Percy Bysshe Shelley (1792-1822) è l’esempio di una “vita romantica” vissuta all’insegna della fuga e della protesta rivoluzionaria, che trasformò questo giovane nobile in una figura di esule irrequieto, isolato da tutto e da tutti. A soli diciannove anni venne espulso dall’Università di Oxford per un suo scritto sull’ateismo, quindi ruppe con la famiglia per sposare la sedicenne Harriet Westbrook, con la quale iniziò un’esistenza errabonda acquistandosi la fama di sovversivo. Si mise a studiare nel frattempo i testi di Platone e della Grecia classica, mentre leggeva Shakespeare. Nel 1813 si innamorò di Mary, figlia del filosofo William Godwin, e Harriet, disperata, si uccise. Il fatto destò scalpore e Shelley, sfuggito a un processo, riuscì a recarsi esule in Italia, dove cercava anche un clima che potesse risanarlo dalla tisi che lo minava. In Italia la sua vena poetica rifiorì ed egli compose le sue più belle liriche quali Il trionfo della vita e l’Ode al vento di ponente, nonché la tragedia Prometeo liberato. Nell’aprile del 1822 si stabilì con Mary in un paesino vicino a Lerici, in Liguria. Di ritorno da una gita in barca a vela fu colto dalla tempesta e naufragò. Il suo corpo venne ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia vicino a Viareggio. Una volta cremato, le sue ceneri furono deposte a Roma, nella sezione riservata ai protestanti del cimitero del Verano.