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Discussione: Caparco, Enrichetta - Tracce Invisibili di Universi Paralleli

  1. #16

    Predefinito La famiglia, anzi i personaggi che le animano

    Citazione Originariamente scritto da Enriquez Vedi messaggio
    Ciao a tutti, Eccomi con un nuovo quesito, amici miei: può il futuro costruire il passato?


    Durante la presentazione del mio romanzo vedere il link, viene dibattuta la seguente teoria: Il futuro costruisce il passato e ancora: alla base dell’esistenza sta l’eccezione non la regola Ho portato l’esempio di Alessandro Campo per spiegare la mia tesi: A richiamare la sua fortuna – diverrà ricco e colto, oltre che un grande campione di equitazione - è la grande disperazione della sua prima giovinezza.

    Dal Capitolo XX



    All’inizio del terzo millennio, la scienza cerca il Bosone di Higgs, ancora non osservato, carica elettrica zero. Si ritiene che esso conferisca le proprietà della massa ai quark, ai leptoni e ai bosoni w e z. Con questa scoperta i fisici tentano di appurare l’eccezione, ovvero quel che accadde nell’infinitesima frazione di secondo che diede inizio all’universo.
    Alla base dell’esistenza sta l’eccezione, non la regola; perché è la prima a determinare la sostanza delle cose, tanto che la vita pone i suoi percorsi nell’improbabile. È questa l’ipotesi che Carlotta avalla, perché anche la storia della sua famiglia si regge sull’eccezione.
    Nel grande quadro la storia dei Campo è variegata: i Campo sono medici, navigatori, combattenti e artisti, oltre che ricchi proprietari di terre fertili. Hanno colline olivate e frutteti che si stendono a perdita d’occhio; tra Caserta e Napoli ci sono terreni che portano ancora il loro nome. Nel giro di un paio di secoli – tra guerre, carestie e altre calamità – la famiglia perde tutto; poiché le testimonianze lasciano posto ai racconti e anche quelli, ad un certo punto, possono andare perduti.
    Eppure Alessandro…


    Novembre 1942: Torino, piazza Vittorio Veneto

    C’era la guerra e questo aggravava tutto, ma la miseria e il senso di desolazione guastavano le nozze di Alessandro.
    Trasportati in cortile dai nipoti, due tavolini da notte e un cassettone stavano per diventare legna da ardere. Era stata la vecchia a deciderlo.
    «Per favore, no! Non li faccia a pezzi. Potrei prenderli io quei mobili», disse a Madama Fagone.
    «Guardi, signor Campo, che sono pieni di tarli, possono servire giusto per la stufa. Che cosa ne vuol fare?».
    Come poteva rispondergli: “Il mobilio della mia camera da letto?”.
    Stava per sposarsi; era innamorato di Caterina, felice che gli avesse detto di sì, ma non sopportava l’idea di non avere i soldi per acquistare le fedi nuziali. Nemmeno i fiori poteva comperare alla sua sposa. Sarebbe andato all’altare con i calzoni che Natalia, la futura suocera, aveva trovato tra le macerie di un palazzo.
    La notte prima delle nozze l’avrebbe passata a piangere. Avrebbe montato il letto matrimoniale, un rottame rimediato da un rigattiere, e per due volte la rete si sarebbe appiattita rovinosamente sul pavimento. Non che per quel ragazzo del Sud la miseria fosse nuova. La vita, l’infanzia in particolare, era stata dura con lui.


    Dal 1927 nel Casertano

    Carlotta era una ragazzina, quando suo padre commissionò all’Istituto d’Araldica una ricerca sui Campo.
    Tornò a casa eccitato.
    Dopo aver raccolto i familiari in sala da pranzo, non senza affettazione, cominciò ad allargare sul tavolo manoscritti, albero genealogico, una copia su carta filigranata dello stemma gentilizio e qualcos’altro. Nel suo orgoglio malcelato c’era ritrosia; era come se Alessandro provasse vergogna a mostrarsi tanto sensibile alle lusinghe di quei documenti.
    «Papà», gli chiese Ludovico, «posso dirlo a scuola che sono figlio di un nobile? Cosa sei, un conte o un principe come Totò?».
    Il bambino senza saperlo aveva centrato la questione. Fu per vanità, e anche per contrapporre qualcosa al suo passato da indigente, che Alessandro Campo volle quelle carte; ma quanto gli era costato in denaro quell’alone da patrizio? La figlia maggiore se lo sarebbe chiesto tante volte.
    «Non che papà nascondesse di essere stato povero, anzi lo diceva a tutti. Mia madre gridava: “Mettetevi a nu pizzitielliu e state cheti».
    «Perché non dovevate muovervi?», gli chiedevano.
    Lui sorrideva: «“Si currite alleggerite subito”, questo diceva mammà. Giocavamo», spiegava, «era naturale correre; naturale anche che ci venisse fame – diceva proprio fame, non appetito – e così ogni tanto andavamo alla madia per tagliare una fetta di pane e la forma diventava sempre più piccola. E non era nemmeno tutto», aggiungeva, «con Mussolini la scuola dell’obbligo c’era già. Non che ti venissero a prendere a casa se non frequentavi; mia sorella, che non aveva voglia di studiare, è andata solo fino alla terza elementare. Ma io no; a me piaceva. Avevo i libri dal patronato, ma non i quaderni. Quando le pagine finivano, scrivevo sulla copertina finché potevo. Sapevo che avrei dovuto piangere un giorno intero per farmene comperare un altro».

    Nel “grande quadro” la “Casa di Armando” e la “ditta Gianpaolo” lampeggiano fra migliaia di configurazioni per comparare momenti differenti che riguardano le stesse persone. Si tratta di adesso assai distanti tra di loro.
    Una finestra si apre nel remoto.
    La seconda guerra mondiale è in pieno corso. Vige l’autarchia e la borsa nera, ma i giovani si ritagliano ugualmente qualche spazio per lo svago. Alessandro e Caterina sono in piscina. Lui non sa nuotare eppure si getta ugualmente dal trampolino perché ha bisogno di cimentarsi con se stesso ma, soprattutto, di emergere in qualche modo.
    Di nuovo cono temporale intermedio.
    La guerra è finita da un paio di decenni, Alessandro non è più un ragazzo e la“Gianpaolo& figli”, che si è rivelata una gallina dalle uova d’oro, ha cambiato la sua vita. Ricco abbastanza da concedersi case di proprietà, il padre di Carlotta acquista barche impegnative: cabinati a vela, da regata: oggetti costosi e difficili da condurre. Lui, che ha visto per la prima volta il mare a vent’anni, lui che non sapeva nuotare e ha rischiato di annegare nell’acqua di una piscina, avverte adesso un grande desiderio di mare; è un sentimento quest’ultimo che assomiglia alla nostalgia per un bene perduto o abbandonato contro la propria volontà.
    Il quadro rimane nell’ intermedio. Alessandro, in compagnia di un amico e dei suoi figli, raggiunge per la prima volta la “Casa di Armando” una domenica di settembre. Quella, sembra una giornata qualunque, e invece…


    Alla “Casa di Armando” Alessandro Campo avrebbe tenuto i suoi cavalli per nove mesi l’anno.
    Sbeffeggiato, non senza una punta di orgoglio dalla moglie, il principe Sbrodoloff ― così aveva cominciato a chiamarlo Caterina da quando montava a cavallo ― partecipò a tutti i concorsi nazionali che la federazione per gli sport equestri organizzava. In un turnover tra acquisti e vendite, Campo sarebbe arrivato a possedere più di quattro cavalli da percorso a ostacoli, animali che trattava come figli, anzi con più indulgenza.
    Nel piacere autentico che quello sport gli procurava c’era ― oltre all’amore per gli animali ― una buona dose di esibizionismo. Innegabile, infatti, era la vanità che muoveva il suo trotto di scuola e il suo elegante saluto alla giuria ― con quella punta malcelata di protagonismo ― che fece sorridere molti tra concorrenti e pubblico.
    Eppure nascosto, invisibile, c’era ben altro.
    Cari amici, continua il mio pensiero sulla famiglia e sui suoi cambiamenti e siccome, sono del parere che per scrivere come per dipingere l'artista deve avere un modello vi confesso che la mia nonna materna somigliava tanto a Carlotta a molinara.

    Da "Tracce invisibili di univeri paralleli":

    Carlotta a Molinara aveva cervello. Ingegno, parlantina e buonumore non erano meno importanti del maiale, delle galline e del campetto da coltivare a qualche chilometro dal paese. Alessandro descriveva bella sua madre: denti perfetti, occhi vivaci, collo lungo. Nella foto di nozze si notava soprattutto la statura; Carlotta era alta quanto il marito, che non era piccolo. Tanta avvenenza – ammesso che ci fosse, dicevano i maligni – fu la sua unica dote; ma non pensò mai di servirsene fuori dalla famiglia.
    I suoi erano emigrati negli Stati Uniti, subito dopo le sue nozze, alla fine della Grande Guerra.
    «I all’America non ci vogl’i», aveva detto decisa quando volevano portare anche lei oltreoceano; ma aveva diciassette anni, era minorenne.
    Con Ludovico già si parlava, anzi lui l’aveva chiesta in sposa al fratello maggiore, perché la ragazza era orfana di padre.
    Fu terribile lasciare la mamma; l’avrebbe rivista cinquant’anni
    dopo, quando Alessandro le pagò il volo per gli Stati Uniti. La vecchia, aveva novantasei anni, volle farsi portare in aeroporto
    a riceverla, ma quando la vide disse: «Ma commme? Quanno t’aggiu lassata eri accussì na bella guagliola!».
    Fu nel ’30, quando la povertà sembrava una morsa stretta attorno ai suoi figli – ne aveva già persi due – che si decise: scrisse in America – anzi no, perché comunque scriveva sempre,non aveva mai perso i contatti – chiese aiuto.
    Si rivolse al fratello maggiore, Enrico. Arrivarono pacchi di vestiario, oggetti, e anche dollari. E poi di nuovo pacchi e nuovamente denaro, più volte.
    Nel frattempo Alessandro, aveva appena undici anni, venne ingaggiato con altri ragazzi per la raccolta delle olive. Cominciava
    all’alba e tornava la sera fradicio.
    I Campo, ben prima che iniziasse la seconda guerra mondiale,ce l’avevano fatta a crescere i figli; granaio e dispensa erano pieni, come il piccolo salvadanaio che Carlotta teneva sotto il materasso. Ma quando l’Italia si alleò con la Germania, anche Ludovico Campo, che non aveva ancora quarant’anni, fu richiamato alle armi. Sarebbe tornato a fine conflitto per iscriversi nuovamente nelle liste di disoccupazione, avrebbe nascosto con puntiglio il suo disagio, adoperandosi senza riserve.
    «Avevamo la miseria sempre dietro la porta di casa», avrebbe raccontato suo figlio, «eppure sembravamo meno poveri di tanti altri».
    Forse ad aiutarli fu la dote che li distingueva. La stessa che avrebbe tante volte fatto sentire solo e differente Alessandro, ma che l’avrebbe sempre messo in salvo.
    Nel piccolo centro di Calvi, dove tutti prima o poi prendevano
    un soprannome, i Campo erano chiamati “i furbacciegli”
    proprio in ragione del loro cervello.
    208

