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Discussione: Caparco, Enrichetta - Tracce Invisibili di Universi Paralleli

  1. #46
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    Grazie per la risposta.
    Buona fortuna con il libro.

  2. #47
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    Grazie a te. E' stato un piacere risponderti.

  3. #48
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    Amici miei,
    in giorni come questi, così terribili, giorni di disperazione che ci fanno dubitare di tutto. vi chiedo, ancora una volta, di riflettere sulla “parola”. E se pensate ciò che penso io, scrivetemi per confermarlo. E se siete autori, giornalisti, critici scrivete, scrivete tanto su quel che è successo. E scrivete liberamente, senza paura, senza presunzione con il coraggio di chi sa di dire il vero. Io lo farò lo prometto. .

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”.

    …È incredibile il potere della parola, riflette Carlotta, persino le scienze esatte, che ogni tanto qualcuno scopre non così esatte, passano attraverso la parola. Non si può nemmeno immaginare il pensiero senza la parola e Freud l’ha capito be¬nissimo. La parola può uccidere, condannare, salvarti. Quanti sono quelli che si sono tolti la vita per aver udito una parola killer? “Signore non son degno, ma dì solo una parola e io sarò salvato”; il telefono che suona nel braccio della morte, arriva la grazia, in fondo è soltanto una parola, eppure niente più iniezione letale, niente camera a gas. L’amore, l’odio sono le parole a esprimerli, ma anche a generarli…

  4. #49
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    Predefinito Chi determina gli eventi? la volontà o il destino?

    Amici lettori secondo voi che cosa determina gli eventi? E prima ancora si può prevedere il futuro?
    Ecco che cosa scrivo a proposito:

    Da Tracce invisibili di universi paralleli:

    “Chi determina gli eventi? La volontà o il destino?” si chiede Carlotta.
    Il destino, afferma Samarcanda, e così la pensavano in molti. E allora Giulio Cesare? Napoleone? I padri pellegrini? La loro volontà ha cambiato il mondo.
    Eppure la volontà umana non è più libera di un cane al guinzaglio. Quelli della Croce Bianca lo sperimentano a giorni al¬terni. A volte salvano una vita, prendendola per un lembo della camicia, ma quando un bambino muore tra le loro braccia, lo sforzo, la tempestività e l’ingegneria medica più avanzata non servono a nulla e così nessuna volontà, per quanto forte.
    “Tutti possono volere solo e unicamente quel che già posseggono, in pratica quel che la vita offre nel menù. “È un’illusione quella che ci fa pensare di aver scelto” dice certa letteratura. Nemmeno la sofferenza serve a raggiungere gli obiettivi poiché gli eventi, anche i più drammatici, a fronte di differenti congiungimenti cambiano di segno come i simboli matematici in un’equazione. Eppure, se non entrano in campo le passioni e con loro il desiderio di ciascuno, non avviene nulla.
    Nel marzo del ’91, mentre sciiti e curdi sfruttano la fase finale della guerra, tentando di strappare il potere a Saddam e ai suoi sostenitori sunniti, l’economia italiana sta per ripiombare nella recessione. Torino, come molte altre città d’Italia, continua a pagare a caro prezzo la crisi petrolifera. Sulla città, ormai segnata dalle cicatrici dell’ austerity, pesano come il piombo le conseguenze della guerra del Golfo. La Fiat, da oltre un trentennio prima industria della nazione, perde quota a ritmo veloce. La riduzione forzata della produzione, come un boomerang, colpisce una dopo l’altra le piccole e medie imprese dell’indotto, legate al gruppo a doppia mandata. L’edilizia subisce il contraccolpo e con essa l’occupazione. Voci sempre più accreditate parlano di un massiccio trasferimento non solo delle strutture produttive, ma del cervello direzionale della Fiat altrove, lontano da Torino. E mentre la classe intellettuale dell’Augusta Taurinorum chiama all’appello le sue migliori risorse, queste vengono fagocitate da realtà differenti, più forti e agguerrite.
    “Nessuno si stupirebbe se ci prendessero anche il Salone del Libro” è il commento ricorrente dei torinesi colti. La città, che da oltre cinquanta anni ha perso la sua allure regale, tre¬ma; pronta a piegarsi senza pudore al fenomeno ormai imperante della globalizzazione. Il terziario, brace sotto la cenere, rischia di spegnersi. A&A, dopo aver speso capitali per far fronte ai programmi, non solo teme di veder soffocate le sue idee vincenti, ma perde terreno giorno dopo giorno. Si teme che la start up – l’impresa ufficialmente nasce nel ’91 – non ce la faccia. È la morte del padre di Carlotta Campo, prima responsabile del Centro di Ricerca A&A, a risolvere la situa¬zione capovolgendo le intenzioni e i programmi di molti.
    Intanto il fenomeno della disoccupazione giovanile fa aumentare in modo esponenziale la domanda degli studenti agli atenei, tanto che le università si trasformano in parcheggi al servizio di una gioventù oziante e disadattata.
    Nell’autunno del ’93 Francesca, iscritta a Economia, non ha che una decina di esami sul libretto. Uscita dal liceo a soli diciassette anni, se l’è presa comoda, affiancando allo studio universitario un lavoro presso la madre. È quest’ultima a convincerla a lasciare l’impiego part-time e recuperare il tempo perso. Intanto, indebolite dalla politica del dissenso e dalle scosse degli anni di piombo, le strutture universitarie sono carenti. Disseminate nella maglia cittadina, nascono già malate, o non superano il collo di bottiglia creato dal surplus delle iscrizioni. Palazzo Nuovo, la mirabile opera di Levi Montalcini, archetipo dell’innovazione, è svilita da prefabbricati da fiera.
    Francesca vuole andarsene. Consultata la mappa delle offerte sul territorio e, considerati con giovanile decisione i pro e i contro, sceglie di trasferirsi a Milano alla Bocconi ma, per una serie di coincidenze, si iscrive invece alla Cattolica del Sacro Cuore. (...)
    Mentre la scienza ancora si dibatte su materia e antimateria e l’umanità continua a chiedersi in quale realtà abiti ciò che non succede, è quest’ultima la base sulla quale muove l’immanente. Poiché ciò che non si è ancora avverato, lo spazio dove non succede nulla, è l’incommensurabile e, per certi versi, l’infinito attimo che precede l’evento.
    Così come l’alfiere, il cavallo o la regina si muovono sulla scacchiera a causa di un’intenzione, ciò che non si è ancora realizzato ci indica i punti della logica esistenziale come stazioni in grado di cambiare la nostra vita. Ma, a differenza del gioco degli scacchi, il nostro destino non è soggetto a regole precise e, con buona pace di cartomanti e preveggenti, non vi è essere vivente che le conosca.
    Così legami, connessioni, o se vogliamo coincidenze, non possono essere stabiliti a priori, poiché tutto ciò che alla nostra ingenuità appare come un fenomeno temporale e tangibile, forma invece il grande mare del trascendente.
    Neppure l’esperienza aiuta a conoscere come agiranno le forze e come si influenzeranno le une con le altre, nella realtà variegata e sempre differente della nostra vita.
    Questa ignoranza ci fa chiamare fortuna o sfortuna l’esito finale. “Ebbene” pensa Carlotta Campo, “anche se successo o fallimento vanno ben oltre la volontà di ciascuno, sono i sentimenti a creare la trama della nostra esistenza”.

  5. #50
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    Enrichetta, hai conosciuto Gustavo Rol? Cosa pensi di lui?

  6. #51
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    Predefinito L'azienda familiare: padre padrone o vittima designata?

    Cari amici.
    Oggi, la mia riflessione va, ancora una volta, alla famiglia e al perché- ieri come oggi - a crea sentimenti divergenti sia proprio "lavorare insieme". A sbagliare sono i padri o i figli?

    Da "Tracce invisibili di universi paralleli".

