale. Guglielmo da Baskerville rappresenta quella parte di Chiesa sostenuta dallo stesso Francesco d'Assisi, volta al solo bene spirituale.
    Il tempo di una sola settimana è scandito ogni giorno dai ritmi della vita monastica (prima, terza, sesta, nona, vespri, compieta): cinque sono i monaci uccisi, tutti con una particolare storia alle spalle e un solo libro dinnanzi che li porterà alla perdizione: la parola proibita.
    Le atmosfere, fatte di pochissime luci e di tanta penombra, sveleranno pian piano gli scheletri che i monaci nascondono dentro i propri armadi: i fatti che vedranno Guglielmo e Adso nelle vesti di "moderni investigatori" saranno abilmente intervallati da discorsi filosofici che hanno storicamente occupato il medioevo trecentesco, a partire dalle tesi di Guglielmo d'Occam. "Il nome della rosa" è, in effetti, un libro che può essere letto con due intenti differenti: la conoscenza, grazie alle numerose informazioni storiche, di un dibattito filosofico forse poco conosciuto ai "non addetti ai lavori" e la piacevole compagnia di un'avventura investigativa tipica di un giallo medievale. Certo le due cose si intrecciano ed Eco dimostra pur sempre di essere un abile intrattenitore, che sa costruire trame narrative accattivanti intorno alle sue profonde conoscenze.


    Che meravigliosa recensione!!! Mi ha fatto venir voglia di leggerlo di nuovo!!!

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