San Paolo è una città che cresce divorando se stessa. Il cemento copre tutto: fiumi, corpi, responsabilità. L’autoritarismo non ha più bisogno del volto antico della dittatura: è mediatico, privatizzato, e non si nasconde. Everton Barros, cronista svogliato di un grande quotidiano, una mattina riconosce tra le acque nere del rio Pinheiros il cadavere di Flávio Bloch, amico eco-attivista. La polizia archivia il caso come suicidio. Everton no. Decide di indagare, anche se il suo stesso giornale vorrebbe lasciar perdere. Intorno a quella morte si aprono altre piste: un palazzinaro assassinato, un ingegnere svizzero scomparso tra Amazzonia e narcotraffico. A collegarle sembra esserci Donato Abreu, politico in ascesa, volto televisivo rassicurante, promotore di un piano che trasforma edilizia popolare e senzatetto in un affare. Everton indaga senza protezioni. Più si avvicina alla verità, più capisce che ogni rivelazione produce altra violenza, ogni domanda mette qualcuno in pericolo. Non c’è un colpevole da smascherare: c’è un sistema in cui informazione, finanza, criminalità e politica lavorano insieme.
Un noir di stampo civile dentro una metropoli costruita sul cemento e sul silenzio, dove la sostenibilità è una farsa, la filantropia una copertura, e ogni promessa di progresso ha un prezzo. Pagato dai più deboli.
COMMENTO:
Questo è, a tutti gli effetti, un noir sociale. Non aspettatevi, però, colpi di scena strombazzati in pompa magna né sensazionalismi degni di una prima pagina. I toni qui sono smorzati. La violenza qui c’è, e ce n’è tanta, ma non la vediamo mai direttamente con i nostri occhi (tranne rare immagini pure indimenticabili). Ne siamo, però, costantemente informati, con quell’ironia amara tipica di chi sa bene che è inutile farsi illusioni e che se oggi è accaduto qualcosa di brutto, domani o fra un’ora accadrà qualcosa di peggio. Il tutto è condito da quell’humor e quella leggerezza gioviale (nonostante tutto) tipicamente latinoamericana, che apprezzo tanto in tutti gli autori di quella parte di mondo. Intrighi di potere, ricatti, connivenze, giochi al massacro, corruzione… c’è tutto. Non è un romanzo dirompente, questo di Carlo Calabrò; non è un noir che conquista, ma scava e fa riflettere, anche sotto quella patina di grigio stoicismo e sopportazione, nell’attesa fruttuosa che qualcos’altro accadrà ancora, a dimostrarci di quanto è sporco e corrotto questo pazzo mondo in cui viviamo, al di là delle latitudini.
Un noir di stampo civile dentro una metropoli costruita sul cemento e sul silenzio, dove la sostenibilità è una farsa, la filantropia una copertura, e ogni promessa di progresso ha un prezzo. Pagato dai più deboli.
COMMENTO:
Questo è, a tutti gli effetti, un noir sociale. Non aspettatevi, però, colpi di scena strombazzati in pompa magna né sensazionalismi degni di una prima pagina. I toni qui sono smorzati. La violenza qui c’è, e ce n’è tanta, ma non la vediamo mai direttamente con i nostri occhi (tranne rare immagini pure indimenticabili). Ne siamo, però, costantemente informati, con quell’ironia amara tipica di chi sa bene che è inutile farsi illusioni e che se oggi è accaduto qualcosa di brutto, domani o fra un’ora accadrà qualcosa di peggio. Il tutto è condito da quell’humor e quella leggerezza gioviale (nonostante tutto) tipicamente latinoamericana, che apprezzo tanto in tutti gli autori di quella parte di mondo. Intrighi di potere, ricatti, connivenze, giochi al massacro, corruzione… c’è tutto. Non è un romanzo dirompente, questo di Carlo Calabrò; non è un noir che conquista, ma scava e fa riflettere, anche sotto quella patina di grigio stoicismo e sopportazione, nell’attesa fruttuosa che qualcos’altro accadrà ancora, a dimostrarci di quanto è sporco e corrotto questo pazzo mondo in cui viviamo, al di là delle latitudini.