    I Gianpaolo

    «È una miniera d’oro quel magazzino. È il suocero di Cam¬po che l’ha messo su nel primo dopoguerra».
    «Ma non era un ambulante il Gianpaolo?».
    «Sì. Prima della guerra, però. Aveva un banco di orefice¬ria e orologi; comperava a Milano direttamente in fabbrica e poi si faceva tutti i mercati del Piemonte. Qualcuno ancora se lo ricorda in piazza. Era sempre vestito come un signore, lo chiamavano “commendatore”, tanto era distinto. Adesso ha lasciato tutto ai figli in cambio dell’usufrutto... Insomma, vive di rendita».
    «Ma dove vendono?».
    «Finché c’è stato il figlio... sì, perché Federico nel ’61 ha ceduto la sua parte al cognato per aprire un altro ingrosso a Roma. Prima di allora sia lui che Campo, il cognato voglio dire, giravano in macchina. Si facevano tutti i negozi del Pie¬monte, della Valle d’Aosta e anche della Liguria. E dopo un po’ di anni anche il Veneto. Insomma, il Nord Italia tutto, fino a Trieste. Avevano anche dei commessi viaggiatori. Servivano tabaccherie e profumerie; gli ambulanti no, quelli solo a Tori¬no. Poi Federico Gianpaolo ha cominciato con Roma. Là si è fatto un’amica, dicono. Pare che sia per questo che ha deciso di cedere la sua parte al cognato e trasferirsi. Sua moglie non aveva scelta. Insomma, come si dice: o ti mangi sta minestra... Povera donna, quando ha lasciato Torino piangeva. …)

    Paolo Gianpaolo aveva cominciato il commercio di bigiot¬terie in piazza Vittorio, esponendo la merce sul letto matri¬moniale. Fu Federico, suo figlio, a far pressione per portarlo in via Conte Verde: «Potrei abitarci con la famiglia. Terremo solo due stanze per vendere e non preoccuparti se l’affitto è alto, vedrai che ce la facciamo». (…)
    L’appartamento dei Campo si trovava esattamente all’incrocio tra piazza IV Marzo e via Conte Verde.
    Nel 1953 i Campo si trasferirono in piazza IV Marzo. La de¬cisione venne presa all’unanimità in una riunione in via Conte Verde, con i Gianpaolo al completo.
    «L’appartamento che ci interessa è giusto al secondo piano», ribadì il fratello di Caterina, «e basta aprire una porta nel muro per collegarlo con questo».
    Gianpaolo padre si accese una Nazionale e guardò sua figlia prima di parlare: «Ti farebbe comodo, Rina; non dovresti più prendere il tram... E saresti vicina alle creature, un lavoro casa e bottega».
    Tirò una boccata prima di accorgersi che aveva già una siga¬retta fumante sullo scaffale delle minuterie.
    Scosse la testa e quando si alzò per spegnerla, il suo ventre ingombrante urtò contro la scrivania. Nel sedersi di nuovo il boss sospirò, si rimise in ordine la cravatta, poi riprese a par¬lare: «Portiamo tutto in via Conte Verde, la merce che ci inte¬ressa sto a dire... So già come fare per corso Regina. C’è uno del Baloon che mi prende anche gli scaffali. È un po’ che ci penso, un secondo magazzino non ci serve... Porta Palazzo è a un tiro di schioppo da via Conte Verde e i piazzisti verranno lo stesso a comperare da noi». (…)

    …nel ’55 (…) il nonno di Carlotta, socio accomandatario e amministratore unico della Gianpaolo&figli, decise di passare la palla. La decisione coincise con il più im¬portante investimento immobiliare dell’azienda: il palazzo di via Filadelfia.
    «Sono troppo vecchio per occuparmi anche di questo, e poi di edilizia io non ne so un fico secco; vedetevela voi che siete giovani».
    In buona sostanza, come dicevano gli avvocati, perché natu¬ralmente furono avvocati e notai a prendere in mano la que¬stione, Paolo cedeva tutto ai suoi figli: azienda e investimenti. Per contro, gli spettava un vitalizio mensile di tutto rispetto; conteggiato, e qui la cosa si faceva difficile, sul rendimento del fatturato aziendale, nonché sui proventi dei beni immobili e dei titoli.
    Per giorni non si parlò d’altro in famiglia e il succo del¬la questione arrivò a Carlotta attraverso una parola nuova: usufrutto. Questo, naturalmente, non significava affatto che quell’uomo ancora giovane intendesse abbandonare il lavoro. Anche perché il suo commercio era una dipendenza pari a quella dalle sigarette. Desiderava soltanto alleggerirsi di qual¬che responsabilità.
    Invece avvenne tutt’altra cosa.
    Distante dal suo immaginario e dal suo animo di un uomo smaliziato e accorto, vi andò incontro senza difese.
    Nel settembre del ’55 Federico e Alessandro, per la prima volta perfettamente d’accordo, organizzarono il blitz.
    Carlotta, troppo piccola per elaborare un giudizio, non lo era affatto per registrare i discorsi dei grandi che secondo lei, più o meno, sostenevano la seguente tesi: il nonno si rifiutava di acquistare – no, non esattamente – diciamo che rifiutava di comperare quanto occorreva dato che era all’antica e aveva un animo sparagnino. Però, senza merce a sufficienza non si poteva vendere. Pertanto il papà diceva sempre: «Se andiamo avanti così, rischiamo veramente di soffocare l’azienda».
    Dalla sera alla mattina, figlio e genero, con l’approvazione delle rispettive consorti, trasferirono la sede operativa dell’a¬zienda della quale, da circa un anno, avevano pieni poteri.
    «Mamma, guarda che papà non deve trovarci... Per un po’ ovviamente, sinché non se ne sarà fatto una ragione», disse Alessandro alla suocera.
    Suo figlio Federico aveva già comperato la complicità di Na¬talia esaudendo molti dei suoi capricci, ma soprattutto versan¬dole in banca un fondo per gli extra dei nipoti. «Dobbiamo cambiare casa, ovviamente», chiarì.
    Sua sorella era scettica: «La prima cosa che fa papà, lo co¬nosco, sarà quella di andare dall’avvocato... Sarà il suo legale a fare in modo di scovarci».
    Alessandro aveva alzato le spalle. «Lo so benissimo, ma l’im¬portante è toglierselo di torno per un po’, pover’uomo, impe¬dirgli di fare altri danni... Del resto ha le mani legate».
    Alcuni giorni dopo questi discorsi Paolo, redivivo re Lear, al numero 4 di via Conte Verde, non trovò più il suo amato ma¬gazzino; il luogo dove da anni si recava ogni giorno alle 8:00 del mattino. Al suo posto non rimaneva che la desolazione di stanzoni completamente vuoti; nemmeno una lettera era rimasta ad attenderlo. Qualche scatolone abbandonato mo¬strava il fondo e – beffa del destino – un vecchio calendario occhieggiava oltre le ante aperte, dall’interno di un armadio a muro.

  7. #52
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    Predefinito indagine sulla famiglia da "Tracce invisibili di universi parlleli"

    Cari amici lettori, eccomi di nuovo a voi per continuare l'indagine sulla famiglia. Ecco alcuni aspetti del matrimonio che ci portano a chiederci: è possibile prevederne il percorso?

    Da "tracce invisibili di universi paralleli"

    La figlia maggiore del Biella aveva diciotto anni. Era bruna, a lui erano sempre piaciute le brune, ma la cosa veramente straordinaria era lo sguardo della ragazza: scuro, vellutato ep¬pure limpido come acqua di sorgente; o erano le ciglia, quel¬le ciglia incredibili poste da madre natura a ombreggiarle lo sguardo, a sortire un effetto così seducente? (...)
    «Desidera mio padre, immagino...».
    «Sì. Hem... Lei, signorina, è la figlia del consigliere, vero?».
    Lo invitarono a cena, naturalmente. Non era la prima volta, ma per la prima volta accettò e il motivo fu chiaro a tutti, anche a chi serviva il pranzo: lei con la crestina bianca, lui in livrea, due giovani sposi. Insomma, era impossibile non rendersi conto che il giovane armatore si era preso una cotta terribile per la figlia dei Biella.
    La signora Biella, una radiosa quarantenne con appena qual¬che filo bianco nel bruno dei capelli, fu sempre sollecita nel sorridere al suo ospite, ma alquanto silenziosa durante l’in¬tera serata. Le poche volte che parlò riprese un ragazzetto dodicenne, il fratellino di Bianca che, obbligato dai genitori a rimanere a tavola, trovava ugualmente il modo di utilizzare gli arti inferiori in un modo alquanto rumoroso.


