binghilla
La mente è un paracadute: funziona solo se si apre
Se stai cercando un saggio storico che si legge come un romanzo d'avventura (ma con la rigore scientifico di uno dei più grandi medievisti del Novecento), questo libro è una gemma assoluta.
Il libro ripercorre la vita straordinaria di Guglielmo il Maresciallo (1145–1219), un uomo realmente esistito definito dai suoi contemporanei come "il più grande cavaliere del mondo".
Nato come cadetto senza eredità né terre, Guglielmo costruì la sua fortuna, il suo prestigio e la sua scalata sociale grazie a un'unica cosa: la sua abilità nei tornei e la sua incrollabile lealtà. Sotto i suoi occhi passarono ben quattro re d'Inghilterra (Enrico II, il "Re Giovane", Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra). Finirà la sua vita come reggente del regno d'Inghilterra e tutore del piccolo Enrico III, salvando la corona inglese dall'invasione francese.
Duby ricostruisce la sua vita partendo da una fonte eccezionale: un poema biografico di ben 19.000 versi commissionato dal figlio di Guglielmo subito dopo la morte del padre per celebrarne le gesta.
Duby non si limita a elencare date, battaglie e trattati di pace. La sua vera genialità sta nel farci entrare nella testa e nella mentalità dell'uomo medievale.
Attraverso la vita di Guglielmo, possiamo capire come funzionavano davvero i tornei medievali (molto diversi dai duelli romantici: erano veri e propri scontri a squadre feroci, volti a far prigionieri e chiedere riscatti per arricchirsi), che cos'era il codice d'onore della cavalleria e qual era il peso sacro della fides (la lealtà verso il proprio signore), il ruolo delle donne, del matrimonio e del potere politico nel XII secolo.
Il libro spazza via sia gli stereotipi negativi sul Medioevo (i "secoli bui") sia le romanticizzazioni eccessive. Ci mostra la cavalleria per quello che era davvero: un mix di alti ideali etici, spietato pragmatismo economico e violenza istituzionalizzata.
Mi è piaciuto soprattutto per lo stile di Duby che unisce il rigore dello storico ad una scrittura elegante ed evocativa: Duby dipinge i dettagli delle armature, il rumore degli zoccoli, le puzze delle taverne e la maestosità delle corti con una maestria quasi cinematografica.
Il libro ripercorre la vita straordinaria di Guglielmo il Maresciallo (1145–1219), un uomo realmente esistito definito dai suoi contemporanei come "il più grande cavaliere del mondo".
Nato come cadetto senza eredità né terre, Guglielmo costruì la sua fortuna, il suo prestigio e la sua scalata sociale grazie a un'unica cosa: la sua abilità nei tornei e la sua incrollabile lealtà. Sotto i suoi occhi passarono ben quattro re d'Inghilterra (Enrico II, il "Re Giovane", Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra). Finirà la sua vita come reggente del regno d'Inghilterra e tutore del piccolo Enrico III, salvando la corona inglese dall'invasione francese.
Duby ricostruisce la sua vita partendo da una fonte eccezionale: un poema biografico di ben 19.000 versi commissionato dal figlio di Guglielmo subito dopo la morte del padre per celebrarne le gesta.
Duby non si limita a elencare date, battaglie e trattati di pace. La sua vera genialità sta nel farci entrare nella testa e nella mentalità dell'uomo medievale.
Attraverso la vita di Guglielmo, possiamo capire come funzionavano davvero i tornei medievali (molto diversi dai duelli romantici: erano veri e propri scontri a squadre feroci, volti a far prigionieri e chiedere riscatti per arricchirsi), che cos'era il codice d'onore della cavalleria e qual era il peso sacro della fides (la lealtà verso il proprio signore), il ruolo delle donne, del matrimonio e del potere politico nel XII secolo.
Il libro spazza via sia gli stereotipi negativi sul Medioevo (i "secoli bui") sia le romanticizzazioni eccessive. Ci mostra la cavalleria per quello che era davvero: un mix di alti ideali etici, spietato pragmatismo economico e violenza istituzionalizzata.
Mi è piaciuto soprattutto per lo stile di Duby che unisce il rigore dello storico ad una scrittura elegante ed evocativa: Duby dipinge i dettagli delle armature, il rumore degli zoccoli, le puzze delle taverne e la maestosità delle corti con una maestria quasi cinematografica.