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Discussione: Caparco, Enrichetta - Tracce Invisibili di Universi Paralleli

  1. #61

    Predefinito

    Miei carissimi amici lettori, ho pensato di riprendere il discorso “padri e figli” nel proporvi un nuovo brano del mio romanzo, al quale si accompagna la seguente domanda: I bambini ci giudicano? Cosa è cambiato rispetto al secolo scorso?? E i motivi che fanno sentire “soli” i nostri ragazzi, quali sono adesso?

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”.
    1957: Torino, piazza IV marzo; giochi proibiti

    A dodici anni Carlotta già faceva i mestieri. Caterina le la¬sciava la biancheria in ammollo e i piselli da sgranare e, se alla figliola veniva il ghiribizzo di stirare, la mamma non diceva di no. Carlotta sbrigava tutto un’ora prima del pranzo o della cena, in base al rientro dei genitori, e per il resto del giorno giocava con i suoi fratelli. Avevano fondato un club. Prima la sede era nel guardaroba in camera dei genitori, l’interno di un armadio della fine dell’Ottocento a due ante. I tre si chiude¬vano dentro facendosi luce con una torcia elettrica, ma c’era poco spazio: non riuscivano nemmeno a muovere le braccia anche perché, qualche volta, a loro si univa la figlia dei vicini.
    Così decisero di andarvi sopra, anziché dentro. Ci si arrivava attraverso una via particolare, era stata Carlotta a idearla sperimentandola per prima: occorreva salire sulla maniglia della porta per raggiungere il comò; così si conquistava il primo livello. Ma c’era di nuovo bisogno della porta per arrivare di fianco al mobile. Allora si metteva per la seconda volta un pie¬de sulla maniglia e si faceva ruotare l’anta sino a raggiungere i piccoli rilievi dell’armadio; erano ornamenti floreali: piccole sculture in legno, peraltro abbastanza fragili. I ragazzini inve¬ce li utilizzavano come gli appigli naturali della roccia durante una scalata. In questo modo, se l’armadio non si ribaltava e l’appiglio non cedeva, si guadagnava finalmente la piatta estre¬mità del guardaroba. Uno per volta i piccoli raggiungevano senza troppa difficoltà la destinazione. Anche lassù però si stava stretti, nemmeno ci si poteva muovere, se si voleva evi¬tare il classico ribaltamento da carico di punta. Allora i tre, capeggiati dalla più grande, decisero di andare in cantina. L’idea era quella di ricavare la sede del club nel vano dell’ascensore che ancora non c’era, e che non avrebbero fatto mai. A ripulire e abbellire vano e dintorni i piccoli Campo ci misero un paio di giorni. Il terzo giorno ad Antonella venne in mente di fare il tè. Così fu mandata ai giardinetti della piazza antistante a cercare legna da ardere. Detto fatto. I bambini accesero il fuoco e fecero bollire l’acqua in un pentolino. Preparato il tè, dopo aver accuratamente spento anche la brace, lo bevvero.425
    Com’erano contenti! Nel frattempo qualcuno – usciva del fumo da un tombino nei pressi del palazzo – chiamò i Vigili del Fuoco, a quel tempo il 115 ancora non esisteva.
    I pompieri vennero con tanto di attrezzature e scalette, ma già alla prima ispezione i bravi agenti scoprirono solo tre ra¬gazzini attorno a un fuocherello spento.
    Caterina e Alessandro non vennero mai a sapere dell’accaduto. Negli anni Cinquanta i casi di incendio doloso a Tori¬no erano rari, inoltre l’opinione pubblica non rispondeva in modo drammatico a un’allerta. Nessuno si prese la briga di redarguire i tre monelli e non partì nemmeno la classica de¬nuncia per genitori irresponsabili. All’epoca non erano pochi i bambini lasciati a se stessi, e spesso combinavano di peggio.
    Carlotta dimenticò presto perché quel gioco in cantina non ebbe seguito; forse fu proprio lei a rendersi conto che non era il caso di giocare col fuoco.
    Quello che la ragazzina non avrebbe mai più dimenticato fu altro, qualcosa che in famiglia ebbe un nome: la strage.
    Fu la distruzione di tutti i giocattoli.
    Succedeva che il papà passasse da casa. Non lo faceva spesso, ma succedeva. Può sembrare strano, ma Alessandro Campo, quando arrivava all’ improvviso, non intendeva controllare le malefatte in corso d’opera dei figli. La sua era, per così dire, pura evasione. Carlotta avrebbe ricordato con nostalgia quelle visite improvvise, anche dopo la morte di suo padre.
    Un pomeriggio arrivò a casa con un pacchettino, l’ultimo disco di Perry Como. Chiuse la porta alle sue spalle ed entrò in tinello. I piccoli lo seguirono incuriositi.
    «Che hai comprato papà?», chiese Carlotta.
    «Ora lo vedi», le rispose laconico.
    Campo alzò il coperchio della radio attrezzata – Carlotta nel ricordo avrebbe rivisto sempre quel parallelepipedo ingombrante in legno che occupava buona parte della piccola stanza – aprì il pacchetto che aveva ancora tra le mani e ne estrasse un quarantacinque giri che sistemò con cura sul piatto del gi¬radischi. Quando la puntina venne collocata al posto giusto, la musica invase la stanza e lui iniziò la sua performance scivolando sul pavimento del tinello in un passo di danza. Provava 426
    il cha cha cha e i suoi bambini gli facevano da pubblico: Carlotta molto interessata, Antonella perplessa, Ludovico con la medesima espressione di quando a scuola lo costringevano a stare nel suo banco. Suo padre stava imparando, oltre al liscio, anche i moderni. Prendeva lezioni presso la scuola di ballo di piazza Castello; con un gruppo di principianti la sera visitava le sale del centro e il sabato anche sua moglie lo accompagna¬va.
    Al momento in cui si rese artefice della strage era giovane, aveva appena trentasei anni. Rappresentante di bigiotterie e chincaglierie si concedeva, tra un cliente e un altro, prima di tornare in magazzino a mordere il freno a causa del cognato, un momento ricreativo. Sapeva che avrebbe trovato i suoi bambini e ufficialmente le pause vestivano la funzione di ispezione. Di solito andava tutto liscio poiché i ragazzini, quando sentivano girare le chiavi nella toppa, si precipitavano al tavolo del tinello dove già i libri aperti ad arte facevano bella mo¬stra. Non così quel disgraziato pomeriggio. A scatenare tutto quel putiferio fu il fatto che il pater familias colse in flagrante, ovvero sfaccendata, soprattutto Carlotta. Il corpo del reato fu la scena che si trovò dinanzi: un ospedale secondo l’immaginario infantile e, sia pure con le necessarie approssimazioni, credibile. Nel corridoio, a rappresentare la corsia, c’erano una decina di scatole da scarpe regolarmente distanziate l’una dall’altra e ciascuna, in sostituzione delle legittime calzature eclissate altrove in un mucchio promiscuo, conteneva una bambola: la degente. Carlotta e Antonella erano le infermiere; sulla fronte di ciascuna, assicurato da due mollette per capelli, stava un foglio di carta velina sul quale, con il rossetto della mamma, la grande aveva fatto una croce. Ludovico natural¬mente era il dottore che, proprio in quel fatidico momento, visitava una paziente.
    Non ci voleva una grande immaginazione per prevedere che tre bambini, lasciati soli per l’intero pomeriggio, giocassero invece che studiare. Invece sia l’espressione, sia i gesti del loro genitore rivelarono un sentimento differente dall’indulgenza: quello di un capo tribù offeso nella sua autorevolezza.
    «Come?!», disse con sdegno l’uomo alla figlia maggiore, «a 427
    dodici anni suonati, invece di studiare o aiutare la mamma non solo perdi il tuo tempo, ma sei un cattivo esempio e i tuoi fratelli ti stanno dietro!».
    Fu come se, nella realtà infantile dei tre, fosse passato Attila: non un giocattolo sopravvisse alla strage. Alessandro Campo fracassò bambole, bambolotti, macchinine, pistole ad acqua, navi e soldatini, servizi di tazze e piattini, bottigliette e piccoli corredi. A perire nell’olocausto fu perfino Aida, la bambola nera di Antonella che la sua madrina le aveva regalato per la cresima.
    «Hai dodici anni ormai, che cosa aspetti a mettere la testa a posto?», tuonava terrorizzando Carlotta. Lei sapeva che cosa intendeva suo padre e anche come avrebbe continuato, poi¬ché quelle parole le aveva già dette e le avrebbe ripetute tante volte ancora e sempre con l’accanimento di chi, come soleva sempre dire, non ci viene di sopra: «Sei una donna, non te lo dimenticare, e le donne lavorano più degli uomini. Sei pregata dunque di lasciar perdere il ballo, il disegno, i romanzi e com¬pagnia bella. Non voglio più vedere un giornalino per casa».
    Le cose tra Carlotta e Alessandro stavano cambiando; i poli del loro rapporto avevano subìto una brusca inversione. Tutto quello che prima, quando lei era una bambina, aveva rappre¬sentato oggetto di lode, ora era riprovevole e creava allarme. Era la fantasia della ragazza, tanto lodata in passato, a essere riportata nei ranghi adesso; poiché, per come la vedeva Campo, rappresentava da sola la peggiore minaccia dello status quo; ma questo sua figlia ancora non poteva comprenderlo.

