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I promessi Sposi

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Discussione: Manzoni, Alessandro - I promessi sposi

  1. #61
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    Siccome a scuola ne avevamo letto soltanto una parte tralasciando circa un terzo (se non più) durante la rilettura l'ho praticamente riscoperto e la lettura mi ha coinvolto come mai avrei pensato, a maggior ragione per il fatto che a scuola non l'avevo apprezzato molto.
    Manzoni è a dir poco unico ed ha il pregio di riuscire a dare una fotografia nitidissima del periodo storico, la storia è molto avvincente anche se le frequenti divagazioni ne rompono spesso l'incedere, le cose che mi hanno maggiormente affascinato di questo libro, sono il linguaggio utilizzato ma soprattutto la "carica morale" che il Manzoni ha voluto attribuire ad ogni personaggio, cosa che andava abbastanza contro le logiche del tempo: Don Abbondio che nonostante sia un ministro di Dio di dimostra un vigliacco, l'innominato che da terrore dei popoli diventa una specie di santo, la monaca di Monza che è stata introdotta controvoglia in monastero ma al posto di adeguarsi ed essere pia e caritatevole ne combina di ogi sorta; insomma diavoli vestiti da santi e santi vestiti da diavoli.
    Quando ho deciso di rileggerlo pensavo seriamente che non sarei riuscito mai a finirlo ed invece l'ho letteralmente divorato

  2. #62
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    La cosa che più mi ha colpito di questo romanzo è la capacità dell'autore di creare personaggi veramente profondi assieme ad altri scontati, riuscendo così a parlare praticamente di ogni aspetto della vita umana. Il romanzo è davvero coerente (non so perché ma mi è sembrato strano) in tutte le sue parti, riuscendo anche a entrare in dettagli senza problemi, qualunque sia l'argomento. I personaggi sono creati con maestria, mi viene da pensare che Manzoni li abbia copiati da suoi conoscenti per la capacità che dimostra nell'entrare dentro ognuno di loro; ovviamente il 'realismo' storico è altissimo e tutto il romanzo sembra un trattato antropologico che, cosa risaputa, vale oggi più di allora.

    Gli aspetti che ho trovato spiacevoli sono pochi. Primo, la divisione troppo netta in sezioni narrative/storiche, quasi un resoconto tecnico. Cosa naturale, mi ripeto, non è un romanzo del ventesimo secolo... Secondo, i dialoghi sono davvero pochi, forse per questo ho trovato il romanzo molto pesante. Terzo, l'autore fa la morale e non posso fare a meno di sentirla come una cosa esagerata.

    Sicuramente avrò dimenticato qualcosa, ma provando a tirare le somme è un bellissimo romanzo, ma noioso. Se oggi però fossimo più abituati a questo tipo di romanzi invece che essere circondati da libri vuoti e serie tv senza un vero contenuto probabilmente saremmo tutti più propensi a una lettura lenta e meditata... Manzoni stesso alla fine del romanzo ci invita a chiederci cosa abbiamo imparato dopo la lettura della sua opera. Credo che per molti versi sia il romanzo giusto per il nostro tempo ma del tutto inadatto all'uomo moderno.

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  4. #63
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    I Promessi Sposi è, anzitutto, una bellissima avventura. Fonda idealmente il genere del romanzo modernamente inteso, con tutti gli archetipi che non possono mancare allo svolgimento di una storia equilibrata e attraente. E’ il manuale perfetto della teoria del romanzo. C’è un'iniziale storia “normale” che si “rompe” a causa di un antagonista. Ci sono protagonisti e linee d’azione “todoroviane”, aiutanti e sviluppi narrativi intrecciati in modo assai ben definito.

    Anzitutto, dunque, i Promessi Sposi, è una storia. Ed è una storia riuscitissima, piena di colpi di scena e di punti che fanno convergere l’attenzione del lettore come una calamita.

    Sono tanti i personaggi del romanzo, non ultimo, la folla, per la quale il Manzoni provava un irrefrenabile impulso all’ironia, comprensiva, bonaria e graffiante al tempo stesso.

    I personaggi principali, Renzo e Lucia, sono quelli meno interessanti, meno dotati di spirito critico e massimamente asserviti al contesto della storia. Renzo è un grottesco giovanotto nelle mani del grande burattinaio, l’autore, che, al pari di Dio con l’uomo, lo usa solo per sviluppare gli eventi della Storia. Renzo passa per Milano durante la carestia, durante l’invasione dei Lanzichenecchi e durante la peste, tutti eventi che lo travolgono senza ucciderlo, ma lasciandolo ai margini del vissuto generale.

