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L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere

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Discussione: Kundera, Milan - L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere

  1. #76
    Scimmia ballerina
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    Citazione Originariamente scritto da gamine2612 Vedi messaggio
    E' il libro di Kundera che mi è piaciuto maggiormente.Mi ha scatenato molte emozioni.
    Ho visto anche il film che mi é piaciuto e confesso che il DVD lo riguardo ogni tanto.
    C'è un film?? Devo assolutamente guardarmelo!

    Lo stile semplice, diretto e scorrevole e la divisione in piccoli capitoletti aiutano nella lettura di un romanzo che a volte diventa 'pesante' e 'profondo'. Tuttavia questa tecnica narrativa, nella parte centrale, mi è sembrata un po' dispersiva! La mancanza di un filo narrativo cronologico nella seconda metà del romanzo non mi è piaciuta molto...all'inizio è bello vedere ri-proposta la stessa storia sotto diversi punti di vista, ma poi secondo me si perde il piacere di scoprire come 'va a finire'! Molto bella la settima parte: io che non amo gli animali, ho apprezzato tutta la vicenda legata a Karenin!
    Nel complesso un buon libro, particolare. 4/5


    Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L'ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

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  • #77

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    Mi stupisco sempre nel constatare quanto leggere sia utile da un punto di vista culturale, e allo stesso tempo possa emozionare, toccando corde profonde. 320 pagine de L'insostenibile leggerezza dell'essere sono state un susseguirsi di considerazioni come "Ah, questo vorrei averlo scritto io!", oppure "Questo argomento non è mai stato sufficientemente trattato a scuola", il tutto accompagnato da una buona dose di cosiddetta pelle d'oca. Si parte dall'analisi dell'eterno di ritorno di Nietzsche, per poi considerare la leggerezza e la pesantezza di Parmenide, concetti questi che accompagneranno tutto il romanzo. Dunque, teniamoci pronti: abbiamo chiaramente a che fare con un romanzo che unisce storia, filosofia e narrativa. L'immagine iniziale di Tomás alla finestra che, gli occhi fissi sulla parete del palazzo di fronte, riflette su quello che gli sta accadendo con Tereza, è una fotografia che mi è rimasta impressa, come un'opera d'arte talmente ammirata da essere ricordata continuamente. Poi c'è Tereza, personaggio che appare debole e che talvolta ho trovato fastidiosa, con le sue paure e le sue insicurezze, ma il suo passato e le sue origini non mi hanno permesso di non amarla, quasi come un'amica con cui si è litigato ma non si può certo rompere. Abbiamo Sabina, una donna forte, coerente, decisa. Con lei Franz, la cui visione di molti aspetti della società lo separa dalla donna che ama. E non dimentichiamoci di menzionare che il periodo storico è intorno al 1968, durante la Primavera di Praga, che all'interno delle narrazioni diventa quasi un personaggio, talmente è rilevante. È in questo clima di instabilità che seguiamo i protagonisti, sulla scia del “Einmal ist Keinmal”.