  2. #62

    Predefinito

    Cari amici, continua la nostra indagine su padre e madre. Ed ecco per voi, come Carlotta Campo ricorda il suo passato di bambina e i rapporti con i suoi genitori

    Da: “tracce invisibili di universi paralleli”

    «Allora, quando sei nata voglio dire, separare il piccolo dalla mamma subito dopo il parto rappresentava il massimo dell’igiene. Così la levatrice non ti ha lasciata nel mio letto, ma ti ha messa nella culla. La culla era bellissima, con un contorno vaporoso in organza cucito da me... ma cosa stavo dicendo? Ah sì, dunque, stavo a pancia in su, così che per vederti dovevo girare la testa. Mi è venuto il torcicollo». Questo raccontava la madre di Carlotta a sua figlia. E si dimenticava sempre d’averlo fatto, tanto che ricominciava da capo. «Il giorno che sei venuta al mondo è stato il più bello della mia vita. Eri stupenda. Avevi gli occhi chiari di tuo padre e i capelli neri così lunghi
    che, prima del battesimo, abbiamo dovuto tagliarli. Ecco, mi dicevo guardandoti, adesso posso anche morire, continuerò a vivere in questa bambina».
    Anche la nonna materna aveva le sue storie sulla nipote e le accompagnava sempre con le medesime battute. Una in particolare, era la sua preferita: «Ma è una bambola o è una bambina?».
    Caterina allora spiegava per la centesima volta i fatti.
    Dal borgo Vittoria doveva prendere il tram per andare dalla madre in piazza Vittorio e quel giorno sul 9 c’era anche la piccolina.
    «Avevi sei mesi Carlotta... sì certo, ti portavo in collo», pre¬cisava «t’avevo messo un abitino rosa, tutto sbuffi. Il tram era pieno, ma vedendoti m’avevano fatta sedere. Mi stavi in grembo con gli occhioni sgranati, tutta incuriosita. Una ra¬gazzina, poteva avere quindici anni, s’è avvicinata credo per vederti meglio; dico questo perché ha sorriso e mi ha fatto esattamente quella domanda: “Ma è una bambola o è una bambina?”, parola per parola. Sei sempre stata... come posso dire... più sveglia delle altre, non avevi ancora due anni che già parlavi benissimo». Poi aggiungeva sorridendo: «Mi chiamavi Rina con la R».
    «E i disegni dell’asilo, li hai ancora?», chiedeva Natalia alla figlia.
    «Qualcuno l’ho conservato, ma gli altri non li ho più; la direttrice della scuola materna mi ha chiesto se glieli lasciavo. Aveva un debole per Carlotta». Poi Caterina si rivolgeva proprio alla protagonista: «Ti ricordi quando la invitarono dalle Rosine?».
    Carlotta non ricordava.
    «Ma sì, facevi la quinta elementare. Era l’anniversario della scuola, c’era uno spettacolo e la direttrice era tra gli ospiti. Ti fece un mucchio di feste quando ti vide e poi tutta concitata mi chiese: “Mi dica, signora Campo, che cosa ha fatto sua fi¬glia?” come se tu fossi un genio. All’asilo l’aveva scelta come capogruppo per la rappresentazione di fine anno», precisò Caterina rivolgendosi nuovamente alla madre «rido ancora quando ci penso, perché era un soldo di cacio, altro che una 434
    prima donna». Tacque per un momento, ma non aveva finito, le era venuto in mente qualcos’altro: «E che volevano metterla sul giornale lo sapevi?».
    «No. Quando?».
    «Un’agenzia pubblicitaria cercava volti nuovi per promuovere qualcosa... un prodotto per l’infanzia, credo cercassero proprio una bimba: “La bambina più bella che abbiamo qui è a casa con la difterite” disse la direttrice ai fotografi».
    Anche questa storia, Carlotta l’avrebbe ancora sentita tante volte.

    Torino, da parte del padre
    Alessandro fu eccezionale con sua figlia.
    Quando il medico parlò di contagio per i fratellini e della necessità di ricoverarla, trovò le parole giuste. Parlò con la bambina non come se avesse cinque anni, ma come fosse già una donna. Lei fu coraggiosa, non pianse, accettò tutto in silenzio. Non disse nulla nemmeno quando le fecero la prima iniezione della sua vita. Il medico però aveva sbagliato la diagnosi: non aveva che una forte angina, la tennero pochissimo in ospedale.
    Carlotta si sarebbe fatta ammazzare piuttosto che deludere il suo papà. Lui in verità voleva un maschio e non ne aveva mai fatto mistero. Per questo ancora piccola si faceva riflessiva, organizzava il suo pensiero; così, le avevano detto, facevano i maschi.
    Alessandro l’amava profondamente. Era l’adorata bambina che l’aveva incantato prima con la sua bellezza e poi con la vivacità della sua testolina. Spesso la guardava danzare: «Tutti quei passetti te li inventi, vero?».
    «Papà, mi vengono».
    «Mi piacerebbe che tu imparassi a suonare il violino».
    Lei cominciò presto a conversare. Parlavano insieme per ore di religione, di scienze, di tutto. Il giovane padre si felicitava con la moglie: «È logica e riflessiva la nostra bambina».
    Carlotta crebbe libera; lui non le impediva nulla. Quando lesse Pippi calzelunghe si identificò nel ruolo perché, come la protagonista del romanzo, sentiva che il mondo era suo. Come Pippi poteva mangiare quando voleva, stare in mez¬zo alla corrente, restare ore sotto la pioggia e dopo, quando rientrava in casa fradicia, era certa di trovare la risata inco¬raggiante del padre. Poteva perfino buttarsi in mare vestita; insomma poteva far tutto, a un’unica condizione: «Se vuole papà», questo ripeteva Rina a ciascuna delle sue richieste, ma Carlotta sapeva che lui l’avrebbe sempre lasciata fare; non c’era nulla che le negasse. Arrampicarsi sugli alberi, disegnare sulle porte di casa, gridare, ballare non era vietato e la bam¬bina compiangeva le amichette, che tutte quelle libertà non ce le avevano.
    I desideri dei figli, Alessandro li anticipava sempre. Lei voleva vedere oltre un muro e non ci arrivava perché troppo piccina? Suo padre la sollevava agile sulle spalle, in modo che le fosse possibile. Quando a scuola non capiva qualcosa, era lui a spiegargliela, facendo in modo che da difficile divenisse facile. Era così intelligente!
    «I miei cuccioli li ho sempre coccolati», diceva, ma lei aveva il primato nel suo affetto.
    Il signor Campo, commerciante in bigiotterie, nel porta¬foglio teneva un acquerello della sua maggiore; «Mia figlia è un’artista», diceva ai clienti «è la più intelligente dei tre».
    Per Carlotta la stima del padre era al di sopra di tutto; sapeva bene che la voleva non solo intelligente, ma coraggiosa come un maschio. Per questo motivo al luna park accettò di salire con lui su un aggeggio diabolico, “il Rotor” si chiamava. I suoi fratelli si erano rifiutati, persino Ludovico che era un maschio. Lei no invece, anche se sapeva perfettamente – suo padre non aveva voluto nasconderglielo – che prima o poi l’abitacolo dove stavano si sarebbe staccato. Ed eccola abbracciata a lui, mentre quella specie di navicella spaziale girava e girava sem¬pre più veloce, vorticosamente; moriva di paura, ma la ricom¬pensa valeva il prezzo da pagare.
    «Che fegato ha quella bambina!», lo avrebbe sentito dire dopo.
    Fu il padre il suo primo maestro di nuoto; fu lui a istruirla sullo stile libero: «È importantissimo il ritmo della respirazione; inspira fuori dall’acqua, espira dentro».
    «Ma papà, il naso mi brucia forte».
    «Non fa niente, devi resistere, poi ti passa».
    Imparò a nuotare a Varigotti. Quell’estate Alessandro la portava in mare aperto ogni giorno. Lei vedeva la costa lontanissima, era solo una strisciolina di terra.
    «Non aver paura: ho le pinne», la rassicurava; ma lei sarebbe anche morta, pur di compiacerlo.
    Luciano Notabili andò in visita dall’amico e rimase ospite con tutta la famiglia per una quindicina di giorni. Anche lui aveva due bambine, ma loro non sapevano nuotare e non si sentivano per nulla sminuite per questo; soprattutto non sentivano il bisogno di dare prove di coraggio.
    «Per me tuo marito è un incosciente», diceva Luciano a Caterina.
    «E se passa una barca con l’elica fuori, cui... cuma’s ciamu? Ecco sì! Fuori bordo. Sandro potrebbe accorgersene troppo tardi. E sa i ven an lurdisun a to omo?! Oppure toh, ciapa un semplice crampo. E sa i capita lon, cosa ca fa tua cita?».

