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I promessi Sposi

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Discussione: Manzoni, Alessandro - I promessi sposi

  1. #1
    Viôt di viodi
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    Thumbs up Manzoni, Alessandro - I promessi sposi

    Per chi non avesse letto ancora questo libro, di propria spontanea volontà, cioè dopo il diploma, lo faccia. STUPENDO
    Ultima modifica di mame; 05-26-2011 alle 04:58 PM.

  2. #2
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    io l'ho letto ben due volte e lo reputo un'opera degna di nota..ci saranno pareri contrastanti, sono state aperte diverse discussioni su questo libro che hanno portato ad accesi dibattiti sulla sua effettiva originalità e bellezza.
    io l'ho trovato un ottimo romanzo, il primo romanzo italiano, riassume diversi stili e diversi generi, ci sono delle parti di pura poesia, come la morte della piccola Cecilia o la conversione dell'innominato..in alcuni punti è effettivamente un po' lento ma nel complesso è veramente un libro che non si può non leggere.

  3. #3
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    sarà che alle superiori mi ci hanno fatto una testa grossa così, compiti su compiti ma non mi è piaciuto.. forse rileggendolo senza l' incubo scuola lo apprezzerò di più

  4. #4
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    E’ un’opera talmente complessa, “densa”, ricca, che è quasi impossibile riassumerne anche le sole caratteristiche principali in un post. Mi limito allora a riportare qualche pagina critica, quale “invito alla lettura”:


    << Perché la prima pagina dei Promessi Sposi è costruita con periodi tanto lunghi? È chiaro, qui Manzoni sta facendo del cinema...
    Cerchiamo di immaginare che Manzoni avesse a disposizione grandi mezzi e dovesse scrivere la sceneggiatura per una storia che inizia a volo di elicottero. Naturalmente un elicottero con una telecamera a bordo. E rileggiamo questa pagina tenendo sotto gli occhi una carta geografica. Provate a farlo a scuola, i ragazzi si divertiranno.
    Manzoni ha deciso che la sua descrizione dell’ambiente deve procedere anzitutto per un movimento che un tecnico cinematografico chiamerebbe di «zoom», è come se la ripresa fosse fatta da un aereo: cioè la descrizione parte come fatta dagli occhi di Dio, non dagli occhi degli abitanti. Questa prima opposizione «alto verso basso», oppure questo primo movimento continuo dall’alto al basso, individua prima il lago e il suo ramo, poi scende lentamente a guardare il ponte e le rive. La decisione geografica è rinforzata dalla decisione di procedere da Nord verso Sud, seguendo
    appunto il corso di generazione del fiume. In conseguenza il movimento descrittivo parte dall’ampio verso lo stretto, dal largo al fiume, ai torrenti, dai monti ai pendii e poi ai valloncelli, sino all’arredamento minimo delle strade e dei viottoli, ghiaia e ciottoli.
    La visione geografica, man mano che procede dall’alto verso il basso, diventa visione topografica e include potenzialmente gli osservatori umani. Non appena questo avviene, la pagina compie un altro movimento, questa volta non di discesa dall’alto geografico al basso topografico, ma dalla profondità alla lateralità: sino ad arrivare a dimensioni umane, dove la carta si annulla nel paesaggio concreto. A questo punto l’ottica si ribalta, i monti vengono visti di profilo, come se finalmente li guardasse un essere umano a piedi. Per cui si dice del Resegone che non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte....
    A quel punto anche i pendii e i viottoli, visti prima dall’alto, sono descritti come se fossero «camminati» con suggestioni non solo visive, ora, ma anche tattili. Solo a quel punto il visitatore, che cammina, arriva a Lecco. E qui Manzoni compie un’altra scelta: dalla geografia passa alla storia e quindi narra la storia del luogo che ha appena descritto geograficamente. Siamo, grosso modo, alla fine della prima pagina.
    Non è bello? Ecco che questa pagina, sintatticamente così irta, non ci appare più misteriosa, è una grande panoramica con carrellata, è una discesa a volo d’uccello, e se non è fatta attraverso lo sguardo della televisione, è fatta attraverso gli occhi della Provvidenza, ovvero a volo d’angelo. Una planata superba. Allora si capisce perché i punti fermi debbono stare dove stanno, non prima e non dopo. I periodi non sono lunghi e ansimanti, hanno il respiro di un aliante. C’è di che riconciliarsi con i Promessi Sposi. Quel signore era forse poco simpatico, malgrado i buoni uffici di Natalia Ginzburg. Ma il libro di quel signore, che bello! Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro. Vi invito a una lettura clandestina di Manzoni, come se fosse un libro proibito. Forse lo amerete. >> Umberto Eco