  • #78
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    Che dire, una lettura decisamente...strana! Potrei dividere questo libro in due parti, la prima composta dai primi tre capitoli e la seconda dai restanti quattro.
    Alla prima parte dò un giudizio molto positivo: alcuni spunti molto interessanti, così come le citazioni, gli aneddoti e le riflessioni su Nietzsche, Beethoven, Parmenide, la dicotomia leggerezza-pesantezza, e di riflesso quella debolezza-fortezza. Non l'ho trovato affatto noioso, al contrario di molti, anzi ripeto, molto interessante e di facile lettura, con alcune considerazioni che meriterebbero assolutamente un debito approfondimento. Per quanto comunque non ci sia un personaggio che mi ha colpito, li ho trovati tutti un po' estremi, esacerbati, fino a metà libro circa pensavo di essere di fronte a un'opera notevole, degna di essere catalogata come "romanzo filosofico".
    Poi sono iniziate le stranezze.
    Già il capitolo 4, su Tereze, è stato un po' disturbante, analizzando questo personaggio che sinceramente non sopporto: tutta la questione al bar, poi con l'ingegnere, tutte le turbe mentali di questa donna tormentata da un uomo (Tomàs) che non capisco come possa meritarsi il suo affetto.
    Poi il capitolo 5, su Tomàs, abbastanza godibile, ritorna qualche spunto carino qua e là, anche se l'autore si rivela piuttosto impietoso verso la sua gente. Ma anche qui situazioni estreme e irreali, tipo Tomàs che viene chiamato da donne a destra a manca con la scusa di pulire i vetri, ma in realtà per fare qualcos'altro..situazioni per mezzo delle quali l'autore comincia a emettere sentenze di vita abbastanza discutibili, tra l'altro.
    Dopodichè, arrivati al capitolo 6, c'è un crollo verticale nella qualità del romanzo: Kundera inizia a sproloquiare (letteralmente, secondo me) sul senso dell'esistenza, su Dio e derivati, su questo fantomatico Kitsch..un'accozzaglia di, ripeto, sentenze del tutto arbitrarie colte da situazioni pretestuose, i personaggi praticamente scompaiono e lasciano il posto all'ingombrante presenza dell'autore che non fa altro, per 40-50 pagine, che sentenziare sulla vita a suo piacimento. Una delusione totale.
    L'ultimo capitolo, poi, sul cane Karenin, tenta di stabilire una certa empatia fra il lettore e il simpatico animaletto..ma anche qui l'autore coglie la situazione da lui creata per presentare sue teorie un po' campate in aria sul rapporto tra l'uomo e il mondo/la natura/gli animali, con le quali non si capisce bene dove voglia arrivare. Alla fine i sentimenti dei personaggi verso Karenin risultano, di nuovo, esacerbati, raggiungendo il climax nel momento della morte e, soprattutto, del seppellimento del loro defunto cane. L'ho trovato abbastanza fastidioso e, di nuovo, esagerato.
    Così come alla fine non mi trovo d'accordo con le sue conclusioni sull'argomento "amore/rapporto di coppia": l'autore lo vede come una serie di complicazioni su complicazioni, i personaggi instaurano tra di loro relazioni che fanno sorgere solo problemi e molto raramente qualche puro sentimento..io non so che storie d'amore Kundera abbia vissuto, ma, o sono fortunato io ad avere una relazione normale, oppure si sbaglia di grosso sulla questione.

    Insomma, un libro strano, scritto alla fine in modo molto semplice, senza uno stile particolarmente elaborato. Dovendo dare un voto, direi un 4/5 alla prima parte e un 1/5 alla seconda: in media fa 2,5/5, non proprio un successone insomma!

    Romanzo filosofico? La filosofia è ben altro, non ha nulla a che vedere con questo libro.
    Visto comunque l'elevatissimo gradimento riscontrato da molti in questo forum, mi piacerebbe molto discutere su molti punti, che qui per necessità di sintesi non ho fatto emergere..e magari in privato, così non intasiamo il forum

  • #79
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    È un bellissimo libro e merita di essere letto e riletto, che trasmette al lettore una serie di emozioni e di spunti di riflessione, non avevo mai letto un libro di Kundera e ne sono rimasto piacevolmente colpito, mi risulta persino difficile commentare un testo così ben riuscito, sicuramente lo rileggerò
    Voto 5/5 più che meritato