  3. #63

    Predefinito Tao del romanzo: "tracce invisibili di universi paralleli"

    Cari amici lettori, l'argomento che vorrei condividere con Voi è il TAO. Naturalmente riguarda un aspetto del romanzo: "tracce invisibili di universi paralleli".
    Leggete:
    ciò che è tortuoso diventa diritto
    ciò che è vuoto diventa pieno
    Ciò che è consumato diventa nuovo
    Contiene sia la relatività , sia la reazione polare


    L’idea che Io sia anche l’altro e l’altro sia anche io è l’essenza del Tao.

    Carlotta desidera con tutte le sue forze l’amore
    e nello stesso tempo lo rifugge
    non può vivere senza amore
    ma per esistere deve allontanarlo:
    ecco il ciclo!
    Tutto torna al suo contrario per completarsi


    Lo Yang ritorna ciclicamente alle sue origini, lo yin raggiunge il suo massimo per lasciare il posto allo Yang

    Quando ciascuna delle due forze arriva al suo massimo contiene già in se il seme del suo opposto.

    Paolo ama Carlotta fino a desiderare la morte
    se non può averla,
    il suo amore è la vertigine che raggiunge il massimo
    per annullarsi,
    e questo succede sin dall’ inizio.


    e

  4. #64
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    Citazione Originariamente scritto da maclaus Vedi messaggio
    Cara Enrichetta, ma tu esisti?
    O sei solo un ologramma che immette nel forum la Verità Rivelata?
    Quando risponde è lei, ma ora credo stia scrivendo il clone .
    Anche a me sarebbe piaciuto conoscere le sue opinioni su Rol. Speriamo torni quella vera e ci illumini.

    Scherzi a parte, personalmente trovo interessante i tuoi monolog... ehm interventi. Ma permettici di intervenire ogni tanto. Non solo su argomenti tratti dai tuoi scritti. Sono più che certo che se Mac avesse avuto risposta su Gustavo Rol ci sarebbe stato un seguito e ne sarebbe uscita una discussione interessante attraverso la quale avremmo potuto comprendere meglio cosa ti ha spinto a scegliere il tema del thread e ciò che adduci a sostegno di quanto stai scrivendo.

    Vado a nanna qualche ora sennò scrivo stupidate... Turno di notte appena terminato .

  5. #65
    Senior Member
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    grazie cocotimbo... hai capito perfettamente il senso della mia domanda...

  6. #66
    d'ya think i'm stupid?
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    Predefinito

    Avevo latente una vaga
    Impalpabile percezione

    Scartato il romanticismo di MelvinII
    Stavo perdendo ogni speranza

    Finché mi trovai a passare per la stazione
    Dando per forza retta agli annunci vocali

    Voce sintetizzata, simile alla umana
    Ma non umana, proprio per niente

    Variazioni di ritmo insensate
    Accenti sbagliati, intonazioni inappropriate

    Prendeva senso dalle parole
    Alle quali il senso lo toglieva

    Così anzi che ragionare sul significato
    Mi persi sulla forma, e con questa

    Persi anche il treno


  7. #67

    Predefinito

    Cari lettori,
    Continua la mia indagine relativa ai rapporti con i figli, ma oggi desidero affrontare con voi il versante della violenza nei loro confronti.