    Prima di far servire la cena Giordano recitò una preghiera di ringraziamento e, alla fine, tutti dissero Amen.
    Matteo Cardinale se ne andò con la penna stilografica nel taschino della giacca e un coccolone nel cuore... Se ne andò senza esser riuscito a spiccicar parola con Bianca. Se ne andò con l’amarezza di sapere che lei, la figlia prediletta di Giorda¬no, era più propensa al noviziato che al matrimonio.
    «La nostra figliola è impegnata negli esami di diploma in questi giorni», aveva detto Giordano quando ancora erano a tavola. «Magistero. Ha scelto lei quella strada perché i bambini le piacciono molto», aggiunse il consigliere.
    Bianca non parlò nemmeno quella volta, ma gli sorrise e questo mandò il giovane in esaltazione. Solo per un momento però, perché la signora Biella – fu l’unica volta che intervenne in prima persona – disse: «Bianca sin dall’asilo ha frequen¬tato le suore dell’Immacolata di via dell’Orto, non so se lei, ingegnere, conosce il convento, e vorrebbe seguire le orme della fondatrice, far del bene... Dice che desidera prendere il velo. Noi non siamo contrari, anche se saperla lontana sarebbe comunque un dolore; perché l’ordine ha le sue missioni in Africa, anche in America meridionale, credo».
    Matteo da quel momento ebbe un nuovo obiettivo: far cambiare idea a Bianca, convincerla a sposarlo perché il Signore Iddio aveva fatto sì che lui dimenticasse la penna stilo esatta¬mente con quello scopo.
    Poco prima del matrimonio, qualcuno lo mise in guardia, ma lui non gli diede credito: «La ragazza è strana, tenuta in famiglia come un gioiello, un gingillo prezioso ma delicato». Matteo non aveva mai voluto approfondire la questione; a lui bastava che Bianca fosse quell’angelo che gli era apparso all’improvviso.
    Ora, a tre mesi dalla prima sera – aveva tante volte varca¬to di nuovo quel cancello – era con un’emozione nuova che passava quella soglia: Bianca lo amava. Avrebbe chiesto la sua mano con la certezza di fare la cosa giusta, perché quella che la sua dolcissima innamorata prima di conoscerlo aveva por¬tato avanti non era una vocazione religiosa, ma una fuga.
    Da che cosa fuggiva Bianca? Matteo non lo sapeva, non sarebbe mai riuscito a capire quel desiderio di isolarsi, di murar¬si, sempre mascherato di virtù, che seguiva modelli di mistica ascesi. Sarebbe successo anche dopo aver messo al mondo, allattato e teneramente accudito i suoi figli. Sarebbe fuggita anche da loro che pure amava, li avrebbe lasciati soli tante volte: quei distacchi sarebbero costati cari a tutti, e a uno per¬fino la vita.
    Matteo Cardinale tutto questo non doveva saperlo, stava già scritto che non lo sapesse. Doveva ignorarlo per poter amare Bianca, per sposarla, per metterla al centro di tutto il buono, l’edificante, il saggio che era in lui. Il giovane sapeva bene che avrebbe trovato il futuro suocero consenziente, addirit¬tura entusiasta – e nell’attesa ripercorreva da principio tutte le emozioni di quell’amore giunto così, ad un tratto, senza preavviso. Eppure, quel sentimento lui l’aveva atteso da sem¬pre; già c’era il focolare e l’urna dove la fiamma poteva ardere. Ricordava, e nel ricordo la passione tornava a essere il male trepidante dell’inizio: un momento assoluto.
    Si erano scambiati reciprocamente la fiducia ed erano già trascorsi, per Matteo almeno, i giorni di una lunghissima attesa.
    «Posso baciarti, adesso?», le aveva chiesto e il suo cuore era un tamburo nel petto.
    «Sì», gli aveva risposto lei «ma fai piano».

  8. #53
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    Predefinito tracce di guerra, impronte dell 'esistenza viste dall'autrice

    Cari amici, ecco a voi un frammento di “Tracce”. Scrivo delle impronte lasciate dalla guerra, così come le ho raccolte e descritte con la mia penna di autrice.

    Da “Tracce Invisibili di Universi Paralleli”.

    Cono temporale remoto, secondo conflitto mondiale: l’olocausto ebraico ha stigmatizzato la storia e il mondo intero trema ancora per Hiroshima. I giorni di pace sono un numero troppo piccolo e occorre reiterarlo all ’infinito per neutralizzare le impronte dell’iniquità, del sangue e della paura che segnano le strade e le mura delle case. A Torino, la viabilità veloce emette i suoi primi vagiti e la città accoglie un’umanità copiosa, disadattata e dolente: la gente del Sud in cerca di lavoro.
    Alessandro, padre di Carlotta, è uno dei tanti emigrati che la guerra e la povertà conducono a Torino. È giovane e tante sono le sue scorribande con gli amici, qualcuna nemmeno da raccontare perché ci sono sbornie, schiamazzi e perfino storie di donne; ma sua moglie affronta bene questi problemi.
    I Campo abitano in periferia dove, prima del conflitto, stava un gerarca fascista. (…)
    «Mi sembra una prigione», disse la madre di Carlotta quan¬do vide dove sarebbe andata ad abitare.
    Prima che il Duce lo chiamasse Borgo Vittoria, a testimonianza delle vittorie africane, il luogo non era altro che una
    campagna incolta interrotta qua e là da appezzamenti, orti e piccole case rurali. Ma nella primavera del ’45 Caterina e Alessandro, dal loro balcone, oltre al nastro stradale vedevano solo prati a perdita d’occhio. (…)
    La radio trasmetteva i ritmi che gli alleati avevano portato insieme alle sigarette e alle tavolette di cioccolato. Qua e là resti di rifugi antiaerei e cartelli testimoniavano senza scampo il passato, con le miserie e i crimini del regime appena abbattuto.
    Caterina era all’ ottavo mese di gravidanza quando si trasferì là con il marito. Il travaglio iniziò il 26 aprile del 1945.
    “Tota” Rossetti, l’ostetrica, raggiunse la puerpera soltanto un’ora prima del primo vagito. Fuori c’era di tutto e ci voleva del fegato ad andare per le strade con i cecchini che ancora sparavano dai tetti.
    La giovane madre era a letto, non era passata nemmeno una settimana dal parto, quando sentì scampanellare alla porta in modo insistente.
    Sola in casa, non aspettava nessuno.
    «Chi è?».
    «Commissariato del decimo distretto di liberazione», disse qualcuno dall’altra parte.
    “Ho capito subito che se non avessi aperto, avrebbero buttato giù la porta”, avrebbe raccontato dopo. “Entrarono senza nemmeno darmi il tempo di dire beh. Guardarono dappertutto; mancava poco che aprissero l’armadio della camera da letto
    Gli uomini erano tre, armati di tutto punto.
    «Suo marito dov’è?», chiese con mala grazia il più vecchio.
    «Al lavoro».
    «Conosce l’inquilino che stava qui prima? Sa che è un gerarca fascista? Chi vi ha affittato i locali?».
    La neonata nel frattempo aveva iniziato a piangere agitando le piccolissime braccia.
    Caterina la prese e iniziò a cullarla in piedi; sua figlia era talmente piccina che le bastava la mano destra a sostenerla, mentre con l’altra si stringeva la vestaglia al petto. Una ragazza magra, le treccine che contrastavano con la sua statura piuttosto alta. Nessuno si accorgeva che era spaventata? Una bambina terrorizzata che ne teneva in braccio un’altra urlante.
    No. Il tizio vestito in divisa doveva essere il capo, sembrava non vederla nemmeno: «Dica a suo marito di presentarsi al distretto di Via Stradella prima possibile».
    “Subito non capivo chi stavano cercando” aveva raccontato dopo, “poi mi sono venuti in mente i muri imbrattati dalle scritte sul fascio... E anche i volantini. Erano in un angolo sul pavimento”. Doveva andar subito, per chiarire che quel gerarca lui nemmeno lo conosceva.
    E se lo sospettavano di quella cosa... come si chiamava? Ah, sì: alto tradimento. E se lo fucilavano? Quanta gente avevano fatto fuori senza nemmeno uno straccio di processo. E se non aveva modo di dimostrare che lui non c’entrava niente? Mettiamo che rispondesse male a un capoccia. Alessandro, quando si arrabbiava, non lo fermava nemmeno Gesù Cristo. Questo pensava Caterina aspettando il marito e quel distacco le sembrò eterno. Per fortuna tornò a casa quel giorno stesso.
    Lei gli saltò al collo in lacrime e non la smetteva più di coprirgli la faccia di baci. Lui la contraccambiava rassicurandola, le disse che al distretto era stato calmo; era chiaro che loro due non c’entravano nulla.
    Dopotutto erano solo due ragazzi. Caterina aveva ventitré anni e Alessandro uno di più.

  9. #54
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    Predefinito La famiglia come saga familiare e i suoi aspetti

    Amici lettori, il mio discorso sulla famiglia continua, lo avevo promesso; ma l’angolazione con la quale affronteremo il “fenomeno” cambia. Questa volta l’indagine e, se vorrete, la discussione si rivolge alla saga familiare.

    Naturalmente, anche in questo caso apro le pagine di “Tracce invisibili di universi paralleli”.

