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 La vita bugiarda degli adulti

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Discussione: Ferrante, Elena - La vita bugiarda degli adulti

  1. #1
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    Predefinito Ferrante, Elena - La vita bugiarda degli adulti

    Tutto inizia con una frase. Un paragone che ferisce Giovanna nel profondo, in un’età in cui ogni parola può pesare come un macigno. “Sta facendo la faccia di Vittoria” dice il padre, pensando di non essere sentito dalla figlia. In un momento di cambiamento, Giovanna sta diventando estranea all’idea che di lei i genitori si sono costruiti, e così il padre si lascia andare a questa constatazione.
    Cosa può fare allora Giannì (Giovanna) se non mettersi alla ricerca di quella zia Vittoria che non ha mai visto, così contestata e odiata, sorella del padre e da lui ripudiata? Giovanna vuole scoprire se è vero che il suo destino è la bruttezza - e quindi l'abiezione, l'amarezza e, ciò che è peggio di ogni altra cosa, la povertà - della zia Vittoria.

    Questo romanzo è il racconto, doloroso e tratti disturbante, del passaggio di una ragazzina borghese dall'infanzia verso l'età adulta, in cui vede sgretolarsi tutte le sue certezze. L'immagine dei suoi genitori, amatissimi, e in particolare di suo padre, quasi idealizzato, si disgrega, e con essa tutto il mondo al quale Giovanna è appartenuta fino a quel momento: la Napoli del Vomero, il mondo borghese, fatto di studi, letture, discussioni colte, ateismo, ideali. Scopre una Napoli povera, sboccata e volgare, e scopre che gli adulti mentono, mentono tutti, soprattutto coloro che dicono di volerti bene.

    Mi ha colpito la correlazione che l'autrice più volte sottolinea tra la meschinità d'animo e la bruttezza: quando i personaggi esprimono sentimenti sgradevoli, diventano meno belli anche fisicamente. Come se il viso, o il corpo, evidenziassero la malvagità d'animo.
    Un filo collega i protagonisti di questo romanzo di formazione, un braccialetto che passa di polso in polso come simbolo di amore, tradimento, sfortuna, invidia… un oggetto che assorbe le peggiori vibrazioni dell’animo umano e sembra portare con sé solo sventura.

    Posso dirlo? Non mi è piaciuto. I personaggi sono tutti negativi, respingenti, meschini e antipatici. Non si salva nessuno. Mi pare quasi che i protagonisti siano usciti dalla penna di Margaret Mazzantini, tutti così sgradevoli e ambigui.
    Voto 2 (credo sia il voto più basso che io abbia mai dato a un libro)


    «Perché mio padre aveva pronunciato quella frase, perché mia madre non l’aveva contraddetto con forza? Era stato un loro scontento dovuto ai brutti voti o un allarme che prescindeva dalla scuola, che durava chissà da quando? E lui, lui soprattutto, aveva pronunciato quelle brutte parole per un dispiacere momentaneo che gli avevo dato, o col suo sguardo acuto, di persona che sa e vede ogni cosa, aveva individuato da tempo i tratti di un mio guasto futuro, di un male che stava avanzando e che lo sconfortava e contro cui lui stesso non sapeva come comportarsi?»
    Ultima modifica di qweedy; 12-17-2019 alle 02:08 PM.

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    Predefinito

    Questo libro non mi è piaciuto.
    Vorrei quasi fermarmi qui, ché di entrare nell'universo delle polemiche legate a Elena Ferrante proprio non ne ho voglia.
    Però sarebbe un'occasione sprecata, proprio come mi è parsa un'occasione sprecata questo romanzo.
    Perché Elena Ferrante sa scrivere, lo si vede dalla dimestichezza con cui dispiega trame e fraseggi, eppure sembra che mortifichi la sua scrittura per aderire a qualcosa di più banale, più piatto, qualcosa che possa rientrare senza paura nel ritratto che si è costruita.
    Questo romanzo è la copia sbiadita de "L'amica geniale": e se già quella saga non mi aveva convinta, questo romanzo è riuscito ancor meno nel suo intento. È un romanzo farraginoso, che si costruisce quasi interamente sul continuo rimuginare della protagonista, che nel delicato passaggio fra l'infanzia e l'età adulta scopre che la vita non è bianca o nera, ma è fatta di sfumature e compromessi, di meschinità, di menzone e parole non dette. C'è un approfondimento quasi claustrofobico di ogni pensiero della protagonista, in un continuo rimuginare autoriferito, dove frasi, gesti e oggetti vengono ad assumere un significato quasi altro, simbolico, esagerato: un significato che ha un senso solo quando la vicenda viene narrata raccontata da una voce che plasma gli eventi e traccia collegamenti.
    È un romanzo che vorrebbe parlare di passioni umane, ma l'artificio retorico della costruzione soffoca il tutto, e ci si ritrova ad osservare questi personaggi come se fossero solo una recita folcloristica che si svogle sotto una campana di vetro.
    I pochi spunti interessanti, poi (il contrasto sociale, le ingiustizie, la mafia che allunga mani a stento visibili ovunque) vengono letteralmente soffocati dalla voce di Giannina, che oltre al proprio naso non riesce proprio ad andare. E poi, davvero, basta con questi personaggi intelligentissimi senza sapere di esserlo, che eccellono negli studi, che si scontrano con un legame viscerale e contorto con un personaggio che invece incarna tutta la genialità tarpata, involgarita e resa al tempo stesso più sincera dal rione. Davvero, basta.

    Insomma, ero curiosa di leggere la Ferrante lontana da Lila e Lenù, ma è chiaro ormai che la Ferrante <i>è</i> Lila e Lenù. Sotto quella patina, non c'è davvero nient'altro. Di certo, non c'è la potenza espessiva di Elsa Morante: mi chiedo davvero che libro abbia letto chi ha fatto questo paragone, perché io davvero non lo riesco a capire.
    E io credo di potermi fermare qui, nel mio viaggio fra i suoi libri.

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