  2. #17

    Predefinito Link al mio sito

    Cari amici,
    vi comunico il link al sito del romanzo:
    Nuova pagina 1

  3. #18

    Predefinito Che cosa è cambiato? stavamo meglio quqndo stavamo peggio'

    Cari amici,
    alla luce di quanto sta accadendo oggi in Italia, alle proteste che partono dalle borgate di Roma, alle occupazioni clandestine, e alla lotta perenne e troppo poco ascoltata della gente ecco nascere la nostalgia. Stavamo meglio quando stavamo peggio? Dal mio romanzo “Tracce invisibili di universi paralleli”

    1955-1956: Torino, il centro storico
    Le fabbriche residenziali della Torino barocca sembravano diamanti incastonati dall’orafo in un gioiello. Era la grazia del loro intorno a esaltarle, circondate come erano da opere d’ar¬te.
    Quando Carlotta si affacciò la prima volta sulla via Gari¬baldi lo vide: antico eppure nuovo, così bello da toglierle il respiro, Palazzo Madama, l’opera mirabile di Juvarra.
    Via Dora Grossa, ribattezzata dopo il Risorgimento via Garibaldi, è una delle strade principali della Torino antica. In prossimità dei giardini reali e di piazza della Repubblica in¬crocia le sue trasversali ad angolo retto. Anche queste hanno cambiato nome; restaurate alla perfezione, oggi rappresen¬tano l’aspetto fricchettone della città vecchia, ma negli anni Cinquanta furono il recapito dei forestieri indigenti.
    Gli italiani del Sud, infatti, richiamati dalla Fiat e dal suo indotto, facevano la coda agli uffici di collocamento e affol-lavano le case di via San Tommaso e via dei Mercanti; gli sta¬bili devastati dai bombardamenti di piazza San Giovanni e le soffitte di via Porta Palatina. Le donne sedevano sui ballatoi o davanti ai portoni a chiacchierare, i figli piccoli in grem¬bo. Stavano ore sull’uscio come al loro paese, dove il clima era mite e l’inverno una comparsa. Gli uomini arrivavano la sera affamati e comperavano copiose quantità di pane, giusto quello che un torinese avrebbe consumato in una settimana. I bambini più grandicelli contribuivano a mettere insieme il pranzo con la cena e si vedevano vendere limoni ai crocicchi. Un compagno di Ludovico glieli mostrava in classe, sul fondo della cartella.
    Furono gli anni dell’edilizia selvaggia, della nascita delle periferie dormitorio; ma la città – che a fine del millennio avrebbe accolto orde di extracomunitari – rifiutava i conna¬zionali e sbeffeggiandoli li chiamava Napuli. Eppure quelli che venivano dal napoletano erano una minoranza: gli altri erano siciliani, calabresi, pugliesi. Sarebbero stati loro a trasformare la città sabauda, cambiandone non solo la faccia ma l’anima.
    Il centro storico, in quegli anni, traboccava di persone, ma

    Il centro storico, in quegli anni, traboccava di persone, ma 188
    non tutti erano emigrati. In municipio, in pretura, al grande mercato di Porta Palazzo c’era folla sin dal mattino. La gente percorreva i marciapiedi, imboccava i portici, sbucava dagli anfratti ombrosi o scompariva nei vicoli. Notabili e uscieri, gendarmi, ragazze del popolo, educande, piazzisti e bottegai, mezze maniche e operai si mescolavano tra loro come voci nel coro.
    La violenza metropolitana era un fenomeno irrilevante. Un parametro ordinatore, una sorta di protocollo convenzionale la preveniva, neutralizzandola sul nascere. Scippi, furti con scasso e altri reati da strada erano espulsi naturalmente dalla maglia stretta della vita quotidiana.

  4. #19

    Predefinito

    Eccomi di nuovo a voi per guardare cosa eravamo e soprattutto: chi erano i nostri insegnanti
    Tracce invisibili di universi paralleli
    Dal 1939 Maestra Alessi