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli”

    «Quando stavo nella pubblica sicurezza», diceva il signor Campo ai suoi ragazzi, «mi è capitato di assistere un genitore che rinunciava alla patria potestà». E, dopo aver controllato l’aspettativa dell’uditorio, completava la dichiarazione: «Basta una firma per mettere il proprio figlio in riformatorio». Non scherzava.
    Non sorrideva nemmeno mentre se ne usciva con quell’enormità. L’affermazione dell’ex carabiniere era chiaramente assurda. Senza contare che nessuno dei suoi figli meritava la casa di correzione, tantomeno Carlotta, che non rubava, non assumeva droghe, non era alcolizzata, non usava violenza a se stessa o agli altri; non era neppure uno di quei casi disgraziati di gravidanza precoce che, soprattutto negli anni Cinquanta, rappresentavano uno scandalo per la famiglia.
    Quello di Alessandro era un abuso di autorità paterna, ol¬tre che una violenza, ma lui non si considerava un violento e nemmeno uno psicolabile che non è in grado di controllarsi. In verità s’era sempre fatto un vanto del proprio autocontrollo e aveva un attestato indiscutibile da presentare, la sua resistenza alle vessazioni del cognato: «Se fosse stato per te, Rina», diceva alla moglie, «non avremmo di sicuro la ditta, perché tu volevi mollare tutto; c’è voluto il bello e il buono per convincerti a non farlo».
    Se con la famiglia Campo si abbandonava all’ira, questa con¬cessione che faceva a se stesso gli sembrava un diritto.
    Sarebbe stato – di nuovo – un pugno a incrinare il cristallo del banco di vendita. Carlotta si sarebbe chiesta come papà avesse fatto a non ferirsi la mano. Il piano in cristallo non venne sostituito e rimase lì, in perenne ricordo di quel gesto esemplare.
    «C’è un proverbio cinese che dice: quando incontri tua mo¬glie, picchiala; tu non sai perché, ma lei sì», affermava ridendo Alessandro.
    Al di là dell’ironia che lo proteggeva dal disprezzo di sé, pensava davvero che la migliore correzione fossero le botte. Se avesse agito in modo più fine, loro – tutti loro, compresa sua moglie – non avrebbero capito, perché non erano in grado di comprendere la portata di certi ragionamenti e di conseguenza non sarebbero servite a molto tante spiegazioni. «Niente perché e percome, obbedisci e basta». Era questa la risposta eloquente che preveniva, negandola, qualsiasi discus¬sione agli ordini. Questo diceva ai suoi figli, e ugualmente lo sottintendeva con la moglie.
    Caterina aveva con lui il medesimo rapporto di una orienta¬le per il suo signore e padrone. Il fatto che non camminasse tre passi dietro suo marito, che lo canzonasse di tanto in tanto, rientrava nelle concessioni che il pater familias elargiva ai suoi sottoposti.
    «Se mia moglie mi lascia, mettiamo che se ne va da casa, io appena la trovo le spezzo un braccio e, se lo fa di nuovo, le spezzo l’altro. Non come quel meneghella di mio suocero».
    Alludeva al fatto che Natalia, la madre di Caterina, dopo una lite con suo marito, era scappata di casa e al suo ritorno lui l’aveva perdonata.
    In altri momenti, quando il modello non era più Zeus, ma “il re che concede la grazia”, Campo quelle frasi dimentica¬va d’averle dette; non gli appartenevano più. Allora anche il comportamento precedente era da ritrattare: «Con gli anni maturi, ragioni e allora ti dici: perché debbo picchiare mia moglie?». Purtroppo avrebbe desistito da quella pratica solo molto tardi.
    Tornando a Carlotta, la figlia prediletta di Alessandro, fu esattamente dai dodici anni in poi che la ragazza si aggiudicò il primato delle sberle paterne.
    Uno psicologo formulò un’ipotesi sul quel rapporto. La gio¬vane stava appunto dicendo al dottore di come, dai dodici ai vent’anni, suo padre la menasse di continuo: «Mi picchiava tutti i giorni; direi che, se ne saltava uno, quello era da segna¬re sul calendario». Tentava di ridere. «Perlopiù si trattava di manrovesci che arrivavano all’improvviso, per questo o per quell’altro motivo».
    «Adesso non più?», chiese lo psicologo.
    «Beh, no», rispose la ragazza, «anche perché, da quando mi sono fidanzata, non sono più a tavola tanto spesso. Ed era 377
    all’ora dei pasti che mio padre...». Carlotta si interrompeva cercando di agganciare meglio il ricordo, poi cercava di trasferirlo così come l’aveva vissuto: «Siedo alla sua destra, a tavola, è quello il mio posto. Alla destra di Dio padre onnipotente hanno sempre detto i miei fratelli per metterla sul ridere. Anche papà cercava di scherzare sulla questione: “Secondo me” diceva “tu hai un futuro nella scherma; guarda come sei brava a parare i colpi”».
