binghilla
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Se pensate che Full Metal Jacket di Kubrick sia un film spietato, è perché non avete letto il libro da cui è tratto.
Nato per uccidere - Born to kill (The Short-Timers, 1979) non è semplicemente un romanzo sul Vietnam; è un reportage chirurgico sulla deumanizzazione programmata. Gustav Hasford, che quel fango e quel sangue li ha vissuti davvero come giornalista dei Marines, scrive una storia divisa in tre atti perfetti, tre tappe di una discesa agli inferi:
1. Lo Spirito del Corpo (L'addestramento)
È la parte più famosa, quella che tutti ricordiamo per l'iconico Sergente Maggiore Hartman (che nel libro si chiama Gerheim). Qui Hasford ci mostra la fabbrica della morte: ragazzi normali vengono svuotati della loro umanità per essere trasformati in macchine per uccidere. Il collasso psicologico di Palla di Lardo non è un incidente di percorso, è il risultato logico del sistema.
2. Sii felice (La guerra di trincea)
Il protagonista, Joker (il Marine con la spilla pacifista sull'elmetto e la scritta "Born to Kill"), viene scaraventato a Hué durante l'offensiva del Têt. Qui crolla l'illusione della guerra epica. La logica dei soldati non è la vittoria geopolitica, ma la sopravvivenza giorno per giorno. Diventano "Short-timers", ossessionati dal calendario dei giorni che mancano al ritorno a casa.
3. I Coreani (Il finale che Kubrick ha censurato)
Questo è il pezzo forte. Chi ha visto la pellicola ricorderà la drammatica scena del cecchino nella città fantasma. Nel libro, quella sequenza non è la fine, ma l'inizio del terzo atto, ed è infinitamente più nera. Kubrick ha addolcito il finale per renderlo digeribile a Hollywood; Hasford, invece, spinge Joker e i suoi compagni ben oltre il limite dell'orrore morale. Non ci sono eroi, c'è solo la follia collettiva di un gruppo di lupi che si sbrana pur di sopravvivere.
Ci sono due sequenze specifiche che secondo me in maggior modo rappresentano i pilastri emotivi dell'opera, i momenti esatti in cui la retorica militare si schianta contro la realtà nuda e cruda:
- La ragazza vietnamita legata: Una delle pagine più agghiaccianti e brutali. I Marines trovano questa giovane donna ferita e la reazione del gruppo è spaventosa: viene deumanizzata al punto da essere trattata come un oggetto, un "trofeo" di caccia su cui sfogare il sadismo e la frustrazione accumulata. Hasford non fa sconti a nessuno, nemmeno ai "nostri": ci mostra che la fabbrica dell'addestramento ha funzionato fin troppo bene ed estirpato ogni traccia di pietà. È il punto di non ritorno morale del libro.
- La trappola del cecchino: Mentre nel film di Kubrick l'episodio serve a chiudere la storia con un barlume di tragica catarsi (Joker che spara alla giovanissima cecchina per porre fine alle sue sofferenze), nel libro è un incubo sadico e prolungato. Il cecchino non spara per uccidere subito, ma ferisce i Marines alle gambe per usarli come esca, costringendo i compagni a guardarli agonizzare nel fango e l'equipe medica del gruppo a cadere nella trappola pur di prestare soccorso. Nel romanzo questa scena dà il via al terzo atto ed è legata a una scelta finale di Joker infinitamente più cupa, disperata e priva di morale rispetto alla versione cinematografica.
Lo stile.
La vera genialità di Hasford sta nel modo in cui fa evolvere il linguaggio capitolo dopo capitolo. Non è una scrittura uniforme, ma un'esperienza mimetica che riflette il trauma della mente del soldato:
- All'inizio la prosa è più descrittiva, strutturata, quasi geometrica, proprio come i movimenti ordinati delle reclute nella caserma di Parris Island. C’è ancora un ordine logico, per quanto perverso.
- Nella seconda parte il linguaggio subisce un trauma. Le frasi si accorciano, la punteggiatura diventa un freno e il ritmo si fa sincopato, frenetico, spezzato. Diventa, appunto, una raffica di mitra. Non c'è più spazio per le subordinate: in battaglia si percepisce la realtà solo per frammenti e per flash. Hasford scrive come se stesse sparando.
Nota a margine
Questo libro è la pietra angolare assoluta di questo genere di tematiche. Ha codificato l'archetipo narrativo del boot camp militare in modo così profondo che la sua ombra arriva intatta fino ai giorni nostri, diventando lo stampo per qualsiasi storia di addestramento e decostruzione dell'individuo.
- Prima lo abbiamo visto nel cinema degli anni '90 con Soldato Jane (1997), dove Ridley Scott prende lo stesso identico inferno di fango e violenza psicologica, incarnato dallo spietato Master Chief di Viggo Mortensen, per applicarlo alle barriere di genere e alla prima donna che tenta di entrare nei Navy SEALs.
- Poi lo ritroviamo, a distanza di decenni, in produzioni recentissime come la serie Netflix Boots, che ricalca lo stesso identico dramma della pressione devastante del gruppo verso chi "non è conforme", aggiornando però il contesto alle tematiche moderne legate all'orientamento sessuale.
Nato per uccidere è un libro SULLA guerra CONTRO la guerra. Demistifica completamente il mito della guerra usa e getta. Hasford usa un linguaggio crudo che serve a esorcizzare la morte, regalandoci un libro profondamente pacifista proprio perché non fa sconti e non cerca di consolarti.