  • #80
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    Questo libro era nella mia wishlist da molto, molto tempo ed ora che l’ho finalmente terminato non so come cominciare la mia recensione: le cose da dire sarebbero tante, ma ho paura di cadere nel banale e dire meno di quanto vorrei.
    Tanto per cominciare siamo a Praga, in quella che oggi conosciamo come Repubblica Ceca, ma che al tempo della storia era ancora la Boemia. L’occupazione sovietica è un’ombra pressante per le strade della città e nelle vite dei suoi abitanti. Microfoni e cineprese registrano le loro conversazioni che vengono ascoltate dalla polizia segreta e talvolta trasmesse in radio. E’ in questo clima di terrore appena velato che nasce e cresce la storia di Tomàs e Teresa, colonna portante di questo romanzo così particolare.
    E’ dall’incontro di queste due anime che, con tono dapprima distaccato e via via sempre più partecipe, Kundera comincia il suo racconto crudelmente concreto.
    Lei è una ragazza di umili origini, costretta in una casa ed in una famiglia asfissianti, dove il concetto di privacy è sconosciuto; lui è un chirurgo importante e stimato da tutti, un uomo che ha paura di legarsi ad una donna, che ama fare l’amore, ma non dormire con qualcuno, un traditore inguaribile ed impenitente. Ma stranamente con Teresa c’è qualcosa di diverso, di più profondo, può dormire con lei, può farci l’amore, può anche vivere la sua vita al suo fianco. E poi c’è Sabina, bella, irriverente ed anaffettiva. E Franz, il sognatore Franz che combatte le sue battaglie rischiando anche la vita in nome di un sentimento ormai solo idealizzato. E Karenin, il fedele cane di Teresa e Tomàs, con i suoi rituali e la sua presenza costante e silenziosa. Sono loro i principali protagonisti di questa storia e l’autore è quello che definiremmo un narratore onnisciente che racconta fatti, pensieri, sensazioni dei protagonisti come se vedesse dentro la loro mente. Ma infondo le vicende di questi uomini e donne sono funzionali per raccontarci ciò che è sullo sfondo, l’occupazione, la coartazione del pensiero, il rovesciamento delle vite e delle relazioni. Ciò che Kundera, in fin dei conti, racconta è l’eterna lotta tra l’anima e il corpo, tra volontà e opportunità, tra ciò che si pensa e ciò che si deve dire o fare.
    E lo fa con sorprendente distacco alternato a grande partecipazione emotiva, con una prosa chiara, nonostante i molti richiami filosofici e letterari utili a spiegare ancor meglio i concetti espressi, se mai ce ne fosse bisogno.
    Ed ora le considerazioni personali. Mi è piaciuto questo libro? Sì, indubbiamente sì. Non è un romanzo facile, sia per lo stile non sempre immediato, sia per la forza dei concetti trattati, ma vale di certo la pena leggerlo. Mi sento di dare piena ragione a chi annovera questo libro tra i classici e gli hever green: credo che tutti dovrebbero leggerlo almeno una volta nella vita e fermarsi a riflettere sui numerosi spunti che ci regala. Consigliato dunque? Sì, assolutamente sì.

