Della Casa, Giovanni (Monsignor) - Il Galateo

alevale

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Il Galateo o titolo completo "Galateo overo de costumi" è un trattato scritto dal Monsignor Della Casa , probabilmente tra gli anni 1551 e 1554 (e pubblicato postumo nel 1558), mentre l'autore si trovava in ritiro presso l'abbazia di Sant'Eustachio vicino a Treviso.
Intanto sull'origine della parola "Galateo" che dà il nome all'opera: ha origine da Galeazzo Florimonte, Vescovo di Sessa Aurunca, che diede l'idea al Della Casa di scrivere il piccolo trattato strutturato sotto forma di un dialogo, o meglio di un monologo, che un anziano Signore, identificato con lo stesso autore, compie a favore di un giovane nipote.
Gli argomenti di queste dissertazioni sono yra i più vari: spaziano dal modo di vestirsi, di salutare, conversare, stare a tavola, all'igiene personale.
Non è lungo come dicevo, anche se il linguaggio cinquecentesco rende la lettura a tratti non scorrevolessima, ma anche se si perde qualcosa si può avere agevolmente una chiara visione d'insieme.
Io l'ho trovato un'opera sorprendente sotto vari aspetti.
Quello che mi ha colpita maggiormente è il fatto che alcune regole della buona educazione siano attualissime anche oggi.
Altre vanno certamente inquadrate nell'epoca in cui sono state scritte (mi ha fatto sorridere il capitolo in cui si esorta a vestirci esattamente nel modo in cui si vestono gli altri per non destare "scalpore" o a portare il taglio di capelli che si usa in quel luogo o in quell'epoca etc...)
Vengono inoltre fatte differenze nel modo di manifestare le emozioni a seconda della differenza di sesso.
Insomma, se cercate un libro politicamente corretto non fa per voi 😂
Ma, se ritenete che le opere vadano inquadrate nel periodo storico in cui sono state scritte e se vi va di cimentarvi con un italiano un po' desueto sono sicura che lo troverete godibile , divertente e anche pieno di umanità.
L'autore ad esempio si raccomanda spesso di non dare noia all'altro, intendendo con questo di porsi nei confronti dell'altro in modalità di ascolto e non in modo egocentrico. In un dialogo, sottolinea varie volte l'autore, non bisogna mai pronunciare frasi del tipo: Io faccio, io dico, io so , sapessi allora io.
Io, io, io
Il Monsignore ha tanto a cuore questo aspetto, tanto da ribadire questo consiglio più e più volte nel corso dell'opera.
Ah, un'altra cosa che mi ha fatto sorridere non poco: in un capitolo dell' aureo libello si fa riferimento a coloro che in una conversazione raccontano minuziosamente i loro sogni al proprio interlocutore.
Ecco, Della Casa suggerisce calorosamente di vi non farlo, pena la noia del vostro amico o conoscente.
Con me sfonda una porta aperta!
Insomma, non voglio annoiarvi oltre, anche per non suscitare le ire di Monsignor Giovanni.
Concludo solo osservando che trovare in un'opera del 500 un invito all'attenzione nei confronti dell'altro sia un importante spunto di riflessione.
Sappiamo conversare poco perché poco ci curiamo degli altri, siamo sempre troppo preoccupato e ripiegati su noi stessi, per aprirci realmente all'altro.
Lo consiglio a chi voglia affrontare una lettura riflessiva e a chi voglia fare una bella figura dicendo di aver letto il Galateo che può essere sempre un buon argomento di conversazione 😂
 
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