L’armistizio dell’8 settembre 1943 impone alla vita di Alba de Céspedes un cambiamento radicale: la scrittrice sente dentro di sé il dovere morale di «fare qualcosa per l’Italia». Con il futuro marito, il diplomatico Franco Bounous, decide di fuggire da Roma e si trova a trascorrere alcune settimane alla macchia nei boschi d’Abruzzo prima di riuscire ad attraversare il fronte e raggiungere al Sud l’Italia liberata. Grazie a questa esperienza cruciale Alba scoprirà nel popolo italiano e in particolare nella “gente d’Abruzzo” un’umanità nuova. Sotto lo pseudonimo di Clorinda, la donna-guerriera della Gerusalemme Liberata, dal novembre 1943 fino al giugno 1944 dirigerà le trasmissioni di L’Italia combatte! Da Radio Bari parlando ai «patrioti» e alle «patriote» che al Nord devono ancora convivere con l’invasore tedesco suggerisce atti di sabotaggio accanto a forme di resistenza civile; qualche mese più tardi, da Radio Napoli sollecita a riflettere sui valori da condividere nella nuova Italia per restituire l’autentico significato a parole come patria, civiltà, dignità e, soprattutto, libertà, che erano state totalmente stravolte dal fascismo.
Le veline delle sue trasmissioni radiofoniche, qui accompagnate da pagine di diario e da stralci di lettere, non raccontano solo gli eventi da cui nasce la “nuova Alba”, ma anche un’esperienza che è morale e politica prima ancora che intellettuale. Ne resterà traccia nei racconti e nei grandi romanzi del dopoguerra, e fin da subito nelle pagine di «Mercurio», la rivista che lei stessa definisce un «balcone da cui guardare all’Europa e a un mondo nuovo».
"È una donna che vi parla, stasera. Una donna che ha lasciato la sua casa in due ore, si è cacciata in un treno all’alba, ha avuto giorni difficili fuggendo i tedeschi di paese in paese, e poi ha deciso di guadare il Sangro e traversare le linee del fuoco per venire da questa parte. Ma stasera io non vi parlo in veste di giornalista o di scrittrice. Stasera io voglio parlare da donna alle innumerevoli donne italiane che aspettano il ritorno dei loro uomini che sono quaggiù e che sono rimaste chiuse nel buio della separazione, senza notizie, senza promesse, senza date che pongano fine alla loro attesa. Tutti parlano agli uomini perché combattono e rischiano, ma alle donne che aspettano non è stato parlato finora".
È, questo, solo uno stralcio di uno dei tanti interventi radiofonici pronunciati da Alba De Cespedes, sotto il nome di Clorinda, alle radio libere di Bari e Napoli, fra l'autunno del '43 e la primavera del '44. Un piccolo stralcio dal quale si intuisce già tutta la dirompenza dei pensieri di questa donna: una scrittrice sensibile, dalla penna incisiva e dall'animo inquieto, dal temperamento determinato e dalla impressionante lucidità di analisi in un tempo confuso di incertezza, sofferenza eppure consapevolezza. Questo volumetto uscito nel 2024 per Mondadori raccoglie, in un'opera pregevole di rara potenza narrativa, le veline di alcuni degli interventi radiofonici, inframmezzati in un ordine affatto casuale di stralci di lettere, pagine di diario, appunti che paiono schizzi frettolosi, scritti in punta di penna, rubati all'urgenza di fuggire, di vivere, di non dimenticare il dolore e trovare dentro di sé il coraggio laddove sembra esserci solo paura. Alba racconta la fuga da Roma, attraverso i paesi straziati dell'Abruzzo, il bosco, la gente provata eppure accogliente, l'attraversamento delle linee di fuoco, l'approdo dall'altra parte, nell'Italia liberata. Un viaggio che l'ha cambiata e segnata profondamente e dal quale non sa se tornerà e, qualora ciò accadesse, chi o cosa troverà ad aspettarla. E tutto questo perché? Per amore.
"E al di sopra di tutto l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, sfiorando assaggiando l’incubo della vita degli assassini o dei ladri, senza aver fatto nulla di male, senza far nulla di male, se non, Franco e io, ancora una volta, cercare di salvare il nostro amore, salvarlo dalla separazione, dalla fine chi sa, per vivere uniti, accanto, pacifici, in una casa nostra".
