Riporto anche qui il mio parere dopo che me lo hai consigliato in un altro thread.
Lo stile è potentemente personale: una mescolanza di raffinatezza linguistica alla Michele Mari e una brutalità da strada, colloquiale, alla Bukowsky, concentrato però sempre verso l'emergenza di un significato, mai fine a se stesso.
Unisco e sintetizzo molto malamente per dare l'idea, ma detta per esteso in maniera incomparabilmente migliore:
"La speranza di un ritono ai luoghi d'infanzia è qualcosa che può fregarti, ma fregarti sul serio. Non possiamo tornare mai e non perché non si sappia la strada, ma perché quando torni tutto se ne è andato. Cullavo l'idea del ritorno come un piccolo alligatore comperato in un negozio di pesci rossi e che mi cresceva nell'anima. Prosperando. E lo sento gorgogliare lacrime. Di coccodrillo."
Riguardo alla storia e al messaggio, c`'un bellissimo sguardo sulla periferia della grande città intorno agli anni '70 e '80 ma vissuta dall'interno e con l'anima. E poi il passaggio agli anni 2000, dove il narratore soccombe alle logiche della vita da dipendente, ma sempre con un sapore verace, autentico e descrittivamente gustoso, seppure con un taglio chiaramente critico del sistema. Il finale è potente, è un finale coraggiosissimo: il deragliamento psichico vissuto dall'interno. Stupendo. Ricorda la geniale penna di Jean Ryss, Il gran male dei Sargassi, libricino delizioso che scrive negli anni '60 il prequel di Jane Eyre della Bronte.
Qui, nella seconda parte, credo che necessariamente coinvolga sentimenti di ansia e paura. E penso che, scoprire questi sentimenti, queste paure, dentro di noi, trasporti in un personaggio immaginario è una preziosa risorsa per far nutrire l'anima di profondità, mettere in prospettiva le ansie quotidiane e sentire che anche nell'ansia e nella paura siamo umani e possiamo trovare l'Altro.
Questo è uno dei più bei romanzi che ho letto negli ultimi anni.