    Il passato remoto della Cardinale Armatori

    Popolazioni di differente etnia vennero gettate sulle coste alte del Tirreno per frode o per fortuna. Gente deposta sul litorale dalle guerre, dalle tempeste o dalla pirateria; oppure profughi che valicavano le Alpi per sfuggire alle epidemie, alla fame e ad altre calamità vissute in terre lontane. Soldati, mari¬nai, nomadi, profughi o predatori, dipendeva dal caso, finiva¬no col rimanere in pianta stabile in Liguria, regione avara ma ridente. Coltivavano l’ulivo dove grilli e cicale abitavano già da millenni e il profumo era inebriante come il vino. Riposavano sulle fresche terrazze che guardavano il mare, quel mare che sembrava volerli proteggere e invece era aperto e infido come una terra di confine.
    Tanti furono coloro che cercarono di far propria quella stri¬scia di terra rocciosa, aggrappata all’ Appennino a ridosso del Tirreno: normanni, saraceni, greci, portoghesi, spagnoli... al¬tri. Famiglie che si legavano in unioni dove lo scambio delle donne significava pace. Gente che nel figliare e seppellire i morti imparava a dialogare con la natura sparagnina del luogo.
    Gente tenace che giorno dopo giorno lavorava la terra con fatica.
    Fu con l’onda ispanica che giunsero in Liguria i Cardinale e sarebbero bastate poche generazioni per farli crescere di nu¬mero e costituire un clan. Grande famiglia i Cardinale: aveva¬no tanto ingegno da costruire una cattedrale nel deserto, anzi di più, sarebbero riusciti ad armare una nave nel bel mezzo dell’oceano.
    Esagerazioni a parte e al di là della leggenda, una cosa grande i Cardinale la fecero: trovarono la soluzione a un triplice pro¬blema, attraverso una pianificazione aziendale ante litteram.
    Non di rado, nelle favole, i rebus sottoposti agli eroi, quel¬li che la cultura popolare raccoglie dalla realtà, nascono da esercizi di vita. E così, come nelle fiabe, ai Cardinale per vivere occorreva la soluzione di tre quesiti differenti. Primo quesito: il luogo per la spremitura delle olive doveva essere vicino al punto della grande raccolta stagionale, ma, soprattutto, non lontano dal mare. Scelsero Genova per costruirvi il luogo per trasformare un liquido denso e aspro in olio commestibile; quel luogo divenne la loro prima manifattura. Secondo quesito: l’olio occorreva venderlo, e per poterlo vendere si doveva trasportare, ovvero riempire la stiva di un’imbarcazione con tanto di otri e, perlomeno all’ inizio, navigare lungo la costa. Sennò a cosa serviva il mare? Iniziò allora quell’attività che, secoli dopo, avrebbe preso il nome di “Cardinale containers”. Terzo quesito: per il trasporto dell’olio diveniva necessario costruire e armare le imbarcazioni.
    I Cardinale, giunti sulla costa italiana dal mare – proveniva¬no da terre di mare, e pertanto erano disposti geneticamente alla navigazione – poco sapevano sulla costruzione dei natan¬ti. Fu allora che appresero l’arte armatoriale. Non avrebbero mai più lasciato Genova, se non per tornarvi. Sarebbe stato sempre là il presidio del clan e sempre là avrebbero fissato il proprio quartier generale.


    20 gennaio 1971: Genova, intervista all’ armatore

    Perché era toccato a lui quel compito, l’inviato del «Cor¬riere» proprio non lo sapeva. Certo non era dato a tutti di
    intervistare “Giacomo la leggenda”, “la vecchia roccia”, “il cardinale”... tanti erano i suoi soprannomi.
    Baffi folti e abito grigio, gli apparve solo. Un patriarca: trecentomila tonnellate di navi e seicento nipoti. Ed eccolo sorridere, un semplice gesto della mano per indicargli dove sedere, perentorio come al solito. Si poteva definire regale o monastico? Forse né l’una, né l’atra cosa. O entrambe? Perché i Cardinale facevano matrimoni di interesse intrecciando i pa¬trimoni con le dinastie, ma erano anche frugali, sobri, devoti, essenziali come frati appunto.
    A portare a Genova l’inviato del «Corriere della Sera», a far¬lo salire di trenta piani sul grattacielo più alto della città, era stata una bomba: la notizia del trasferimento delle navi della Cardinale Armatori da Genova a Napoli. Il motivo del tra¬sferimento, secondo Giacomo Cardinale, firmatario e rappre¬sentante del gruppo, trovava la sua ragion d’essere nel diritto a usufruire, almeno in parte, del rimborso degli oneri sociali che gravavano sul costo dei marittimi, rimborso per il quale era in corso di approvazione un decreto legge. Non si tratta¬va di un’agevolazione fiscale, al contrario, le tasse sarebbero aumentate in relazione alla diminuzione dei costi, avrebbe af¬fermato di lì a poco Giacomo. D’altro canto non si poteva negare che la Cardinale Armatori, insieme alla società Atlan¬tide, fosse l’unica importante azienda italiana con tutte le navi iscritte a Genova che non usufruisse delle agevolazioni fiscali, al contrario di molte altre compagnie.
    «Sono molti i politici che si credono in diritto di prelevare denaro dalle mie tasche e passarli nelle tasche degli altri, ma questa, secondo me, è per definizione la politica che anticipa la catastrofe».
    Il giornalista comprese e tacque: secondo l’armatore si era di fronte a un’evidente discriminazione fiscale a danno del Nord, peraltro non giustificata da una sana politica del Mezzogiorno.
    «Avremmo preferito pagare maggiori imposte», continuò l’armatore.
    Il discorso gli era chiaro da che Giacomo aveva scritto: “Un imprenditore può anche rinunciare alle esenzioni fiscali, ma
    non ha diritto di rinunciare alla riduzione dei costi, anzi in questo senso deve fare tutto ciò che è in suo potere con il pre¬ciso fine di difendere il lavoro aziendale e quello dei lavoratori che a esso partecipano”. L’armatore teneva anche a precisare che più della metà dei suoi marittimi era meridionale. E con¬cludeva: “Se questa decisione dovesse diventare un monito, una osservazione sulle condizioni di sfavore lamentate a Ge¬nova, molto ce ne rallegreremmo. Si potrebbe discutere sul fatto che alcuni oneri debbano essere pagati tutti dallo Stato e cioè dai contribuenti, ma all’armamento vengono imposti oneri che spettano ad altre categorie e questo non solo è in¬giusto, ma antieconomico”. Ma alla fine un breve comunicato negava l’azione, subito dopo la relativa conferenza stampa. Ora “il cardinale” sorrideva, inarcando le sopracciglia grigie: «Tranquilli tutti! Restiamo qui e le nostre navi continueranno a far scalo nel porto di Genova. La sede operativa e la sede legale della compagnia rimangono qui». Una pausa si impose; Giacomo era emblematico anche nel ripetersi di certe caden¬ze; seguì un commento: «Ma le pare possibile che ci siano da anni ministri pronti a intervenire al varo di navi che si chia¬mano Olbia o Messina e che – anche loro lo sanno – in realtà appartengono ai genovesi? E ora che anche noi tentiamo di fare quel che in tanti hanno fatto, succede un putiferio! Ma lo sa che se noi trasferiamo a Napoli diciotto navi e duemilacin¬quecento marittimi risparmiamo un milione al giorno?».
    Il giornalista si fece serio nel domandare: «Ma non ci sono altri motivi? I Cardinale a Genova sono impegnati da anni in un braccio di ferro con le organizzazioni sindacali e si vocife¬ra che avrebbero preferito trasferire le navi a Napoli piuttosto che soggiacere ai continui fermi da parte delle organizzazioni dei lavoratori».
    «Non è quello. Quel che ho appena detto è il vero moti¬vo. Mi presti attenzione per cortesia: lo Stato assume a suo carico una parte degli oneri sociali, circa il dieci per cento della paga base, questo per i marittimi di navi iscritte a sud di Livorno. Basta un trasferimento formale, in realtà l’armatore resta a Genova, ma così facendo ottiene un regalo. Tengo a sottolinearlo: non ritengo affatto giusto che lo Stato ci dia
    questo vantaggio, è l’ennesimo errore che si sta compiendo in politica».
    “Giacomo il tradizionalista”; l’inviato si guardò intorno, an¬che l’arredo faceva specchio alla tradizione: anfore antiche, quadri con immagini sacre, paesaggi di maniera che ritraevano la vecchia Rapallo. Su un tavolo tondo spiccava la storia di un santo.
    Adesso raccontava il drammatico fermo di una nave, infine affermava: «Per fedeltà a Genova non siamo secondi a nessu¬no, ma la politica presente, va detto, è disastrosa e fa del male a Genova più che a qualsiasi altra città. Mi spiego: Milano e Torino possono sopportare l’esodo di industrie spinte altrove, mentre per Genova non può esistere ricambio».
    «Perché, secondo lei?», chiese il giornalista.
    «Perché qui l’ossatura è rappresentata dall’IRI che, un tem¬po preziosa, ha portato all’asfissia l’azienda privata. Faccio un esempio: un’officina meccanica che fornisce l’Ansaldo per anni, a un tratto si accorge che le viene preferita un’officina del gruppo IRI. Ebbene, la prima può solo chiudere».
    Altro che intervista! Quella era la conversazione con un “maestro” e le questioni erano tante. Tutti sapevano che Gia¬como Cardinale non riteneva urgente l’ampliamento del porto. Fedele al suo carattere genovese che imponeva un passo alla volta, a domanda rispose: «Perché pensare di ampliarlo se ancora non è nemmeno efficiente? Se sarò al governo dirò ai genovesi: finche non fate funzionare meglio il porto vecchio, farò di tutto perché non abbiate neanche una lira per costruire quello nuovo».