    Alla scuola di Corso Grosseto non c’era insegnante di ruolo che non la conoscesse poiché, maestra Alessi, nel borgo, era più importante del farmacista o della levatrice, un’istituzione, insomma. Giorgina non era mai stata titolare di una cattedra; per la verità, non l’aveva mai, nemmeno cercata, eppure ne aveva tirati su di somari recalcitranti, tanto che avrebbe meritato una medaglia al valore e l’encomio solenne dal ministro della pubblica istruzione, in persona.
    A diciassette anni, appena diplomata, aveva cominciato a tirarsi in casa i figli degli operai del borgo; da lei c’erano sempre i più discoli e i ripetenti, in pratica i ragazzi abbandonati a se stessi, quelli che sicuramente non frequentavano l’oratorio e che diversamente avrebbero passato i pomeriggi a schiamazzare e fare danni nei cortili. Si trattava per lo più di bambinelli perchè, gli anziani, al massimo facevano la quinta elementare o la ripetevano. Casa Alessi, un grande appartamento affacciato su via Bibiana, soprattutto dopo la morte del padre di Giorgina, aveva preso l’aspetto di una scuola. Il connubio tra la nobiltà dell’arredo e la modestia dell’utenza: i figli degli emigrati, dei manovali pagati a giornata, dei piazzisti o tutt’al più, dei piccoli bottegai, la rendeva del tutto particolare, con buona pace dello stemma del casato di famiglia che, continuava a fare bella mostra di se, sull’uscio, in anticamera.
    In particolare era la sala, due grandi stanze messe insieme per l’abbattimento del divisorio, ad aver preso l’aspetto di un’aula scolastica. Lì, le poltroncine e le stampe d’epoca si dividevano lo spazio con grandi tavole attrezzate come scrittoi e alle quali erano accostati semplici sgabelli. A un estremo della sala, le capeggiava una vecchia scrivania che, funzionava da cattedra. Giorgina era la figlia unigenita di un titolato, il suo cognome da signorina, infatti, faceva: Amico di Meane. Dopo il magistero la ragazza aveva frequentato l’università conseguendo una laurea in matematica e fisica.
    La sua famiglia aveva salvato, dal disastro finanziario sopraggiunto alla caduta della monarchia, un casato rustico nel canavese, nel quale Giorgina trascorreva un mese d’estate con la madre vedova, che contava di passare lì, gli ultimi anni della sua vita. Mario Alessi, il marito della maestra, le raggiungeva per il fine settimana e, qualche giorno, a ferragosto.
    Gli Amico di Meane ridotti a raschiare il barile come tante altri nobili dopo la prima repubblica, si misero in lista d’attesa per avere alloggio a fitto agevolato e ne ottennero uno, niente male, nel grande comprensorio di case popolari fatto costruire dal duce intorno al 40, tra il santuario di Madonna di Campagna e la chiesa della salute.
    In vista delle nozze di Giorgina con Mario Alessi si liberò un’unità attigua a quella già abitata dalla fidanzata e dalla madre di lei, ormai vedova. Alessi ne parlò con le due donne e, in accordo con loro, si attivò per ottenere il permesso atto ad unire i due appartamenti.
    “Chi sposa me, sposa anche mia madre”, gli aveva detto, decisa, la ragazza e lui le stava dando retta. Mario era stato a suo tempo il più accanito dei pretendenti di Giorgina. Non che la cosa si fosse risolta in fretta anzi, il fatidico si dall’amata, ci aveva impiegato una decina d’anni ad arrivare. Così, quando lei, finalmente, acconsentì a sposarlo, aveva passato la trentina da un pezzo e possedeva ben precisi connotati di carattere e tanto di professionalità. Mario che, dal canto suo, andava per i cinquanta, s’adeguò in tutto e per tutto.
    “Se l’avessi sposato prima, avrei molti altri anni da aggiungere al mio ottimo matrimonio”. Diceva la maestra in confidenza agli intimi e, nel suo tono, la soddisfazione per la riuscita superava di gran lunga il rimpianto per avere atteso tanto. Non che suo marito fosse privo di personalità tutt’altro ma, aveva una alta stima del bel sesso, più unica che rara all’epoca, e la preziosa tranquillità dei saggi. A rendere Giorgina appagata dunque, non era soltanto il lavoro di insegnante al quale si dedicava con passione mistica ma, quel marito cordiale, disponibile, che la lasciava fare.
    Per altro, Mario Alessi, era intelligente e colto. Nessuno dei piccoli allievi di Giorgina sapeva esattamente di cosa si occupasse il marito della maestra ma , erano tutti certi, che si trattasse di un impiego fisso poiché, la sera, tornava dal lavoro sempre alla medesima ora. Mario si scappellava di fronte alla vecchia suocera e con la medesima premura cercava la guancia della moglie che, per quanto occupata, non mancava mai di correre ad accoglierlo. Naturalmente, ciascuno dei presenti lo salutava rispettosamente e lui rispondeva cordiale ma, riservato.
    Nel ’54, anno in cui la piccola Campo andò, per la prima volta, a sedersi tra i banchi della Alessi , quel doposcuola c’era da un pezzo. Giorgina infatti, al tempo poteva avere una quarantina d’anni, dava lezioni da oltre venti. Intimorita da quelle stanze tappezzate in stoffa, la bambina avrebbe scoperto presto che, molto prima che lei venisse al mondo, tante altre persone avevano tremato sedute su quegli stessi sgabelli. Alcune, Carlotta le conosceva; tra queste, c’era il marito di zia Rebecca, la sorella di suo padre.
    L’onorario che la maestra percepiva, naturalmente, era assai modesto, soprattutto se confrontato alla fatica dell’incarico. Senza contare che, lei non l’avrebbe mai ammesso, sicuramente, quel compenso era pari a zero, per più di un ragazzino.
    Nonostante le scarse entrate e l’economia autarchica, nemmeno un foglio di carta veniva buttato, la famiglia continuava a vivere secondo un protocollo nobiliare. Così, i pasti si consumavano con le posate d’argento appartenute alla bisnonna e la tavola veniva apparecchiata con tovagliati fini di fiandra. Le ricorrenze erano puntualmente festeggiate. Naturalmente, nessuno si stupiva se al compimento degli anni riceveva in dono una scatoletta di mentine e una penna a sfera, ma il dono veniva incartato accuratamente con la miglior carta riciclata e consegnato secondo dettami da maestro di cerimonie. Carlotta avrebbe passato con la Alessi, tutti i pomeriggi dell’anno scolastico di seconda e terza elementare sino al giorno del suo trasferimento, con la famiglia, in piazza quattro Marzo.
    Anche lei, in fin dei conti, era una bambina sola anche se, ora non era più povera anzi, era stato proprio quel benessere economico, giunto all’improvviso che, si era portato appresso la solitudine. In effetti, con l’affidamento dei suoi due fratelli ciascuno a una nonna, Carlotta, se non fosse andata al dopo scuola della Alessi, sarebbe stata per tutto il giorno a parlare coi muri di casa e nessuno le avrebbe corretto i compiti. La mamma passava a prenderla ciascun giorno che, era già buio.
    Giorgina Alessi si era molto affezionata alla piccola Campo e la invitava spesso a pranzo. Le mattine che non c’era scuola la teneva con se; Carlotta arrivava da lei di buon ora e, qualche volta, la precedevano le sue stesse grida, perchè la sua famiglia abitava a duecento metri di distanza dagli Alessi, in linea d’aria. Ebbene, sua madre gliele ficcava tanto da farla urlare come se la spellasse poiché, al mattino, era innervosita da mille faccende, che dovevano essere concluse prima che lei prendesse il tram per andare al lavoro. La bambina non diceva nulla pur comprendendo che la maestra sapeva tutto. Furono serene mattinate da ricordare quelle. Carlotta si soffermava spesso a guardare incantata Maestra Alessi prendersi la treccia e fissarla a corona sul capo con le forcine, oppure mentre si rifaceva il letto:
    “Guarda”, diceva alla bambina, “ E’ liscio come una tavola, è una bella soddisfazione, non credi?”
    Spesso Giorgina la portava con se in centro per la spesa grande. Facevano la coda insieme, in certe bottegucce della via Barbareux: “La migliore marmellata si chiama confettura” diceva la signora, “subisce un trattamento speciale, sai?”.
    Giorgina non era certo bella. Le sue guance precocemente flosce la facevano assomigliare a certi cani bouldozer. Snella e piuttosto alta, tutto subito appariva piatta come una tavola ma, se lo sguardo seguiva il percorso del busto in direzione della vita incontrava due piccolissime protuberanze. Eppure, nessuno avrebbe potuto mettere in discussione il suo fascino che, a dispetto della modestia del sembiante, la rendeva attraente e perfino sexi. Inoltre, la signora possedeva modi da nobildonna e il suo cuore, pari all’ intelletto, era grandioso. Ciononostante era eccentrica e, come dicevano allora: malata di nervi e la vecchia gli stava appresso. Quando sentiva la figlia dare in escandescenze, la madre cominciava ad insultare la causa vivente del disappunto della maestra. Oltre alla fissazione delle tabelline e dei verbi irregolari, Giorgina aveva quella dell’educazione e nessuno dei suoi piccoli ospiti poteva permettersi un comportamento scorretto.
    Carlotta, nel breve tratto che faceva ciascun giorno per arrivare da lei, si comportava come alla via crucis del venerdì santo anzi, era come se recitasse il rosario con tanto di misteri gloriosi.
    “Primo dovere”, ripeteva, “Presentarsi al portone con qualche minuto di anticipo ma badando bene che l’anticipo non superi i cento ottanta secondi .
    “Secondo dovere”, continuava, “Pulire le scarpe al piano terra sull’apposito tappetino di metallo”.
    “Terzo dovere: “Pulire di nuovo le scarpe sullo zerbino davanti all’uscio.”
    Quarto e ultimo dovere, terminava Carlotta, “ Suonare il campanello in modo che si senta ma, non troppo forte.
    Nella prima estate o anche dopo durante le vacanze, all’epoca si rimandava persino alle elementari, Alessi faceva ripetizioni tutto il giorno . Allora capitava di vederla colpire le mosche violentemente con la apposita mazzetta: “Muori disgraziata!” Urlava di rimando. Antonella, anche lei sarebbe passata sotto le sue grinfie e, così, Ludovico, aveva imparato a rifargli il verso e, a casa, quando si esibiva nell’imitazione di: Maestra Alessi che ammazza le mosche ridevano tutti.
    Per concludere ciascuno dei frequentanti aveva nel suo bagaglio più di un’esperienza drammatica con urla e strepiti insomma, scenate. Inoltre, nessuno sapeva bene perché ma, Giorgina aveva inserito il metodo del rifiuto nel suo sistema didattico. La prova del pavimento era il primo metodo. Fu così che Carlotta imparò a coniugare correttamente i verbi irregolari, scrivendoli e riscrivendoli. Dunque quando la bambina li portava titubante alla cattedra per la supervisione,se era giusto ciò che aveva scritto, veniva vistato con una lode. Se sbagliato invece, con un rapido gesto del braccio, Giorgina faceva cadere con violenza il quaderno sul pavimento e la reproba o il reprobo, nel caso specifico Carlotta, lo riprendeva da terra e tornava a compitare al suo posto. La storia si ripeteva sinchè le coniugazioni erano corrette.
    Il secondo metodo del rifiuto imponeva lo strappo. All’epoca si scriveva ancora con penna e calamaio, solo qualche fortunato possedeva la stilografica e le penne a sfera erano veramente poche. Morale, scrivere una intera pagina di quaderno rappresentava un esercizio abbastanza faticoso. Eppure, se Giorgina scopriva un errore di sintassi o di grammatica, a volte anche solo uno sbaffo d’inchiostro, non voleva saperne di cancellare, strappava la pagina o le pagine e si ricominciava tutto da capo. Non c’erano santi, potevano essere le nove di sera.
    L’ultimo metodo del rifiuto imponeva la cacciata. Gli scolari che sbagliavano troppe volte perché, secondo la Alessi, non si applicavano a sufficienza, venivano cacciati per ammenda. Così bambinelli di sette, otto anni , girellavano soli per il borgo in cerca di un pallone o di un amico con le figurine da scambiare, senza saper bene dove andare; a casa, ammesso che avessero le chiavi, non avrebbero trovato nessuno; fortuna che c’erano poche auto e che la pedofilia, purtroppo già c’era, ancora non terrorizzava le famiglie. Un giorno che la vecchia, così i ragazzini chiamavano la madre della maestra, svuotava i baccelli in cucina, anche quella stanza era sempre occupata da scolari muti impegnati a fare i compiti, un pisello cadde sul pavimento e inavvertitamente Carlotta lo pestò; apriti cielo!

  5. #20

    Predefinito

    Cari amici, ho pensato di condurvi con me in un percorso che va dal prologo alla prima scatola cinese del mio romanzo. Ascoltate dunque:

    Paolo Cardinale, l’ erede di una nota fortuna armatoriale, è desaparecido. Uno sconosciuto, Marek Kreen, scrive da Londra a Carlotta Campo, dichiarandosi figlio di Paolo. Carlotta gli risponde allegando alla lettera il racconto del suo amore con Paolo. Ed ecco che l’ombra di questo sentimento migra da un universo all’altro, attraverso la scrittura. E’ la traccia che crea il primo legame tra lei, signora matura, e il giovane sconosciuto; ma tutto questo introduce il primo dubbio: chi è Mareck Kreen?

    Dalle pagine di “Tracce invisibili di universi paralleli”

    Londra, 20 ottobre 1993
    Marek Kreen
    25, New Street Square
    London EC4A3 JA
    Spett.le Carlotta Campo
    via Luisa del Carretto, 9
    10123 Torino
    Gentile Signora Campo,
    ho ricevuto il suo scritto unitamente a una lettera del Signor Enrico Cardinale in cui mi attesta la Sua amicizia con mio padre, pregandomi di risponderLe.
    Innanzitutto devo farle i complimenti per il suo stile letterario, che mi ricorda alcuni libri letti da adolescente. Inoltre il suo contenuto apre qual¬che spiraglio sulla vita di mio padre, che conosco poco: lui mi manteneva qui a Londra, ora non più, e io dovevo semplicemente tenere in ordine le sue carte e i suoi documenti di banche, case, eccetera.
    Purtroppo ho scoperto ultimamente che non aveva confidato a nessuno la mia esistenza, per cui sto cercando di arrangiarmi come posso.
    Conto nei prossimi giorni di tradurre in inglese il suo racconto, perché penso risulti molto bello anche in questa lingua, e di spedirle una copia della traduzione.
    Se lo desidera posso informarmi se esiste qui qualche rivista che possa pubblicarglielo.
    Le chiederei inoltre se è un racconto singolo o se fa parte di una raccolta più ampia, perché in tal caso mi piacerebbe leggere anche gli altri; mi piacerebbe sapere se lei ha scritto dei libri.
    RingraziandoLa del Suo interessamento
    La saluto cordialmente.
    Marek Kreen
    (…)
    «Ho ricevuto la lettera che aspettavo da Londra».
    Francesca si fece seria, poi le passò un lampo negli occhi: «Mio Dio! Paolo ti ha scritto, finalmente».
    «No, non lui».
    «Come non lui. E chi, allora?».
    «Suo figlio».
    «Perché, ha un figlio? E lo sapevi tu? Lo sapevi e non me lo hai mai detto!».
    «No che non lo sapevo. Non sapevo niente di lui, neanche adesso so niente. Neppure come ha fatto ad arrivare a suo figlio la mia lettera».
    «Oh Dio che casino! E allora?».
    «È del tutto inutile che mi metta a fare cinquanta elucubra¬zioni, non arriverei a capo di niente».
    «Posso leggerla la lettera?».
    «Certo che sì, aspetta, te la vado a prendere».