    «Suo padre deve amarla molto», era stata la conclusione del¬lo psicanalista.
    «Perché dice questo professore? Non capisco».
    «Vede signorina, picchiare qualcuno, può sembrarle strano, è tra le manifestazioni d’affetto del maschio; diciamo un’ef¬fusione alternativa. Si batte una persona per poterla toccare. Avrà certamente visto gli sportivi spingersi e darsi grandi pac¬che sulle spalle».
    «Sicuro», rispondeva Carlotta.
    «Ecco, allarghi la cosa, anzi tolga il lato giocoso e confiden¬ziale del gesto e arriverà a percosse vere e proprie. Picchiare è comunque toccare fisicamente, e ciascuno di noi, se può, tocca solo ciò che ama o che gli piace», concludeva il dottore.
    Carlotta non poteva crederci; l’aggressività del padre nei suoi confronti era foriera di altri messaggi e andava ben oltre la sfera affettiva. Purtroppo quella violenza era per Alessandro Campo un tentativo di imporsi. Il non riuscirvi lo esasperava, spingendolo a gesti estremi che, in qualche modo, gli confermassero quell’autorità a cui la ragazza sembrava sot¬trarsi e che per lui invece rappresentava sicurezza e prestigio.
    Carlotta subì da suo padre delle vere e proprie aggressioni fisiche. L’uomo le lanciò contro un martello che colpì il muro, facendo saltare l’intonaco. Non la prese solo perché lei, che all’epoca aveva diciotto anni, fu pronta a schivarlo abbassando la testa. E se l’avesse presa, invece? Poteva ucciderla o ferirla in modo grave. Che cosa sarebbe successo, allora? Caterina l’avrebbe perdonato per l’ennesima volta, coprendo tutto, come al solito? Oppure lui avrebbe avuto modo di prendere la sospirata laurea in galera?
    C’è da chiedersi se si rendesse conto della gravità del gesto, che aveva già un precedente: Carlotta aveva quindici anni quando Alessandro la portò al pronto soccorso per averla col¬pita sopra la tempia. Anche quella volta si trattò di un lancio, più ravvicinato però; presa la saliera di cristallo dalla tavola apparecchiata, la scagliò contro la figlia seduta accanto a lui.
    Mentre il medico ricomponeva la lacerazione, lei teneva la mano del padre; gli sorrideva amorevole, non una parola sull’accaduto.
    Carlotta avrebbe dimenticato perfino la bugia di Alessandro al dottore che – succede anche oggi purtroppo – finse di mangiare la foglia; chissà quanti ne vedeva di casi del genere.
    Non è raro che la vittima copra l’aggressore, e nemmeno che una madre taccia e perdoni suo marito. Si può anche ca¬pire la menzogna di chi ha compiuto un atto tanto brutto. Ma quello scatto, quella violenza divennero tra gli argomenti utilizzati dall’uomo per denigrare la figlia e questo era difficile sia da comprendere, sia da perdonare: «Le ho perfino spaccato la testa per farla cambiare, ma niente! Non c’è proprio verso!», così diceva il signor Campo cercando comprensione.
    Nello stesso periodo, il padre di Carlotta morse la figlia alla radice del naso. Benché non affondasse i denti nella sua tenera carne, ugualmente quel gesto fu degradante per entrambi. Di nuovo erano tutti a tavola quando successe, e per l’ennesimo, banale motivo. E qui si evidenzia il lato comico del dramma: il capofamiglia stava consumando il secondo e aveva la bocca piena. Nemmeno l’aveva deglutita la carne, quando si avventò come una tigre su di lei. Carlotta avvertì con disgusto la bocca di suo padre stretta sul setto nasale, insieme alla poltiglia della prima masticazione e il sentore dell’aglio.
    Alessandro aveva appena mollato la presa e stava ancora dando in escandescenze, che la ragazza era già in bagno. Tro¬vato l’acetone sulla mensola, insieme allo smalto per le un¬ghie, non ci pensò due volte a prenderne un sorso. Lui, che l’aveva seguita chiaramente spaventato, stava urlando: «Feccia vivente, sputa subito! Mettiti due dita in gola e vomita; perché sennò ti strozzo io con queste mani, visto che vuoi morire».
    No, Carlotta non voleva morire, non l’aveva neppure deglu¬tito il solvente; era una reazione la sua. In fondo non aveva 379
    tutti i torti, perché essere morsa così dal papà la riempiva di disgusto e di disperazione, oltre che di rabbia.
    Per tornare alla minaccia iniziale – “basta una firma per met¬tere il proprio figlio in riformatorio” – era il padre a rischiare, non i figli; perché un giudice che fosse venuto a conoscenza del suo comportamento da fuori di testa gli avrebbe potuto tranquillamente togliergli la patria podestà, senza che lui si prendesse nemmeno il disturbo di porre la firma.