    A proposito dei soliloqui di Don Abbondio mentre è costretto a salire al castello dell’Innominato:
    << Il cardinale visto da Don Abbondio è disceso dall’invisibile pergamo, in cui l’avevamo visto nel colloquio con l’innominato, ed è diventato un personaggio quotidiano, familiare, col quale si può fare a maggiore confidenza E’ un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano ad avere l’argento vivo addosso. I santi ed i birboni, per l’eroe della piccola ragione, sono molto vicini tra di loro; sono essi gli eroi della virtù attiva, sempre in moto loro, e che vorrebbero tirare in ballo tutto il genere umano. Per un uomo dalla passiva prudenza è perfettamente giusto che birboni e santi siano accomunati insieme. La logica di don Abbondio è coerentissima. Non c’è nulla di irriverente da parte di lui in quel mettere insieme il cardinale con un facinoroso come don Rodrigo e con un ancor presunto facinoroso come l’innominato. Dalla prima battuta fino all’ultima birboni e santi fanno un’immagine sola nel cervello di Don Abbondio. […] Parole forti egli adopera per l’innominato: un uomo che ha messo sottosopra il mondo con le scelleratezze e ora lo mette sottosopra con la conversione; e infine la maggior inclemenza di giudizio è per il cardinale; non solo accomuna il santo coi birboni, ma addirittura si mette a verseggiarne le parole e i gesti (subito, subito, braccia aperte, caro amico, amico caro, presto di qua, presto di là); lo accusa di precipitazione, anzi di poca flemma, di poca prudenza, di poca carità. In questo rovesciamento di valori, don Abbondio è fedelissimo alla sua logica: ritorna il personaggio del primo capitolo, quel rigido censore di tutti i faccendoni, specialmente degli ecclesiastici, che vogliono raddrizzare le gambe ai cani, e mischiarsi nelle cose profane a danno della dignità del sacro ministero. Don Abbondio, come tutti gli spiriti gretti, non se la prende tanto contro gli oppressori ed i prepotenti, ma piuttosto contro chi tenta di reagire all’oppressione ed alla prepotenza.>> Luigi Russo


    Renzo torna al paese durante la peste:
    << Alla fame si aggiunge la peste. Renzo torna verso casa sua: com’è reso lo scoramento senza parole e senza pianto, che incute la vista d’un paese un tempo tranquillo e fiorente, ora taciturno, sparso di miserie e di lutti! Non c’è la commozione, ma quella stanchezza, quell’abbattimento, che non cerca nemmeno più uno sfogo, che non è nemmeno più rassegnazione, ma immobilità intontita sotto la percossa. S’indovina del modo di disegnare di Manzoni la commozione chiusa, lo stupore che la sventura possa giungere a tanto. Le linee sono rigide, scarbe, e spirano esse stesse – con la loro precisione severa – lo squallore della scena. Tonio è reso dalla peste così simile al fratello scimunito da potere essere scambiato con lui; in questo solo particolare è tutta la sua miseria […] . Incantato dalla malattia, ripete meccanicamente quell’unica frase A chi la tocca, la tocca, che è l’unico resto di pensiero che gli abbia lasciato la peste. La sua coscienza è tutta in quelle sei parole, dove risuona come in un immenso vuoto la devastazione dell’immane sventura. Dopo averle pronunciate rimane con la bocca aperta, come ripetendole dentro di sé – senza suono – in una fissità di ebete. Tonio non è più che la preda abbandonata dalla peste. La comicità di Gervasio muore nell’incantato squallore di Tonio: il ritratto di quest’inebetito è una delle più alte fantasie manzoniane.
    L’effetto che produce questa frase è sobrio: Renzo seguitò la sua strada, più contristato e basta; è il solito raccoglimento del Manzoni.
    La costernazione è il tono continuo di queste pagine dove passano, con una sobrietà immortale, i dolori di tutto un popolo. […]
    Renzo prosegue il suo cammino, in cerca di un amico. Lo trova che è quasi buio; il dialogo che segue riflette in quella sola figura di sopravvissuto l’intero paese deserto, il corteo uguale, interminabile delle sepolture. Si sente lo sgomento freddo di quella solitudine, il grigio di quell’esistenza trascinata senza più nemmeno il pensiero d’un barlume lontano. Sai dice a Renzo sai che son rimasto solo? solo! Solo, come un romito! : e ripetendo tre volte, in tre toni diversi, la sua sventura, sembra che guardi dentro di sé il suo smarrimento. Poi l’idea ritorna, quasi con la monotonia intontita di Tonio, quando ad un tratto, mentre sta per far la polenta all’ospite, gli cede il matterello e se ne va dicendo: Son rimasto solo: ma! son rimasto solo! . Cose da levarvi l’allegria per tutta la vita dice a Renzo con una tristezza penetrante; ma però, soggiunge con un conforto soave a parlarne tra amici, è un sollievo. E così lo spirito frenato del Manzoni, che non osserva mai una faccia della vita senza veder l’altra, diffonde sulla scena una dolcezza accorata; per lui l’angoscia non è mai senza sollievo, perché gli spiriti sani, anche nelle ore più fosche non posson restar di volgere l’occhio a Dio o di cercare un riposo nel bisogno di amare. Questa malinconia affettuosa è una dellle innumerevoli prove dell’umanità del Manzoni, che scende con ineffabile naturalezza nei cuori lieti, pensosi, tormentati, e coglie il loro segreto, come se vivesse in loro, con una simpatia quale hanno solo i grandi creatori. >>
    Attilio Momiliano