L'ho letto, mi ha disgustato, mi ha traumatizzata, mi ha scossa, mi è piaciuto e lo rileggerò.
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Nato per uccidere - Born to kill (The Short-Timers, 1979) non è semplicemente un romanzo sul Vietnam; è un reportage chirurgico sulla deumanizzazione programmata. Gustav Hasford, che quel fango e quel sangue li ha vissuti davvero come giornalista dei Marines, scrive una storia divisa in tre atti perfetti, tre tappe di una discesa agli inferi:
1. Lo Spirito del Corpo (L'addestramento)
È la parte più famosa, quella che tutti ricordiamo per l'iconico Sergente Maggiore Hartman (che nel libro si chiama Gerheim). Qui Hasford ci mostra la fabbrica della morte: ragazzi normali vengono svuotati della loro umanità per essere trasformati in macchine per uccidere. Il collasso psicologico di Palla di Lardo non è un incidente di percorso, è il risultato logico del sistema.
2. Sii felice (La guerra di trincea)
Il protagonista, Joker (il Marine con la spilla pacifista sull'elmetto e la scritta "Born to Kill"), viene scaraventato a Hué durante l'offensiva del Têt. Qui crolla l'illusione della guerra epica. La logica dei soldati non è la vittoria geopolitica, ma la sopravvivenza giorno per giorno. Diventano "Short-timers", ossessionati dal calendario dei giorni che mancano al ritorno a casa.
3. I Coreani (Il finale che Kubrick ha censurato)
Questo è il pezzo forte. Chi ha visto la pellicola ricorderà la drammatica scena del cecchino nella città fantasma. Nel libro, quella sequenza non è la fine, ma l'inizio del terzo atto, ed è infinitamente più nera. Kubrick ha addolcito il finale per renderlo digeribile a Hollywood; Hasford, invece, spinge Joker e i suoi compagni ben oltre il limite dell'orrore morale. Non ci sono eroi, c'è solo la follia collettiva di un gruppo di lupi che si sbrana pur di sopravvivere.
Ci sono due sequenze specifiche che secondo me in maggior modo rappresentano i pilastri emotivi dell'opera, i momenti esatti in cui la retorica militare si schianta contro la realtà nuda e cruda:
- La ragazza vietnamita legata: Una delle pagine più agghiaccianti e brutali. I Marines trovano questa giovane donna ferita e la reazione del gruppo è spaventosa: viene deumanizzata al punto da essere trattata come un oggetto, un "trofeo" di caccia su cui sfogare il sadismo e la frustrazione accumulata. Hasford non fa sconti a nessuno, nemmeno ai "nostri": ci mostra che la fabbrica dell'addestramento ha funzionato fin troppo bene ed estirpato ogni traccia di pietà. È il punto di non ritorno morale del libro.
- La trappola del cecchino: Mentre nel film di Kubrick l'episodio serve a chiudere la storia con un barlume di tragica catarsi (Joker che spara alla giovanissima cecchina per porre fine alle sue sofferenze), nel libro è un incubo sadico e prolungato. Il cecchino non spara per uccidere subito, ma ferisce i Marines alle gambe per usarli come esca, costringendo i compagni a guardarli agonizzare nel fango e l'equipe medica del gruppo a cadere nella trappola pur di prestare soccorso. Nel romanzo questa scena dà il via al terzo atto ed è legata a una scelta finale di Joker infinitamente più cupa, disperata e priva di morale rispetto alla versione cinematografica.
Lo stile.
La vera genialità di Hasford sta nel modo in cui fa evolvere il linguaggio capitolo dopo capitolo. Non è una scrittura uniforme, ma un'esperienza mimetica che riflette il trauma della mente del soldato:
- All'inizio la prosa è più descrittiva, strutturata, quasi geometrica, proprio come i movimenti ordinati delle reclute nella caserma di Parris Island. C’è ancora un ordine logico, per quanto perverso.
- Nella seconda parte il linguaggio subisce un trauma. Le frasi si accorciano, la punteggiatura diventa un freno e il ritmo si fa sincopato, frenetico, spezzato. Diventa, appunto, una raffica di mitra. Non c'è più spazio per le subordinate: in battaglia si percepisce la realtà solo per frammenti e per flash. Hasford scrive come se stesse sparando.
Nota a margine
Questo libro è la pietra angolare assoluta di questo genere di tematiche. Ha codificato l'archetipo narrativo del boot camp militare in modo così profondo che la sua ombra arriva intatta fino ai giorni nostri, diventando lo stampo per qualsiasi storia di addestramento e decostruzione dell'individuo.
- Prima lo abbiamo visto nel cinema degli anni '90 con Soldato Jane (1997), dove Ridley Scott prende lo stesso identico inferno di fango e violenza psicologica, incarnato dallo spietato Master Chief di Viggo Mortensen, per applicarlo alle barriere di genere e alla prima donna che tenta di entrare nei Navy SEALs.
- Poi lo ritroviamo, a distanza di decenni, in produzioni recentissime come la serie Netflix Boots, che ricalca lo stesso identico dramma della pressione devastante del gruppo verso chi "non è conforme", aggiornando però il contesto alle tematiche moderne legate all'orientamento sessuale.
Nato per uccidere è un libro SULLA guerra CONTRO la guerra. Demistifica completamente il mito della guerra usa e getta. Hasford usa un linguaggio crudo che serve a esorcizzare la morte, regalandoci un libro profondamente pacifista proprio perché non fa sconti e non cerca di consolarti.
L'ho letto, mi ha disgustato, mi ha traumatizzata, mi ha scossa, mi è piaciuto e lo rileggerò.
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