Una storia d'altri tempi che incanta come una fiaba. Al palazzo di Capa Guasta il ricco e dispotico marchese Saverio si circonda di giovani vergini per sfuggire a un destino infausto ma una di loro non è chi dice di essere.
Il cardo va innaffiato con l'acqua che non si aspetta, per estirparlo meglio se affina le spine. Fine Settecento. Il palazzo di Capa Guasta riflette sull'abisso del mare il suo volto di granito. Alle spalle, una fitta vegetazione tiene lontani ospiti indesiderati. È la dimora del marchese Saverio, capriccioso e ricco nobiluomo che da una vita cerca di fuggire il morbo che ha fatto impazzire quasi tutti i suoi avi. Il suo piccolo feudo è governato da Lauretana, fattucchiera incontrata durante un viaggio. È stata lei a convincerlo che l'unico modo per eludere la malattia fosse isolarsi e unirsi soltanto a vergini: proprio per questo motivo la tenuta è rinomata per la grande accoglienza nei confronti di giovani donne che provengono da altre terre. Altagracia Valiago, bellissima gitana dagli occhi scuri, fugge da un marito violento e arriva con documenti contraffatti alla corte di Saverio, ottenendo l'auspicato asilo. La sua presenza sconvolge un equilibrio precario: il Marchese se ne innamora perdutamente e Lauretana, che vede crollare il suo incontrastato dominio, inizia a dedicarle un odio spietato. Nasce così uno scontro feroce: entrambe le donne arrivano a mettere le mani nei reciproci corredi, bauli colmi di tesori e insospettabili segreti taciuti per anni. Patrizia Rinaldi, maestra della narrativa di genere, scrive un romanzo storico dal fascino fiabesco ambientato in un feudo campano a cavallo di un secolo minore. Una storia che insegna come l'amore sia una forza indomabile, che può scardinare le gerarchie del potere e gettare interi regni nel caos. Lo fa con una lingua unica, partenopea, anticheggiante e magica.
Patrizia Rinaldi mi piace perché è unica. Lo è la sua scrittura, lo sono i suoi libri – così diversi dagli altri -, lo è il suo modo di vedere, sentire e raccontare il mondo e le miserie umane. Quando apri un suo libro sai sempre cosa aspettarti e, al contempo, sai che troverai quel qualcosa di nuovo che ti sorprenderà e ti ammalierà. In "Il corredo", sua ultima fatica letteraria nonché suo primo romanzo storico, ad ammaliarmi è stato quel modo tutto suo che l'autrice ha di dipingere scenari – siano essi grotteschi o bellissimi – con la sola forza del linguaggio, quel linguaggio suo e solo suo, quella magia inconfondibile che ha di usare le parole: le maneggia, le plasma, le modella e quasi ci gioca fino a farne lingua antica e sempre nuova, elegante e irriverente, carezza e sberleffo, pernacchia e racconto appassionato. La sua è l'arte del confronto speculare tra il paradosso e la semplicità: una storia bizzarra nasconde sentimenti tanto forti quanto comuni. L'amore, il desiderio di possesso, la paura, l'odio, sono tutti qui, condensati in queste pagine che sanno di sale, sangue, veleno, follia, ebbrezza… in una parola, di vita. Così Saverio, Altagracia, Sainiello, Lauretana, Fernanda, Serenella, da personaggi di carta si tramutano, con la sola forza evocativa ed immaginifica delle parole, in personaggi di carne. È o non è bravura, questa? O forse… è magia?
Il cardo va innaffiato con l'acqua che non si aspetta, per estirparlo meglio se affina le spine. Fine Settecento. Il palazzo di Capa Guasta riflette sull'abisso del mare il suo volto di granito. Alle spalle, una fitta vegetazione tiene lontani ospiti indesiderati. È la dimora del marchese Saverio, capriccioso e ricco nobiluomo che da una vita cerca di fuggire il morbo che ha fatto impazzire quasi tutti i suoi avi. Il suo piccolo feudo è governato da Lauretana, fattucchiera incontrata durante un viaggio. È stata lei a convincerlo che l'unico modo per eludere la malattia fosse isolarsi e unirsi soltanto a vergini: proprio per questo motivo la tenuta è rinomata per la grande accoglienza nei confronti di giovani donne che provengono da altre terre. Altagracia Valiago, bellissima gitana dagli occhi scuri, fugge da un marito violento e arriva con documenti contraffatti alla corte di Saverio, ottenendo l'auspicato asilo. La sua presenza sconvolge un equilibrio precario: il Marchese se ne innamora perdutamente e Lauretana, che vede crollare il suo incontrastato dominio, inizia a dedicarle un odio spietato. Nasce così uno scontro feroce: entrambe le donne arrivano a mettere le mani nei reciproci corredi, bauli colmi di tesori e insospettabili segreti taciuti per anni. Patrizia Rinaldi, maestra della narrativa di genere, scrive un romanzo storico dal fascino fiabesco ambientato in un feudo campano a cavallo di un secolo minore. Una storia che insegna come l'amore sia una forza indomabile, che può scardinare le gerarchie del potere e gettare interi regni nel caos. Lo fa con una lingua unica, partenopea, anticheggiante e magica.
Patrizia Rinaldi mi piace perché è unica. Lo è la sua scrittura, lo sono i suoi libri – così diversi dagli altri -, lo è il suo modo di vedere, sentire e raccontare il mondo e le miserie umane. Quando apri un suo libro sai sempre cosa aspettarti e, al contempo, sai che troverai quel qualcosa di nuovo che ti sorprenderà e ti ammalierà. In "Il corredo", sua ultima fatica letteraria nonché suo primo romanzo storico, ad ammaliarmi è stato quel modo tutto suo che l'autrice ha di dipingere scenari – siano essi grotteschi o bellissimi – con la sola forza del linguaggio, quel linguaggio suo e solo suo, quella magia inconfondibile che ha di usare le parole: le maneggia, le plasma, le modella e quasi ci gioca fino a farne lingua antica e sempre nuova, elegante e irriverente, carezza e sberleffo, pernacchia e racconto appassionato. La sua è l'arte del confronto speculare tra il paradosso e la semplicità: una storia bizzarra nasconde sentimenti tanto forti quanto comuni. L'amore, il desiderio di possesso, la paura, l'odio, sono tutti qui, condensati in queste pagine che sanno di sale, sangue, veleno, follia, ebbrezza… in una parola, di vita. Così Saverio, Altagracia, Sainiello, Lauretana, Fernanda, Serenella, da personaggi di carta si tramutano, con la sola forza evocativa ed immaginifica delle parole, in personaggi di carne. È o non è bravura, questa? O forse… è magia?