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    Ho adorato questo libro dalla prima all’ultima pagina. E la cosa più sorprendente è che l’ho più o meno consapevolmente ignorato, quasi snobbato, per anni... Perchè, mi chiedo adesso? Cosa mi aveva spinto a credere che il capolavoro di Kundera non dovesse fare breccia nel mio cuore? È passato ormai troppo tempo perchè io possa ricordarmelo... quando, nel corso della lettura, ho iniziato a curiosare fra le recensioni, non ho trovato altro che commenti positivi. E una definizione ricorrente: “cult giovanile degli anni 80”.
    “Cult”: oggetto o prodotto culturale che ha acquisito valore simbolico grazie al suo grande successo e al suo carattere di esemplarità... Che sia stato questo a farmelo snobbare? Il rifiuto a leggere un libro che mi sarebbe dovuto piacere “per forza”? il solito “best seller” dal successo facile e limitato nel tempo?
    Quale che sia la ragione della mia indifferenza, ho finalmente deciso di leggere questo libro perchè era un audiolibro , fra i quali purtroppo ho una scelta molto più limitata – anche se, per assurdo, questa circostanza si sta rivelando una fortuna, dandomi l’occasione di conoscere romanzi e autori che altrimenti avrei continuato a ignorare –, e ne sono rimasta letteralmente estasiata. Dopo aver ascoltato i primi due capitoli ho pensato “mio Dio, ma qui c’è da sottolineare tutto!!!” (ecco una grossa pecca degli audiolibri per una che, come me, è abituata a sottolineare qualsiasi cosa...) e poi mi sono consolata pensando che, se non altro, era facile ricordare che ad avermi colpito erano proprio i primi due capitoli: il concetto nietschiano dell’Eterno Ritorno, l’assurdità della vita umana che, al contrario, non consente alcuna ripetizione; e poi il contrasto fra leggerezza e pesantezza, l’interpretazione anti-parmenidea che ne dà Kundera... In effetti i primi due capitoli forniscono la chiave di lettura di tutto il romanzo, ma quanto mi sbagliavo nel credere che sarebbero state le uniche cose che avrei voluto sottolineare!
    La verità è che L’insostenibile leggerezza dell’essere offre una quantità straordinaria di spunti, di riflessioni e brani di pura e semplice poesia. Non amo particolarmente le storie d’amore, eppure ho trovato la storia fra Sabina e Franz e soprattutto quella fra Tomáš e Teresa assolutamente sublimi. Se aggiungiamo il fatto che il romanzo è ambientato immediatamente prima e dopo la Primavera di Praga e offre quindi la bellissima occasione di approfondire questo importante momento storico, ecco spiegato il mio entusiasmo.
    Se proprio devo trovare un difetto è questo: che tutto quello che si poteva dire su questo romanzo... l’ha già detto il suo autore. É il limite di un’opera il cui valore consiste nella profondità quasi filosofica dei suoi contenuti. Kundera non vuole “insegnare” nulla... allo stesso tempo, però, la “teoria” e la "narrazione” sono talmente intrecciati che è difficile capire quali siano le “digressioni”: se i pensieri o i fatti. Gli uni spiegano gli altri. I lunghi passaggi in cui l’autore si interroga sul senso della vita, sulla pesantezza a cui è condannato chi prova “com-passione” (o, per meglio dire, “co-sentimento”), sull’insostenibile leggerezza dell’essere – quando pensiamo di essere finalmente liberi e invece abbiamo perso ogni legame – sarebbero aridi, fini a se stessi, se non trovassero continuo riscontro nella “realtà” dei fatti narrati. D’altra parte, i rapporti fra Tomáš e Teresa, fra Sabina e Tomáš, fra Franz e Sabina si ridurrebbero a poco più di un banale quadrilatero amoroso se non avessero un “contrappeso metafisico” che li valorizza. Si potrebbe quasi dire che la parte narrativa e la parte speculativa di questo libro costituiscono un’ulteriore coppia di opposti il cui valore positivo e quello negativo non possiedono la chiarezza attribuita loro dal filosofo greco.
    Ripeto che, se un limite c’è in questo romanzo, è quello di lasciare poco spazio alla fantasia: il mio stesso commento, in grado solo di riportare il mio livello di apprezzamento e poco altro, è la dimostrazione che Kundera “constringe” a riflettere su ciò che lui stesso ha “elaborato”. Forse sarebbe stato bello spingere il lettore a intervenire in modo più attivo, a costruire lui stesso delle relazioni, delle intuizioni, delle riflessioni. Ciò non toglie che sia un bellissimo romanzo non necessariamente dipendente dal gradimento di un pubblico giovanile o dal successo di un decennio.
    Sono proprio curiosa di scoprire se Milan Kundera ha saputo ripetersi senza... ripetersi.
    Ultima modifica di ayuthaya; 06-15-2018 alle 09:11 PM.