  8. #68

    Predefinito scriviamo sull'amore il primo giorno di primavera

    Cari amici lettori, oggi il primo giorno di primavera, niente è più adatto per scrivere d’amore. Con buona pace dell’eclisse solare: chiedo venia a alla “scienza”.

    Da “Tracce invisibili di universi paralleli: Lettere d’amore

    Oggi conosco ciò che allora mi sfuggiva, ora mi è tutto chia¬ro: io quelle lettere le aspettavo da sempre. Non erano di Pao¬lo quelle parole, erano mie. Ero stata io a crearle: una schiarita dopo un temporale, il color ciclamino cercato con gli occhi nel quadro appeso sopra il mio letto di bambina, il crepitare del fuoco, lo scintillio di paillettes e la ricchezza vaporosa del tulle che mi incantavano nella vetrina in via Garibaldi e mille altre cose, che con l’amore sembrava non c’entrassero nulla. Invece c’entravano eccome, dal momento che le avevo tra¬sformate nell’immaginario fantastico dei miei desideri. Qualcuno dentro di me aveva promesso: aspetta e vedrai.
    Era vero, ora i miei desideri prendevano forma nelle parole d’amore che trattenevo fra le mani; parole comuni, sempre le stesse, ma era Paolo a scriverle e le scriveva per me. Superata la barriera dell’ovvio, guardavo oltre trovando tra quelle righe la medesima poesia scoperta negli occhi bruni di mia madre, lo stesso desiderio romantico di superare l’angolo della strada per scoprire chissà che cosa, o di salire sullo sgabello per vedere la mia immagine di bambina con le trecce allo specchio.
    Paolo mi scriveva ogni giorno, persino due lettere al giorno a volte. Erano tutte raccomandate con ricevuta di ritorno; l’avevo suggerito io quel sistema, per evitare che andassero perse. Le portava lui stesso alla posta.
    La destinataria – era troppo pericoloso farle pervenire a casa mia – era Antonella Campo. Mia sorella mi reggeva il gioco, avvisandomi tempestivamente. La raggiungevo a casa e, anche se c’era qualcuno, lei mi passava lo stesso furtiva la busta della nuova lettera.
    Attendevo per leggerla; lo facevo il pomeriggio, quando accompagnavo Francesca al Valentino. Seduta su una panchina, attenta che mia figlia non se ne rendesse conto, aspettavo im¬paziente il momento opportuno. Appena potevo, stracciavo la busta con la foga della bambina che apre un pacchetto sa¬pendo di trovarvi un dono.
    Leggevo e rileggevo le parole d’amore del mio amante e lo scenario romantico che mi circondava, i grandi alberi, l’edera
    avvinghiata a tronchi secolari, la sagoma dell’imbarcadero in lontananza avvolta da una nebbia sottile, perfino il cigolio ri¬petuto dell’altalena, che la piccola mi avrebbe presto chiesto di spingere, aumentavano la mia esaltazione. Non credo che sia una parola troppo forte, perché era veramente esaltante ciò che sentivo. L’amore – quel tipo d’amore – amplificava al massimo la mia sensibilità, tendendomi come la corda di un’arpa. Io vibravo al pensiero continuo di Paolo, così presen¬te dentro di me da pensare di poterlo toccare anche quando non c’era. Anche lui, lessi in una lettera, provava qualcosa del genere:
    Sono sopraffatto dal pensiero di te, ti penso in continuazione: a scuola, quando esco, se mangio, perfino quando litigo con i miei fratelli; amore, pensa che sei con me anche quando non ci sei.
    Trovavo le sue parole banali, frasi fatte, frasi che avrebbe ripetuto omnia secula seculorum ogni spasimante. Forse Paolo le aveva già scritte a qualcuna, perché un flirt insignificante o anche due c’erano stati, prima di conoscere me. Non mi aveva forse detto: “Alla ragazza che avevo a Milano ho scritto sol¬tanto una lettera?”.
    Forse dopo di me avrebbe scritto a un’altra le medesime parole. Perché allora mi toccavano così profondamente? Ero davvero la sciocca superficiale che si fa abbindolare da un ra¬gazzetto in vena di avventure? Non lo credo nemmeno oggi.
    Nella misura in cui le legavo al mittente c’era una forza trascinante in quelle lettere. Se era lui a scrivere, le sue parole erano davvero la cosa autentica che continuava a stupirmi.
    La prima come uno scolaro Paolo si era mangiato la parola “cosa” che devo dirti, è la tremenda nostalgia che mi accompagna ogni momento. Ieri all’uscita di scuola, quando mi sono infilato di nuovo nella macchina, c’era ancora un po’ del tuo profumo e l’emozione che ho provato mi ha riempito gli occhi di lacrime (...).
    Quei pensieri, tenuti insieme da una sintassi zoppicante, or¬dinari come una merenda di pane e formaggio, erano autenti¬ci, era Paolo che mi chiamava amore. Le sue lettere comincia¬vano sempre con quella parola. Di persona non mi chiamava mai così, e nemmeno con un nomignolo di quelli che usano gli innamorati, ero Carlotta e basta. Forse era il pudore a fre¬