    Don Abbondio fugge dal paese dove stanno per passare i lanzichenecchi:
    << Il gesto di Perpetua, che richiude e ripone la chiave in tasca, allude chiaramente alla violenza che sta per abbattersi su quella casa. […] Si ripensa ancora una volta al capitolo VIII, a quello stesso uscio lasciato negligentemente aperto da Perpetua, a quell’innocua invasione dei due promessi nella canonica, a quella tranquillità presto ricomposta, e insieme a quella casa di Agnese messa sottosopra dalla spedizione dei bravi, a quella chiave consegnata da Agnese con un così umano sospiro a fra Cristoforo, a quella fuga di Renzo e Lucia. La situazione ora appare rovesciata. I punti di contatto segnano degli sviluppi opposti. Quella era la fuga di Lucia, questa è la fuga di don Abbondio. Così la chiesa, a cui Lucia rivolgeva il pensiero con nostalgia affettuosa, congiuntamente a quello della casa, in don Abbondio desta soltanto un’occhiata indifferente, un infastidito brontolio in cui essa viene respinta come cosa che non lo riguarda, tale da imporre un dovere non a lui ma agli altri (Don Abbondio diede, nel passare, un’occhiata alla chiesa, e disse tra i denti: ”al popolo tocca a custodirla, che serve a lui”). E la visone provvidenziale degli avvenimenti, la certezza di Lucia che Dio è per tutto, e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande, cede il posto alla meschina visione politica di don Abbondio, il quale dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappare qualche interiezione, incomincia a brontolare più di seguito, prendendosela col duca di Nevers, con l’imperatore, col governatore, tutta gente che avrebbe potuto o dovuto vivere in pace, e si metteva invece a far la guerra. […] E sono in sé sacrosante verità, condivise senza dubbio dall’autore, e tuttavia divenute in bocca al curato espressione di un modo di pensare egoistico (si capisce che quel conto che hanno da rendere quei signori è dovuto soprattutto al disturbo recato a lui, don Abbondio) […] . Tra l’autore e il suo personaggio si manifesta costantemente una specie di vicinanza-lontananza ideale. E basti pensare alla situazione-base determinata dal dolce idillio della casa, che Manzoni approva, senza accettarne però le egoistiche conseguenze a cui don Abbondio lo porta. >> Giovanni Getto