    24 ottobre 1993: Torino, via Luisa del Carretto, prima lette¬ra di Carlotta
    Sola nella sua camera, Carlotta cercava di raccogliere le idee, ma non era facile. Davanti a lei, sullo scrittoio, la lettera di Marek.
    “Marek, il figlio di Paolo? Da dove sbuca?” si chiedeva.
    E come mai le aveva scritto lui e non Paolo? Da quanto si erano detti con Enrico, quel giorno al Museo dell’automobile, Paolo, se avesse voluto essere rintracciato, e solo se avesse voluto, si sarebbe fatto vivo con lei, probabilmente per lettera.
    E invece a scriverle era suo figlio.
    Carlotta non aveva mai saputo che Paolo avesse un figlio.
    Lesse di nuovo. “Nessun ragazzo scrive così oggi” – perché la chiave era romantica? Antiquata? Comunque fuori dal tem¬po – “tantomeno uno straniero”. C’era una certa proprietà di linguaggio. Forse aveva studiato l’italiano, forse l’aveva im¬parato dal padre, forse questo Marek era originale. In effetti, ammesso che veramente fosse il figlio di Paolo, la cosa era semplice: somigliava al padre che certamente era originale.
    C’era un’altra domanda che urgeva una risposta: quanti anni aveva Marek? Dato per veritiero il contenuto del messaggio, chi l’aveva emesso era giovane ma non certamente un bambi¬no. Anche il suo modo d’esprimersi lo confermava. Insomma, doveva avere perlomeno diciott’anni.
    Carlotta fece due conti.
    Nel ’74 a Courmayeur Paolo era un ragazzo; non aveva an¬cora vent’anni. Sul sesso sapeva tutto in teoria, ma poco in pratica. Possibile che avesse già ingravidato una ragazza?
    Oppure era successo tutto un paio di anni dopo? E chi era la ragazza? La madre di Marek doveva essere inglese o perlo¬meno straniera, a giudicare dal nome del giovane. Lo scono¬
    sciuto si firmava Kreen, non Cardinale. Dunque Paolo non l’aveva mai riconosciuto come figlio.
    Forse Paolo non sapeva di essere diventato padre. Forse era una scoperta recente, mai trasmessa ad anima viva. Era anche possibile, anzi probabile, che questo Marek in realtà non fosse affatto il figlio di Paolo. La madre che avanza pretese, mentre il presunto figliolo le tiene il gioco: un classico, a pensarci bene. Oppure era in buona fede, perché sua madre anche con lui recitava la commedia.
    Carlotta aprì la finestra quasi a cercare una risposta fuori. Una qualsiasi, ma in grado di convincerla, di metterla tran¬quilla. Rabbrividì e richiuse subito. Faceva freddo.
    Ripensò alla lettera che aveva messo tra le mani di Enrico, il fratello di Paolo. “Ma che lettera!” si disse.
    In verità era una specie di racconto. Nessuna intestazione, non era nemmeno firmata. Solo Paolo avrebbe potuto affer¬rarne il messaggio e comprendere chi la inviava. Si trattava di un dialogo tra lei e qualcun altro. L’altro poteva essere chiunque, anche non esistere affatto. L’importante era la sua funzione, il contrappunto; infatti il racconto si dipanava tra lei, Carlotta Campo, e questo qualcuno. Tra affermazioni e dinieghi, pro e contro, la donna raccontava la sua storia con Paolo, una strana storia. Il dialogo aveva una doppia funzio¬ne: descrivere quell’amore e farne un bilancio. Nel ritmo del colloquio Carlotta raccoglieva i suoi dubbi in domande dirette soprattutto a se stessa. Il racconto assumeva anche la forma d’una confessione: schietta, immediata, senza orpelli. Tra le righe traspariva la dolcezza e la poesia che ciascun amore por¬ta con sé, ma anche la sofferenza e la rabbia della scrivente riscattata dall’accettazione dell’ineluttabile.
    Che c’entrava Marek? Forse aveva trovato fogli e busta tra le cose di Paolo; aveva letto e gli era venuto lo sghiribizzo di risponderle, perché la busta era intestata. La sua era soltanto una bravata, uno scherzo. Ma allora Paolo, suo padre, non gli era così lontano e sconosciuto come asseriva. Mentiva alla grande questo Marek, oppure era stato Paolo a...
    Basta. Era tutto inutile. Nulla era certo, al momento almeno.
    Non le rimaneva che un’opzione. Doveva scegliere: rispon¬de
    dere o non rispondere, prendere o lasciare? E neppure que¬sto era facile. Perché rispondere? A chi? A un ragazzino in vena d’avventure? La signora Campo sorrise. Se avesse avuto vent’anni sarebbe stato divertente, ne sarebbe venuto fuori un romanzo perché certamente questo ragazzo era un creativo, ma lei non aveva vent’anni e si chiedeva che rapporto epi¬stolare potesse esistere tra lei e qualcuno che non conosceva affatto e che poteva tranquillamente essere suo figlio. “No. Niente giochi, per piacere”.
    Eppure...
    Quel foglio battuto a macchina, quella firma illeggibile era¬no l’ultima traccia di Paolo, la più recente. Se l’avesse lasciata andare lo avrebbe perso per sempre, ne era sicura. No, pro¬prio non se la sentiva di dare un taglio netto a tutta la faccen¬da; perlomeno, non ancora.
    Carlotta fece un lungo sospiro, poi scoppiò a ridere. Rideva di sé e della situazione in cui si stava cacciando. Aprì il casset¬to e prese la carta da lettera: «E va bene, caro “giovane Wer¬ther 2000”, ti rispondo e con il tuo stesso tono!».
    Si guardò intorno. Il destino o il caso, per lei erano tutt’uno, stava mescolando le carte in modo curioso. Avrebbe risposto a una lettera romantica da una città romantica, Torino, dove gli umori ottocenteschi non se n’erano ancora andati e la gen¬te camminava sulle vestigia del Risorgimento, ma in un tempo sbagliato, perché quel fine millennio era violento e lasciava poco spazio al romanticismo.
    “Non importa” pensò, “a contare sono solo i miei pensieri”.
    Una stanza con il letto a barca e le tende bianche ricamate a mano. Carlotta sedeva a uno scrittoio dove anche Alfieri avrebbe potuto scrivere. La lettera naturalmente la stendeva a mano, come nell’Ottocento; solo la lettera perché, come avrebbe accennato nella risposta al giovane sconosciuto, ave¬va una mezza idea di mandare qualcos’altro a questo Marek.

  6. #21

    Predefinito il viaggio continua, ma restiamo a Torino.

    Il viaggio continua amici miei, siamo di nuovo a Torino, al Caffè Fiorio . No, non nel cono temporale remoto, non c’ è Camillo Benso conte di Cavour che ha appena acceso iun sigaro, ma Carlotta Campo che chiede consiglio a Giovanna Passanti, la sua migliore amica, e ci troviamo nel cono temporale Principe.

    Da” Tracce invisibili di universi paralleli”

    Fiorio conservava gelosamente, oltre alla ricetta segreta del gelato al gianduia, l’arredo retro dei suoi saloni.
    Anche quel giorno – ed era là che le due amiche erano di¬rette – nella sala rossa, il loro tavolino era libero. Giò vi posò le Marlboro light e aspettò che l’amica sedesse per chiedere: «Insomma, ti ha scritto Marek. È così che si chiama, vero?».
    Carlotta annuì, poi alzò le spalle: «Sì. E non solo gli ho ri¬sposto, gli ho mandato anche altro». (…)
    Carlotta guardò i vetri a cattedrale dell’ingresso sulla via Bo¬gino. Chissà perché entravano tutti da via Po! E fu quel pen¬siero che non c’entrava per nulla con il suo problema a darle la forza di affermare: «Il fatto è che sto pensando di andare a Londra».
    «Cosa!?». (…)
    Fiorio, ad un tratto, era affollato. (…)
    Le signore della Torino chic, figure deliziose in via di estin¬zione, sedevano sparse qua e là, in piccoli gruppi. Ornate con gioielli antichi, li portavano su camicette bianche di picchè o di organza, stirate in modo perfetto. Qualcuna ancora azzardava il cappello.

  7. #22

    Predefinito cono temporale principe 1993 Londra

    E adesso amici restiamo sempre nel cono temporale principe. E’ 5 dicembre del 1993, ma siamo a Londra. Da “Tracce invisibili di Universi Paralleli”.