  10. #55
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    Cari Amici lettori, oggi vi porto a Londra nel cono temporale intermedio. Capitolo XIV di “Tracce invisibili di Universi Paralleli".

    7 Novembre 1993: Londra, Piccadilly Circus, John Lennon

    Marnie guardò oltre i vetri. «Inutile, non ci sediamo. Qui la tirano per le lunghe e questa gente non lascerebbe il posto nemmeno alla regina». Disse tutto questo in inglese.
    L’accordo era che avrebbero sempre parlato italiano e Marek le rispose in italiano: «Che facciamo, andiamo via?».
    Lei s’adeguò: «Ma tu, scusa, non conosci il directore?».
    Lui, che si divertiva a sottolineare gli errori dell’amica, repli¬cò: «E che cosa vuoi che faccia per me il directore», rise e le fece un buffetto, «sai che credenziali, le mie! Scommetto che nemmeno si ricorda di me».
    Quella sera l’aveva accompagnata alla prova generale di un concerto della filarmonica nazionale. Marnie Sculfor avrebbe suonato in una manifestazione importante; quella poteva es¬sere una svolta decisiva per una concertista junior.
    Le voleva bene. Solo affetto, intendiamoci, lo stesso che avrebbe provato per un amico. No, non di quel genere; nemmeno a tredici anni lui avrebbe combinato qualcosa con uno del suo sesso, anche se a quell’ età, pur di farlo, andava bene tutto.
    La ragazza non era il suo tipo, tutto qui. A lui piacevano le donne longilinee, meglio se brune; invece lei era una palletta con i capelli biondi.
    Avevano finito presto, per fortuna. L’intenzione era di fer¬marsi da qualche parte, perché nessuno dei due poteva ospi¬tare l’altro. Alla pensione la porta a comando rilevava il pas¬saggio del forestiero; dopo una certa ora sarebbe scattato l’al¬larme. E la Sculfor divideva la stanza con un’amica ficcanaso.
    «A quest’ora, se non hai prenotato è difficile trovare un po¬sto decente», era stato il commento di Marnie. Eppure lui, soprattutto, aveva bisogno di parlare dell’italiana.
    «Andiamo al Lennon», aveva proposto.
    Il teatro era a due passi dalla fermata della metropolitana. A quell’ora, però, i pendolari andavano tutti verso la Victoria Station; ci sarebbe stata ressa e la sua amica aveva appresso lo strumento, che trattava come fosse un pupo. 134
    Così avevano fatto la strada a piedi. Per fortuna non piove¬va. Certo trascinarsi dietro il violoncello non era il massimo, anche perché lei trovava ovvio che fosse il suo accompagna¬tore a portarlo.
    «Marek look hear! Gente si alza. Dai, veloce».
    Da non credere, ce l’avevano fatta.
    Erano anche riusciti a chiamare il cameriere per ordinare.
    « E due boccali di birra della casa», aveva aggiunto Kreen in italiano.
    «Da quando bevi alcolici?». Era la prima volta che lo vedeva bere.
    Marek l’aveva guardata come un bambino che vuol far va¬lere le sue ragioni: «Mio padre è astemio, non io. Bevo da che sono maggiorenne».
    «Da un pezzo allora».
    «Come, da un pezzo? Ho ventidue anni!».
    «Sì, e il resto mancia». La battuta italiana, la giovane inglese l’aveva pronunciata alla perfezione.
    «E quanti me ne dai allora?».
    «Quaranta?».
    «Ma allora sono malato. Ossidazione biofisica si chiama». Marek si alzò dal tavolo per potersi vedere riflesso nello specchio di fronte: «Forse è questo ciuffo bianco sulla fronte, che mi fa sembrare vecchio».
    Marnie si era già pentita della sua insolenza: «Hai ragione, i capelli bianchi invecchiano tutti». Vide il suo amico trarre dal¬la tasca anteriore del giubbotto una busta bianca. «Very well! Missis Campo. Che ti dice questa volta?».
    Lui fece scivolare la lettera aperta sul tavolo: «Leggi da te, ma attenta a non ungerla». Ma lei in quel momento stava tra¬cannando birra: «Ehi, ragazza! Vacci piano... sei ingrassata ultimamente».
    Imperterrita la Sculfor ingollò quanto ancora rimaneva nel boccale, si asciugò la bocca con le mani e le passò entrambe sull’abito di velluto, appena sotto il seno abbondante.
    “Certo non è una da portare a Buckingham Palace”. Però era sensibile, intelligente, e anche una ragazza buona, Marek
    lo sapeva questo, ma quella sera occorreva anche che avesse la luna per il verso giusto, perché la lettera di Carlotta Campo non poteva farla leggere a nessun altro.
    E Marnie lo stava facendo proprio in quel momento.
    Il rapporto con l’italiana, sempre che potesse continuare, stava prendendo una piega pericolosa: si sentiva attratto da lei, gli faceva provare qualcosa difficilmente definibile; soprat¬tutto non la sentiva per nulla estranea, anche se non l’aveva mai vista in vita sua.
    La violoncellista lo guardò diritto negli occhi: «Non sarà una di quelle che ci provano con tutti?».
    «Dici?».
    «Perché ce ne sono tante di donne così», rispose, poi tacque seguitando a leggere. Lui tratteneva il fiato. Aveva una paura terribile del suo giudizio. «C’è anche un racconto di come ha conosciuto mio padre».
    «E dove l’ha conosciuto tuo padre?».
    «In montagna dice».
    Lei fece un segno d’assenso, poi chiese: «And now? Tutto finito?».
    «Boh? Sembrerebbe... Desaparecido anche con lei».
    «E quant’è che non lo vedi tu, tuo padre?».
    «Saranno sei mesi».
    «E prima?».
    Lui si fece serio: «Cosa vuoi sapere Marnie?».
    «Anche noi...».
    «Già, non ci avevo pensato... sono sei mesi anche per noi».
    «Giusto, quando tuo padre è scomparso dalla scena, sono apparsa io».
    «Sai che entrée!».
    Lei gli mostrò tanto di lingua. Risero.
    «Non fare lo stupido per favore e stammi a sentire. Che tipo è tuo padre? Che cosa facevate insieme? Di che parlavate?».
    «Alt. Una cosa alla volta. Number one: è molto italiano. Number two: niente, perché lui non aveva mai tempo, era sempre di corsa oppure stanco morto. Three: con me Paolo parlava di tutto».
    Marnie si asciugò le mani con la salvietta, raccolse i capelli 136
    sul collo e li fissò col pettine alla nuca. La questione era tosta. Doveva capire e spiegarsi, e solo in inglese avrebbe potuto.
    «Molto bene», disse nella sua lingua, «risposta illuminante! Ora sì che ne so di più! Oh mio Dio! Parla se vuoi parlare o sennò stai zitto. Guarda che se non vuoi dirmi niente, io non piango; ma se vuoi che ti aiuti...».
    Marek capì, perché tacque cambiando registro.
    «Allora, cosa è successo?».
    «Prima non lo conoscevo. Me ne parlava solo mia madre».
    «Si amavano i tuoi genitori?».
    «Beh... se mi hanno messo al mondo!», disse alzando il boc¬cale di birra.
    La ragazza si tirò lo scialle sulle spalle e scosse la testa. «Ma che cosa vuol dire! Il mondo è pieno di figli nati per sbaglio, senza che ci sia stata nemmeno un’ombra d’amore».
    «Sarò anche un trovatello, ma credo che lui ci tenesse a noi due», rispose Marek e bevve a garganella.
    «Perché?».
    «Beh, ci mandava del denaro. Una volta è venuto a trovarci, stavamo ancora a Praga. La mamma gli aveva appena detto che ero suo figlio».
    «Come mai così tardi?».
    Lui alzò le spalle. «E che ne so?! Forse non lo saprò mai. E non posso nemmeno chiederglielo, perché è morta da cinque anni. Dopo la sua morte però, Paolo non ha smesso di man¬dare soldi, li spediva a mia nonna e tutte le volte chiedeva di me».
    «Ma allora tua nonna sapeva dov’eri».
    «Beh, sai! Ogni tanto le scrivevo; in pratica li aveva sempre i miei recapiti. Poi se n’è andata anche lei». Marek tacque per guardarsi intorno, sorrise: «Paolo Cardinale mi ha scoperto qui, erano anni che non lo vedevo. L’ultima volta ero ancora un bambino. Nemmeno io l’ho riconosciuto subito. Ma par¬lando sono saltate fuori un po’ di cose».
    «E il DNA?».
    «No. Non ha mai voluto fare il test, diceva che bastava guardarmi per capire che ero suo figlio, in effetti sono uguale a lui da giovane».
    «Insomma ti ha ripescato; è questo che mi stai dicendo? E come mai a Londra?».
    «A Londra ha una casa, credo. Non l’ho mai vista perché non mi ci ha mai portato, ma so che c’è. So anche che ci viene due- tre volte l’anno».
    «E che cosa ci facevi qui al Lennon? Eri con una ragazza? Ti stavi facendo una canna? Cosa?».
    «Ci lavoravo all’epoca; questo te l’ho detto».
    «Eri un... che cosa?».
    «Un lavapiatti. Ah, pulivo anche i tavoli. Quel giorno mio padre era entrato per prendersi una coca e un hamburger e io gli avevo pulito il tavolo...».
    «Non credo, guarda, che sia stato un caso».
    «Beh, hai ragione. Anch’io lo penso».
    «Che soap strappalacrime! Alla Dickens! E tuo zio, in tutto questo, che cosa c’entra?».
    «Quando mio padre è scomparso, gli ho scritto a Genova. Tra le carte, quelle che mi aveva lasciato intendo, c’era anche l’indirizzo di Enrico Cardinale. Non ci crederai, ma due giorni dopo era qui».
    «E cosa t’ha detto?».
    «Soprattutto che cosa ha fatto è interessante. Continuava ad abbracciarmi, aveva le lacrime agli occhi. Voleva che lo seguis¬si a Genova e poi...».
    «Poi cosa?».
    «Un problema alla volta, per favore. Enrico continua a te¬nersi in contatto con me, mi manda denaro; e mi viene a trovare».
    «Ma tuo padre, nei sei mesi che siete stati insieme, avrà pur fatto qualcosa per te!».
    «Affermativo! Sennò avrei dovuto continuare a fare lo sguat¬tero. Mi ha anche mostrato dei documenti, abbiamo parlato di proprietà, di investimenti e per un po’ ho lavorato per lui».
    «E di questa Campo, ti ha mai parlato?».
    «Mai».
    «Forse neppure tua madre ne conosceva l’esistenza».
    «Puoi giurarci. L’avrei saputo, non credi? Invece di scoprirlo con una lettera, all’improvviso».
    Marnie prese il conto. Che dici andiamo?».
    «Lascia, offro io, in questo periodo sono ricco».
    Lei lo guardò con affetto. “Un po’ matto, ma un vero signo¬re”. Disse: «Ancora non mi spiego la tua voglia di scriverle. È bella questa Carlotta?».
    «Credo di sì».
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  11. #56
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    Cari amici, ecco uno spicchio della grande panoramica che riguarda l’azienda familiare. Ancor oggi è così ? Che cosa è cambiato dal secolo scorso?
    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”, Cap XVII pag 77.