    Lucia è il perfetto emblema della donna superstiziosa e che si lascia travolgere dal destino, dalla “Provvidenza”, senza quasi capire che la storia è ciò che di noi facciamo, con i nostri atti e la nostra volontà.
    Mentre tutti gli altri personaggi, nessuno escluso, sono raffinati, appuntiti, calibrati, disegnati come quei “tipi umani” che Balzac aveva in mente di descrivere nell’arco della sua intera esistenza. Al Manzoni bastò un romanzo.

    I Promessi Sposi parla di religione cristiana, tanto della sua stupida superstizione di matrice mediovale, quanto del suo lato migliore, quello che eleva gli spiriti peccatori, portandoli ad agire in nome del bene, guidati da una mano invisibile e rassicurante. Parla del peccato e del giudizio delle genti, che, in quanto tale, è sempre sbagliato. Parla di amore e carità, di guerre e soprusi. Parla dell'uomo, abbassato, proprio durante l'epoca dei lumi, ad un animale infilato in un ingranaggio che tutto trita e nulla rispetta. E' un romanzo storico che traccia giudizi severi su un'epoca lontana e chiede ai lettori futuri di non commettere lo stesso errore di presunzione.

    E' un romanzo iperbolico, in cui personaggi e luoghi vengono mitizzati e mistificati oltre misura, perché non è possibile nemmeno per Dio l'oggettività indispensabile al rilassamento dei sensi.

    Manzoni inventerà, per altro, la lingua italiana per quella che oggi è, non credendo nemmeno lui più di tanto, al suo folle esperimento.

    Votato 5/5

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  6. #64

    Predefinito I promessi sposi

    A lungo, a partire dalla scuola, ho considerato una noia mortale. Rileggendolo a distanza di decenni la mia opinione è cambiata...

  7. #65
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    Predefinito Dal GdL

    Allora, non voglio ripetere (ma lo sto facendo) i commenti sulla grandezza del romanzo. Sia per quanto riguarda la perfetta fotografia del momento storico-politico e sociale del luogo e del momento, sia per l'universalità dei temi trattati e per l'approfondita ed efficace caratterizzazione dei personaggi. Renzo e Lucia, i meno significativi, subiscono comunque un'evoluzione, in particolare Renzo che, durante un percorso irto di difficoltà sia in senso metaforico che letterale, da ragazzo impulsivo e "testa calda" diventa uomo ragionevole. Lucia, trovandosi tra le grinfie dell'Innominato o, comunque, tra quelle che ritiene tali, mostra una determinazione inaspettata. A suo modo, continua a dimostrarla con l'attaccamento a quello che oggi verrebbe ritenuto dai più (e, probabilmente, anche allora, forse dalla sua stessa madre) un voto assurdo. Il Manzoni rispetta la fede di Lucia, ma i personaggi che realmente incarnano il suo modo di concepire la religione secondo me sono Fra Cristoforo e il cardinal Federigo, i quali hanno assunto i reali principi fondanti del cristianesimo come guida per la vita. L'autore si fa beffe, invece, delle superstizioni ma anche di un certo modo di concepire la fede e la religione: non manca la figura, efficacissima, del religioso - Don Abbondio - che agisce, o meglio non-agisce, in base a principi egoistici che poco hanno a che vedere con quelli cristiani; non manca la rappresentazione di quella parte dell'umanità - la famiglia della monaca di Monza e soprattutto il padre - che vede nel convento una sistemazione o, peggio, la possibilità di un ruolo di potere, giungendo a rovinare la vita della propria figlia. Insomma, il Manzoni è un uomo di fede ma non un bigotto: le storture le vede, eccome.
    Anche i personaggi apparentemente minori o comunque meno presenti, come Perpetua, restano comunque indimenticabili.
    La parte della conversione dell'Innominato, seppur troppo veloce, è una delle cose più belle che abbia mai letto.
    Invece mi ha lasciato un po' perplessa il finale, un po' sbrigativo e troppo "romanzato"; non mi aspettavo un assestamento così frettoloso della situazione, dopo la tragedia della peste.
    In ogni caso, resta un grande capolavoro e un libro da leggere anche nelle scuole, ma non nei primi anni delle superiori.

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