    Enrico Cardinale non decollava quasi mai dallo stesso ae¬roporto per scendere a Londra, prendeva sempre un volo di linea. Di solito utilizzava la navetta fino alla Victoria Station e poi si spostava in metropolitana. Ma questa volta, a causa di una perturbazione, era parecchio in ritardo e aveva più baga¬glio del solito. Senza contare che portava con sé del contante: meglio un taxi.
    Era sulla vettura quando selezionò il numero del cellulare di Paolo. “Accidenti, ha inserito la segreteria!”. Detestava parlare in inglese e sospirò, prima di chiamare la Worthy House. Gli rispose una voce maschile: «I’m sorry, but he is not in». Il ragazzo non c’era.
    «Già, “il ragazzo”», ripeté ironico.
    Oltre i finestrini appannati il fianco di Palace Westminster si impose, lo sovrastò e lo lasciò di nuovo. Il taxi costeggiò il Victoria Tower Garden e superò New Scotland Yard. Fu all’altezza di St James Park che Enrico sentì stridere i coperto¬ni sull’asfalto e, subito dopo, il rumore della collisione. Chino in avanti, stava trafficando nella tasca laterale della sua borsa, affondò col capo nella scocca imbottita del sedile anteriore: “Che ca... spita succede adesso?”.
    L’autista sospirò un breve «I’m sorry», prima di spalancare di mala grazia la portiera, scendere e infilare veloce una seque¬la di vocaboli. Enrico non li comprese, ma avrebbe giurato che, in quell’inglese strano, ci fossero almeno tre imprecazio¬ni. Era il bus che aveva tagliato la strada al taxi o il contrario? Con la guida a sinistra della carreggiata, lui si confondeva re¬golarmente. Intravide l’autista del bus, un energumeno con un vistoso tatuaggio sull’avambraccio, intrecciare i suoi sproloqui con il taxi driver: “Ci manca una rissa adesso, e poi dicono che gli inglesi sono compassati”. (…)
    Scendeva sempre al Portobello Hotel di Notting Hill, a due passi dall’omonimo mercato delle pulci: svago irresistibile per i turisti. Ma Enrico non era un turista, non a Londra, non quell’anno; un pensiero molesto gli fece sollevare e abbassare visibilmente la cassa toracica.
    «It’s ok», disse nel lasciare il resto al guidatore, ma la sua enfasi gli fece pensare che forse aveva esagerato con il surplus della corsa: lo disturbava passare per il solito italiano spoc¬chioso.
    Il suo trolley ora stava sul carrello – non ricordava che glielo avessero preso – insieme all’inconfondibile borsa gialla con la scritta Nikon Nital: non ci sarebbe stato tempo per le foto¬grafie.
    L’interno 124, chiedeva sempre quello, era una piccola suite sul giardino dell’hotel dove l’insegna di un ottimo ristoran¬te occhieggiava tra l’onnipresente verde londinese. Di solito cenava lì con Paolo, come quella sera, o almeno lo sperava. Doveva firmargli una delega, sempre che gli riuscisse di con¬vincerlo. Ma certe decisioni sulla compagnia non potevano più aspettare; e lo riguardavano, eccome se lo riguardavano.
    Un lift in livrea sistemò il bagaglio e attese in silenzio. Quan¬do Enrico gli fece scivolare in mano la mancia, ringraziò defe¬rente e si chiuse la porta alle spalle.
    Riconobbe le pareti chiare e il sentore di polvere e lavanda lasciati un mese prima. Aprì tutte le finestre ma le richiuse su¬bito: aveva freddo. Si tolse le scarpe per lasciarsi cadere sul let¬to ampio, invitante con il suo piumino d’oca: stanco, si sentiva stanco. Fissò, senza vederla, la graziosa testata in ferro battuto e lo sguardo salì al soffitto, illuminato da lampade celate da una cornice bianca in cartongesso; troppa luce! Si affrettò a spegnerla. Non serviva a niente rimanere sdraiato sul letto, ora che l’irrequietezza aveva superato il livello di guardia! Tor¬nò a cercare le scarpe, si alzò e accese la tv; dalla BBC un gra¬
    zioso volto di donna gli augurò un cordiale “good morning”. Staccò, togliendole la parola con stizza, la stessa suscitata dalla voce che gli negava il fratello un’ora prima: “Che ce l’abbia coi londinesi?” pensò nell’entrare in bagno. Orinò seduto sul water; faceva sempre così quando era depresso. Un ampio specchio doppiava i rilievi finto marmo delle pareti e i lava¬bi in tinta; un tronchetto della felicità gigantesco ombreggiva inutilmente la brocca smaltata e il set di spazzole in bella mo¬stra su un tavolo stile liberty.
    Decise che si sarebbe fatto la barba e aprì un paio di cassetti per trovare un rasoio usa e getta.
    Il dopobarba diffondeva il suo aroma nella stanza da bagno, mentre Enrico scrutava i tratti regolari responsabili del suo sguardo corrucciato. Erano giorni che troppe domande senza risposta gli martellavano la fronte. Premette con i polpastrelli i bulbi oculari. “Che male alla testa!”. Avrebbe chiesto un’aspi¬rina. Tra un minuto però, prima doveva pianificare la giornata. (…)

    «Has my brother shown up?», aveva chiesto entrando in al¬bergo.
    Il portiere gli aveva risposto in italiano: «Non fino ad ora signore». Eppure si erano sentiti al telefono prima del volo! In verità non aveva detto: “Arrivo, aspettami”, ma era ovvio, che diamine!
    Provò di nuovo. Non rispondeva o non c’era campo?
    Ma che stupido! Quel mattino suo fratello era alla Royal Academy Music! Glielo aveva scritto, ricordava perfino la fra¬se: “Devo andarci perché sabato, alle 10:00, suona una mia amica”.
    Era ancora lontano, quando lo vide uscire dal palazzo dalla facciata in mattoni rossi: la Royal Academy Music.
    Reggeva un violoncello, avrebbe detto Enrico. Vestiva ca¬sual, come al solito, mentre la ragazza grassottella che gli stava accanto era in lungo: un matinée dunque.
    Quando lo riconobbe alzò il braccio libero per un saluto e cedette rapido lo strumento all’amica; la baciò su entrambe le guance: «See you tomorrow Marnie». (…)
    Percorsero Park Lane, il grande viale tra Hyde Park e il quar¬
    tiere di My Fair, e giunsero alla rotonda di Marble Arch senza che nemmeno una parola indicasse che stavano insieme. La passeggiata, lenta come un corteo funebre, a tratti si faceva veloce, quasi che Paolo fuggisse ed Enrico lo rincorresse; ma a quest’ultimo, quella deambulazione pareva un delirio.
    Girovagarono ancora senza meta, per fermarsi stanchi al cancello di una residenza signorile.

    (…).
    Al laghetto si erano fermati di nuovo.
    «A Hippolyte Taine, Regent’s Park è parso un quartiere ro¬mito», disse Enrico.
    «Lo credo bene», gli rispose il fratello, «son più di centono¬vanta ettari di prato».
    “Evviva, mi risponde!”. Enrico si guardò bene dal cambiare argomento.
    «Se non sbaglio, alcune parti le hanno completamente rifatte».
    «Mi stai dicendo che il parco non è più quello ideato per Giorgio IV, è questo che intendi?».

    7 dicembre 1993, sulla metropolitana
    Aveva cenato al ristorante con suo fratello e, adesso, sta¬va seduto sul metrò da solo. Contava di arrivare alla Worthy House presto, avrebbe fatto il giro per andare in camera: non intendeva passare davanti al caminetto, perché era proprio in quell’angolo del salone che i clienti scambiavano quattro chiacchiere dopo cena. Non voleva vedere che se stesso, pro¬prio così: sarebbe andato diritto a guardarsi allo specchio. Era alquanto curioso quel desiderio, se ne rendeva conto, ma ugualmente non vedeva l’ora di appagarlo. Si sarebbe seduto davanti alla sua immagine, esattamente come stava ora, e sa¬rebbe rimasto a guardarla per un po’. Non davanti al cassetto¬ne con lo specchio, che non gli riprendeva tutta la figura, ma al paravento che si apriva a fisarmonica: da una parte le cor¬nici trattenevano tesa una finitura in stoffa, dall’altra ciascuna anta era uno specchio.
    La prima volta che aveva visto la camera, la White s’era scusata del paravento così come delle imperfezioni nel muro. L’ospite che c’era prima, un arredatore – così aveva detto ma¬dame – non se l’era portato via perché valeva poco: non più di venti sterline. Quell’arredo era parte delle sue frivolezze; pare che fosse uno dell’altra sponda. Quest’ultimo dettaglio la donna fingeva di non conoscerlo. Aveva sottolineato invece
    quanto quel mobile fosse comodo: «Separa l’ambiente notte da quello del giorno», proprio così aveva detto.
    “Separa il letto dalla scrivania, questa è la verità” aveva pen¬sato lui.
    Prima di specchiarsi, però, si sarebbe cambiato. Avrebbe in¬dossato quello che portava quando, fresco fresco, dall’Italia aveva messo piede per la prima volta nella Worthy House: un paio di Lewis e una felpa blu marine, t-shirt a piacere natu¬ralmente.
    In genere non amava gli specchi e – anche quel pensiero ultimamente aveva cercato di cancellarlo in tutti i modi – li evitava come qualcosa di pericoloso.
    La vettura del metrò diede uno scossone e la cartelletta che stava sulle sue ginocchia, tutta roba che gli aveva lasciato En¬rico, cadde aprendosi.

  8. #23

    Predefinito

    Cari amici, anche oggi l’argomento è ancora il viaggio e vi chiedo: si può viaggiare senza muoversi? Io credo di si. E’ quello che faremo insieme visitando Genova. Così come ce la presentano le differenti tessere del grande quadro.

    Da “Tracce invisibili di Universi paralleli”.

    Nel luogo che trascende tempo e spazio, dove tutto ha un senso compiuto, le navi dei Cardinale sono sempre pronte a salpare per i Caraibi, il Centro America, Dubai, altrove. Il quadro si accende nel grattacielo più alto di Genova, quar¬tier generale delle imprese dei Cardinale, navi e olio prima di tutto, dove si susseguono gli episodi della lunga vicenda che tiene ben saldi i principi di una dottrina economica perfetta quanto immutabile, che prevede la rovina delle società pronte a calpestare le leggi del mercato.

    Il passato remoto della Cardinale Armatori
    Popolazioni di differente etnia vennero gettate sulle coste alte del Tirreno per frode o per fortuna. Gente deposta sul litorale dalle guerre, dalle tempeste o dalla pirateria; oppure profughi che valicavano le Alpi per sfuggire alle epidemie, alla fame e ad altre calamità vissute in terre lontane. Soldati, mari¬nai, nomadi, profughi o predatori, dipendeva dal caso, finiva¬no col rimanere in pianta stabile in Liguria, regione avara ma ridente. Coltivavano l’ulivo dove grilli e cicale abitavano già da millenni e il profumo era inebriante come il vino. Riposavano sulle fresche terrazze che guardavano il mare, quel mare che sembrava volerli proteggere e invece era aperto e infido come una terra di confine.
    Tanti furono coloro che cercarono di far propria quella stri¬scia di terra rocciosa, aggrappata all’Appennino a ridosso del Tirreno: normanni, saraceni, greci, portoghesi, spagnoli... al¬tri. Famiglie che si legavano in unioni dove lo scambio delle donne significava pace. Gente che nel figliare e seppellire i morti imparava a dialogare con la natura sparagnina del luogo.
    Gente tenace che giorno dopo giorno lavorava la terra con fatica.84
    Fu con l’onda ispanica che giunsero in Liguria i Cardinale e sarebbero bastate poche generazioni per farli crescere di nu¬mero e costituire un clan. Grande famiglia i Cardinale: aveva¬no tanto ingegno da costruire una cattedrale nel deserto, anzi di più, sarebbero riusciti ad armare una nave nel bel mezzo dell’oceano.
    Esagerazioni a parte e al di là della leggenda, una cosa grande i Cardinale la fecero: trovarono la soluzione a un triplice pro¬blema, attraverso una pianificazione aziendale ante litteram.
    Non di rado, nelle favole, i rebus sottoposti agli eroi, quel¬li che la cultura popolare raccoglie dalla realtà, nascono da esercizi di vita. E così, come nelle fiabe, ai Cardinale per vivere occorreva la soluzione di tre quesiti differenti. Primo quesito: il luogo per la spremitura delle olive doveva essere vicino al punto della grande raccolta stagionale, ma, soprattutto, non lontano dal mare. Scelsero Genova per costruirvi il luogo per trasformare un liquido denso e aspro in olio commestibile; quel luogo divenne la loro prima manifattura. Secondo quesi¬to: l’olio occorreva venderlo, e per poterlo vendere si doveva trasportare, ovvero riempire la stiva di un’imbarcazione con tanto di otri e, perlomeno all’inizio, navigare lungo la costa. Sennò a cosa serviva il mare? Iniziò allora quell’attività che, secoli dopo, avrebbe preso il nome di “Cardinale containers”. Terzo quesito: per il trasporto dell’olio diveniva necessario costruire e armare le imbarcazioni.
    I Cardinale, giunti sulla costa italiana dal mare – proveniva¬no da terre di mare, e pertanto erano disposti geneticamente alla navigazione – poco sapevano sulla costruzione dei natan¬ti. Fu allora che appresero l’arte armatoriale. Non avrebbero mai più lasciato Genova, se non per tornarvi. Sarebbe stato sempre là il presidio del clan e sempre là avrebbero fissato il proprio quartier generale.