    Dal 1952: Torino, in via conte Verde, angolo piazza IV Marzo
    In via Conte Verde, prima della guerra, c’era una casa di tolleranza che con la legge Merlin aveva chiuso i battenti. Così le professioniste della maison, costrette a esercitare in strutture informali – mentre le più giovani andarono altrove, addirittura in altre città – continuarono a gravitare intorno ai portoni di via Conte Verde o delle piazze adiacenti. Inconfondibili, si vedevano a tutte le ore; camminavano sotto i portici del municipio, perfino davanti chiesa del Corpus Domini, lentamente, con la sigaretta accesa.
    Carlotta oscuramente capiva perché le signore, che qualcuno chiamava “passeggiatrici”, fingessero di non conoscerla, anche se la conoscevano benissimo.
    Quella strada malfamata – più tardi scelta dagli artisti e dai fricchettoni del nuovo millennio – era all’epoca lo scacchiere di Torino per la sua vicinanza con il municipio, la pretura e il mercato di Porta Palazzo. Tra piazza Castello e via della Consolata, infatti, negli anni Cinquanta si dipanava la gran parte delle questioni cittadine. Proprio lì, nel punto in cui la via si apre nella piazza, al secondo piano di un palazzo sbucato come un fungo dalle macerie di un crollo bellico, aveva sede sin dal 1952 la Gianpaolo&figli.
    Il “magazzino” – questo era il nome confidenziale che dava alla ditta il suo fondatore – era il secondo della serie, perché dopo ce ne sarebbero stati altri.
    Paolo Gianpaolo aveva cominciato il commercio di bigiotterie in piazza Vittorio, esponendo la merce sul letto matrimoniale. Fu Federico, suo figlio, a far pressione per portarlo in via Conte Verde: «Potrei abitarci con la famiglia. Terremo solo due stanze per vendere e non preoccuparti se l’affitto è alto, vedrai che ce la facciamo».
    Federico, rimasto vedovo con un figlio, Paolo, si era risposato e aveva messo al mondo una bambina: Letizia. Fantasioso e ambizioso come la madre, il giovane aveva dato vita ad attività differenti – tutte finite in niente – prima di lavorare con il padre. L’unità immobiliare di via Conte Verde gli era subito piaciuta per i servizi ultramoderni: ascensore, radiatori centralizzati, stanza da bagno. Senza contare le finiture pregiate. Due grandi stanze palchettate in rovere divennero un ampio salone con l’abbattimento del divisorio.
    C’erano due avvocati sullo stesso piano e la targa in ottone, sull’uscio della rivendita all’ingrosso di bigiotterie, sembrava la copia di quella dello studio legale. La scritta che annunciava la “ditta Gianpaolo&figli” venne posta in alto, a fianco della porta, superata la quale si entrava direttamente nei locali di vendita.
    La prima volta che Carlotta vide l’interno della ditta, le sem¬brò molto chic. C’era anche un piccolo ufficio, con tanto di macchina da scrivere e calcolatrice. Era lì che stava il nonno e una volta a settimana veniva a sbrigare la contabilità perfino un ragioniere.
    La Gianpaolo&figli, inizialmente, ebbe un altro punto ven¬dita. Era in corso Regina, a due passi dal mercato, nel medesi¬mo palazzo del cinema Alcione, l’unico del centro che ancora facesse l’avanspettacolo. Questa seconda rivendita era, in ve¬rità, piccola e assai modesta: una stanza dal retro cieco, senza servizi. L’accesso era sul ballatoio che si affacciava sulla corte di un interno a ringhiera. Paolo la prese in affitto quando figlia e genero entrarono a far parte della ditta. Era Caterina a vendere sul posto, mentre Alessandro faceva i negozi, ovvero andava dai clienti con il campionario.
    Al banco, così come alla cassa, stava dunque soltanto la figlia del Gianpaolo; ma era più che sufficiente perché i clienti eleganti preferivano ancora il magazzino di via Conte Verde.
    In breve, però, si era sparsa la voce, e in corso Regina gli ambulanti salivano a fare acquisti prima di montare il banco, oppure quando lo chiudevano: avevano cominciato a lasciare dei bei soldi.

  12. #57
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    Cari amici lettori, qcco un nuovo spunto di riflessione: Le famiglie illustri, le dinastie: Quali le note principali che li caratterizzano ? I sentimenti’ la fortuna? Il talento? E quali gli anelli di congiunzione del gruppo? L’orgoglio di casta? la devozione ad un dogma? Il senso appartenenza?