    Sulla conversione dell’Innominato:
    << Osserviamo come il Manzoni ha con molta esattezza scandito questi tre successivi momenti del ritrovamento interiore di Dio; innanzi tutto il sentimento della morte, poi il sentimento del giudizio individuale, ed infine il sentimento della presenza di Dio. [...] Manzoni in questi tre momenti, senza formule filosofiche, nella rappresentazione trasparente della poesia, ci ha saputo descrivere tutto il capovolgimento di una visione filosofica della vita. Il Manzoni è stato profondamente accorto nel mettere per ultimo il sentimento della presenza di Dio, il quale è al di sopra di ogni nostra volontà. Quest’ultimo sentimento invero è quello che rovescia la visione dell’Innominato: Io sono però. L’oggetto che ha una sua esistenza immutabile, al di fuori ed al di sopra del soggetto che lo pensa. Gli altri due momenti precedenti sono vagamente religiosi, ma non sono ancora concretamente religiosi nel senso di una religione positivamente intesa. Tutti possiamo avere un senso religioso della morte, tutti avvertire la paura di un giudizio eterno, il giudizio stesso degli uomini, il giudizio della storia che è anch’essa una forma di eternità, la giustizia stessa delle cose che si viene compiendo mentre noi viviamo ed operiamo; non per questo, noi siamo entrati nel mondo di una religione positivamente intesa, di una religione del trascendente. Per sentirci al centro di questa religione del trascendente, dobbiamo giungere all’aperto e pauroso riconoscimento di qualche cosa che è, che esiste al di fuori di noi, al di fuori della nostra volontà. Ed è quello a cui giunge l’Innominato, il quale fin da questo momento dunque si converte non già ad una vaga e generica religiosità, ma ad una precisa puntuale e positiva religione del trascendente. [...] Ma volevo piuttosto rilevare come il Manzoni non ci fa giungere ex abrupto a questo capovolgimento di visione; tale conversione, dico, appare preparata, graduata, da quelle due precedenti fasi del pensiero della morte, del timore del giudizio eterno. [...] Da ciò i combattimenti della sua volontà contro la lenta invasione di questi pensieri religiosi: una troppo immediata adesione a codesti pensieri religiosi sarebbe stato segno di superficialità, segno di un rugiadoso ottimismo catechistico da parte del Manzoni stesso. [...] Qui si chiude la pagine critica, per dir così, sulla conversione dell’Innominato, che è forse la più profonda e la più intensa dell’episodio, dove ogni paragrafo segna un avanzamento nella parte più occulta della coscienza. >> Luigi Russo

  5. #5
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    io non sono mai riuscito a leggerlo. sinceramente la storia non mi è mai piaciuta, ma anche la scuola ci ha messo del suo. forse davano troppo peso a quel romanzo

  6. #6
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    Letto da adulta, continuo ad essere d'accordo con Carducci... che il senso del romanzo è che a pigliar parte alle sommosse si risica di finire impiccati

    La capacità di questo libro di coinvolgermi è meno di zero, e non perchè sia un libro del passato (ce ne sono tanti altri che mi entusiasmano!) ma perchè lo trovo irrimediabilmente vecchio, ottocentesco nel peggior senso del termine
    Non mi interessano gli espedienti letterari o le dimostrazioni di gran mestiere (da parte del Manzoni) su cui certa critica mette l'accento: non metto certo in dubbio le capacità tecniche dell'autore e il suo italiano perfetto risciacquato in Arno , però per me resta una storiellona moralista e retorica: inoltre trovo falsi, preconfezionati, molti dei personaggi (a cominciare dai protagonisti).

    Ora sono un pò arruggunita... mi ricordo però che all'epoca consegnai un tema di critica sui P.S. (era alla maturità?!?) su cui gli insegnani ebbero ben poco da dire

  7. #7
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    credo che volenti o nolenti sia il romanzo dell'italica stirpe che ci rappresenta nelle diverse sfaccettaure del nostro agire. A me piace sotto tanti punti di vista, con quella capacità di creare dei bozzetti che saltano all'occhio ancor prima di inoltrarsi nella storia, descrivere caratteri e personalità attraverso la descrizione dei comportamenti, creare dei tipi umani o delle situazioni che sono universali. Non male come romanzo nazionale.