    20 gennaio 1971: Genova, intervista all’armatore
    Perché era toccato a lui quel compito, l’inviato del «Cor¬riere» proprio non lo sapeva. Certo non era dato a tutti di 85
    intervistare “Giacomo la leggenda”, “la vecchia roccia”, “il cardinale”... tanti erano i suoi soprannomi.
    Baffi folti e abito grigio, gli apparve solo. Un patriarca: trecentomila tonnellate di navi e seicento nipoti. Ed eccolo sorridere, un semplice gesto della mano per indicargli dove sedere, perentorio come al solito. Si poteva definire regale o monastico? Forse né l’una, né l’atra cosa. O entrambe? Perché i Cardinale facevano matrimoni di interesse intrecciando i pa¬trimoni con le dinastie, ma erano anche frugali, sobri, devoti, essenziali come frati appunto.
    A portare a Genova l’inviato del «Corriere della Sera», a far¬lo salire di trenta piani sul grattacielo più alto della città, era stata una bomba: la notizia del trasferimento delle navi della Cardinale Armatori da Genova a Napoli.

  9. #24

    Predefinito

    Cari amici il mio romanzo in fondo vuole rappresentare un viaggio. E a poco a poco scopriremo insieme perchè.

    La storia che racconto è una delle tante il cui disegno, ― senso ― va letto nelle tracce lasciate dai cambiamenti.
    E’ la rappresentazione fantastica di un percorso. Percorso che vede le stazioni aprirsi, una dopo l’altra come scatole cinesi, sin che il gioco si compie.
    E’ la navigazione attraverso vicende di mondi separati che soltanto le tracce rendono accessibili.
    E’ un segno, un segmento senza inizio né fine, dal momento che in questa realtà il verso delle cose non esiste e nemmeno la freccia del tempo. Le date dunque sono soltanto cifre: coordinate di postazione del mezzo ― un grande database? ― dove l’infinita moltitudine del cosmo trova la sua memoria. Memoria che un misterioso lettore concretizza in immagini, suoni, voci, parole, talvolta simboli.

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    Nel cono temporale principe una tessera del grande quadro si apre su Carlotta che percorre spedita le vie del centro storico di Torino, con la busta dal timbro di Londra nella tasca ante¬riore dei jeans griffati. Ogni tanto la cerca con le dita. Quella lettera è un premio, una lusinga; anche se in realtà chi le scrive non è Paolo Cardinale, ma qualcuno che dice di esserne il figlio.
    Marek Kreen, dunque, compare così, all’improvviso, dal nulla.
    Ora lei è davanti a Palazzo Guarini e guarda il monumento come se lo vedesse per la prima volta. “Una rara espressio¬ne del Barocco ondulato”, avrebbe detto il suo professore di Storia dell’arte. Carlotta Campo è architetto, dirige un centro di ricerca sull’habitat; ha un piglio da manager e l’aria grintosa della donna in carriera, ma sa bene che si tratta soltanto di apparenza e sente ancora in sé tutte le ragazze che è stata.
    Un’altra tessera lampeggia e sul suo sfondo compare la col¬lina di Torino. Sono passate soltanto alcune ore e siamo da¬vanti alla casa dove la Campo, che è divorziata, vive con sua figlia. I fotogrammi si susseguono, Carlotta entra in casa e, poco dopo, anche sua figlia.
    Nel quadro si evidenzia un sentiero che collega questa se¬conda tessera ad un’altra; il cono temporale cambia da principe a remoto. Una Carlotta tanto più giovane esprime un desiderio sulla sua prossima maternità: spera che sua figlia, sempre che sia femmina, sia bella ma non bellissima, e che abbia talento. La giovane signora Rota, nel discorrere con il marito, fa emer¬gere alcune figure femminili e cerca consenso; ma Antonio, come sempre, si fa scudo dell’ironia pur di nascondersi.
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  10. #25

    Predefinito intervista concessa a Nuccia Decio

    Cari amici, per concludere il nostro discorso sul viaggio, riporto qui l’intervista con Nuccia Decio il 6 dicembre presso la libreria l’Argonauta di Roma.

    Un percorso segnato: il grande quadro, gli universi paralleli e i coni temporali

    I - Ed eccoci alla parte clou della serata: l’intervista all’autrice Enrichetta Caparco
    Durante la narrazione abbiamo sentito ch si tratta di un viaggio che tutti prima o poi faremo, e fin qui tutto è abbastanza chiaro, ma, qual è il tuo riferimento in merito al ritorno a casa?

    Il viaggiatore – Paolo - dovrà fare un percorso per tornare a casa sia fisicamente, sia con lo spirito e per compierlo troverà - come Ulisse - tutti gli ostacoli che lui medesimo si è creati. Perché? Vi chiederete.
    Il mio primo riferimento va alla Bibbia, secondo la quale tutti possono tornare alla casa del Padre, che, in questo caso è l’Onnipotente. Tutti possono tornare a casa, ma sono molti quelli che non vi ritornano. E qui entra in campo il libero arbitrio del quale “Il Padre”, secondo La bibbia ci ha dotati. Ma, come autrice, ho voluto dare anche un’interpretazione in chiave moderna: il viaggio, un percorso già segnato da tracce che, in qualche modo, collegano i differenti mondi che, non sono solo quelli che ciascuno di noi attraversa durante la propria esistenza, ma anche altri universi, mondi che la influenzano profondamente, generando, a loro volta, altre tracce, insomma si tratta di una rete.

    I Certo, molto interessante, ma quando parli di interpretazione moderna, hai dei precisi riferimenti?

    Debbo dire di si: La fisica quantistica come primo esempio: Hisemberg, Schrodinger, Max Planck, Bohr, Dirak, anche, se vogliamo, il nostro Tullio Regge. Questi fisici si sono trovati di fronte a un paradosso: materia ed energia che sono la medesima cosa. Naturalmente io non sono un fisico…la mia è solamente un’interpretazione letteraria…

    Possiamo già ravvedere questa tua interpretazione quando parli di universi paralleli, di coni temporali. E i viaggio di Paolo e Carlotta in quali universi e coni li collochi?

    Anche in questo caso la parola paradosso mi sembra la più efficace; mi spiego: Paolo e Carlotta seguono un percorso la cui conclusione - che rappresenta come allegoria, il fulcro del cono temporale - li unisce. Pertanto, a differenza di altri personaggi, compaiono sempre, e lo sottolineo, nel cono temporale Principe, nel quale la vicenda scorre dal prologo all’epilogo. Ma in merito al “grande quadro” che la mia scrittura prende in considerazione, Paolo e Carlotta si trovano con sembianze differenti anche nell’intermedio e nel remoto, direi che, al linite, il grande quadro li considera addirittura prima della loro nascita.

    Negli altri coni, in quello intermedio e remoto quali eventi- personaggi vengono collocati?

    Per rispondere desidero riportare l’attenzione sul tempo che un fisico, per la precisione Julian Barbour, dichiara - in comunione con antiche credenze, l’induista e il Tao ad esempio,e anche la filosofia occidentale, pensiamo a Sant’Agostino con” il tempo dell’anima” – del tutto inesistente. Per semplificare: tutto ciò che il grande quadro rappresenta è sempre e solo presente e le date sono soltanto cifre. Di conseguenza se passato, presente e futuro si trovano sullo stesso piano i coni temporali sono soltanto un modo per intercettare la realtà negli universi paralleli,; ed è là che si formano le tracce, che sono a segni, informazioni da seguire seguire per compiere il viaggio. Ha presente Pollicino ?

    Ma come si formano le tracce ?

    E’ la stessa esistenza a creare le tracce, potremmo anche chiamarle impronte dell’esistenza. A determinarle sono gli eventi che a loro volta sono generate dai sentimenti di ciascuno e il mio romanzo parte esattamente da questi ultimi ( i personaggi) per seguire le tracce che i loro sentimenti hanno lasciato, Gli eventi, i sentimenti… lasciano tracce talora invisibili che soltanto qualcuno di loro riesce a decifrare, tracce criptate, direi.

    Grazie Enrichetta Caparco, per questo tuo intervento e per aver scritto un libro dalle molteplici sfaccettature.

  11. #26

    Predefinito la bellezza può salvare il mondo?

    Cari amici, attraverso la scrittura del mio romanzo, continuo a pormi domande.

    La bellezza può salvare il mondo?

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    Aprile 1969: Torino, Bloo up
    Perlomeno all’inizio, a Carlotta non sembrava vero di pia¬cere tanto a quel brutto anatroccolo. Era paga delle sue lu¬singhe, non chiedeva altro. Antonio amava tutto di lei: occhi, capelli, sorriso.
    La ragazza si atteggiava, faceva la modella. Era come se non fosse una studentessa, ma una pin-up internazionale, perché lui la fotografava in continuazione: la sua Hasselblad faceva click mentre lei studiava al Valentino o quando stava in un cimitero di auto; oppure la sorprendeva coi capelli bagnati; o le chiedeva di fermarsi sulla scalinata dei Principi di Piemonte in abito da sera e un maquillage perfetto; ma la fotografava anche spettinata e senza un filo di trucco.
    Spesso Antonio la portava in camera oscura e lei vedeva se stessa apparire tremolante nel liquido di sviluppo. E allora tratteneva il respiro per lo stupore di trovarsi così: nuova, dif¬ferente, sconosciuta.
    «Ma lo vedi quanto sei ****? Guardati. Sei proprio tu! Bella da non crederci». Questo le diceva.

  12. #27

    Predefinito Mala tempora

    Cari amici, la riflessione odierna riguarda i tempi scuri, quelli nei quali tutte le speranze sembrano venir meno, eppure ….

    Mala tempora da: “Tracce invisibili di universi paralleli”.