Questo è stato il mio primo approccio con quest'autrice così speciale e credo proprio che non sarà l'ultimo: tanta, tanta ammirazione per questa donna così fiera ed indomita che ha saputo raccontarsi e raccontare la realtà in un tempo così difficile. Un plauso ed un grazie a chi ha pensato di donarci oggi un'opera così sorprendentemente attuale e lucida, che faccia da monito a chi nega, minimizza e mistifica. Ricordatevi sempre, mentre leggete queste pagine: Alba, queste parole, le ha pronunciate davvero, nel 43 e 44. Non è un romanzo, questo: questo è successo davvero.
Le veline delle sue trasmissioni radiofoniche, qui accompagnate da pagine di diario e da stralci di lettere, non raccontano solo gli eventi da cui nasce la “nuova Alba”, ma anche un’esperienza che è morale e politica prima ancora che intellettuale. Ne resterà traccia nei racconti e nei grandi romanzi del dopoguerra, e fin da subito nelle pagine di «Mercurio», la rivista che lei stessa definisce un «balcone da cui guardare all’Europa e a un mondo nuovo».
"È una donna che vi parla, stasera. Una donna che ha lasciato la sua casa in due ore, si è cacciata in un treno all’alba, ha avuto giorni difficili fuggendo i tedeschi di paese in paese, e poi ha deciso di guadare il Sangro e traversare le linee del fuoco per venire da questa parte. Ma stasera io non vi parlo in veste di giornalista o di scrittrice. Stasera io voglio parlare da donna alle innumerevoli donne italiane che aspettano il ritorno dei loro uomini che sono quaggiù e che sono rimaste chiuse nel buio della separazione, senza notizie, senza promesse, senza date che pongano fine alla loro attesa. Tutti parlano agli uomini perché combattono e rischiano, ma alle donne che aspettano non è stato parlato finora".
È, questo, solo uno stralcio di uno dei tanti interventi radiofonici pronunciati da Alba De Cespedes, sotto il nome di Clorinda, alle radio libere di Bari e Napoli, fra l'autunno del '43 e la primavera del '44. Un piccolo stralcio dal quale si intuisce già tutta la dirompenza dei pensieri di questa donna: una scrittrice sensibile, dalla penna incisiva e dall'animo inquieto, dal temperamento determinato e dalla impressionante lucidità di analisi in un tempo confuso di incertezza, sofferenza eppure consapevolezza. Questo volumetto uscito nel 2024 per Mondadori raccoglie, in un'opera pregevole di rara potenza narrativa, le veline di alcuni degli interventi radiofonici, inframmezzati in un ordine affatto casuale di stralci di lettere, pagine di diario, appunti che paiono schizzi frettolosi, scritti in punta di penna, rubati all'urgenza di fuggire, di vivere, di non dimenticare il dolore e trovare dentro di sé il coraggio laddove sembra esserci solo paura. Alba racconta la fuga da Roma, attraverso i paesi straziati dell'Abruzzo, il bosco, la gente provata eppure accogliente, l'attraversamento delle linee di fuoco, l'approdo dall'altra parte, nell'Italia liberata. Un viaggio che l'ha cambiata e segnata profondamente e dal quale non sa se tornerà e, qualora ciò accadesse, chi o cosa troverà ad aspettarla. E tutto questo perché? Per amore.
"E al di sopra di tutto l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, sfiorando assaggiando l’incubo della vita degli assassini o dei ladri, senza aver fatto nulla di male, senza far nulla di male, se non, Franco e io, ancora una volta, cercare di salvare il nostro amore, salvarlo dalla separazione, dalla fine chi sa, per vivere uniti, accanto, pacifici, in una casa nostra".
Questo è stato il mio primo approccio con quest'autrice così speciale e credo proprio che non sarà l'ultimo: tanta, tanta ammirazione per questa donna così fiera ed indomita che ha saputo raccontarsi e raccontare la realtà in un tempo così difficile. Un plauso ed un grazie a chi ha pensato di donarci oggi un'opera così sorprendentemente attuale e lucida, che faccia da monito a chi nega, minimizza e mistifica. Ricordatevi sempre, mentre leggete queste pagine: Alba, queste parole, le ha pronunciate davvero, nel 43 e 44. Non è un romanzo, questo: questo è successo davvero.