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”. I Cardinale

    Popolazioni di differente etnia vennero gettate sulle coste alte del Tirreno per frode o per fortuna. Gente deposta sul litorale dalle guerre, dalle tempeste o dalla pirateria; oppure profughi che valicavano le Alpi per sfuggire alle epidemie, alla fame e ad altre calamità vissute in terre lontane. Soldati, mari¬nai, nomadi, profughi o predatori, dipendeva dal caso, finiva¬no col rimanere in pianta stabile in Liguria, regione avara ma ridente. Coltivavano l’ulivo dove grilli e cicale abitavano già da millenni e il profumo era inebriante come il vino. Riposavano sulle fresche terrazze che guardavano il mare, quel mare che sembrava volerli proteggere e invece era aperto e infido come una terra di confine.
    Tanti furono coloro che cercarono di far propria quella stri¬scia di terra rocciosa, aggrappata all’Appennino a ridosso del Tirreno: normanni, saraceni, greci, portoghesi, spagnoli... altri. Famiglie che si legavano in unioni dove lo scambio delle donne significava pace. Gente che nel figliare e seppellire i morti imparava a dialogare con la natura sparagnina del luogo.
    Gente tenace che giorno dopo giorno lavorava la terra con fatica. Fu con l’onda ispanica che giunsero in Liguria i Cardinale e sarebbero bastate poche generazioni per farli crescere di nu¬mero e costituire un clan. Grande famiglia i Cardinale: aveva¬no tanto ingegno da costruire una cattedrale nel deserto, anzi di più, sarebbero riusciti ad armare una nave nel bel mezzo dell’oceano.
    Esagerazioni a parte e al di là della leggenda, una cosa grande i Cardinale la fecero: trovarono la soluzione a un triplice pro¬blema, attraverso una pianificazione aziendale ante litteram.
    Non di rado, nelle favole, i rebus sottoposti agli eroi, quel¬li che la cultura popolare raccoglie dalla realtà, nascono da esercizi di vita. E così, come nelle fiabe, ai Cardinale per vivere occorreva la soluzione di tre quesiti differenti. Primo quesito: il luogo per la spremitura delle olive doveva essere vicino al punto della grande raccolta stagionale, ma, soprattutto, non lontano dal mare. Scelsero Genova per costruirvi il luogo per trasformare un liquido denso e aspro in olio commestibile; quel luogo divenne la loro prima manifattura. Secondo quesito: l’olio occorreva venderlo, e per poterlo vendere si doveva trasportare, ovvero riempire la stiva di un’imbarcazione con tanto di otri e, perlomeno all’inizio, navigare lungo la costa. Sennò a cosa serviva il mare? Iniziò allora quell’attività che, secoli dopo, avrebbe preso il nome di “Cardinale containers”. Terzo quesito: per il trasporto dell’olio diveniva necessario costruire e armare le imbarcazioni.
    I Cardinale, giunti sulla costa italiana dal mare – proveniva¬no da terre di mare, e pertanto erano disposti geneticamente alla navigazione – poco sapevano sulla costruzione dei natanti. Fu allora che appresero l’arte armatoriale. Non avrebbero mai più lasciato Genova, se non per tornarvi. Sarebbe stato sempre là il presidio del clan e sempre là avrebbero fissato il proprio quartier generale.

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    L’amor proprio:

    Cari amici lettori,
    Che cosa può cambiare il percorso di ciò che “altri” hanno predisposto per noi, se non quel forte richiamo a raggiungere un disegno già scritto: la nostra vera strada. E l’affezione verso il proprio se, può superare l’istinto di conservazione?

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    Lei non se ne rese conto – fu davvero sul punto di andarsene per quelle complicanze così frequenti i dopo una grave emorragia.
    L’avrebbero sotterrata o tumulata? Cosa avrebbero deciso i suoi genitori? Nessuno, nemmeno Alessandro si sarebbe sentito responsabile di quella morte giunta ad appena quindici anni. O forse no, forse suo padre avrebbe capito.
    (…)
    Il signor Campo, come al solito, non aveva dubbi: « Adesso la licenza ce l’hai e l’età anche, perché la scuola dell’obbligo è solo fino a quattordici anni. Sai che ti dico? Lavora, che “Pantalone” non vuol più man¬tenerti». (…)
    Carlotta aveva tante altre cose da dire, per esempio che se l’avessero lasciata studiare avrebbe potuto lavorare lo stesso (…). Quante, tra le sue compagne, stavano in bottega sebbene frequentassero la scuola!
    Da almeno un paio d’anni, la scuola rappresentava un’ottima scusa per lasciare casa sua. Sì, perché solo la scuola poteva sottrarla a ciò che, una decina d’anni dopo, avrebbe definito un arresto domiciliare. Finché andava a scuola, perlomeno un paio di volte al giorno aveva un motivo più che valido per uscire di casa. Per arrivare in “magazzino”, invece, bastava scendere le scale e attraversare il cortile.
    (…)Ma era anche per qualcos’altro che lei non voleva lasciare la scuola, qualcosa di meno urgente, forse, ma assai più importante: il suo futuro. Perché senza quella che Alessandro chiamava “istruzione” lei non avrebbe potuto... In realtà non sapeva nemmeno bene che cosa non avrebbe potuto fare, ma comprendeva chiaramente che toglierle libri e studio a quattordici anni significava mutilarla. Proprio così, esattamente come le piccole cinesi, con i piedi stretti in fasce che li avrebbero deformati per sempre. Così sarebbe stato il suo cervello: mutilato per sempre. Costringere la sua giovane mente a un riposo forzato – quello stesso che lei medesima non voleva – era manomettere il suo futuro. Era come pigiare anzitempo i tasti della sua personale cabina di comando, annullando gran parte delle possibilità che già la stavano aspettando in uno spazio ignoto, ma in qualche modo presente.
    E di nuovo era lei colpevole, lei inadeguata, perché se avesse studiato a tempo debito, se fosse stata brava a scuola, tutto questo non sarebbe mai successo.
    Le sue compagne, quasi tutte, Giovanna compresa, si erano iscritte al biennio (…)
    Passanti aveva cominciato da un mese. Campo era andata a prenderla a scuola, naturalmente senza permesso. L’aspettava nascosta dietro l’angolo, invasa dalla vergogna; avrebbe fatto l’impossibile affinché le sue ex compagne non la vedessero: non voleva sapessero che non andava più a scuola – non ci andava più per essere stata stupida e negligente – insomma che, ancora una volta, non ce l’aveva fatta.
    In magazzino sedeva tra madama Iolanda e madama Lilly. Iolanda era gentile, Lilly no: la trattava come l’ultima delle apprendiste e sembrava non vedesse l’ora di coglierla in fallo. Per reazione, forse, Carlotta cercava di trasformare la sua nemica in alleata: parlava, si raccontava, ma l’altra quella versatile loquacità la prendeva per sottomissione: «Sua figlia, signor Campo con me parla e tanto, ma io la metto in riga sa? Le dico: “muovi le manine”...».
    Con angoscia crescente la piccola apprendista vedeva i suoi giorni a venire: tutti uguali, come le perle delle collane che andava infilando, uno dietro l’altro; mattine e pomeriggi interrotti soltanto dal pranzo e dalla cena, dal suono della radio. Nulla di ciò che si sentiva prospettare la interessava: solidità economica, tranquillità, una dote di tutto rispetto. Sì, certo, non era così stupida! Ma prima c’era altro e questo le veniva negato.
    Carlotta piangeva; lo faceva di continuo, dal mattino alla sera. Suo padre la vedeva con gli occhi gonfi giorno dopo giorno senza cambiare idea: le sue erano solo fisime adolescenziali. con il tempo avrebbe capito che lo faceva per il suo bene e l’avrebbe ringraziato. E poi, che diamine! Un commeciante le figlie femmine le mette in ditta a produrre, è naturale!
    Sua madre invece la comprendeva perfettamente, ma non avendo il carattere della figlia mise in atto il sistema nel quale non la superava nessuno: quello della goccia che batte di continuo fino a lasciare il segno sulla roccia.


    Vuole studiare, benissimo. Si prepari per conto suo. Oh! Sia chiaro sin da subito: niente professori, corsi e compagnia bella. Studi da sola se ne è capace e si presenti come privatista; se ce la fa io la rimando a scuola, lo giuro». Al signor Campo non piaceva mentire o passar sopra alla parola data, men che meno cedere. No, non correva rischi: la sua figliola era poco più che una bambina, non l’avrebbe nemmeno tentata un’impresa del genere! La ragazza aveva un bel cervellino, questo lui doveva tenerlo presente, ma per studiare occorreva tempo. E allora non gliene avrebbe lasciato a disposizione, ecco come avrebbe fatto. Otto ore in azienda erano obbligatorie e doveva dare anche una mano in casa. Senza contare che stava crescendo e aveva bisogno di dormire come di mangiare: la sera sarebbe crollata. (…)
    L’idea – come succede quasi sempre – arrivò per caso.
    Fu dopo una banale influenza che Carlotta registrò il cambiamento: le bastava qualche linea di febbre per uscire dal controllo minaccioso del padre e distogliere l’occhio di lui dal mirino. E c’era di più perché, in quel caso, non soltanto Alessandro allentava i controlli, ma tornava a essere affettuoso e cordiale come quando lei era bambina. Una pacchia! Finalmente poteva studiare in pace.
    Il fatto importante, fondamentale – e qui sta non soltanto il nocciolo della questione, ma la chiave di volta dell’intera vicenda – era come farsela venire questa benedetta febbre, perché la privatista in questione, oltre a essere una ragazza in salute, non era per nulla cagionevole. Occorreva dunque forzare il destino, rischiando grosso. A metterla in salvo, e nel medesimo tempo a rendere possibile il raggiungimento del suo obiettivo, furono due fattori, due elementi semplici e solo apparentemente contrastanti: la sua costituzione robusta e un’incipiente tonsillite. La prima le impedì di buscarsi una polmonite, o addirittura un blocco renale, e la seconda aggravò l’infiammazione delle tonsille quel tanto da procurarle l’agognata febbre.
    C’è da chiedersi se a far funzionare le cose, sincronizzando i tempi dell’azione, non fosse qualcosa che non ha nome, o più semplicemente ce l’ha, ma nessuno sa quale sia.
    Se nell’antica via Dora Grossa qualcuno si fosse affacciato dalla finestra di uno dei palazzi settecenteschi sul lato del cortile, aguzzando lo sguardo avrebbe potuto vedere nella notte una ragazzetta bruna, piuttosto magra, che percorreva seminuda la balconata avanti e indietro, agitando le braccia per sopportare il freddo. Sì, perché l’adolescente c’era davvero e a guidarla era una passione più forte di lei.
    (…) Quante volte uscì al freddo al calar della notte? Quel numero, dopo, l’avrebbe dimenticato. Tre? Cinque? Di più? L’importante era soltanto il focus, diretto e facile da raggiungere: la febbre, e con la febbre il permesso di studiare. Alessandro non le avrebbe strappato i libri.