    -1944: Torino, Mauro Guala
    …Decise che sarebbe stato il suo ufficio a venirle in aiuto. Avrebbe parlato al suo capo, l’ingegner Guala. Tante domeni¬che l’aveva accompagnato a Santa Cristina. Era quella chiesa che raccoglieva denaro da distribuire ai suoi poveri.
    Incredibile, un grande uomo, una mente che chiedeva la ca¬rità!
    Certo, sarebbe andata da lui per dirgli che suo fratello anco¬ra non sapeva della morte del padre. Doveva dargli la terribile notizia; le si spezzava il cuore ma doveva farlo. Ecco che cosa avrebbe fatto.
    Gian Maria, con appena vent’anni, non aveva più nessuno tranne lei. A guerra finita l’avrebbe preso con sé, Alfio, suo marito, era d’accordo, gli avrebbe lavato e rammendato la biancheria, preparato da mangiare; lo avrebbe stretto tra le braccia e consolato come se fosse ancora bambino. Adesso era partigiano. Stava in montagna, ma lei non sapeva dove.
    Fu Guala a organizzare la ricerca. Eleonora non seppe mai come l’ingegnere fosse riuscito a mettersi in contatto con il gruppo partigiano del fratello; ma seppe subito che avrebbe dovuto fare il viaggio: «Non si preoccupi per il mezzo, ci pen¬siamo noi», disse il suo capo, «ci vogliono tre ore, blocchi per¬mettendo, per raggiungere il rifugio. Se il mezzo che sceglia¬mo è quello giusto, non dovrà neppure camminare molto». La guardò sorridendo, poi le passò un braccio attorno alle spalle come avrebbe fatto un padre con la figlia. «Comunque, Nora, lei è giovane e dovrebbe farcela. Ho studiato il percorso, è segnato sulla mappa, tenga».
    Guala insieme alla mappa aveva messo un paio di bancono¬te e un biglietto: per eventuali spese.
    Un fuoristrada Nora l’aveva visto solo al cinema. Lo gui¬dava un signore in tuta mimetica, ma non era un militare. La
    venne a prendere in ufficio, c’era anche l’ingegnere quando partirono.
    «Non occorre passare la frontiera, vedrà che non vi ferma nessuno. Piuttosto, è vestita abbastanza, ragazza mia? Siamo solo a marzo e in montagna fa freddo». L’ingegnere sorrise: «L’ho messa nelle mani di una persona fidata».
    «Era un santo», avrebbe raccontato Eleonora a Carlotta vent’anni dopo. «A guerra finita, assunse la direzione della *** Non so bene se finì il mandato; quel che è certo è che in un dato momento regalò tutti i suoi averi ai poveri ed entrò in convento tra i frati frappisti».

    1934-1945: Augusta-Torino, Concetta Rota

    La sorella di Alfio venne a Torino per ultima. Era il 1934.
    Ci volle tutto il coraggio di sua madre per lasciarla partire. Un paio di settimane prima, Carmela – sarebbe diventata la nonna di Antonio – sognò la Madonna. «È stata Maria Vergi¬ne a dirmi: lasciala andare!».
    Quando il fratello la vide scendere dal treno a Porta Nuova, con le arance e i salami nella valigia di cartone, Concetta aveva diciotto anni e portava ancora le trecce. Alfio all’epoca stava in Via Salabertano e aveva una stanza libera.
    «Vedrai che ti piacerà», le disse. In quella stanza, prima di Concetta avevano dormito, scritto a casa e preparato i con¬corsi gli altri suoi fratelli. La ragazza vi sistemò un piccolo altare e ogni giorno pregava la Madonna del Carmelo suppli¬candola di farle trovare presto un lavoro.
    La presero come segretaria alla Tommaseo, una scuola ele¬mentare tra il Monte dei Cappuccini e piazza Vittorio. Fu là che conobbe Salvatore Annata; anche lui maestro elementare, anche lui siciliano. Due anni dopo si sposarono.
    Alfio accompagnò all’altare la sorella Concettina e Nora, la sua fidanzata, le fece da damigella.
    Con lo scoppio del conflitto le due ragazze divennero en¬trambe vedove bianche. Differenti ma unite dalle circostanze, dividevano trepidazioni e speranze per i loro uomini al fronte. Abitavano lontane, eppure si visitavano scambiandosi notizie,
    leggendosi reciprocamente le rare lettere, ascoltando gli ag¬giornamenti alla radio.
    La sera del 13 luglio Eleonora era andata a prendere sua cognata al lavoro. La vide uscire dalla scuola Tommaseo alle 17:00; in tempo di guerra l’orario era ridotto per motivi di sicurezza. L’intenzione era quella di mangiare un cono gelato e fare due chiacchiere guardando le vetrine di via Po.
    Sorprese dall’allarme – nessuna delle due sarebbe riuscita a tornare a casa – ripararono dalle suore francesi in via Lan¬franchi. Le religiose che in tempo di pace avevano tenuto una scuola, per l’occorrenza l’avevano trasformata in un albergo per i rifugiati.
    «Sono scesi tutti in cantina», disse loro la suora al portone.
    In cantina c’era una folla. Nella semioscurità videro vecchi che si tenevano il capo tra le mani, donne di età differenti, alcune con i loro bambini. C’erano ragazzi con la cartella rac¬colti intorno a un prete.
    «È il parroco della Gran Madre», disse loro una suora. Ele¬onora e Concetta, che tenevano strettissima la mano l’una in quella dell’altra, assentirono.
    «Nel primo mistero glorioso si contempla...». Il rosario in¬tonato dalle suore si interrompeva a ogni fragore esterno, e a quest’ultimo seguivano pianti e urla da panico. C’era sempre chi continuava a pregare e chi, invece, imprecava incurante del luogo. Quello che si percepiva fuori era spaventoso e ogni minuto sembrava eterno.
    Ad un certo punto – era passata mezz’ora, un’ora, di più? – il parroco della Gran Madre cominciò a impartire l’estrema unzione.

  13. #28

    Smile adesso

    Citazione Originariamente scritto da Enriquez Vedi messaggio
    Eccomi di nuovo a voi con un nuovo quesito: Che cosa è cambiato nella famiglia e nel matrimonio? Molto, certamente. E la domanda che ci poniamo tutti è la seguente: abbiamo fatto passi avanti o si tratta di recessione?

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    Dicembre 1969: Torino, l’influenza

    Quell’anno in dicembre ci fu un’epidemia di influenza. Le scuole si svuotarono; i medici correvano da una parte all’altra della città e per riuscire a riposare qualche ora dovevano staccare il telefono, all’epoca nemmeno i professionisti usavano ancora la segreteria telefonica. I Campo si erano contagiati l’un l’altro; erano tutti a letto. Tutti tranne Carlotta, che probabilmente, non s’ era l’era presa perché stava sempre dai Rota vaccinati in autunno. Lei allora - con il permesso della madre - era rimasta a casa del fidanzato una settimana. L’avevano messa a dormire nello studio privato del dottor Rota, sulla poltrona di pelle che fronteggiava il televisore. La poltrona si apriva per trasformarsi in un letto comodo; così quella stanza funzionava anche da camera per gli ospiti. Anche la prozia di Antonio (quella di Pont Canavese) dormiva lì quando era in visita. Nelle rispettive famiglie già si parlava di matrimonio; i due giovani infatti si sarebbero sposati nella primavera seguente, alla fine di maggio, presso la cappella di san Vito . “Grazie Dio, che li hai fatti ammalare tutti! Grazie!” declamava Antonio. Il fatto che - per tutta la settimana - non dovesse separarsi dalla sua ragazza nemmeno un’ora, gli procurava una carica emozionale difficile da contenere. Poco importava che non dormissero insieme, non potevano fare all’amore, pazienza; avrebbero recuperato il giorno dopo. La prima volta che lui e Carlotta l’avevano fatto, erano al mare. Tornati a Torino, era successo quasi ogni giorno in via Michelangelo, quando sua madre non c’era, naturalmente. Una volta la signora Rota era tornata a casa prima del previsto e i due si erano dovuti rivestire a rotta di collo. Antonio non era riuscito rimettersi la camicia e Carlotta era spettinata. “Chissà se la mia vecchia si era accorta di qualcosa” aveva buttato là Antonio. Facevano l’amore anche in via Garibaldi, nella stanza che lei divideva con la sorella perché di giorno durante la settimana, Antonella era in ditta. Adesso era a letto anche lei con l’influenza quindi, contagio a parte, non sarebbe stato possibile occupare quella stanza. In fin dei conti - se proprio volevano - con la macchina, bastava cercare il posto giusto e reclinare i sedili. Era già successo e non una volta soltanto. Certo, averla nella stanza accanto, di notte, per una settimana, era una tentazione irresistibile. Chissà, se sarebbe riuscito a dormire. Meglio lasciar perdere, comunque. Stavano per sposarsi, giusto? Quindi avevano la vita intera per recuperare.


    . Carlotta prese il suo beauty case per sistemarlo sul piano a giorno della libreria;
    la ragazza vide una lente di ingrandimento che fermava alcuni francobolli infilati in piccole buste di plastica. Sicuramente, pensò, fanno parte della collezione del dottor Rota e lispostò con il medesimo ossequio reticente del religioso che si accosta alla Sindone. Forse, pensò i miei futuri suoceri lo sanno che Antonio ed io.... Forse volevano solo salvare le apparenze. C’era qualcosa che le suonava falso nell’ospitalità complimentosa che stava per ricevere; dormire nello studio non le piaceva affatto perché significava mentire. Si rivolse ad Antonio che le stava sistemando la piantana presso la poltrona letto: “dobbiamo proprio recitare la commedia? Perché non posso dormire con te?”. Senza staccare gli occhi dal paralume in pergamena lui le rispose: “Si cara la mia bambolina, devi proprio, se non vuoi che a mio padre prenda un colpo apoplettico anzitempo… anche a mia madre verrebbe un accidente e sono ancora troppo giovani per morire”. Compiaciuto della battuta un tantino macabra fece una risata prima di approfondire: “ Il fatto è che pensano a te come alla vergine Maria e non si aspettano di sicuro che noi….”. “ Loro pensano così, mentre tu invece….”. “ Certo Bambolina. Te lo dico sempre che hai la faccia da porca”. La cosa migliore pensò la ragazza é non ribattere; Era abituata alle volgarità alla moda. Antonio - con quella frase - voleva semplicemente farle un complimento, dirle quanto la trovasse sexi. “Deve già volerti molto bene mio padre se ti fa dormire nel santa santorum”. “E la zia Rosina allora? Anche lei dorme qui.” “Ecco. Hai colto nel segno. Per la vegliarda mio padre ha una venerazione”. Erano le sette di sera, tra poco sarebbero andati a cena tutti insieme e - dopo - lei avrebbe passato la notte sotto lo stesso tetto del fidanzato. Le sembrava una cosa impegnativa, una specie di prova generaleAnzi - a pensarci bene - di più, era come se quella sera lei avesse firmato un contratto. E se cambiava idea? E se qualcosa le avesse fatto dire basta? Non sapeva bene nemmeno lei immaginare che cosa, ma se le fosse venuta voglia di rompere tutto, di scappare, insomma di lasciare Antonio; come avrebbe potuto adesso? Come era possibile che si fosse già a quel punto? Era capitato tutto ad un tratto, come per l’avvolgimento veloce di una pellicola.. Era stato come addormentarsi giovane e svegliarsi vecchia, così, all’improvviso. Ebbe un brivido a quel pensiero.
    Ciao a tutti, eccomi di nuovo a voi con una domanda: che significa “adesso”?
    Per Julian Barbour adesso è l’”Attimo figgente”; e sono molti coloro che hanno trovato spunto in questa realtà per trasformarla in arte. Ebbene amici, ci ho provato anch’io.