    narlo, quello stesso che gli impediva di parlarmi di sesso; ma non mi dispiaceva, gli ero grata per questo, avevo sentito trop¬pa gente sprecare quella parola così importante. In compenso “ti amo” non soltanto continuava a scriverlo, ma me lo diceva in continuazione; gli veniva facile, anzi pareva che avesse un gran bisogno di esprimere con quelle due parole tanto brevi il suo sentimento.
    Se Paolo mi ha amata davvero – l’ho già scritto – non lo saprò mai; credo di non aver mai pensato che fosse possibile, nemmeno allora, quando non c’era sabato che non arrivasse puntuale sotto il mio portone.
    Una notte, non ricordo più il motivo, non riuscì ad andare in albergo, così dormì sotto casa pur di rivedermi il giorno appresso. Giunto a Genova mi scrisse:
    Ti ringrazio per la bellissima domenica che mi hai fatto passare e mi rivedo ancora con te mentre passeggio al Valentino (...) Se fossimo spo¬sati potremmo mangiare sempre in una cucina bella come quella di casa tua e, nei momenti in cui non lavoriamo, passeggiare insieme nel parco, proprio come è successo domenica...
    Mi accompagnava lui in via Boccaccio, a casa dei miei suo¬ceri, la domenica sera. Certo, non avrei dovuto, perché An¬tonio o qualcun altro della famiglia poteva vedermi; ma ero innamorata e come tale fuori di testa.
    Una volta mi telefonò che ero appena salita. Fece il numero dei miei suoceri da una cabina. Doveva averlo cercato sulla rubrica quel numero, io di certo non glielo avevo mai dato.
    «Ti prego scendi», mi supplicò.
    «Non posso, lo sai».
    Tornato a Genova, quella sera stessa mi scrisse:
    È stato più forte di me, so benissimo di averti esposta a un rischio, ma avevo così bisogno di vederti in quel momento, anche se c’eravamo appena lasciati, anzi forse proprio per questo. Insomma c’è il fatto che io non riesco proprio a separarmi da te, amore mio.
    Non posso certo parlare di progetti, perché non ce n’erano. Al loro posto, almeno per Paolo, c’era il gioco. Proprio così, lui giocava. Continuava a fantasticare che fossimo marito e moglie e costruiva la nostra vita con l’immaginazione, proprio come fanno i bambini: “Facciamo che siamo in viaggio...” op¬
    pure: “siamo sposati e la domenica non lavoriamo e possiamo passeggiare nel parco”.
    Un giorno mi chiese: «Ti piace Manhattan?».
    Risposi: «Non so. Come faccio a saperlo se non ci sono mai stata? Quel che vedo al cinema sì, mi piace...».
    Sorrise: «Vedrai che poi ti abitui».
    Non gli risposi nulla. Non era la prima volta che lo sentivo fare discorsi campati per aria.
    Fu lui a continuare: «Abbiamo un’azienda là, te l’ho già det¬to. Prima o poi uno di noi giovani dovrà andarci».
    Paolo si riferiva al cambio generazionale nella gestione della Cardinale Armatori, che lo avrebbe coinvolto in prima per¬sona.
    “E Francesca?”, avrei voluto chiedere, “che faccio? Porto anche lei?”. In realtà non dissi nulla.
    Lui riprese il discorso dopo, per lettera.
    So che tu, per mille razionalissimi motivi, non credi a un nostro futuro insieme. Pensa che invece per me è la più bella delle speranze...
    Quando Paolo Cardinale scrisse questa lettera non menti¬va, eppure ciò che successe dopo mi fa credere che in realtà, dentro di sé, in una parte ignota persino a se stesso, mi avesse già lasciata.
    Era poco più di un mese che stavamo insieme e io non gli avevo mai detto, neppure una volta, di voler abbandonare Antonio. Credo di non aver mai pensato di continuare con Paolo, di mettermi con lui, di sposarlo. Sentivo che non era possibile, pur non tollerando l’idea che l’alternativa fosse perderlo.
    C’è una lettera, la stessa che diciotto anni dopo gli avrei rispedito il giorno del suo trentottesimo compleanno. La ri¬porto qui come testimonianza di quell’amore che qualcuno da qualche parte ha voluto per noi.
    Amore mio piccolo,
    vorrei essere la prima ragazza che hai desiderato baciare, la professoressa che ti ha rimandato a settembre, la venditrice di farinata che tiene il banco vicino alla tua scuola, e tante altre persone, perché ti sia impossibile dimenticarmi.
    Ti amo Paolo, perché tu sei il tenero specchio che mi riflette tanto più bella di come io sia veramente. Ti amo e ho sognato di essere tua madre
    e di averti tenuto nel mio grembo e tra le mie braccia finché le tue spalle fossero forti e potessero sostenermi; ma ho sognato anche di essere bambina e di e giocare e scherzare con te, e ridere fino a non poterne più.