    «È la quarta bacinella di sangue che vomita, povera ragazza!», disse suor Anna alla caposala.
    «Ha avvisato il chirurgo che l’ha operata?».
    «Sì. Arriva subito».
    L’asportazione delle tonsille si era svolta regolarmente quel giorno alle otto in punto: niente di traumatico. (…)
    Ora invece non poteva ridere e nemmeno piangere, nonostante il dolore fosse insopportabile, poiché una prostrazione mai conosciuta prima la paralizzava. Prima c’erano stati lo sguardo sgomento di Ludovico che lasciava cadere il giornalino sul pavimento, i tentativi frenetici degli infermieri di immettere tamponi in loco, il fuoco che ardeva nella sua gola, le facce sfocate dei suoi genitori e dopo – lei non sapeva quanto tempo dopo – la voce della suora che diceva: «Ma batte il polso?».
    E poi suo padre con una commozione incontrollabile, che le baciava le mani: «Tutto perdonato, tutto perdonato».
    Perdonato che cosa? Cosa doveva farsi perdonare lei? Di avercela fatta? Di essersi guadagnata il diritto di tornare a scuola? Lo doveva a Giovanna se era andata agli orali; era stata lei ad accompagnarla a scuola, l’aveva strattonata perché lei non voleva più andarci e si era fermata per strada più di una volta.
    «Dai su, muoviti, che non ce la faccio a portarti in spalla».
    E Carlotta che le rispondeva: «No, non posso, guarda... non posso proprio».
    «Sì che puoi, ci mancherebbe altro, ti tolgo la pelle se non entri a scuola».
    «No. Ho voglia di vomitare... oh Dio mio, giuro che non mi reggo in piedi».
    Le due amiche avevano trascorso la notte a ripassare insieme. Faceva caldo; erano sedute sul pavimento di pietra del terrazzino della sala rosa, la camera dei genitori di Carlotta. Sì, perché Alessandro era in viaggio e Caterina – lo faceva sempre nelle grandi occasioni – aveva ceduto loro la camera. Il terrazzino sporgeva su via Garibaldi, così non avevano bisogno nemmeno della luce perché le insegne perennemente accese lo illuminavano a giorno.
    «Ricominciamo dalla struttura della materia secondo l’ipotesi di Democrito, dai su! Dalla descrizione del mondo degli atomi. Ti hanno ammessa agli orali, buon segno! Se domani passi, è fatta».
    (…) Prima che uscissero di casa, erano quasi sull’uscio, sua madre le aveva chiesto forte: «Ti sei cambiata le mutande?».

    «Mi sei passata sulla pancia, è questo che hai fatto. Torna pure a scuola, se vuoi». Così aveva detto Alessandro, e da quel giorno non aveva più rivolto la parola alla figlia maggiore.
    E la promessa? Non le aveva forse detto che se fosse stata promossa poteva tornare a scuola? Ebbene, era successo, era un suo diritto pretendere che la mantenesse. E invece no: era come se lei non ci fosse più, come fosse evaporata nell’aria trasformandosi in puro spirito. Tutti i controlli erano caduti e così i rimproveri; non esisteva più. Punto.
    Aveva fatto di tutto per provocarlo, si era perfino truccata e vestita in un modo che, lo conosceva bene, non gli sarebbe piaciuto. Niente, lui non la vedeva neppure. Quante volte aveva cercato disperatamente di introdursi nei discorsi che faceva! Perché suo padre continuava a parlare con tutti, ma non con lei.
    «Mi fa pena povera bambina, ma non c’è verso, lui non molla», così diceva sua madre quando pensava che la figlia non sentisse. Il fatto di essere perlomeno compresa la confortava, ma non era sufficiente. La gioia di avercela fatta, di essere tornata a scuola, di poter riprendere un percorso che aveva rischiato di perdere, ad un tratto non c’era più; al suo posto, ancora una volta, soltanto quel solito, desolante senso di inadeguatezza. (…)

    .L’acqua fangosa dell’Arno invase Firenze all’alba del 4 novembre 1966. Proprio mentre gli “angeli del fango” a Firenze iniziavano la raccolta dei libri, a Torino lei aveva vinto l’ultima battaglia: suo padre le concedeva di nuovo di tornare a scuola, e questa volta si trattava del liceo artistico.

  14. #59
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    Cari amici, secondo voi esiste l’imprinting nell’amore a prima vista? Secondo me esiste. Ecco come lo rappresento in “Tracce invisibili di universi paralleli”.


    … Nonostante l’alchimia irresistibile della giovinezza, la realtà del nostro rapporto non sfuggiva a nessuno dei due. Insomma sapevamo entrambi che la nostra storia, così esaltante, era effimera quanto la fiamma di un cerino e sarebbe bastato un soffio a spegnerla per sempre. Eppure, qualcosa tra noi fece clic. Lo seppi dopo, con l’amore ormai annichilito in realtà differenti.
    Definii “imprinting” quel momento.
    Fu un evento minimo, apparentemente irrilevante come lo scatto di una fotografia, a fissarci profondamente uno nella coscienza dell’altro. Quando avvenne non saprei dirlo. Dove? Certo fu in quella casa di pietra, nella camera presso la legnaia, al pallido chiarore della luna; quando avevamo bisogno l’uno dell’altra e l’amore era l’acqua di un’oasi dopo il deserto.
    «Ti piaccio, Paolo?», gli chiedevo.
    «Immensamente», mi rispondeva lui.
    Avevo capito presto di essere la sua prima amante e una sorta di premurosa reticenza mi impediva di lasciarmi andare. Lo guardavo, stupita di trovarlo così bello anche in quei momenti. Accoglievo i suoi gesti ingenui e sensuali e gli restituivo baci, carezze, sospiri, con la sensazione di trattenere la sua anima tra le mani. Mi pervadeva una sofferenza sottile – era un regalo per me – come se avessi sempre saputo che la felicità, oltre una certa soglia, è quel dolore allo stato puro che non tutti possono raggiungere.
    «Ti amo Paolo». Ecco, l’avevo detto.
    «Io non so», mi rispose.
    In fondo me l’aspettavo. Non avevano mai parlato d’amore; perché ogni promessa, ogni giuramento aveva la stessa credi¬bilità della parola di un ubriaco.
    Parlavo del mio ritorno in città e di quello che avevo lascia¬to, quando qualcosa mi bagnò il volto. La sensazione fisica fu quella della pioggia e per un tempo infinitesimo una parte di me deve aver persino creduto che piovesse.
    Invece erano le sue lacrime.
    Grosse lacrime. Un pianto silenzioso e dirompente che gli agitava il petto. Pazza di felicità – avrei voluto berlo quel pianto – volevo che quel momento durasse per sempre. Invece gli feci la solita domanda stupida: «Perché piangi?».
    Non rispose subito, non poteva. In silenzio gli asciugavo gli occhi, il volto e le mani.
    «Non lo conosco l’amore. Per questo prima ho detto “non so”. Ma quel che provo ora per te, non può essere altro che amore. Ti amo Carlotta e sono così sfortunato! Provo questo sentimento per la prima volta per una donna più grande di me, sposata, che non potrà mai essere mia».

  15. #60
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    Cara Enrichetta, ma tu esisti?
    O sei solo un ologramma che immette nel forum la Verità Rivelata?

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