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    A ritroso
    Stendere il programma della nuova convention aveva richie¬sto tempo. Tutti avvertirono che avrebbero tardato per cena. Se ne andarono alla spicciolata, con una battuta o un prome¬moria per Nadia, designata a fingere che avrebbe preso nota di tutto.
    All’architetto Campo erano toccate le domande, tante, ma non a tutte aveva saputo rispondere come desiderava.
    Era uscita per ultima.
    Alle dieci di sera percorreva di nuovo via Po in direzione di piazza Vittorio; questa volta da sola. Cercò le chiavi della Golf sul fondo della borsa. “Uffa: sono finite sotto la fode¬ra”. La macchina l’aveva posteggiata prima di via Bonafous; non ricordava esattamente dove. “Quante volte ho già fatto questa strada?”. Non avrebbe saputo azzardare un numero – e poi lei, coi numeri, aveva uno strano rapporto – in ogni caso, erano più di vent’anni che si faceva quei portici avanti e indietro, giorno dopo giorno.
    “Quante volte ho già fatto questa strada?” ripeté a se stessa.
    Quella domanda banale era un invito a stare in campana. Perché? Fare una strada, percorrere. Un concetto assimilabile a un oggetto con la scia; per esempio a una cometa: “Percor¬rere, vivere, andare avanti”.
    Quando faceva quei portici, spesso Carlotta si sorprende¬va ad ascoltare il battito del suo cuore. In realtà, nemmeno lo sentiva lei quel cuore, che non avrebbe smesso di battere anche se l’avesse voluto, che sarebbe andato avanti come un orologio segnando il passare del tempo. Un battito lento, re¬golare scandiva intervalli di vita sempre uguali: il flusso della sua esistenza.
    “Stupita di me”. Adesso Carlotta si cercava dentro.
    Non era la signora Campo quella che tentava di raggiungere e neppure l’architetto Campo, nemmeno un’italiana, infine nep¬pure una donna... Semplicemente l’essere vivente, la creatura di quell’universo col quale faceva i conti giorno dopo giorno.
    Carlotta sprofondava. E al di là delle conoscenze, dei sen¬timenti, della buona educazione, dell’apparenza, non trovava niente, soltanto buio. Eppure qualcosa c’era, doveva pur es¬serci se da quel nulla fertile lei rinasceva attimo dopo attimo. Nello stesso momento bruciavano e si rigeneravano miliardi di cellule. L’aveva letto o sentito? Non ricordava esattamente.
    Una misteriosa essenza aveva costruito la prima traccia e a questa altre se ne erano aggiunte; ciascuna era la matrice del¬la seguente. Un insieme incommensurabile, scintille fatte di lei che andavano sommandosi le une alle altre, per formare i suoi giorni, mesi, anni. Lei passava in continuazione la soglia, l’attimo fuggente. Lei che non era una, ma tante. E dove era¬no, adesso tutte quelle bambine, adolescenti, giovani donne? Erano ancora in lei?
    No, certo che no, si disse. Erano in lei solo come memoria. Perché lei era altro adesso, e tra un attimo sarebbe stata altro ancora dentro e fuori.
    Prima non era madre, Francesca non c’era.
    Davvero non c’era? Nella grande mappa del destino, quali e quanti fili intricati l’avevano condotta sino a sua figlia?
    “In definitiva il percorso è già segnato, è unico”; e qui stava il paradosso, eravamo noi a volerlo così.
    Forse Francesca c’era già ancor prima di nascere, si disse. C’era sempre stata. A cominciare da quell’essere minuscolo che nuotava nel liquido amniotico, per continuare nella pic¬cina che l’aveva guardata, quando gliel’avevano messa tra le braccia la prima volta. Carlotta ne ricordava l’aria di rimprove¬ro: “La vedi la mia testa come si è allungata, per quale motivo ho dovuto passare di lì? Era così stretto, perché tanta fatica?”.
    Segni, ciascuno di noi è fatto di segni. Tracce, si disse, ma nessuno le poteva vedere tutte insieme. Così come non si po¬teva vedere il futuro; solo ricordare ciò che la memoria man¬teneva intatto.
    Il suo DNA sarebbe stato sempre lo stesso sino alla fine, non lei. Lei abbandonava una Carlotta Campo per entrare in un’altra e ciascuna in quella nuova. Era un frammento sempre differente di un universo senza tempo, era una traccia che non se ne sarebbe mai andata, una linea, un percorso.
    Ma allora, dove stava il libero arbitrio?

  14. #29

    Predefinito

    Ciao a tutti, eccomi di nuovo a voi con una domanda: che significa “adesso”?
    Per Julian Barbour adesso è l’”Attimo figgente”; e sono molti coloro che hanno trovato spunto in questa realtà per trasformarla in arte. Ebbene amici, ci ho provato anch’io.

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    A ritroso
    Stendere il programma della nuova convention aveva richie¬sto tempo. Tutti avvertirono che avrebbero tardato per cena. Se ne andarono alla spicciolata, con una battuta o un prome¬moria per Nadia, designata a fingere che avrebbe preso nota di tutto.
    All’architetto Campo erano toccate le domande, tante, ma non a tutte aveva saputo rispondere come desiderava.
    Era uscita per ultima.
    Alle dieci di sera percorreva di nuovo via Po in direzione di piazza Vittorio; questa volta da sola. Cercò le chiavi della Golf sul fondo della borsa. “Uffa: sono finite sotto la fode¬ra”. La macchina l’aveva posteggiata prima di via Bonafous; non ricordava esattamente dove. “Quante volte ho già fatto questa strada?”. Non avrebbe saputo azzardare un numero – e poi lei, coi numeri, aveva uno strano rapporto – in ogni caso, erano più di vent’anni che si faceva quei portici avanti e indietro, giorno dopo giorno.
    “Quante volte ho già fatto questa strada?” ripeté a se stessa.
    Quella domanda banale era un invito a stare in campana. Perché? Fare una strada, percorrere. Un concetto assimilabile a un oggetto con la scia; per esempio a una cometa: “Percor¬rere, vivere, andare avanti”.
    Quando faceva quei portici, spesso Carlotta si sorprende¬va ad ascoltare il battito del suo cuore. In realtà, nemmeno lo sentiva lei quel cuore, che non avrebbe smesso di battere anche se l’avesse voluto, che sarebbe andato avanti come un orologio segnando il passare del tempo. Un battito lento, re¬golare scandiva intervalli di vita sempre uguali: il flusso della sua esistenza.
    “Stupita di me”. Adesso Carlotta si cercava dentro.
    Non era la signora Campo quella che tentava di raggiungere e neppure l’architetto Campo, nemmeno un’italiana, infine nep¬pure una donna... Semplicemente l’essere vivente, la creatura di quell’universo col quale faceva i conti giorno dopo giorno.
    Carlotta sprofondava. E al di là delle conoscenze, dei sen¬timenti, della buona educazione, dell’apparenza, non trovava niente, soltanto buio. Eppure qualcosa c’era, doveva pur es¬serci se da quel nulla fertile lei rinasceva attimo dopo attimo. Nello stesso momento bruciavano e si rigeneravano miliardi di cellule. L’aveva letto o sentito? Non ricordava esattamente.
    Una misteriosa essenza aveva costruito la prima traccia e a questa altre se ne erano aggiunte; ciascuna era la matrice del¬la seguente. Un insieme incommensurabile, scintille fatte di lei che andavano sommandosi le une alle altre, per formare i suoi giorni, mesi, anni. Lei passava in continuazione la soglia, l’attimo fuggente. Lei che non era una, ma tante. E dove era¬no, adesso tutte quelle bambine, adolescenti, giovani donne? Erano ancora in lei?
    No, certo che no, si disse. Erano in lei solo come memoria. Perché lei era altro adesso, e tra un attimo sarebbe stata altro ancora dentro e fuori.
    Prima non era madre, Francesca non c’era.
    Davvero non c’era? Nella grande mappa del destino, quali e quanti fili intricati l’avevano condotta sino a sua figlia?
    “In definitiva il percorso è già segnato, è unico”; e qui stava il paradosso, eravamo noi a volerlo così.
    Forse Francesca c’era già ancor prima di nascere, si disse. C’era sempre stata. A cominciare da quell’essere minuscolo che nuotava nel liquido amniotico, per continuare nella pic¬cina che l’aveva guardata, quando gliel’avevano messa tra le braccia la prima volta. Carlotta ne ricordava l’aria di rimprove¬ro: “La vedi la mia testa come si è allungata, per quale motivo ho dovuto passare di lì? Era così stretto, perché tanta fatica?”.
    Segni, ciascuno di noi è fatto di segni. Tracce, si disse, ma nessuno le poteva vedere tutte insieme. Così come non si po¬teva vedere il futuro; solo ricordare ciò che la memoria man¬teneva intatto.
    Il suo DNA sarebbe stato sempre lo stesso sino alla fine, non lei. Lei abbandonava una Carlotta Campo per entrare in un’altra e ciascuna in quella nuova. Era un frammento sempre differente di un universo senza tempo, era una traccia che non se ne sarebbe mai andata, una linea, un percorso.
    Ma allora, dove stava il libero arbitrio?

  15. #30
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    Interessante, senza dubbio. Un bel "viaggio". Ma dovrò rileggere tutto con calma. L'argomento è senz'altro affascinante.

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