  8. #8
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    Io ancora non l'ho letto... dopo essere stata costretta al liceo intendo...
    Ma è in lista d'attesa e prima o poi mi farò coraggio

  9. #9
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    Citazione Originariamente scritto da isola74 Vedi messaggio
    Io ancora non l'ho letto... dopo essere stata costretta al liceo intendo...
    Ma è in lista d'attesa e prima o poi mi farò coraggio
    dopo aver letto tutti i nostri commenti, ti sarà venuta sicuramente voglia di sapere com'è.
    un mio consiglio spassionato: va letto. Forse poi lo potrai anche criticare, come ha fatto Willupo con cui mi trovo, per certi versi, d'accordo. Ma è comunque un pezzo importante della nostra cultura e penso che non sarebbe tempo sprecato. Aspetto il tuo commento....

  10. #10
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    Citazione Originariamente scritto da Kriss Vedi messaggio
    dopo aver letto tutti i nostri commenti, ti sarà venuta sicuramente voglia di sapere com'è.
    un mio consiglio spassionato: va letto. Forse poi lo potrai anche criticare, come ha fatto Willupo con cui mi trovo, per certi versi, d'accordo. Ma è comunque un pezzo importante della nostra cultura e penso che non sarebbe tempo sprecato. Aspetto il tuo commento....
    Lo leggerò di sicuro, anche perchè fa bella mostra di sè in libreria....

  11. #11
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    Citazione Originariamente scritto da WilLupo Vedi messaggio
    "il senso del romanzo è che a pigliar parte alle sommosse si risica di finire impiccati"
    Niente di più sbagliato: Manzoni condanna sì il ricorso alla violenza, ma una delle idee portanti del romanzo, incarnata principalmente da Fra Cristoforo e dal Cardinale, è che bisogna reagire alla oppressioni, e non rassegnarsi al male come fa invece Don Abbondio.
    E se è vero che gli “eroi” del romanzo aborrono la violenza, non va dimenticato che Manzoni approvò le guerre d’indipendenza italiane.
    Insomma non lo si potrà mai dire un rivoluzionario, ma il suo è un Cristianesimo tutt’altro che arrendevole e retrivo.

    Citazione Originariamente scritto da WilLupo Vedi messaggio
    Non mi interessano gli espedienti letterari o le dimostrazioni di gran mestiere (da parte del Manzoni) su cui certa critica mette l'accento: non metto certo in dubbio le capacità tecniche dell'autore e il suo italiano perfetto risciacquato in Arno
    Non si tratta solo di espedienti letterari, di dimostrazioni di gran mestiere, di capacità tecniche e di italiano risciacquato in Arno, ma di grande ispirazione poetica, perché il Manzoni sente il Cristianesimo in profondità, sa verificarne la morale qui e ora, a diretto confronto con i dolori eterni dell’uomo (vedi il discorso di Padre Felice nel lazzaretto per esempio), vive con intensa partecipazione questi dolori (vedi l’articolo di Momigliano che ho postato più sopra), trova similitudini straordinarie (le due su Don Abbondio durante il colloquio col Cardinale, quella della Peste con la falce, quella tra Macbeth e il padre di Fra Cristoforo… ma ce ne sono una valanga), sa dar espressione ad una gamma enorme di sentimenti, sa essere sarcastico, spiritoso, toccante, epico (il magnifico paragrafo sul passaggio dei Lanzichenecchi: Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode etc.), sa ricreare non solo l’atmosfera del Seicento ma anche quella che è stata la “visione del mondo” di quel secolo,…. e tutto ciò in un’opera di una coerenza straordinaria, dove le idee dell’autore costruiscono il nervo stesso della narrazione e assumono nei personaggi più riusciti una evidenza ed una forza indimenticabili (L’Innominato...).
    E la critica l’accento l’ha messo soprattutto sui passi più poetici, molto meno sul “mestiere” di Manzoni (i cinque “interventi” che ho riportato più su ne sono un (limitatissimo) saggio).

    Citazione Originariamente scritto da WilLupo Vedi messaggio
    per me resta una storiellona moralista e retorica
    Moralistica sì, retorica in alcune parti (per esempio nella biografia del Cardinale) ma non nell’insieme, essendo al contrario un opera scritta prima di tutto col cuore.

    Citazione Originariamente scritto da WilLupo Vedi messaggio
    inoltre trovo falsi, preconfezionati, molti dei personaggi (a cominciare dai protagonisti).
    Renzo e Lucia non sono i personaggi più interessanti, vero, ma dove sarebbero “falsi”?
    E la maggior parte dei personaggi principali (Fra Cristoforo, L’Innominato, Don Abbondio, Gertrude) sono tutto il contrario di figure “preconfezionate”.