  9. #69
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    ...ho una latente
    vaga percezione
    di irritazione...

  10. #70
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    Cosa pensi della vita da forum, Enrichetta?

    Quella in cui, ad esempio, si interagisce con altri utenti che fanno domande e dialogano tra loro?

    Io, odio la televisione. Lei mi parla mi parla e non mi ascolta mai. Odio questo genere di comunicazione. ..tu? Esiste la televisione nel tuo universo parallelo?

  11. #71
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    Cari amici lettori ,

    ma questo thread è genio allo stato puro, il migliore di tutto il forum!

    God save Enrichetta!

  12. #72
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    Citazione Originariamente scritto da bernoccolo Vedi messaggio
    Cari amici lettori ,

    ma questo thread è genio allo stato puro, il migliore di tutto il forum!

    God save Enrichetta!
    A volte sono un po' come Sheldon di "Big Bang Theory" (non così colto) ma tonto da non capire se ciò che di Bernoccolo ho quotato sia sarcasmo o meno ...

    Fatto sta che mi piacerebbe davvero interagire con Enrichetta. Che non ci riesca nessuno è evidente ormai, ma ammetto che negli argomenti, più che nel contenuto degli stessi, sebbene anch'esso contenga spunti interessanti seppure a volte discutibili, trovo un certo fascino.
    Su dicci: non possiamo proprio considerarci semplici interlocutori? Hai davvero un clone che scrive per te e non comunica con anima viva? Ehm... come faccio ad averne uno anch'io?

  13. #73
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    Citazione Originariamente scritto da c0c0timb0 Vedi messaggio
    A volte sono un po' come Sheldon di "Big Bang Theory" (non così colto) ma tonto da non capire se ciò che di Bernoccolo ho quotato sia sarcasmo o meno ...
    La prima che hai detto... È che con le faccine non ho proprio familiarità.
    Ultima modifica di bernoccolo; 03-21-2015 alle 11:17 AM.

  14. #74
    d'ya think i'm stupid?
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  15. #75
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    Dopo 5 pagine di soliloquio, credo che ormai il nome più indicato sia Caparbio, Enrichetta.

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