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    Citazione Originariamente scritto da ayuthaya Vedi messaggio
    Ho adorato questo libro dalla prima all’ultima pagina. E la cosa più sorprendente è che l’ho più o meno consapevolmente ignorato, quasi snobbato, per anni... Perchè, mi chiedo adesso? Cosa mi aveva spinto a creder eche il capolavoro di Kundera non dovesse fare breccia nel mio cuore? È passato ormai troppo tempo perchè io possa ricordarmelo... quando, nel corso della lettura, ho iniziato a curiosare fra le recensioni, non ho trovato altro che commenti positivi. E una definizione ricorrente: “cult giovanile degli anni 80”.
    “Cult”: oggetto o prodotto culturale che ha acquisito valore simbolico grazie al suo grande successo e al suo carattere di esemplarità... Che sia stato questo a farmelo snobbare? Il rifiuto a leggere un libro che mi sarebbe dovuto piacere “per forza”? il solito “best seller” dal successo facile e limitato ne tempo?
    Quale che sia la ragione della mia indifferenza, ho finalmente deciso di leggere questo libro perchè era un audiolibro , fra i quali purtroppo ho una scelta molto più limitata – anche se, per assurdo, questa circostanza si sta rivelando una fortuna, dandomi l’occasione di conoscere romanzi e autori che altrimenti avrei continuato a ignorare –, e ne sono rimasta letteralmente estasiata. Dopo aver ascoltato i primi due capitoli ho pensato “mio Dio, ma qui c’è da sottolineare tutto!!!” (ecco una grossa pecca degli audiolibri per una che, come me, è abituata a sottolineare qualsiasi cosa...) e poi mi sono consolata pensando che, se non altro, era facile ricordare che ad avermi colpito erano proprio i primi due capitoli: il concetto nietschiano dell’Eterno Ritorno, l’assurdità della vita umana che, al contrario, non consente alcuna ripetizione; e poi il contrasto fra leggerezza e pesantezza, l’interpretazione anti-parmenidea che ne dà Kundera... In effetti i primi due capitoli forniscono la chiave di lettura di tutto il romanzo, ma quanto mi sbagliavo nel credere che sarebbero state le uniche cose che avrei voluto sottolineare!
    La verità è che L’insostenibile leggerezza dell’essere offre una quantità straordinaria di spunti, di riflessioni e brani di pura e semplice poesia. Non amo particolarmente le storie d’amore, eppure ho trovato la storia fra Sabina e Franz e soprattutto quella fra Tomáš e Teresa assolutamente sublimi. Se aggiungiamo il fatto che il romanzo è ambientato immediatamente prima e dopo la Primavera di Praga e offre quindi la bellissima occasione di approfondire questo importante momento storico, ecco spiegato il mio entusiasmo.
    Se proprio devo trovare un difetto è questo: che tutto quello che si poteva dire su questo romanzo... l’ha già detto il suo autore. É il limite di un’opera il cui valore consiste nella profondità quasi filosofica dei suoi contenuti. Kundera non vuole “insegnare” nulla... allo stesso tempo, però, la “teoria” e la”narrazione” sono talmente intrecciati che è difficile capire quali siano le “digressioni”: se i pensieri o i fatti. Gli uni spiegano gli altri. I lunghi passaggi in cui l’autore si interroga sul senso della vita, sulla pesantezza a cui è condannato chi prova “com-passione” (o, per meglio dire, “co-sentimento”), sull’insostenibile leggerezza dell’essere – quando pensiamo di essere finalmente liberi e invece abbiamo perso ogni legame – sarebbero aridi, fini a se stessi, se non trovassero continuo riscontro nella “realtà” dei fatti narrati. D’altra parte, i rapporti fra Tomáš e Teresa, fra Sabina e Tomáš, fra Franz e Sabina si ridurrebbero a poco più di un banale quadrilatero amoroso se non avessero un “contrappeso metafisico” che li valorizza. Si potrebbe quasi dire che la parte narrativa e la parte speculativa di questo libro costituiscono un’ulteriore coppia di opposti, il cui valore positivo e quello negativo non possiedono la chiarezza attribuita loro dal filosofo greco.
    Ripeto che, se un limite c’è in questo romanzo, è quello di lasciare poco spazio alla fantasia: il mio stesso commento, in grado solo di riportare il mio livello di apprezzamento e poco altro, è la dimostrazione che Kundera “constringe” a riflettere su ciò che lui stesso ha “elaborato”. Forse sarebbe stato bello spingere il lettore a intervenire in modo più attivo, a costruire lui stesso delle relazioni, delle intuizioni, delle riflessioni. Ciò non toglie che sia un bellissimo romanzo non necessariamente dipendente dal gradimento di un pubblico giovanile o dal successo di un decennio.
    Sono proprio curiosa di scoprire se Milan Kundera ha saputo ripetersi senza... ripetersi.
    Bene, su questo siamo sostanzialmente d'accordo. Sai, leggendo sopratutto l'ultima parte del tuo commento, pensavo che durante la lettura del libro ho avuto la sensazione che Kundera proprio non volesse che il lettore "filosofasse" sul suo scritto. Ho pensato proprio che Kundera questo libro ha voluto scriverlo e darcelo così, come un'opera fatta e finita, come a dire:"Le cose stanno così, ho detto tutto, non ho altro da aggiungere". E nonostante questo noi siamo qui con tanti interrogativi aperti, con tanti spunti di riflessione, come se le sue parole non ci bastassero. Non so se sono riuscita a spiegarti la mia sensazione, ma è qualcosa che ho provato leggendo il libro ed ho ritrovato forte leggendo le tue riflessioni.
    Comunque questo sarebbe proprpio un ottimo "Libro del mese"!

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