  12. #12
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    I personaggi sono falsi in quanto si avverte pesantemente che si tratta di stereotipi costruiti con intenti didascalici!
    Almeno, io lo avverto pesantemente
    Renzo e Lucia impestano l'intero romanzo e sono personaggi piatti, privi di complessità, e falsi, mostruosamente falsi: pensiamo solo al poetico e “dotto” addio ai monti messo in bocca ad una popolana del ‘600 … fa quasi ridere.
    Manzoni, è lui che parla, perchè presumibilmente incapace o non interessato a far parlare con la sua voce e le sue parole una popolana del 600.
    Fatto sta che il ritratto della popolana del 600 dal romanzo non emerge...

    Mò non mi metto a fare l'analisi degli altri personaggi, non me lo posso permettere perché è passato troppo tempo e non ho il libro sotto mano, ma il ricordo è di un grigiore incontrastato: ognuno ho uno scopo, ha un ruolo preciso nel realizzare l’intento moralistico del romanzo, ma con ben poca umana e contraddittoria complessità.

    In generale su tutto il romanzo grava la cappa oppressiva della componente didascalica, dottrinale.
    Più che ispirazione, ci si avverte onnipresente l’ideologia religiosa.
    Lo scopo è palese: dare forza ad un messaggio. In questo caso si tratta di quello cattolico ma se fosse un altro non cambierebbe molto.
    Non metto affatto in dubbio che Manzoni lo abbia scritto col cuore, essendo un cattolico convinto, ma il moralismo trapela ovunque, prende pesantemente il sopravvento su qualunque altra cosa. "Ispirazione" non se ne avverte proprio

    Di solito le opere ideologiche le apprezza soprattutto chi è allineato con quall'idea (con buona pace della presunta universalità). Il cattolicesimo è molto diffuso e il romanzo molto apprezzato: ovviamente chi è in linea con quel credo si sente coinvolto, avvalorato…
    (certo che anche a me piacciono alcuni libri che ricalcano come la penso, ma in quanto al loro valore letterario cerco di rimanere obiettiva)
    A quanto so Manzoni non ha un grosso successo all'estero, in paesi non cattolici

    Continuo a pensare che il merito del Manzoni sia soprattutto linguistico.
    Mi pare tra l’altro che sia stato il primo romanzo in italiano, no?
    Mi piacerebbe vedere cosa ne è dei P.S. se tradotto in inglese o in qualche altra lingua lontana dall’italiano

  13. #13
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    Citazione Originariamente scritto da WilLupo Vedi messaggio
    Letto da adulta, continuo ad essere d'accordo con Carducci... che il senso del romanzo è che a pigliar parte alle sommosse si risica di finire impiccati

    La capacità di questo libro di coinvolgermi è meno di zero, e non perchè sia un libro del passato (ce ne sono tanti altri che mi entusiasmano!) ma perchè lo trovo irrimediabilmente vecchio, ottocentesco nel peggior senso del termine
    Non mi interessano gli espedienti letterari o le dimostrazioni di gran mestiere (da parte del Manzoni) su cui certa critica mette l'accento: non metto certo in dubbio le capacità tecniche dell'autore e il suo italiano perfetto risciacquato in Arno , però per me resta una storiellona moralista e retorica: inoltre trovo falsi, preconfezionati, molti dei personaggi (a cominciare dai protagonisti).

    Ora sono un pò arruggunita... mi ricordo però che all'epoca consegnai un tema di critica sui P.S. (era alla maturità?!?) su cui gli insegnani ebbero ben poco da dire
    Non ho letto ancora questo libro, ma ammetto che questo commento mi inspira tanto di prenderlo in lettura...
    Quanto siamo strani, a volte.... sorvoliamo i commenti possitivi (scusami Masetto), che invitano alla lettura, e poi ci fa da esca uno completamente negativo...
    E' capitato anche a voi, o sono solo io quella strana...?

  14. #14
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    Mmmmh, continua a bastarmi quel che lo letto sotto costrizione, magari, tempo permettendo piu' in la' ci riprovero'

  15. #15
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    Promessi sposi = orgoglio italiano
    Semplicemente fantastico!!

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